Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Volersi o no - settima parte (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la sesta parte)
autrice: Kelly
e-mail:
data di edizione: 28/11/2005
argomento della storia: romanzo sentimentale a puntate
riassunto breve: La vita di Laura è sconvolta dall’arrivo di Stefano ma non è sempre facile abbandonarsi ai sentimenti…
lettura vietata ai minori di anni: 14 anni
note: Non è una fan finction vera e propria, è soltanto una storia che ho immaginato interpretata da alcuni attori. Non so se sono tutti riconoscibili, uno di sicuro lo è.

Volersi o no


PARTE SETTIMA

Laura se l’era svignata alla chetichella riuscendo a non farsi scorgere grazie anche a Stefano che si era saggiamente piazzato davanti alla finestra che dava sull’ingresso degli uffici. Ebbe tutto l’agio di uscire sul viale e riprendere la sua auto. Mentre stava guidando un pensiero la divertì alquanto: che bella fortuna avevano avuto a rischiare di farsi beccare sul più bello proprio la prima volta! Nonostante lo spavento, la voglia che aveva di lui non era diminuita neanche un po’ e non vedeva l’ora di trovarsi ancora tra le sue braccia. Appena fu arrivata sotto il suo palazzo, si mise ad aspettarlo, spiando ansiosamente l’angolo da cui la sua auto sarebbe spuntata da un momento all’altro.
Il telefonino squillò, era tutta la sera che lo stava facendo e non aveva mai risposto, ora doveva essere Stefano per cui si affrettò a frugare nella borsa per prenderlo e senza neanche guardare chi fosse, accettò la chiamata. Con un tuffo al cuore udì la voce di Christophe:
- Amore, ma dove sei? Ti ho cercato tanto! – le fece lui.
No, non poteva farlo, non poteva cercarla, non dopo ciò che era appena successo, non prima di quello che stava per succedere!
- Che vuoi ? – gli rispose aggressivamente.
L’uomo che sapeva quanto fosse arrabbiata, non sospettò nulla.
- Ho parlato con la mamma e mi ha raccontato della scenata di stasera. Mi dispiace, è stata tutta colpa mia, sono stato io a sconvolgerti. Però gliel’ho detto che tu eri nervosa per causa mia.
- Meno male che l’hai fatto, così mammà e papà forse daranno il permesso a questa discolaccia di tornare a casa! 
Non riusciva a trattenersi, quasi lo odiava.
- Sì, è tardi, ti prego torna a casa – ancora la blandì il marito che sembrava sul serio preoccupato per lei.
Ciò la irritò ancora di più:
- Smettila di fare il maritino affettuoso. Cosa credi che perché hai vuotato il sacco adesso sia tutto a posto? Hai sbagliato sai, hai sbagliato di grosso: non solo mi tradisci, ma me lo vieni a raccontare pure, come se nulla fosse. Ma per chi mi hai preso? Per il tuo confessore, forse? Guarda che io non ti do l’assoluzione soltanto perché sei venuto a dirmelo.
- L’ho fatto solo perché non volevo che lo sapessi da altri. Accidenti, forse a questo punto avrei fatto meglio a non dirtelo. Ma perché mi sono fidato di Stefano!?
- Stefano? Che c’entra Stefano!? – Laura si sentì stringere lo stomaco dall’inquietudine.
- L’ho incontrato alla villa. Era venuto a prendere zia Evelina per accompagnarla non so dove e mentre aspettavamo gli ho confidato il mio cruccio e cioè che rimanevo solo ieri sera e che avevo paura di non farcela a chiederti perdono per quanto era successo. So che hai stima di lui e che oramai vi conoscete bene, per questo ho ritenuto di starlo a sentire quando mi ha consigliato di dirti tutto. Non l’ho fatto solo per questo però, anche perché ne sono così disperatamente pentito!
Laura aveva solo voglia di piangere e doveva trovare il modo di troncare la conversazione:
- Va bene, Chris, adesso è tardi e sono distrutta. Ne riparleremo.
- Sì, però devi dirmi che mi perdonerai, ti prego.
- Ti ho detto che ne riparleremo. Adesso voglio tornare a casa: sono in auto da sola ed è l’una di notte.
- Sì, tesoro, vai e stai attenta. Ti richiamo domani.
Avrebbe voluto rimandare il pianto, ma le lacrime oramai le sgorgavano quasi per conto loro. Se le asciugò con il dorso della mano, poi accese il motore e ripartì.

Per tutto il resto della notte ed il giorno successivo Stefano l’aveva cercata disperatamente. Non riusciva a capacitarsi del perché non rispondesse né al telefono né al cellulare e si facesse negare dalla cameriera. Aveva passato davvero una brutta domenica senza riuscire a trovare pace. Temeva che ancora una volta si fosse pentita della passione dimostratagli il giorno prima e lo temeva ancora di più sapendo di essere arrivato ad un punto di non ritorno: doveva averla o sarebbe impazzito. Era già sera quando finalmente lo chiamò al telefono.
- Amore, ma dove sei? Perché mi hai fatto stare così in pena? – le chiese tutto ansioso.
- Sono qui, sotto casa tua.
L’uomo andò alla finestra. In effetti era lì nei giardinetti e gli parlava con il telefonino.
- Cosa c’è, vuoi giocare un po’ forse? – le chiese scherzoso – Sali su, non vedo l’ora di riprendere dal punto dove abbiamo interrotto stanotte!
- No, scendi tu.
- Laura, dai, non fare la stupidona, sali.
- Se vuoi vedermi scendi tu, altrimenti me ne vado – gli disse dura con il tono di chi non lascia scelta.
L’uomo si sentì un po’ allarmato ed in preda ad una cocente curiosità si precipitò in strada così come stava per casa, con un pantaloncino corto ed una vecchia camicia a quadri.
- Che è successo? – le chiese non appena la vide cercando di prenderla tra le braccia.
Lei si divincolò e con aria di sfida, guardandolo dritto negli occhi, gli disse irata:
- E’ successo che ho scoperto che sei un fottuto bastardo figlio di puttana!
- Ma che ti ho fatto? – le chiese sinceramente sconcertato.
- Non lo sapevi vero, disgraziato, che Chris era venuto? Non lo sapevi che sabato se ne sarebbe andato?
- Scusami – fece l’uomo chinando il capo mortificato – non ho avuto il coraggio di dirti che lo sapevo già.
- Giusto, volevi vedere l’effetto che aveva fatto su di me la sua confessione, non è così? Non sei stato tu a convincerlo a dirmi tutto per caso?
- L’ho fatto soltanto per il tuo bene, perché sapevo quanto avresti sofferto nel venirlo a sapere da altri – le spalancò in faccia due occhioni azzurri, sinceri ed innocenti come quelli di un bimbo, ma la donna non si lasciò intenerire:
- O piuttosto perché pensavi che il saperlo avrebbe potuto convincermi a venire a letto con te?
Stefano ci rimase male: no, sinceramente non era stato il suo scopo, nemmeno per un momento.
- Ho sbagliato a non dirtelo è vero, ma come puoi attribuirmi un comportamento così meschino?
Cercava di difendersi, ma lo sguardo duro ed ironico di lei lo fecero arrabbiare:
- Ritieni davvero che se avessi avuto solo questo scopo avrei adottato tutte queste strategie? Dì un po’, chi ti credi di essere tu? L’unica donna ad avercela?
Laura lo guardò disgustata.
Si pentì subito della sua ira e cercando di calmarsi le disse dolcemente:
- Ascoltami, cara. Sono mesi che sto facendo questa manfrina, credi che avrei avuto la costanza di farlo se non ti amassi davvero?
- E che ne so? Forse sei il degno cugino di quell’altro bugiardo e sai amare come sa fare lui - ironizzò la ragazza.
Qualsiasi cosa avrebbe potuto dirgli, si sarebbe tenuto gli insulti più pesanti perché sapeva di esserseli meritati con le sue bugie, ma essere assimilato a quel pallone gonfiato di Christophe proprio non gli andava giù. Perse completamente le staffe:
- No, non sono come lui ed ho sbagliato a credere che neanche tu lo fossi. Invece sei la perfetta compagna di tuo marito, stupida, arrogante e vuota. Forse il mio errore è stato proprio questo: avrei dovuto togliermi la voglia e scoparti e basta!
- Davvero? La tua presunzione è tanta da farti pensare che l’avrei fatto?
- Sì che l’avresti fatto. Sarebbe bastato che ti avessi colto nel modo e nel momento giusto. Stai morendo dalla voglia di farlo peggio di me!
Laura provò a dargli uno schiaffo, ma lui le afferrò la mano prima che potesse toccarlo. Gliela strinse forte per qualche momento guardandola in faccia, poi la lasciò e voltandole le spalle se n’andò via.

Volutamente il lunedì non lo cercò, doveva essere lui a chiederle scusa, era lui in torto. E’ vero, l’aveva aggredito la sera prima, ma neanche Stefano era stato molto tenero. Per tutto il giorno rimase molto nervosa e la notte non dormì bene. Il martedì mattina era giunta alla conclusione di non poter andare più avanti così, doveva incontrarlo e se anche doveva cedere per prima, poco importava, lo amava ed anche se non era stato sincero e l’aveva ingannata, pazienza, oramai era troppo tardi per tornare indietro.
Purtroppo nella stanza non c’era che la piccola Silvia e le disse che non sarebbe venuto. 
Allora si precipitò da Antonio:
- Stefano dov’è? – gli chiese senza tanti preamboli.
- Come, non ti ha detto nulla? Approfittando che domani è festa si è preso qualche giorno di ferie. Non so, mi ha detto che doveva fare degli allenamenti.
- La partita di rugby – pensò lei, poi aggiunse a voce alta - Ma come, sabato dobbiamo fare le consegne e lui se ne va?
- Che ne so io di queste cose, chiedi alla sua segretaria! – protestò l’altro.
La ragazza le confermò che il direttore finanziario le aveva lasciato l’incarico di preparare i documenti che accompagnavano la merce e di concordarsi con il signor Federico.
Si tranquillizzò un poco, ma non per questo la giornata migliorò, anzi fu una pessima giornata, seguita da una pessima settimana.

La sera di giovedì le urla di Laura si erano sentite per tutto il palazzo, quando Silvia, tutta desolata, le era venuta a dire che uno sbalzo di corrente aveva rotto il suo computer e che tutti i documenti erano andati perduti.
- Ma come, stupida, non ti sei fatta un salvataggio su di un dischetto?
- No, signora, non ci ho pensato. Era pronto tutto, mi creda – la poverina quasi tremava dall’agitazione.
- La colpa è di quel disgraziato di Stefano che non doveva andarsene in un momento così delicato. E poi – aggiunse fuori di sé senza più sapere cosa diceva – non doveva farmi assumere una cretina come te! Va bene che lui le segretarie le considera la sua riserva personale: hai cominciato anche tu per caso a farlo sollazzare?

La sera prima aveva fatto piangere la povera ragazza, era stata ingiusta, cattiva, offensiva, lo ammetteva, ma non riusciva a calmarsi. Era rimasto meno di un giorno per rifare una mole di lavoro enorme perché la merce doveva assolutamente partire il sabato mattina altrimenti non avrebbero incassato in tempo le fatture per pagare gli interessi alla banca. Era una cosa che nessuno sarebbe stato in grado di fare se non quella piccola stupida di una segretaria, che tra l’altro non era neanche venuta a lavoro, o lei stessa o Stefano. Aveva sperato che perlomeno quest’ultimo arrivasse, visto che Antonio le aveva riferito che doveva tornare il venerdì, ma alle tredici passate non si era ancora visto. 
C’erano state tante incombenze da svolgere e l’incubo del lavoro da finire l’aveva quasi fatta impazzire. Verso le due Stefano entrò nella stanza. Non gli diede neanche il tempo di parlare e lo aggredì di brutto.
- Hai visto che è successo? Me lo dici adesso come facciamo, pezzo d’incosciente?
L’uomo non si lasciò intimidire, era incazzato nero anche lui.
- Non ti permettere mai più di fare illazioni maligne nei miei confronti. Ti rendi conto della figura che mi hai fatto fare con il mio garagista? Con una ragazza che potrebbe essere mia figlia poi!
- Oh scusami tanto se ti ho diffamato! – gli fece in tono di sfottò – Ma lo sai che per colpa tua e di quella deficiente adesso siamo nella merda?
- Davvero e perché? 
Laura si arrabbiò ancora di più:
- Stefano, è venerdì, sono le due, domani mattina arriveranno i camion a caricare e Federico deve avere tutti i documenti pronti. Io ho avuto tanto da fare che ne ho potuto preparare solo un terzo, tocca a te finirli per tempo.
- No, mi dispiace. Io lavoro solo fino alle sei, poi me ne vado, ho da fare.
- Non ce l’hai un briciolo di senso di responsabilità? Chi lo finisce il lavoro?
- E chi se ne frega, arrangiati!
- Ma sei impazzito per caso?
- No, te lo ripeto, non me ne frega assolutamente niente né di te né di quest’azienda del cavolo.
- Guarda che questo non è il modo di comportarsi.
- Ah no, e che fai? Mi licenzi?

Come aveva promesso Stefano se n’andò alle sei in punto. Non si era mai sentito tanto umiliato ed irritato in vita sua. In quei giorni non era riuscito a pensare ad altro e nemmeno gli allenamenti con gli amici o la presenza affettuosa di Valentina l’avevano fatto distrarre del tutto. Quanto aveva saputo al suo ritorno poi, lo aveva fatto finire di imbestialire e gli sembrava che l’unica cosa da fare fosse stare il più lontano possibile da Laura e dalla sua maledetta azienda.
Eppure, mentre si allenava in palestra o mentre cenava in ristorante, c’era qualcosa che lo infastidiva. Sapeva che non si stava comportando in maniera professionale e che il lavoro e l’impegno di tutti quei mesi potevano essere vanificati dalla mancata consegna della merce al committente. In fondo un po’ era stata colpa sua: non avrebbe dovuto lasciare tutto nelle mani inesperte di Silvia, ma il bisogno che aveva provato a starsene un poco lontano era stato talmente forte che non aveva saputo resistere.
Verso le dieci passò sotto l’azienda e vide le finestre della stanza di lei ancora illuminate. Se ne tornò a casa, sperando di dormire, ma non riuscì a prendere sonno. L’indomani non aveva un cavolo da fare: era appena venuto da Roma e non voleva tornarci. Anche se avesse lavorato tutta la notte, si sarebbe potuto benissimo riposare ed aiutare Laura senza fare la carogna strafottente.
Si vestì e tornò alla fabbrica. Salutò Luigi e gli chiese:
- La signora è sopra?
- Sì, ma starà un po’ riposando. Poverina, è lì dalle sette di stamani e non ce la faceva più. Mi ha chiesto di svegliarla tra un paio d’ore.
Stefano guardò l’orologio: erano le undici e mezza.
- Vado ad aiutarla. Non ti preoccupare, la sveglio io. 
La lampada sulla scrivania era accesa ed il computer in stand-by, ma la donna dormiva profondamente distesa sul divano.
Stefano la guardò, nel suo sonno era sempre bella come una bimba. Immaginò che dovesse aver freddo perché se ne stava tutta raggomitolata ed in effetti faceva un po’ fresco per essere una sera di giugno e lei indossava soltanto una camicetta leggera. Sapeva che nel mobile c’era una copertina di pile. Andò a prenderla e teneramente la coprì, poi si sedette e finì il lavoro.

Il sole che inondava la stanza l’aveva svegliata. In un primo momento non aveva realizzato neanche dove si trovasse e perché si sentisse tutta indolenzita. All’improvviso il ricordo del giorno prima la colpì come uno schiaffo: accidenti, quello stupido di Luigi non l’aveva svegliata! Senza pensarci su afferrò il telefono e gli fece una partaccia senza neanche prestare attenzione al fatto che l’altro cercasse disperatamente di interrompere il filo delle sue invettive e dirle qualcosa. Alla fine lo lasciò parlare:
- E’ stato il signor Stefano a dirmi che non c’era bisogno di svegliarla. E’ venuto ieri sera verso le undici e se n’è andato stamattina che erano quasi le quattro.
Laura rimase di stucco e solo allora notò il plaid sul divano.
- Scusami – disse a Luigi – sono solo una stupida.
Si avvicinò al computer. Il lavoro era fatto e sulla scrivania c’era un biglietto: “Non ho acceso la stampante per non svegliarti. Fallo tu. Ciao. Stefano”
Le salirono le lacrime agli occhi mentre pigiava il pulsante.
Riuscì a tirare avanti solo fino alle nove, combattendo con i suoi sentimenti, ma poi si arrese e compose il numero di telefono di Stefano.
Le rispose con una voce assonnata.
- Grazie per quello che hai fatto. Sei un angelo ed io non ti merito.
- Non ho fatto niente di particolare, solo il lavoro per cui vengo pagato.
Accortasi che l’uomo stava ancora sulle sue, decise di scoprire le carte:
- Ora vengo da te. Ho bisogno di ringraziarti da vicino. – gli sussurrò.
- Guarda che non devi farlo, non è necessario dimostrarmi la tua gratitudine. Ti ripeto che non ho fatto nulla.
- Non è per quello che hai fatto, è per quello che sei. Sei l’uomo più meraviglioso del mondo, il più caro, il più dolce ed io ti amo immensamente.
Lui non parlò per un po’, poi le disse piano:
- Lo sai cosa provo per te. Non è cambiato nulla. Pensaci bene prima di venire qui.
- Meno male che non è cambiato nulla, così ho ancora una possibilità e non voglio perderla.
- Allora vieni, ti aspetto.

Laura si lavò e si pettinò in gran fetta, poi, dopo aver avvisato Luigi che sarebbe passato Federico a curare il carico della merce, si precipitò a casa di Stefano.
Non ci aveva messo più di mezz’ora, ma quel tempo le era sembrato infinito. Bussò alla porta e quando finalmente se lo vide davanti a torso nudo e con il bel viso trasfigurato dall’ansia dell’attesa, di getto gli si tuffò tra le braccia. L’ uomo la strinse forte mentre teneramente le carezzava i capelli e lei, con il viso contro il suo petto, aspirava la fragranza della pelle che sapeva ancora di sapone.
Immediatamente cominciarono a baciarsi con tutta la passione che si sentivano dentro, Affamati l’uno dell’altra, non riuscivano più a controllarsi. Stefano le strappò quasi di dosso i vestiti mentre tenendola sempre stretta e toccandola dappertutto, la portava sul letto. Stendendosi, la ragazza notò le belle lenzuola di seta che lei stessa aveva acquistato, poi fu travolta dall’impeto di lui, che la rigirava quasi come un fuscello baciandole la bocca, il collo, le spalle, il seno. Con le dita affondate nei suoi morbidi capelli, avrebbe voluto frenarlo perché si sentiva come in preda ad un uragano e quando lui le afferrò i fianchi e con la bocca vogliosa stava arrivando a baciarla nel punto più intimo della sua femminilità, ebbe paura, come se quel vortice di passione fosse l’orlo di un abisso senza fine.
- No, no, per favore – quasi gridò allontanandolo e quando con enorme difficoltà riuscì a farlo, dopo essersi tirata addosso il lenzuolo, si voltò di spalle, affondando il volto nel cuscino.
- Che c’è amore? Ti prego, dimmi, che c’è? – la stava supplicando lui con la voce ancora ansante dal forte desiderio.
Ma la donna non si muoveva, solo si divincolava ad ogni tentativo che faceva per farla voltare e guardarla in viso. Allora la lasciò stare e dopo essere rimasto qualche minuto fermo in attesa di riprendere il controllo, le disse sottovoce “vado a preparare un po’ di caffè“ poi silenziosamente uscì dalla stanza.
Non è che Laura volesse fare la verginella pudica, però era ancora una ragazza quando aveva fatto l’amore per la prima volta e da allora era sempre stata con lo stesso uomo. In fondo non aveva una grande esperienza in materia di sesso e per lei si trattava quasi di una seconda prima volta. Aveva avuto paura di quel maschio forte e sconosciuto e della sua stessa voglia che la rendeva estremamente vulnerabile. 
Dopo un po’ trovò il coraggio di raggiungerlo in cucina. Non si era rivestita, aveva indossato solo una giacca di pigiama che aveva trovato su di una sedia e che le andava quasi come una vestaglietta. Sedendosi al tavolo si mise ad osservare Stefano che, quieto, era intento a preparare il caffè. Era bellissimo con le spalle ampie e forti ed i pettorali scolpiti dal lavoro che stava facendo in palestra da tanto tempo. Anche il viso era stupendo, con la corta barbetta curata un po’ più chiara dei capelli scuri e gli occhi che balenavano come l’acciaio.
- Ma come ho fatto a rifiutarmi? – si chiedeva accorgendosi di desiderarlo da impazzire per cui gli disse timidamente:
- Mi dispiace, non so che mi è preso. Scusami.
- No, non scusarti. E’ stata colpa mia, sono stato troppo irruente e devo averti spaventata – la guardava comprensivo ed era quasi come se le avesse letto dentro.
La ragazza allungò la mano e con tutto l’amore che sentiva gli carezzò il viso.
- Quanto zucchero vuoi? Uno mi pare, vero? - le chiese dopo averle baciato la mano con cui lo carezzava.
- No, non ho bisogno di zucchero, ho già te che sei dolcissimo. – si era alzata e messasi in piedi davanti a lui lo stava abbracciando forte, baciandolo su tutto il viso.
Un mare di delizia li avvolse e continuò anche dopo, quando lasciato il caffè sul tavolo, ritornarono sul letto. Cominciarono a carezzarsi languidamente a vicenda, sussurrandosi parole dolcissime mentre i loro respiri si confondevano ed il contatto della pelle nuda li faceva rabbrividire di piacere. A poco a poco le sue paure si dileguarono e la donna percepì soltanto il desiderio diventato assolutamente irresistibile per cui, vinta, gli sussurrò attirandolo su di sé:
- Ora prendimi, amore mio, ti prego, non ce la faccio più! 
Dopo Laura se ne restò adagiata sul petto di Stefano che le teneva teneramente una mano baciandogliela ogni tanto. Dalla persiana socchiusa filtravano i raggi di sole del mattino di giugno ed entravano le voci dei bambini che stavano giocando a pallone giù nei giardinetti. Ogni tanto il campanellino di un carretto di gelataio trillava e si udiva una mamma che richiamava il suo piccolo. Loro invece non parlavano, non avevano bisogno di dirsi più nulla dopo che i loro corpi si erano sussurrati la tenerezza, confidati le reciproche paure, mormorato la voglia d’abbandono, urlati la passione.
Se ne stettero così tutto il giorno, a riposare, a mangiucchiare qualcosa ogni tanto, ma soprattutto a fare l’amore, passando dalla tenerezza alla passione, dai pudori all’erotismo puro, in una girandola di emozioni che non avrebbero potuto neanche mai immaginare. Si stavano conoscendo, della conoscenza profonda che solo un uomo e una donna che si uniscono nell’amore fisico possono trovare. Lei scoprì quanto gli piacesse essere grattato sulla nuca e quanto la sua enorme vigoria fisica lo rendessero resistente nel rapporto d’amore, mentre lui imparò a toccarla come piaceva a lei fino a farle perdere ogni remora e conobbe quella lacrima che beveva come se fosse stata un prezioso nettare d’amore che le scendeva sulla tempia al momento del piacere supremo. La gioia che saziava i loro corpi riempiva anche le loro anime e la felicità dell’uno era quella dell’altra, in uno scambio senza fine che li rendeva felici come mai erano stati prima perché mai si erano sentiti così desiderati ed amati.
Solamente al crepuscolo, mentre Laura prendeva una boccata d’aria sul balcone, Stefano propose di uscire.

- Sono affamato e tu? – le chiese mentre sedevano nel ristorantino dove erano stati la sera dell’assemblea.
- Sì anch’io e stasera bando alle diete ho bisogno di un bisteccone che non finisce più – commentò lei tutta allegra guardando la lista delle pietanze – e poi voglio anche il vino rosso che abbiamo bevuto l’altra volta, era buonissimo.
Finito di mangiare uscirono nella sera profumata di primavera, tenendosi allacciati. A loro non importava affatto che qualcuno che li conosceva avesse potuto vederli. Se qualche persona avesse domandato loro chi erano in quel momento, avrebbero solo potuto rispondere:”Sono l’uomo che ama questa donna”, “Sono la donna che ama quest’uomo” perché non avevano più identità, né passato né futuro solo un meraviglioso presente in cui esistevano unicamente loro due.
- Stanotte resti con me, vero? – le chiese quando furono di nuovo sotto casa.
- Sì – rispose semplicemente lei.
- E domani anche resti con me?
- Sì.
- E mi ami?
- Sì.
- Lo vedi, sei la mia donna ideale, quella che sa dire soltanto di sì? – le disse sorridendo e stringendola forte tra le braccia.
Laura affondò il viso sul petto di lui stringendolo forte a sua volta 
- Ma dov’eri amore mio che non ti trovavo, dimmelo, dov’eri? – le sussurrò ancora con la voce carica d’emozione.
- Sono stata sempre ad aspettarti tesoro.
- E adesso non mi lascerai mai più, non è così?
- Si.

Quando la mattina dopo si svegliarono dopo aver dormito saporitamente tutta la notte, un’enorme allegria li invase, specialmente Laura a cui non pareva vero di ritrovarsi in quella specie di nido insieme al suo amore. Lei era una persona molto affettuosa di natura e la sua innata espansività la portava a cercare il continuo contatto fisico con chi amava. Purtroppo era stata privata in tenera età delle carezze della mamma e suo padre, benché l’adorasse, era un tipo molto riservato. I primi anni di matrimonio aveva manifestato questa sua tendenza con Christophe il quale però ben presto se ne era stufato, invitandola ad essere meno “appiccicosa”. Stefano invece era come lei ed ogni tanto l’abbracciava, la baciava e la ragazza si sentiva al settimo cielo, ricambiando le coccole con tutta la sua allegria. 
Il suo desiderio di “casa” si scatenò quasi subito: si diede da fare a rassettare, a rifare il letto, a fare un po’ di bucato e non contenta affermò che avrebbe cucinato lei, preparando persino una torta con la ricetta trovata su una vecchia rivista scovata in cucina.
Purtroppo nella casa di uno scapolo era difficile trovare alcuni ingredienti quale il lievito per dolci o la vaniglia in polvere perciò fu costretta ad insistere con Stefano perché andasse a procurarseli al supermercato di fronte mentre lei cominciava a fare il sugo. L’uomo dapprima un po’ riluttante, alla fine accondiscese per farla contenta non senza essersi fatto spiegare per filo e per segno che cosa doveva comprare perché non era bravo in quel genere d’acquisti.
Durante la sua breve assenza suonò il cellulare: era Valentina. Laura fu tentata di risponderle, ma poi ritenne opportuno evitarlo perché la sua presenza in casa di Stefano alle undici di domenica mattina avrebbe probabilmente suscitato delle domande.
Lo avvisò della cosa non appena fu ritornato e lui, un po’ spaventato, si affrettò a telefonare alla figlia. Lo sentì parlare, cercando di farla calmare e riempiendola di paroline dolci e di promesse. Quando ebbe finito lo vide sedersi in cucina e rimanere malinconicamente assorto. Le venne spontaneo impicciarsi:
- Cosa c’è amore, qualcosa che non va?
- Niente, Valentina ha litigato con la madre e con Guglielmo e come sempre in questi casi mi chiama a fare il suo avvocato difensore. Ma come faccio a darle ragione? Sono andati a trovare i genitori di Sabrina a Velletri e lei pretende che se ne vadano tutti via prima di pranzo perché oggi pomeriggio deve andare ad una festa. Credimi, a volte mi sento così inadeguato a fare il padre! Anche se ogni tanto sono chiamato in causa, so bene che non conto nulla e che vuole soltanto farmi notare quanto è infelice con la madre.
- No, non dire così, lo sai che non è vero – intervenne Laura
- Certo che lo so, anzi sono grato a Sabrina e a suo marito per il bene che le danno, ma mi fa tanto male rendermi conto che non ho potuto crescere mia figlia a modo mio e che non potrò mai sapere come sarebbe venuta su se l’avessi fatto.
- Non angustiarti, tesoro. A volte voi genitori vi prendete troppe colpe, soprattutto voi separati. E’ un’età difficile per tutti quella e Valentina non è più infelice di qualsiasi altra ragazza della sua età. Io ti posso dire però che è saggia ed equilibrata e se anche fa qualche capriccio è una cosa più che normale. Vedrai che donna meravigliosa saprà diventare! – così dicendo si era messa alle spalle dell’uomo e teneramente gli carezzava i capelli con una mano circondandolo affettuosamente con l’altro braccio.
Stefano desiderava conforto e si sentì immediatamente sollevato. Adesso era il momento di pensare alla sua felicità, non c’era spazio per nessun pensiero triste.

Il pranzo preparato da Laura fu buono, ma la torta riuscì un vero disastro, tutta storta e veramente brutta.
- Sei meglio come dirigente d’azienda che come cuoca, ragazza mia – la prese in giro Stefano
- E’ la mancanza d’esercizio. Se lo facessi sempre diventerei la cuoca più brava della terra. Sono ostinata io, cosa credi.
- Questo lo so bene, purtroppo – commentò lui con la bocca piena di dolce.
- Sì, però anche se dici che non è venuta bene vedo che ti stai lo stesso ingozzando con la mia torta.
- Che c’entra, ho detto che è brutta, mica che non è buona!
Dopo aver lavato i piatti, si misero un po’ sul divano a guardare un vecchio film, ma la ragazza, adagiata sul suo petto, dopo un po’ finì per addormentarsi. Con un braccio la reggeva mentre con l’altra mano teneva il telecomando per cambiare canale ogni volta che cominciava la pubblicità. Facendo zapping però si trovò sulla promozione della soap opera interpretata da Christophe, proprio in una scena in cui questi baciava appassionatamente Valeria Baldini. Istintivamente abbassò lo sguardo sulla donna tra le sue braccia: fortunatamente dormiva e non aveva visto nulla. Una gioia stupenda lo invase perché pensò che quel corpicino tenero che teneva stretto, oramai apparteneva a lui anche se doveva ammettere che il suo peso aveva finito per fargli intorpidire il braccio. Spense la TV e facendo un notevole sforzo muscolare, si alzò piano per non farla svegliare. Era diventato molto forte negli ultimi tempi e d’altronde Laura era solo un donnino per cui, tenendola in braccio, andò a posarla delicatamente sul letto per farla continuare a dormire più comoda. Stava andando via quando lei lo afferrò per la camicia. 
- Dove vai, stai con me – gli disse attirandolo accanto a sé, ancora mezzo addormentata.
Lui non resistette ad un simile invito e cominciò a baciarla teneramente e poi a spogliarla, facendola passare dal sonno all’amore e poi di nuovo al sonno, così come aveva desiderato fare in un lontano giorno di novembre.
Quando più tardi la vide comparire nel salotto con indosso la cosa che oramai era diventata la sua tenuta casalinga, vale a dire la giacca del suo pigiama, la prese in giro:
- Buonasera dormigliona, ci siamo svegliate finalmente! 
- Perché mi hai fatto dormire tanto? – gli chiese sedendosi accanto a lui e grattandosi i capelli scompigliati.
- E che ti devo dire? Si vede che ronfare è la cosa che fai più volentieri con me. Passi i tre quarti del tuo tempo a dormire quando siamo insieme! – continuò a giocare.
- A parte il fatto che io non ronfo, a meno che tu non sia un bugiardo mentitore, ma ti assicuro che la cosa che facciamo nell’altro quarto di tempo mi piace assai di più – rispose la donna scherzosamente stringendosi a lui e baciandolo sulle guance dove la barba era morbida morbida. 
Trascorsero tutto il resto del pomeriggio a parlare e a coccolarsi reciprocamente, ma all’imbrunire Laura gli disse facendosi seria:
- Ora devo andare via, amore, si è fatto tardi.
- Perché? Non ti aspetta nessuno.
- Di questo puoi esserne certo. Però è da venerdì mattina che manco da casa e può darsi che qualcuno noti la mia assenza. Non voglio che nessuno s’impicci, per questo preferisco tornare.
Cercò in ogni modo di convincerla, ma non vi riuscì in alcun modo, nemmeno quando lei fu costretta a chiedere il suo aiuto per trovare le mutandine che sembravano essersi dissolte nel nulla.
- Me le hai tolte tu prima, si può sapere dove le hai ficcate?
- Le ho nascoste, così non puoi andartene - scherzò l’uomo cercando di attirarla di nuovo a sé.
- Chi te l’ha detto? – rispose lei divincolandosi e continuando a cercare – Posso anche uscire senza! Eccole, finalmente!
Erano finite ai piedi del letto, imprigionate tra le lenzuola.
Quando infine se n’andò, Stefano rimase a guardarla da dietro la finestra mentre andava alla sua auto e con il viso rivolto in su gli lanciava un ultimo bacio con la mano. Oramai stava imbrunendo e lui non sapeva se era il sole che stava calando o la sua mancanza ad aver reso così improvvisamente buia la casa. 

Come di consueto la sera prima non aveva trovato nessuno alla villa per cui non aveva dovuto fornire nessuna spiegazione in merito alla sua assenza di due giorni. Ora se ne stava dietro la finestra in ansiosa attesa dell’arrivo di Stefano e proprio non si aspettava il suono del telefono che la fece sobbalzare. Era Christophe:
- Dove sei stata? E’ da ieri che ti cerco: sul cellulare non eri reperibile ed a casa mi hanno detto che mancavi da venerdì – le chiese con tono agitato.
Laura ebbe come una stretta allo stomaco e nonostante tutto, sentì un enorme senso di colpa, però non doveva lasciarsi andare perciò disinvolta rispose:
- Venerdì ho lavorato fino a tardi e dato che avevo bisogno di un po’ di riposo, me ne sono andata da Nicoletta al suo agriturismo vicino Spoleto.
Sapeva che il marito conosceva il posto perché c’erano stati insieme. A lui non era piaciuto affatto trovandolo troppo isolato, mentre lei lo aveva definito il posto ideale per ritemprarsi nella natura anche perché lì i telefonini erano inutilizzabili.
Chritophe bevve in pieno la bugia e poiché si sentiva ancora un po’ in torto per il suo tradimento confessato appena la settimana prima, si affrettò a rassicurarla:
- Hai fatto bene cara, devi pensare anche al tuo benessere qualche volta. Tu sei sempre troppo generosa, forse è per questo che tengo tanto a te.
Laura rimase zitta, non sapendo cosa rispondergli, allora l’uomo pensò che fosse ancora arrabbiata con lui.
- Vorrei venire da te credimi, ma ho appena firmato per una finction che dovrò cominciare a settembre e non so se potrò liberarmi per i prossimi week end. Potresti venire tu qui, però.
- No – rispose lei decisa.
Timoroso che lei potesse pensare che la sua storia con la Baldini stesse continuando (cosa peraltro vera) continuò a blandirla:
- Guarda che non sto trovando scuse, è la verità. Dobbiamo finire di girare le puntate che andranno in onda dopo l’estate e lavoreremo a pieno ritmo, anche il sabato e la domenica.
- Va bene, quando avrai finito ci vediamo.
- Laura, io ti voglio bene, ma questo è un momento cruciale per la mia carriera e non posso mollare. A proposito lo sai che il mio personaggio ha avuto un successo strepitoso? Sicuramente rimarrò nel cast e con molte più apparizioni, ma nel frattempo devo fare anche qualcosa d’altro altrimenti il pubblico finirà con l’identificarmi con Fabrizio e buonanotte! Non mi è parso vero di accettare il ruolo in quella finction anche se non avrò neanche il tempo di respirare. 
- Bene, sono contenta per te.
La ragazza proprio non ce la faceva a mostrarsi affettuosa ed anche quando riuscì a porre fine alla penosa telefonata, rimase molto triste e dubbiosa, seduta dietro la sua scrivania.
In quel momento la porta della stanza si spalancò ed entrò Stefano. Come al solito era bellissimo e tutto contento, nascondeva qualcosa dietro la schiena.
- Buon giorno amore mio! – le disse allegro e tirò fuori un mazzo di fiori colorati che le porse con un sorriso meraviglioso.
Laura sentì il cuore batterle forte per la felicità che aveva provato nel rivederlo, però gli disse con affettuoso rimprovero:
- Che fai, mi porti i fiori in ufficio? E se qualcuno ti avesse visto? 
- Avrei sempre potuto dirgli che sto cercando di corrompere la mia principale per ottenere un aumento di stipendio.
Lei sorrise ed andò in bagno a prendere un vaso per sistemarli. 
Mentre cercava di farlo, lui non le dava tregua, la afferrava, la baciava sul collo, le sussurrava parole scherzose.
- Dai, smettila, può entrare qualcuno.
- Non può entrare nessuno perché ho chiuso la porta. E poi è troppo tempo che non faccio l’amore con te - le disse trascinandola verso il divano.
- Sei impazzito? Qui no, no, ti prego, ti prego – però le sue resistenze erano sempre più deboli ed alla fine si piegò a quell’impeto irresistibile ricambiando la passione di lui.
Fecero sesso sul divanetto del salotto, ancora mezzo vestiti con l’uomo che le teneva una mano sulla bocca perché oramai conosceva bene i suoi gemiti. Laura aveva paura che li sentissero o che potessero notare che erano chiusi lì dentro da soli, ma nessuna forza al mondo avrebbe potuto oramai separarla dall’essere meraviglioso che stringeva forte tra le braccia e con il quale stava provando un infinito piacere sessuale e spirituale.


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