Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Volersi o no - dodicesima parte (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la sesta parte) (leggi la settima parte) (leggi l'ottava parte) (leggi la nona parte) (leggi la decima parte) (leggi l'undicesima parte) (leggi la tredicesima parte)
autrice: Kelly
e-mail:
data di edizione: 25/12/2005
argomento della storia: romanzo sentimentale a puntate
riassunto breve: La vita di Laura è sconvolta dall’arrivo di Stefano ma non è sempre facile abbandonarsi ai sentimenti…
lettura vietata ai minori di anni: 14 anni
note: Non è una fan finction vera e propria, è soltanto una storia che ho immaginato interpretata da alcuni attori. Non so se sono tutti riconoscibili, uno di sicuro lo è.

Volersi o no


PARTE DODICESIMA

Filomena era intenta a preparare una buona cena per la sua nipotina che la preoccupava tanto. Quando aveva sposato Cristoforo (tra sé e sé non lo aveva mai chiamato diversamente) il povero Rodolfo non era stato affatto contento. Lei gli aveva detto che la figlia non avrebbe potuto fare una scelta migliore perché era un bel ragazzo, ricco e di buona famiglia ed invece ora doveva ammettere che il cognato aveva visto giusto. Nonostante fosse una donna all’antica, aveva sperato che quel matrimonio così scombinato finisse, ma avrebbe voluto vederla con un uomo al suo fianco e non certamente sola e spaesata com’era adesso. Era convinta ancora che Stefano fosse stato adatto a lei e non riusciva a capire come Laura avesse potuto rinunciare così presto a fare di tutto per tornare con lui. Una volta non si sarebbe arresa tanto facilmente ma era diventata talmente strana ultimamente da non sembrare più la stessa. Cosa voleva dire il discorso che le aveva fatto la mattina ad esempio? Possibile mai che una donna giovane, bella ed intelligente come lei e per giunta laureata, avesse potuto concepire l’idea di andare ad aprire una salumeria in un paesino dove giusto in piena estate si vedeva qualcuno? Possibile che non le rimanessero altre aspirazioni che vendere mozzarelle? Sinceramente si augurava che presto quel periodo nero finisse e che le ritornasse la grinta e la voglia di vivere che non l’aveva mai abbandonata per il passato. Ancora di più sperava che avesse potuto riappacificarsi con Stefano perché si vedeva chiaramente quanto ne fosse ancora innamorata, anche se faceva di tutto per nasconderlo.
Intanto Laura si era appena ritirata dalla sua passeggiata e come di consueto era venuta ad abbracciarla tutta sorridente, lamentandosi per il freddo di montagna al quale, diceva, avrebbe dovuto riabituarsi.
- E perché dovresti riabituarti? Mica devi restare ad ammuffire qui – disse ribadendo ancora una volta le perplessità che le aveva espresso la mattina - e poi sei una donna troppo impegnata per rinunciare a tutto: sei mancata solo una mezz’ora ed il tuo cellulare non ha fatto altro che squillare!
- Davvero? Mi meraviglia, non vedo chi potrebbe cercarmi.
Guardò la provenienza della chiamata ed un po’ preoccupata si affrettò a richiamare Valentina.
- Vale, tesoro, che c’è, perché mi stai chiamando?
- Ma dove sei? Sono venuta al residence e non ti ho trovata.
- Infatti, sono al paese da zia Filomena. Cosa c’è di così urgente? E’ successo qualcosa?
- Niente, solo che devo sapere una cosa da te: avevi detto che volevi regalarmi gli orecchini per il mio compleanno. Li hai già comprati per caso?
Laura rise per tanta spontaneità.
- No, non l’ho fatto ancora, tanto li abbiamo visti e quando torno lunedì li vado a prendere e te li porto.
- No, non farlo per favore.
- Perché è un’altra proibizione di tuo padre per caso? Guarda che non salgo nemmeno, li lascio giù in portineria – le disse un po’ amareggiata.
- No, non è questo, è che… ho cambiato idea, vorrei un’altra cosa!
Un po’ rassicurata osservò:
- Ma come ci tenevi tanto ad averli, ti sei fatta persino i buchi ed ora cambi idea.
- Sì, perché c’è una cosa che solo tu puoi fare. Mercoledì c’è un concerto del mio cantante preferito e vorrei tanto andarci, solo che i biglietti costano un sacco.
- E dov’è il problema? Vuol dire che li aggiungiamo agli orecchini e valgono come regalo per Natale.
- Però non c’è nessuno che mi ci accompagni e vorrei che lo facessi tu.
- Vale, lo sai che non possiamo vederci.
- E che diamine, mica siamo Giulietta e Romeo io e te! Ti prego, Lauretta, portamici, non so proprio a chi chiederlo. Ti prometto che dopo non ci vedremo più, però il 23 è il mio compleanno ed è anche l’antivigilia di Natale: non credi che potremmo concederci una piccola eccezione, perlomeno per salutarci in bellezza?
La donna stette un po’ zitta a riflettere, poi si lasciò convincere:
- E va bene. In fondo anch'io ho voglia di rivederti ancora una volta prima di andare via il mese prossimo. 
- Allora posso andare a comprare i biglietti? Voglio andarci adesso perché ho paura di non trovarli più.
- Sì, certo, ma come fai con i soldi?
- Non ti preoccupare, me li faccio anticipare da mamma, poi quando vieni me li dai.
- Te li lascio in portineria insieme agli orecchini.
- No, quelli non li voglio più, già i due biglietti costano tanto!
- Non ti preoccupare non andrò in fallimento per così poco. E poi voglio avere la soddisfazione di vedere come stai con gli orecchini. Se non era per me, mò che te li facevi i buchi alle orecchie!
Continuarono a parlare per un po’ e quando alla fine Laura posò il telefono sorrideva ancora.
- Chi era? – le chiese la zia incuriosita dalla sincera contentezza che traspariva dalla nipote, così diversa dall’espressione di falsa serenità che portava stampigliata sul viso sin dalla sera precedente.
- Era Valentina, la figlia di Stefano. 
- La frequenti ancora?
- Solo finché rimarrò a Roma – le rispose senza dilungarsi in altre spiegazioni.
- E ti vuole bene nonostante con il padre sia finita?
- Credo proprio di sì ed anche io gliene voglio molto. Sai zia, Valentina era un’altra delle cose che mi piacevano di Stefano – concluse scherzando, ma con una vena di nostalgia per quell’altro affetto che stava oramai per perdere.


Valentina stava trascorrendo il suo sedicesimo compleanno nel migliore dei modi: a scuola c’era stato un clima molto rilassato per tutta la mattinata perché era l’ultimo giorno prima delle vacanze natalizie ed anche la mamma le aveva fatto trovare un bel pranzetto ed una splendida torta con le candeline. Lei e Guglielmo le avevano comprato dei bei regali ed anche i “due compari”, come chiamava i suoi fratellini, per festeggiarla non le avevano fatto troppi dispetti. Si era sentita con Mario almeno quindici volte e tutto sembrava andare per il meglio solo che a mano a mano che passavano le ore, l’ansia diventava sempre più grande. Arrivò alla sera che era molto nervosa e la sua agitazione non sfuggì di certo a Stefano che si era presentato verso le otto con i biglietti del concerto.
- Che c’è, non sei contenta? Per caso volevi qualche altra cosa? Guarda che non hai che da dirmelo, facciamo sempre in tempo ad andarla a comprare per Natale.
Senza minimamente accennare a quanto era successo tra loro, era ritornato il solito papà dolce e generoso di sempre e la ragazza si affrettò a rassicurarlo:
- No paparone, sono talmente contenta che neanche te l’immagini. Ora mi vesto presto presto ed andiamo.
- Sì, fai presto. Comincia alle nove e mezza, però stasera c’è traffico ed ho paura di fare tardi. Dopo ho prenotato anche in un bel posto per andare a mangiare.
- Ma io ho già cenato.
- Non ti preoccupare, per quell’ora avrai anche digerito. O ti vergogni di farti vedere in un ristorante con questo vecchio rincitrullito? 
Lo disse sorridendo, con gli occhi che gli brillavano teneri ed era talmente caro che la ragazza non riuscì a trattenersi, gli si gettò al collo e lo riempì di baci.
Sabrina osservava la scena soddisfatta ma anche un po’ preoccupata.
- Speriamo bene – pensava tra sé. E non aveva torto.

Nonostante cercasse di dirsi che era una sua impressione, Stefano continuava a percepire l’enorme nervosismo della figlia e non riusciva a spiegarsene il motivo. Arrivati davanti al teatro la fece scendere ed andò a parcheggiare l’auto. Tornando verso di lei, notò che stava parlando concitatamente con una ragazza che era di spalle. Era appena un po’ più bassa della figlia, indossava un jeans, un giaccone ed aveva in testa un berretto di lana che le copriva completamente i capelli. Stefano si chiese cosa mai stesse dicendo a Vale perché quest’ultima appariva sempre più turbata. Si affrettò a raggiungere le due donne e soltanto quando fu loro abbastanza vicino, si rese conto che si trattava di Laura. Una rabbia feroce gli montò dentro e quando arrivò accanto a loro si sentiva teso come una molla e come tale non tardò a scattare. Senza nemmeno salutarla l’apostrofò con la voce molto dura ed un espressione di disprezzo sul volto:
- Alla fine ci sei riuscita a far fare a questa deficiente quello che volevi tu, non è così?
- Stefano, che dici, che ho fatto di male? – si giustificò la donna con la voce incerta.
- Dico che l’hai usata proprio per bene. Non stai facendo la tenera con lei per riuscire ad arrivare a me per caso?
- Papà, ma non lo sapevamo che mi accompagnavi tu. Anche per me è stata una sorpresa… - Valentina provò ad intervenire con la scusa che si era preparata, invece il padre non le diede neanche la possibilità di parlare e senza neanche guardarla, continuò tenendo fisso il suo sguardo adirato su Laura:
- Tu stai zitta! Mi sembrava di avertelo detto chiaramente che non volevo che frequentassi più questa donna.
- Perché, le contagio qualche malattia forse? – obiettò questa che incominciava ad essere irritata da tanto astio.
- Sì, l’incongruenza, la menzogna, la volubilità. Ti basta o devo continuare? Perché potrei andare avanti ancora a lungo ad elencare tutti i difetti che hai. Non mi piaci, pensavo che questo fosse chiaro, e non voglio che mia figlia ti stia vicino. 
- Non è a te che devo piacere, ma è a Valentina. Lei mi vuole bene ed io pure.
- Tu ami solo manipolare le persone e potresti essere molto dannosa per una ragazzina di sedici anni.
- Non dire sciocchezze! La verità è che sei geloso del nostro attaccamento.
- Non ne sono geloso, ne sono irritato perché è vero che ti sei attaccata a lei, ma come un parassita. Stai lontano dalla mia famiglia, noi non abbiamo bisogno di te e devi lasciarci in pace!
- Non ti preoccupare, non mi farò più vedere.
Laura si era arresa, incapace persino di reagire a tanto odio e a tutte le accuse che le sembravano decisamente eccessive. Incurante di Valentina che cercava di trattenerla per una manica, si divincolò e se ne andò via. Appena si fu allontanata, Stefano si rivolse alla figlia e con tono molto duro le intimò:
- Adesso ti riaccompagno a casa.
- E no bello mio, oggi è il mio compleanno e non ho intenzione di rinunciare al concerto – ribatté lei mostrandogli i biglietti che aveva comprato per conto dell’amica – Io ci vado lo stesso, tanto non ho bisogno della tua compagnia.
Si avviò decisa verso Mario che poco più in là aveva assistito un po’ perplesso a tutta la scena.
- Vale, torna qui!
La ragazza si rigirò furiosa:
- Mi hai preso per una cane forse? Ti avevo avvisato papà che non ti avrei più consentito di interferire nella mia vita e sappi che sono altrettanto ostinata e decisa di te per cui adesso è meglio se te ne vai e mi lasci stare.
Senza dire più nulla, si avvicinò al ragazzo e presolo sottobraccio si avviò all’ingresso. Stefano non osò più richiamarla: in fondo aveva ragione, ma non era con lei che ce l’aveva. Si sentiva ancora ribollire dentro la rabbia ed anche lui aveva voglia di restarsene un po’ in pace. Se ne andò in un bar lì vicino e davanti ad una bottiglia, attese che si facesse l’ora della fine del concerto per andarla a riprendere e riportarla a casa.
Stretta a Mario, Valentina cercava di far finta di niente, ma appena la musica incominciò, malinconica e struggente, le lacrime di un dolore che pure non le apparteneva cominciarono a scorrerle sulle guance. Il ragazzo se ne accorse, e teneramente le girò il viso verso il suo. Cominciò a baciarle prima la fronte, poi il nasino, poi una guancia e piano piano arrivò alla bocca umida di pianto. La ragazza si lasciò andare al bacio, un po’ impaurita ma anche consolata da un sentimento nuovo che si sentiva dentro e che voleva afferrare e trattenere con tutte le sue forze perché proprio quella sera aveva capito quanto anche l’amore potesse essere difficile.
Laura invece era arrivata a casa senza sapere neanche lei come. Aveva guidato come una pazza, senza badare ai semafori ed alle altre macchine, accecata dal pianto che cercava di trattenere. Mai in vita sua si era sentita tanto umiliata ed in fondo se l’era meritata. Probabilmente aveva dato la sensazione di essere lì ad elemosinare un po’ d’amore e si era resa vulnerabile per questo.
Si sentiva ferita, soprattutto nell’orgoglio ed avrebbe voluto stesso in quel momento riuscire a fare qualcosa per cambiare la situazione. Certo così non poteva più continuare, doveva darsi una mossa, smettere di rimanere come una stupida in preda a quella sindrome astenica senza far niente per cambiare la sua vita. In cuor suo sapeva che un po’ di verità c’era nel fatto che le piaceva Valentina anche perché le ricordava tanto Stefano sia nell’aspetto fisico che nel carattere, ma accidenti, ora era venuta proprio l’ora di smetterla di struggersi per un uomo tanto stupido e cattivo che era arrivato a dirle cose tanto spiacevoli e che la considerava così male. Gliela avrebbe fatta vedere lei. Con tutte le sue forze ora voleva riscattarsi da una tale situazione di inferiorità, ridiventare bella, interessante, corteggiata, conquistarsi un posto nella vita per poi cercarlo ancora e mostrargli che non aveva avuto bisogno di lui per essere felice.
Guardò l’orologio: erano solo le dieci e mezza, non era troppo tardi per telefonare a Giorgio Lorenzi. Lo trovò a casa e con la scusa di fargli gli auguri per Natale, gli chiese ancora insistentemente del nuovo incarico che le aveva promesso.
- Non me ne sono dimenticato solo che il consiglio si riunirà il nove di gennaio ed il giorno dopo potrò dirti qualcosa. Le destinazioni sono tutte fuori Roma, te lo dissi, una è davvero un incarico prestigioso, solo che ci sono tre candidati.
- Ed io ho qualche speranza?
- Tu sei una dei tre e le tue referenze sono più che ottime. E poi mi stai molto a cuore, questo lo sai non è vero? – le disse un po’ subdolo l’uomo.
- E non mi puoi dare una piccola spinta?
- No, non potrei. Però se i primi di gennaio ci vediamo una sera a cena per parlarne, può darsi che qualche piccola cosa la si possa fare. Che ne dici, ti va di venire con me?
Si capiva perfettamente che era un invito esplicito ad andare a letto con lui. D’altronde era proprio per questo che aveva sempre evitato di chiedergli qualcosa, sapeva benissimo cosa avrebbe voluto in cambio e non solo desiderava farcela solo con il suo lavoro, ma usare il suo corpo per questo scopo la ripugnava profondamente. Solo che adesso era talmente avvilita che avrebbe accettato qualsiasi compromesso pur di riuscire nel suo intento di riscatto e così gli rispose facendo la civetta:
- Sì che mi va, possiamo fare anche prima se credi.
- No, sai, in questi giorni di festa… la famiglia, i figli. Ne riparliamo ai primi di gennaio. Ti telefono io e vedrai che non te ne pentirai.
- Ne sono certa. A presto allora.
Posando il telefono avvertì come un senso di smarrimento: ma chi era che aveva parlato? Lei? No, non era possibile, lei non sopportava neanche l’idea di un uomo diverso da Stefano, comunque tanto valeva rassegnarsi. In fondo non voleva fare voto di castità e probabilmente l’importante era ricominciare, probabile che dopo le sarebbe persino piaciuto.

Bene o male quella Vigilia di Natale stava passando. Laura era stanca di ripetere meccanicamente gli auguri. Auguri di che poi? Di farsi delle belle mangiate? Di indossare i vestiti più belli comprati per l’occasione? Di ricevere regali non troppo orrendi e facilmente riciclabili? No, proprio non riusciva a capire che senso avessero più le feste, ma purtroppo provava questa sensazione già da troppi anni. Per ritrovare la magia del Natale, doveva ritornare piccina quando con suo padre e la famiglia di zia Filomena andavano alla Messa di mezzanotte nella piccola chiesa del paese. Un po’ assonnata, le piaceva guardare la statuetta di Gesù Bambino messa nella mangiatoia e ripetere a mani giunte la preghiera che il suo papà le suggeriva piano: “Pace in terra agli uomini di buona volontà” mentre il profumo dell’incenso si mescolava all’odore del freddo pungente. Allora sì che trovava la pace nel cuore, oggi non ce l’aveva più, ma neanche tutte le persone agitate e frenetiche intorno a lei ce l’avevano. Fu presa di nuovo dal rimpianto per il suo paese, ma dovette convenire tra sé che la zia nella sua semplicità aveva visto giusto quando aveva cercato di farle capire a modo suo che la sua nostalgia non era spaziale, ma temporale e che se anche fosse tornata lì non avrebbe potuto ritrovare quel tempo perduto, avrebbe finito per stare lo stesso uno schifo ed allora tanto valeva riprendere la lotta.
Con un sospiro, visto che era ora di pranzo e che non aveva intenzione di andarsene tanto presto, si decise ad ordinare un trancio di pizza ed una fetta di crostata al bar sotto l’ufficio. Fortunatamente se ne erano andati tutti e si potette godere il suo pranzo in santa pace, riprendendo subito a lavorare. Fu interrotta da una telefonata della portineria: giù c’era Valentina che voleva parlarle. Se la fece passare e le disse molto freddamente .
- Ho ancora da lavorare Vale. Vattene a casa per favore.
- Ti prego, fammi salire solo un minuto oppure scendi tu. Devo vederti.
- No. Vattene a casa e non insistere – tagliò corto interrompendo la conversazione.
Sarebbe rimasta lì tutta la notte, ma alle cinque davvero non aveva più nulla da fare e poi, volente o nolente, era la Vigilia di Natale e doveva andarsene. Passando per l’atrio salutò il portiere e si stava avviando verso casa quando la vide ferma accanto al portone e tutta infreddolita. Valentina era ancora lì ed aveva l’aria di non essersi mai mossa. 
- Ma sei impazzita per caso? Me lo dici perché hai aspettato più di due ore? – le chiese adirata.
- Te l’ho detto, volevo parlarti, è molto importante. Ti prego, non essere arrabbiata con me! – le rispose la ragazza assai triste e un po’ livida per il freddo.
- E va bene, però entriamo nel bar così prendi qualcosa di caldo.
Mentre sorseggiava il suo the bollente, la ragazza le porse un pacchetto sul tavolino.
- Tieni, è il mio regalo di Natale.
- Non lo voglio!
- Per favore prendilo, l’ho comprato da tanto e ci tengo a fartelo avere.
Un po’ impietosita Laura aprì il pacchetto: c’erano un berretto, una sciarpa e dei guanti di lana celeste tutti coordinati.
- Grazie, sono bellissimi, ma non mi sembra il caso.
- Perché? Tu mi hai fatto dei bellissimi regali. Io ho potuto solo fare delle piccole cose, ma le ho fatte con tutto il cuore a chi voglio bene. Ed io ti voglio bene Laura.
- Grazie. Però se davvero mi volevi bene, ieri sera avresti dovuto telefonarmi e dirmi che tuo padre ti aveva fatto una sorpresa portandoti lui al concerto così io non sarei venuta. Non è stato bello dimenticarsene Vale, hai visto poi che è successo.
La ragazza abbassò i begli occhi azzurri arrossendo un po’. Stette ancora un poco zitta poi trovò la forza di confessare:
- Non me ne sono dimenticata, l’ho fatto apposta, avevo organizzato tutto per farvi incontrare ancora.
- Ma dico, sei andata fuori di zucca per caso? Come ti è frullata una simile idea, me lo spieghi? – la rimproverò davvero irritata.
- Mi dispiace, credevo che voi due vi voleste ancora bene. Non andavo mai ad immaginare una sua reazione così spiacevole.
Laura si mise a riflettere su quella rivelazione poi concluse:
- Deve aver creduto che fossi stata io a chiederti di farci incontrare e si è infuriato - poi, rivolta alla ragazza che la guardava tutta mortificata, aggiunse un po’ più dolce - Mi rendo conto che l’hai fatto a fin di bene, però ti assicuro che non è stata affatto una buona idea. Io e Stefano non ci amiamo più, sono cose che capitano nella vita ed anche se tu vorresti rivederci insieme, ti assicuro che questo non è più possibile.
- D’accordo, ma perché vuole impedire a noi due di frequentarci.
- Prima di tutto perché non ha stima di me e poi perché è difficile condividere l’affetto di qualcuno con chi non si ama più, è difficile tra genitori naturali, figuriamoci con me che non sono nessuno! 
- Che vuoi dire, non ho capito.
- Voglio dire che è geloso del tuo amore e vuole tenerlo tutto per sé. Non sopporta che tu mi voglia bene perché non sopporta più me. Credimi, sei già fortunata che i rapporti tra tuo padre e tua madre siano così sereni, non pretendere l’impossibile piccolina, io sono un’estranea in fondo ed è giusto che mi faccia da parte.
- Questo vuol dire che non vuoi vedermi più?
- Sì, se è la volontà di tuo padre.
Vedendo il faccino della ragazza diventare triste, allungò una mano per farle una carezza:
- Sto per andare via lo sai. Vivi serenamente la tua vita, tesoro, e non pensare più a me. In fondo hai tante cose belle a cui dedicarti: il tuo ragazzo, la scuola, la famiglia, sono certa che non ti mancherò più di tanto.
- Ed invece sì, mi mancherai, perché non dobbiamo più vederci? Quello stupido non può impedircelo!
- Basta, Vale, si è fatto tardi e devi tornare a casa. Adesso prendiamo un taxi e ti riaccompagno.
Per tutto il tragitto la ragazza se ne stette triste ed immusonita, mentre Laura, fingendosi allegra, le diceva che il giorno dopo avrebbe fatto una cosa che desiderava da tanto e cioè andarsene alla zoo dove tante volte il suo papà l’aveva portata da piccola.
Arrivate sotto casa si abbracciarono strette strette poi Valentina scese dall’auto, cercando di non voltarsi indietro per non mostrare le lacrime che le rigavano il volto. Laura la chiamò:
- Ti voglio bene anch’io sai, tanto! Buona fortuna, piccola mia.
Poi chiese all’autista di ripartire perché la pena che provava era troppo grande e non voleva fare scene pietose mettendosi a piangere anche lei.

Nonna Giulia le aprì la porta e la investì con un fiume di parole di rimprovero:
- Ti sembra questa l’ora di tornare a casa? Tua madre è quasi impazzita dalla preoccupazione ed anche il nonno non ha potuto più aspettare ed è già andato con i tuoi fratelli a guardare le bancarelle di Natale.
- Sai quanto me ne frega delle bancarelle di Natale, nonna! – le rispose brusca Valentina.
La mamma si affacciò dalla cucina.
- Cerca di non fare la scostumata. E poi ti sembra bello alla tua età andartene in giro tutto il giorno senza neanche farti venire lo scrupolo di darmi un po’ di aiuto?
- E tu smettila di fare la perfettina. Vuoi invitare tante persone, avere i complimenti per il pranzo, fare ammirare la casa per com’è bella e pulita, fare la mammina esemplare, poi ti stanchi, non ce la fai e rompi le scatole a tutti!
La ragazza si andò a chiudere nella sua stanza sbattendo forte la porta.
- E’ inutile – commentò acida la nonna – ha proprio il pessimo carattere di suo padre!

Laura si sentiva un grosso nodo alla gola e la situazione peggiorò quando scoprì che quella sera nella sua stanzetta non funzionava neanche il riscaldamento. Avrebbe dovuto chiamare l’ amministratrice, ma erano le sette passate della Vigilia di Natale e sperare che qualcuno venisse a ripararlo era pura follia. Si rassegnò, però nulla le impedì di imprecare come una bestia quando sotto la doccia fu colpita da un getto di acqua gelida: doveva anche essere mancata la corrente. Riasciugandosi tutta tremante si affrettò a controllare il frigo. Per festeggiare la santa serata aveva comprato una busta di spaghetti surgelati alle vongole, ma come temeva, l’interruzione di energia elettrica avevano fatto quasi scongelare tutto ciò che c’era nel piccolo freezer, spaghetti compresi. Cercando di stare calma li mise in una padella e si stava accingendo ad accendere il fuoco quando trillò il cellulare. Guardò il numero e vide che era sconosciuto, la curiosità la spinse a rispondere subito e nonostante non avesse più pensato a lui da tanto, si sentì molto emozionata nell’udire la voce di Christophe.
- Ciao, come stai? – le stava dicendo – Mi sono fatto dare il tuo numero da zia Evelina perché volevo augurarti buon Natale.
- Grazie, sei gentilissimo, non pensavo che ti ricordassi di me.
- E che cavolo, siamo stati sposati quasi tredici anni… come potrei dimenticarmi di te!
Laura si sentì quasi commossa e dolcemente gli disse:
- Sai, sono molto contenta per te, ho visto che stai facendo davvero una bella carriera.
- Sì, non posso lamentarmi. Lavoro molto per la televisione e sono diventato abbastanza noto. Lo sceneggiato in costume che è andato in onda quest’autunno poi mi ha letteralmente lanciato. Ti è piaciuto? 
- Non seguo molto la tv e ne ho visto solo qualche puntata, ma tu eri davvero bravo.
- Grazie. E a te come va? Sei sempre a Milano?
- No, sono a Roma adesso.
- Lavori per Giorgio Lorenzi no? Spero che ti abbia dato un impiego degno delle tue possibilità il vecchio furbacchione.
- Sì sono nella sua azienda e presto avrò un incarico di alto livello – mentì lei per non rivelare la sua situazione lavorativa a dir poco incerta.
- E stai con Stefano? – le chiese all’improvviso Christophe.
- No, non era per stare con lui che sono andata via, lo sai. Sto sperimentando le gioie della vita da single e ti assicuro che ci sto prendendo proprio gusto – e stava prendendo gusto anche a mentire a quanto pareva.
- Io invece ho una compagna. Sai, ha solo ventitrè anni.
- Ah però!
- Già, è giovanissima ed è anche molto bella, forse troppo per me.
- Ma che dici, sei bello anche tu e poi avere una donna più giovane non è stato mai un problema per voialtri uomini.
- Ascolta, – le chiese tornando serio dopo essersi fatto un risolino divertito – sei sempre disposta a divorziare?
Laura rimase un po’ perplessa poi gli confermò.
- Certo, ma dobbiamo aspettare tre anni e non ne è passato neanche uno ancora! Perché vai così di fretta?
- Daniela aspetta un bambino da me. E’ un maschietto e nascerà a marzo e vorrei poterla sposare al più presto.
Laura si sentì stringere lo stomaco a quella notizia, forse per l’invidia, forse per l’umiliazione o il dolore di sapere che nonostante tutto era riuscito a consolarsi così presto. Fortunatamente riuscì a trattenersi e a dire con un tono che poteva apparire sincero:
- Mi dispiace Chris, purtroppo non l’ho fatta io la legge. Comunque da parte mia non c’è nessun problema, anzi, sono molto contenta per te. Fammi sapere quando nascerà tuo figlio, così magari potrò anche venire a vederlo.
- Te lo farò sapere di sicuro.
- Adesso però devi scusarmi perché tra poco vengono a prendermi gli amici e non sono ancora pronta – mentì ancora perché non ce la faceva più a continuare a fingere di essere serena. 
- Certo, scusami tu se ti ho trattenuto ed ancora buon Natale.
Per un po’ rimase come una scema a guardare il display che si spegneva lentamente mentre pensava ironica:
- Sì, voleva farmi proprio gli auguri! Ha voluto sbattermi malignamente in faccia la sua carriera, la ragazza che si è preso più bella e più giovane di me ed il fatto che sta anche avendo da lei il figlio che io non sono mai riuscita a dargli!
Se solo quello stronzo l’avesse lasciata andare via un anno prima, se non avesse finto un amore che non provava, se lei non ci fosse cascata come una cretina, se avesse trovato il coraggio di mollare tutto e seguire Stefano, se, se se… basta, c’era da impazzire con tutti quei se! Era andata in quel modo ed era meglio non pensarci più. Che si rifacesse pure la sua vita, tanto non le avrebbe potuto togliere niente di più di quello che già non aveva!
Decise di ritornare alla sua cena, ma gli spaghetti erano diventati una specie di poltiglia informe nella padella. Una rabbia incontrollabile la invase ed incominciò a lanciarli a cucchiaiate nella pattumiera, incurante del fatto che stava sporcando tutto e che poi le sarebbe toccato anche pulire, ma non importava, adesso le dava un conforto enorme farlo, come se la pasta scongelata fosse stata l’unica colpevole dello sfacelo in cui era precipitata la sua vita.

Verso le otto bussarono ancora alla porta e la signora Giulia credendo che fossero il marito ed i nipotini, si affrettò ad andare ad aprire. Il suo viso quasi trasfigurò quando si trovò davanti Stefano. Non l’aveva mai sopportato da quando aveva messo incinta sua figlia a soli vent’anni e non aveva mai perso occasione di metterli l’uno contro l’altro quando erano cominciati i dissapori. Adesso più che mai trovava estremamente di pessimo gusto il fatto che quell’individuo frequentasse così liberamente la casa della figlia e proprio non riusciva a concepire perché Guglielmo, che invece era una persona così rispettabile, glielo lasciasse fare e non lo sbattesse fuori. Avrebbe voluto farlo lei, per cui gli chiese gelida:
- Che vuoi?
- Buonasera signora. Vorrei vedere un attimo mia figlia, per favore – Stefano le rispose educatamente pur conoscendo più che bene i sentimenti che l’ex suocera provava per lui.
- Non lo so se oggi ti tocca vederla - poi chiamò – Sabrina, vieni un po’ qui.
Ma la figlia era già lì, con un mestolo in mano, il grembiule e l’aria bellicosa:
- Si può sapere che cavolo vuoi? Non ti sembra di averne già combinato abbastanza. Quella lì – e fece cenno alla figlia chiusa nella stanza – sta già come una pazza, tu combini i guai e poi tocca a noi sorbircela. Perché non ci lasci in pace almeno stasera che è la Vigilia di Natale?
- Per favore Sabrina, ho bisogno di parlarle. Ieri, quando l’ho riaccompagnata a casa, non mi ha neanche rivolto la parola.
- E ci credo, cosa ti aspettavi dopo una performance così poco opportuna!
Pur non sapendo di cosa parlassero, Giulia intervenne tutta ringalluzzita:
- E poi oggi non puoi vederla. Non ti spetta. 
Fortunatamente apparve Guglielmo che tenendo Alessia in braccio si avvicinò a loro, conciliante come al solito.
- Ma andiamo, non gli spetta! E chi è che stabilisce quando spetta ad un padre e ad una figlia che hanno litigato di chiarirsi? Vieni Stefano, andiamo da Valentina.
Le due donne rimasero in silenzio, Sabrina un po’ mortificata e sua madre decisamente disgustata da un comportamento troppo tollerante che sarebbe stato oggetto di molte critiche quando lo avrebbe riferito al marito.
- Un po’ di pazienza amico mio, stasera le donne in questa casa sono tutte infuriate con te. Giulia è insopportabile e riesce ad esasperare anche la povera Sabrina che è già stanca di suo. Aspetta, vado a parlare io per primo con Valentina – e così dicendo gli passò Alessia.
Prendendola in braccio, lui guardò la piccina con immensa dolcezza e sorridendo le chiese:
- Anche tu ce l’hai con me, per caso?
Ma la bambina, ridendo forte, si mise a giocare con la sua barba ed ancora di più rise al solletico che le provocarono i bacetti che quell’uomo grosso grosso le dava sul collo morbido e profumato di borotalco. 
Fu una piccola pausa di serenità durante la quale Stefano arrivò quasi a commuoversi perché stringere la piccola gli evocava fiumi di nostalgia ed una tenerezza infinita. Guglielmo uscì e sorrise nel vedere la scenetta.
- Vai, è incazzata nera però ha detto che ti ascolterà – gli disse riprendendosi la figlia in braccio.
Entrato nella stanza si guardò intorno: era da parecchio che non ci andava e lo colpirono i cambiamenti che c’erano stati: le pareti erano tappezzate con le foto ed i poster di un attore di cui in quel momento non ricordava il nome, sulla scrivania, al posto delle solite matite colorate e dei quaderni, c’era un bel computer nuovo e c’erano libri ovunque. Non era più la stanza di una bimba e quella distesa sul letto che gli volgeva con ostilità le spalle infatti non lo era più. Stefano notò il jeans stretto che le metteva in risalto le gambe lunghe ed il sedere perfetto. La schiena lasciata scoperta dalla maglietta rosa piuttosto corta ed i capelli neri e lunghissimi completavano il quadro di ciò che era diventata sua figlia: una donna giovane e seducente. Sedendosi accanto a lei sul letto, pensò che la sua piccolina, colei che aveva tenuto tra le braccia appena sedici anni prima e che tanta emozione gli aveva donato con il suo visetto grinzoso e le piccole mani strette a pugno, proprio non esisteva più, chissà dove era andata. 
Trovò la forza di parlare:
- Mi dispiace per ieri. Devi capire, non è con te che ce l’avevo. Mi ha dato molto fastidio il fatto che lei ti abbia usato per incontrarmi.
- Ma lo sai che sei un bel presuntuoso? – gli disse la ragazza voltandosi a guardarlo con uno sguardo di fuoco – Davvero credi che sia stata lei a cercare di vederti?
- Sì, perché la storia della sorpresa non sta né in cielo né in terra: si vedeva chiaramente che eri nervosa. E poi non ci crederò mai che tua madre sia stata tanto brava da mantenere il segreto e non dirti le mie intenzioni!
- E’ vero, lo sapevo. Però la vuoi sapere anche tu la verità, di', la vuoi sapere? – gli fece in tono provocatorio – Sono stata io ad organizzare tutto. 
- Tu!?
- Già, perché come una stupida pensavo che avreste potuto rimettervi insieme una volta che vi sareste rivisti.
- Come hai potuto pensare una cosa del genere? Credevi davvero che dei contrasti così profondi potessero sanarsi con uno sguardo ed un sorriso? Ci sei rimasta male lo so, ma la vita è così e tu sei ancora troppo ragazzina per capire che le cose non vanno sempre come nei film romantici.
Valentina si voltò di nuovo di spalle, tutta offesa.
- Dai, non fare così. Adesso facciamo pace, ti prego. Che devo fare, chiederti scusa?
- No, non a me. Dovresti chiedere scusa a Laura per come l’hai trattata. Ma ti rendi conto delle cattiverie che le hai detto? 
Stefano non rispose. In effetti anche lui si era un po’ pentito per tutti gli insulti che le aveva fatto ed adesso, avendo saputo anche che era stata la figlia ad organizzare l’incontro, ancora di più si sentiva in colpa al ricordo dell’espressione addolorata che si era dipinta sul bel viso di Laura mentre la offendeva senza pietà.
Valentina continuò:
- Non è giusto la cosa che pretendi da noi. Tra voi è finita e va bene, me l’ha confermato anche lei oggi, perché ci sono andata a salutarla sai – aggiunse in tono di sfida come a ribadire che se ne fregava dei suoi divieti ingiusti – però non vedo che c’entri la nostra amicizia con la vostra storia. Che ti toglievamo se continuavamo a vederci, me lo spieghi?
- Va bene, hai ragione. Continuate pure a frequentarvi, non farò più obiezioni, lo giuro.
- E’ troppo tardi: Laura non vuole più vedermi perché tu l’hai proibito.
- E tu falle sapere che ci ho ripensato.
- Non mi crederà mai, non dopo quello che ho combinato ieri. Devi dirglielo tu.
- No, Vale, per favore, non ho voglia di sentirla ancora.
- Solo per questa volta, ti prego. Sai che devi fare? Domani se ne andrà allo zoo. Vacci tu pure, non ci sarà nessuno il giorno di Natale e potrete parlare tranquilli.
- Per favore non chiedermi questo, non saprei come comportarmi.
- Devi solo spiegarle che ti ho raccontato la verità e ti sei convinto che lei non ha avuto colpa. Poi devi chiederle scusa per le cattiverie che le hai detto e darle il permesso di vedermi ancora, tutto qui.
- Tutto qui? E ti pare semplice!? No, no, non me la sento.
Valentina fece un’espressione indispettita e stava per aggiungere qualcosa, ma squillò il telefonino. Doveva essere il suo ragazzo perché cominciò a parlare a bassa voce, tutta tenera, poi, alzando sul padre uno sguardo di ghiaccio e comportandosi come un’adulta che esigeva il rispetto della sua privacy, gli chiese:
- Scusa, ti dispiace?
Stefano annuì, poi si alzò ed uscì dalla stanza. Dirigendosi alla porta d’ingresso si affacciò in cucina e rivolse un saluto corale a tutti. Aveva già la mano sulla maniglia dell’uscio quando udì Sabrina che gli era corsa dietro:
- Come va, avete fatto pace? – gli chiese.
- Non lo so, spero di sì. Lo sapevi che aveva escogitato tutto lei?
- Sì e mi sono pentita di averglielo lasciato fare. Però anche tu e che esagerato che sei!
- Già. Mi dispiace – fece per andarsene.
- Aspetta. Dove vai stasera? Perché non rimani qui? – gli chiese Sabrina impietosita dal suo aspetto così desolatamente malinconico.
Lui sorrise ed un lampo divertito gli illuminò il viso così bello:
- Hai proprio deciso di avvelenare il Natale a tua madre per caso? Comunque non ti preoccupare, sono stato invitato da zia Ottavia. Te la ricordi la cugina di mamma?
- Ma avrà perlomeno novant’anni!
- Infatti ed ha espresso il desiderio di passare un Natale con tutti i nipoti. Potevo mai rifiutarmi? 
- No certo. Però domani ti aspettiamo. Mamma e papà vanno da Rita, così staremo tranquilli e potrai chiarirti ancora con Vale se necessario. 
- Non lo so Sabrina, dipende.
- Da cosa?
- Da una cosa che dovrei fare prima e che non so se riuscirò a fare. Comunque grazie e buon Natale.
Uscito dal portone Stefano si accorse che stava piovendo. Fortuna che aveva lasciato l’auto pochi isolati più in là. Sull’asfalto bagnato si riflettevano le illuminazioni natalizie e lui si fermò un attimo per accendersi una sigaretta. Poi si alzò il bavero del cappotto e si avviò sotto la pioggia per le strade già semivuote, guardando le luci nelle case dove le famiglie cominciavano a riunirsi per la serata di Vigilia.

Anche Laura guardò attraverso i vetri della finestra le luci nelle case del palazzo di fronte e la pioggia che scendeva copiosa, poi richiuse la persiana per evitare che il freddo entrasse ed anche un po’ per lasciare fuori l’immagine del Natale degli altri. Aveva mangiato un intero pacchetto di patatine perché non le andava di cucinarsi niente, ma ora aveva di nuovo fame. Si ricordò di avere un panettone, andò a prenderlo, prese pure la bottiglia di nocino che le aveva dato zia Filomena ed accese la televisione sperando di distrarsi con qualche programma. 
Dopo un paio di ore il suo tasso glicemico doveva essere salito alle stelle un po’ per tutti quei film zuccherosi che propinavano in tv, pieni di Babbi Natale, Mister Scrooge, miracoli e buone intenzioni ed un po’ perché, fetta dopo fetta, si era mangiata quasi tutto il panettone e si era bevuta mezza bottiglia di liquore. Spense la tv e decise di andarsene a letto. Aveva i piedi gelati ed un mal di stomaco terribile. Più che spogliarsi per la notte si vestì, indossando un maglione sul pigiama ed avvolgendosene un altro intorno ai piedi, ma nonostante ciò il contatto con le lenzuola gelate fu micidiale. Tremando dal freddo si rannicchiò tutta sotto le coperte, aspettando di prendere un po’ di calore. Il mal di stomaco però peggiorava ed il tremito non voleva calmarsi. Per distrarsi provò a raccontarsi una favola. Si inventò quella della regina, sovrana di un grande regno dove tutti ubbidivano ai suoi voleri. Questa regina era molto bella e ricca e viveva una vita agiata in grande palazzo pieno di servitù. C’erano due principi che se la contendevano in ogni modo, ma lei non si sapeva decidere perché erano entrambi bellissimi ed innamorati. Poi la regina fece la cattiva ed i due principi la lasciarono. Perse il regno, il palazzo, la servitù e finì sola e malata a morire di freddo in una lurida stamberga proprio la notte di Natale. Ma benché fosse stata cattiva, forse in lei c’era stato anche un briciolo di bontà perché appena la sua anima, diafana e trasparente, ebbe lasciato il povero corpo livido di freddo e di morte, una musica celestiale si sparse per la misera stanzetta e tanti piccoli fiocchi di neve, ognuno con la sua vocina e la sua faccetta, l’invitarono a salire su un ponte di luce improvvisamente apparso. Timidamente l’anima della regina vi salì sopra e scoprì che la portava lontano, su attraverso la finestra aperta, su nel cielo notturno pieno di stelle, su verso un palazzo incantato dove sulla soglia c’erano i suoi genitori e la sorellina che l’aspettavano tutti sorridenti per vivere finalmente per sempre con lei.
Certo, come autrice di favole non era davvero un granché: la sua era stata penosamente scopiazzata da “La piccola fiammiferaia” o forse da “La sirenetta triste”. Asciugandosi le assurde lacrime di commozione che le erano scivolate sul viso, Laura si mise a ridere di se stessa. Poi un po’ ridendo, un po’ piangendo, prese calore e finalmente si abbandonò al sonno che le fece anche dimenticare il mal di stomaco. E per fortuna, perlomeno per quella notte, la bella regina non morì. 

Il giorno di Natale, mentre si riposava un po’ accanto al laghetto, si stava chiedendo se dopo il mal di stomaco della sera prima sarebbe stato prudente mangiare le fette di zampone che aveva comprato per il pranzo, ignorando volutamente che la sigaretta che stava nervosamente aspirando non le faceva di certo bene. Oramai era arrivata a ripromettersi di smettere di fumare perlomeno sei volte al giorno, ma quel giorno lì non se la sentiva di prendersi in giro da sola con buoni propositi che poi non avrebbe avuto la forza di mettere in atto. 
Alzando lo sguardo vide Stefano, che con le mani nelle tasche del giaccone nero, le si avvicinava con il viso serio. Lo zoo non era certo un posto in cui poteva capitare di incontrarsi facilmente il giorno di Natale: doveva aver saputo da Valentina che lei era lì, probabilmente aveva anche saputo che il giorno prima si erano viste ed ora veniva a farle un’altra scenata. Un’enorme irritazione la colse perché proprio non aveva più voglia di tenersi i suoi insulti senza reagire. Non appena lui l’ebbe raggiunta e le si fu seduto accanto, lo investì:
- Si può sapere che cacchio vuoi? Guarda che tua figlia ieri mi ha aspettato quasi tre ore per la strada e non ho avuto il cuore di mandarla via senza nemmeno starla a sentire, però gliel’ho detto chiaramente che era l’ultima volta. Perciò, se adesso sei venuto a consegnarmi il resto, è meglio che alzi i tacchi e te ne vai perché oggi non è proprio aria!
- Lo so che gliel’hai detto, anzi è proprio per questo che sono qui. Valentina mi ha confessato che è stata lei ad organizzare il fatto del concerto e mi ha imposto di venirti a chiedere scusa perché me la sono presa con te.
Laura lo guardò fredda:
- Bene, adesso la penitenza l’hai fatta, puoi anche andartene!
- Scusami, mi sono espresso male, non volevo dire questo - appariva decisamente imbarazzato – volevo dire che ho capito che non è stato giusto pensare che tu volessi usare lei per arrivare a me. Ho sbagliato e ti assicuro che non mi opporrò più se desiderate vedervi ancora in futuro.
Stettero un attimo zitti, senza trovare le parole da dirsi, poi la donna gli si rivolse con fredda ironia:
- Davvero hai pensato che stessi usando la ragazza per vederti ancora? Mi hai preso proprio per una senza dignità o credevi che fossi tanto stupida da non aver capito che non mi volevi più dopo ciò che è successo l’ultima volta che ci siamo visti?
Stefano sbottò, rivelando finalmente cosa aveva provato in quella circostanza:
- Ero arrabbiato con te, arrabbiatissimo. Ti trovavo arrogante e troppo sicura del fatto tuo e non mi andava che avessi sistemato i tuoi affari, ti fossi fatta irresistibilmente bella e fossi venuta a riprendermi come un bambolotto con il quale ti andava di giocare un altro po’.
La donna lo guardò stupita, poi proruppe in un risolino divertito, scuotendo la testa:
- Accidenti, se sapessi invece com'ero incerta in quel momento e con quanta cura mi ero preparata per incontrarti: volevo essere bella per te perché avevo tanta paura che tu non mi volessi più. Ma stai mentendo, non può essere! – concluse dubbiosa.
- Ti giuro è la verità, mi diede fastidio il tuo modo di fare, la tua eleganza e persino il fatto che eri bella da morire!
- Non potevi semplicemente dirmelo invece di trattarmi da puttana? Il pacchetto di sigarette con il mio numero di telefono lasciato lì poi, quello sì che fu un vero tocco da maestro! – commentò amaramente la ragazza sentendo ancora aperta la ferita che il suo comportamento le aveva inferto.
- No, credimi, nessun tocco da maestro: il pacchetto di sigarette con il tuo numero me lo dimenticai veramente. Poco male, pensai, so l’albergo dove sta e se ho voglia di parlarle la richiamo lì, soltanto che…
- Che? – lo incitò dato che si era fermato mostrando la sua ritrosia a continuare quella confessione. 
- Solo che quando il giorno dopo sono ritornato tu te n’eri già andata. Stefano finì tutto di un fiato e la guardò in faccia per spiarne la reazione. Aveva sgranato gli occhi dallo stupore, i suoi occhi grandi e luminosi senza ombra di trucco. Il visino, incorniciato dal berretto di lana celeste dello stesso colore della sciarpa che si era avvolta intorno al collo, sembrava quello di una ragazzina ed ora appariva molto diversa dalla donna elegante e seducente che l’aveva indispettito la sera della scorsa primavera.
- Perché? – gli chiese – Perché eri venuto il giorno dopo?
- Non lo so. Per parlare con te o forse per chiederti scusa per averti trattato come una…come hai detto tu.
- Perché non mi hai cercato? E vero, me ne ero andata, ma non ero certo stata inghiottita da un buco nero, se tu l’avessi voluto, avresti trovato il modo di sapere dov’ero!
- Non sapevo se lo volevo o no, per questo non l’ho fatto.
Laura rimase zitta a riflettere un po’, poi con una voce molto triste ma serena commentò:
- E’ stato proprio questo Stefano che ha rovinato sempre il nostro rapporto: non abbiamo mai saputo se ci volevamo o no. Quando tu mi cercavi io scappavo via, poi l’hai fatto tu con me, ma alla fine è stato meglio così, si vede che non era destino.
- Però siamo stati bene insieme, non è vero? – chiese l’uomo che in fondo non sopportava una conclusione così amara.
- Sì, ma quant’è durato? Due mesi? Tre? No, senti a me, non poteva andare. Abbiamo preso il fumo per il fuoco, tutto qui. Capita!
Laura sospirò, poi disse calma:
- Comunque mi fa molto piacere che tu abbia dato il permesso a me e a Valentina di continuare a frequentarci. Sto per andare via, non so se ne sei al corrente, però lo stesso avrò piacere di seguirla da lontano. Desidero davvero vederla crescere, trovare la sua strada, magari sposarsi ed avere dei figli. Sai, non è che le sono attaccata come un parassita, è che le voglio molto bene come ne avrei voluto alla figlia che ho perduto.
Nel notare l’espressione addolorata sul volto dell’uomo, si pentì immediatamente della sua uscita:
- Scusami, sto diventando patetica. E’ meglio che me ne vada anche perché incomincio a sentire freddo e per oggi ne ho abbastanza di orsi e fenicotteri!
Sorridendo si alzò in piedi: - Ciao Stefano. Buon Natale ed anche buon onomastico. Perché domani è il tuo onomastico, non è così?
- Sì, ma aspetta, non vuoi un passaggio?
- No, grazie, ho la macchina al parcheggio qui fuori. Oramai sono diventata una brava guidatrice te l’assicuro. Ciao ancora.
Mettendosi la borsa a tracolla Laura si avviò lentamente al parcheggio, consapevole dello sguardo di Stefano che l’accompagnava. Aveva un nodo alla gola e la voglia di piangere, però si sentiva anche come riappacificata. Il colloquio con l’uomo che aveva tanto amato era stato utile: si erano detti tutto ed ora potevano finalmente dirsi anche addio, senza rancori, senza equivoci, semplicemente come due persone che avevano percorso tutta una strada e si erano accorti che non portava da nessuna parte. Ora tranquillamente se ne potevano cercare un’altra ed anche se il loro cammino sarebbe stato d’ora innanzi solitario, forse avrebbero potuto anche sollevare gli occhi e ricominciare a guardare ciò che costeggiava la via sconosciuta. Sì, doveva ricominciare, dare un taglio al passato e guardare al futuro, cercando di accettare la sua vita, ma anche di cambiare quello che era in suo potere. Per esempio avrebbe potuto procurarsi un bel portachiavi da appendersi alla cintura o addirittura al collo per evitare la iattura di dover cercare affannosamente ogni volta le chiavi dell’auto come stava facendo ancora una volta adesso!
Senza mai abbandonarla con lo sguardo, Stefano si era avviato verso il parcheggio dove aveva lasciato anche lui l’auto. Da lontano la vide fare il solito gesto di riversare il contenuto della borsa sul cofano dell’auto per trovare le chiavi. Era inutile, era sempre la solita vecchia Laura, con i suoi difetti, le sue contraddizioni, forte e fragile nello stesso tempo, ma così vera, autentica, dolce. Dovette trattenersi perché sentiva dentro un’enorme tenerezza che lo spingeva verso di lei. Se avesse seguito l’impulso l’avrebbe presa tra le braccia e le avrebbe… ma cosa avrebbe potuto mai dirle?! Come avrebbe fatto a spiegarle ciò che neanche lui riusciva spiegarsi e cioè un amore immenso che si era trasformato in un odio altrettanto grande e che ancora una volta si stava trasformando in amore struggente?


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