(parte seconda)
Monti Elburz, Caspio meridionale,
Anno Domini 1191, inizio dell’ autunno.
IL LEOPARDO DELLE NEVI
Il vento soffiava freddo e i bagliori
del tramonto incendiavano già le nuvole. Bisognava
andarsene, prima che il sole calasse dietro le montagne.
Non sarebbe stato prudente lasciarsi cogliere dal buio
all’addiaccio: c’erano i lupi, da quelle parti, e
anche se i grossi e feroci cani che montavano la guardia
al gregge erano in grado di fronteggiare qualsiasi
predatore a quattro e a due zampe, meglio essere
prudenti.
Reza raccattò da terra il vincastro,
allungò una carezza alla larga testa di uno dei suoi
cani quindi, dopo essersi guardato intorno, si accinse a
mettersi in cammino. L’accampamento distava un’ora
di marcia, e bisognava procedere di buona lena per
arrivare a casa prima che facesse notte.
-Ardeshir, è ora di andarcene.
Gli rispose l’eco della sua stessa
voce. Dove accidenti si era cacciato, quel moccioso? Era
fuori da ogni ragionevole dubbio che una bella lezione
dispensata a suon di calci nel sedere non avrebbe potuto
fargli che bene: con tutto il denaro che sua madre
spendeva per impartirgli un’educazione degna del suo
rango, quel ragazzino non aveva certo imparato come va
il mondo. E ben difficilmente l’avrebbe imparato negli
anni a venire. Lui, ricordò, ne aveva otto quando, per
la prima volta, suo padre lo aveva mandato da solo
appresso alle pecore. Otto anni. La stessa età di quell’impiastro
di Ardeshir, pensò sputando un’imprecazione tra i
denti. Chissà dove si era cacciato.
“La solitudine non ti incuterà
timore, quando avrai imparato a badare a te stesso. E
ricorda sempre: se è il coraggio a spingerti lontano da
casa tua, sarà la paura che ti farà tornare sano e
salvo.” Suo nonno e suo padre gli avevano impartito,
tra i tanti, anche quel prezioso insegnamento. Qualcuno
aveva fatto altrettanto con Ardeshir? Il ragazzino non
aveva mai conosciuto suo padre, ed erano state le donne
a crescerlo. E le donne sanno crescere soltanto
vigliacchi che non riescono a staccarsi dalle loro vesti
o, peggio, monellacci scervellati sempre pronti a
cacciarsi nei guai, com’era appunto il figlio di Sirin.
Della padrona.
-Ardeshir!…Dove ti sei cacciato?
***
Faceva già freddo. Come tutti gli
anni, l’inverno non avrebbe impiegato molto tempo a
calare a valle dalle montagne, portando con sé la neve
e il gelo. Sua madre, allora, avrebbe lasciato l’accampamento
per trasferirsi nella casa di Rudbar finché la
primavera non fosse tornata e con essa il momento di
ripartire. Era una bella casa, quella, pensò Ardeshir
tirando su col naso. Una casa grande, solida e calda.
Quel padre che non aveva mai conosciuto era stato il
capo della tribù e un ricco mercante; come figlio lui
doveva alla sua memoria rispetto e riconoscenza anche
per quella casa bella, grande e comoda che gli aveva
lasciato, e gli avrebbe permesso di trascorrere ogni
inverno del tempo che Ahura Mazda* intendeva lasciargli
da vivere al caldo invece che sotto una tenda battuta da
tutti i venti, come il suo amico Reza.
Il lontano gnaulare di un gufo lo
fece sussultare, ma Reza gli aveva insegnato che quel
verso lugubre e lamentoso poteva ingenerare
inquietudine, tuttavia non segnalava pericoli. A
diciannove anni, il suo amico era ormai un uomo, che
sapeva tante cose: e non aveva avuto bisogno di lezioni
interminabili e tediosi precettori per impararle. I suoi
maestri erano stati le piante, le bestie, la montagna,
il sole e la pioggia. Reza non sapeva leggere né
scrivere, ma riconosceva le orme che gli animali
lasciano sul terreno, sapeva le virtù delle erbe che
guariscono e i pericoli che si nascondono nella steppa e
nella boscaglia. Lui lo invidiava, nonostante di suo non
possedesse neanche la polvere che gli imbrattava la
suola delle scarpe e trascorresse l’inverno sotto una
tenda battuta da tutti i venti invece che in una grande,
solida casa comoda e calda piena di vecchie serve
petulanti e precettori noiosi.
Mai come allora la prigionia dell’inverno
gli sarebbe sembrata interminabile, pensò, sordo ai
richiami dell’amico. L’ombra non confondeva ancora
le cose, e poi…Se Reza voleva incamminarsi, lo avrebbe
raggiunto. Conosceva la strada, l’aveva percorsa tante
volte: a otto anni, quasi nove a voler essere precisi,
non era più un bambino piagnucoloso che teme il buio
della notte.
Sorrise, guardando i cuccioli
ruzzolare accanto all’imboccatura della tana, soffici
e bianchi come latte cagliato. Non era la prima volta
che si soffermava a osservarli, da quando, qualche
giorno prima, ne aveva scoperto l’esistenza. Se
allungava una mano per tentare di toccarli, quelli
scappavano soffiando e si nascondevano dentro la buca,
ma lui non disperava di riuscire ad acciuffarne uno per
portarselo a Rudbar. Nemmeno Reza era al corrente di
quel segreto. Se gliene avesse parlato, il minimo che
poteva aspettarsi sarebbe stato un sonoro rimprovero:
non era prudente avvicinarsi alla tana dell’irbis, il
fantasma bianco delle nevi.
Si diceva fosse la creatura più
bella della montagna, ma erano in pochi a potersi
vantare di averlo guardato negli occhi. Del resto, non
era un incontro da augurarsi, al pari della tigre e dell’orso.
Reza glielo diceva sempre. Il lupo teme l’uomo e tende
a fuggirlo. L’orso è forte e feroce, ma vede poco e
con un pizzico di fortuna si riesce ad eluderlo. Il
leopardo e la tigre sono demoni, figli prediletti di
Ariman*. Neanche catturandoli da piccoli e allevandoli a
latte di capra l’uomo riuscirà mai ad ottenere l’amicizia
di quegli esseri infidi e sfuggenti.
Ardeshir allungò la mano e sentì la
pelliccia morbida del cucciolo sotto le dita. Reza non
gli aveva detto la verità, a proposito di quei
deliziosi gattini dal pelo candido punteggiato di
delicate chiazze grigio perla. E lui non se ne sarebbe
andato finché non fosse riuscito a prenderne uno e a
portarlo via, nascondendoselo sotto il chapan*.
Il richiamo che echeggiò nel
silenzio altro non poteva essere se non la voce di Reza.
Stava perdendo la pazienza con lui, ma lo avrebbe
aspettato, non poteva tornare all’accampamento
abbandonando nel buio e nel freddo della notte il figlio
della sua signora. Doveva affrettarsi, altrimenti il
giovane pastore se la sarebbe presa con lui e non lo
avrebbe più voluto tra i piedi, come qualche volta lo
aveva sentito borbottare, quando era convinto che
nessuno potesse sentirlo. Magari si sarebbe lamentato
delle sue marachelle con la mamma, e lei lo avrebbe
punito: la nobile Sirin riusciva ad essere terribilmente
severa, quando voleva.
Il cucciolo soffiò, si dibatté, gli
graffiò a sangue il viso e le mani, ma lui lo tenne
stretto. Diventeremo amici, gli sussurrò piano,
cercando di blandire quella creatura selvaggia con
carezze e paroline dolci. Nella mia casa non ti
mancherò niente, Fiocco di Neve.
La Rocca di Alamut si stagliava
bianca contro il cielo di piombo e di rame del tramonto.
Si nascondevano gli spiriti, lì dentro. Spiriti
malvagi. Ma quelle erano favole nelle quali aveva smesso
di credere, storie inventate dai grandi per spaventare i
ragazzi. Eppure, non era l’aria fredda del crepuscolo
a fargli correre un brivido gelato lungo la schiena. Ben
pochi avevano guardato gli occhi color della luna dell’irbis
da qualche passo di distanza. E non era il caso di
reputarli fortunati.
* Ahura Mazda e Arimane sono le
entità supreme della religione zoroastriana, spiriti
rispettivamente del Bene e del Male. All’epoca in cui
questa storia è ambientata, l’Impero Persiano era
ormai quasi completamente islamizzato e solo i membri di
alcune tribù nomadi oltre alle comunità parsi
rifugiatesi in India professavano ancora l’antico
credo.
*Si tratta di un pastrano di feltro,
solitamente verde, che può essere foderato di pelliccia
e abbellito da galloni e ricami nei modelli più
eleganti e raffinati. E’ tipico delle popolazioni
della Persia e dell’Afghanistan e ed è conosciuto in
Europa grazie al presidente afgano Hamid Karzaj, che lo
indossa spesso.
LO STRANIERO
Ardeshir urlò, ed era come se quel
grido rauco e disperato che gli raschiava la gola non
fosse un segnale inviato di sua volontà affinché Reza
accorresse in suo aiuto. Doveva essere abbastanza
lontano da non riuscire più a sentirlo, o da scambiare
le sue grida per il soffio del vento, il lamento del
gufo. Suoni inquietanti, ma che non segnalavano
pericoli. Era la paura a strappargli quel grido dai
recessi profondi dell’anima: la paura che la morte
fosse inevitabile. E, quel che è peggio, lenta. E
dolorosa. Alzò le braccia a proteggere il viso, ma
sapeva che sarebbe stato inutile.
Quando la luce del tramonto segnò il
suo ritorno alla coscienza, gli occhi di Ardeshir non
incontrarono quelli argentati della belva. Sentiva il
sangue colargli lento da una ferita che gli faceva
bruciare la guancia, un dolore sordo pulsargli dentro la
testa. Ma era vivo. Salvo. E c’era un uomo, chino
sopra di lui.
-A chi debbo restituirti, piccolo?
Gli si era rivolto parlando in arabo.
Tutti i figli di Allah, mendicanti e principi, arabi e
non, intendevano quella lingua, nella quale veniva loro
insegnato a pregare. E sua madre aveva preteso che la
imparasse anche se la sua gente pregava altri dei.
Diventerai un mercante, era solita dirgli. E devi saper
comprendere le parole di chi può aiutarti ad accrescere
le tue ricchezze. O cercare d’imbrogliarti.
Ma la luce rossa del tramonto non
illuminava i tratti aquilini e la pelle olivastra di un
arabo. L’uomo, intabarrato in un pesante pastrano
foderato di pelliccia, gli sembrò un occidentale. Non
che se ne vedessero molti, ma a Rudbar ogni tanto
capitava di incontrarne qualcuno. Mercanti bizantini,
possenti guerrieri variaghi* dai lunghi capelli biondi e
dagli occhi argentati come l’irbis, il demone bianco
delle montagne. Quello che poteva essere l’uomo che l’aveva
salvato, facendo fuggire il leopardo delle nevi. L’aveva
sopraffatto, pensò, ma non ucciso. Per compassione nei
riguardi di quei cuccioli che sarebbero morti, senza la
loro madre?
C’era ancora luce abbastanza da
permettere ad Ardeshir di vedere che lo straniero
vestiva come uno di loro e non come un occidentale. Gli
era capitato di incontrarne diverse volte, a Rudbar.
Mercanti bizantini, avventurieri variaghi, monaci
guerrieri franchi votati alla castità e alla lotta
contro coloro che chiamavano infedeli. Si diceva
avessero stretto alleanza con il Custode del Giardino
delle Delizie, il Signore Hashishin. Ardeshir strizzò
gli occhi, reprimendo un brivido. Ma i capelli del
forestiero erano lunghi, invece che rasati sulla nuca e
non c’era il segno della croce sulla sua tunica. Poi,
al contrario di loro, conosceva la pietà e non se ne
vergognava.
-Che ci facevi tutto solo qui…e a
quest’ora?
Era imponente, barbuto e forestiero,
ma ragionava proprio come sua madre, pensò Ardeshir
mordendosi la bocca. Non sono solo, borbottò il ragazzo
con voce risentita, mentre l’altro lo aiutava a
montare sul suo cavallo, una grossa bestia ordinaria dai
massicci garretti pelosi. Pascolavamo le nostre pecore,
io e Reza, quando…Quando l’irbis ci ha attaccati.
E adesso dov’è, questo Reza? E’
scappato? Ho l’impressione che tu mi stia raccontando
un gran mucchio di frottole, ragazzino…Era fuori di
dubbio che, da qualsiasi angolo di mondo provenissero,
tutti gli adulti si rassomigliavano, pensò Ardeshir.
Sua madre e quello sconosciuto non erano poi così
diversi.
Reza non è lontano da qui. Lo
raggiunsero in fretta. Un ragazzotto magro, sulla
ventina, dall’abbigliamento dimesso e dal volto scuro
e accigliato sotto il turbante. Il pastore d’un buon
numero di bestie che poco avevano a che vedere con le
comuni pecore: nere, gracili e brutte, traballavano su
quattro esili zampe sbilenche. Erano tutte gravide e, di
lì a poche settimane, avrebbero partorito piccoli
agnelli neri, gracili e brutti, dai velli ricciuti
morbidi come seta: le preziose pellicce di astrakan che
orlavano i mantelli dei signori della terra e della
guerra e che i mercanti di Shiraz ma anche di Bisanzio,
Venezia, Novgorod e Samarcanda avrebbero pagato a peso d’oro
a Sirin, la padrona. A sua madre.
-A quale tribù appartieni, piccolo?
-Il mio nome è Ardeshir.
Era un bel ragazzino dall’aria
spavalda e dagli occhi allungati, color del muschio.
Indossava roba calda, pulita ed elegante, il che gli
lasciò facilmente comprendere come non ci fosse
parentela tra lui e il rozzo responsabile di quelle
preziose pecore sicuramente non sue. Ardeshir non aveva
ancora raggiunto l’età in cui i lavori che sporcano
le mani, spezzano la schiena e non consentono lauti
guadagni vengono considerati vili. C’era anzi da
supporre che ne fosse affascinato, il che spiegava la
sua presenza, lì, a quell’ora e in quella landa
disabitata.
-Ti ho fatto una domanda e non mi hai
risposto, Ardeshir. A quale tribù appartieni?
-A dire il vero, è la tribù che
appartiene a me.
Allora non parlare quando
raggiungeremo l’accampamento. Lascia che sia io a
farlo. La verità su come sono andate le cose potrebbe
causare dei guai a te…e al tuo amico. Perché eri solo
quando l’irbis ti ha attaccato. E il graffio che hai
in faccia è stato il cucciolo che hai tentato di
portare via a provocartelo.
-Mia madre mi ha insegnato a non
mentire.
-Tua madre ti ha insegnato bene.
Ma non voglio che tu menta, solo che
taccia; non parlare, e lascia che sia io a farlo. Poteva
essere che avesse ragione, pensò Ardeshir tirando su
col naso.
* Russi
LA SIGNORA
-Madre…
Anche la sua si sarebbe comportata in
quel modo, in circostanze analoghe, si ritrovò a
pensare l’uomo quando, senza proferir parola, la donna
velata colpì la guancia di Ardeshir con uno schiaffo.
Il ragazzo vacillò, e sarebbe caduto, se lui non lo
avesse sorretto.
-Sitt.*
Suo figlio parlava discretamente l’arabo,
ed era logico pensare che anche lei lo parlasse. Ma era
difficile comprenderlo potendo guardare i suoi occhi
soltanto, due larghe pozze ambrate e impassibili tra il
profluvio di seta e la cascata d’argento che le
nascondeva il volto. Oltremare, pensò l’uomo, le
donne oneste non avevano un volto, un corpo, un’identità.
Erano fantasmi. Non sarebbe stato facile, intendersi con
un fantasma.
-Vostro figlio non ha nessuna colpa,
anzi, si è comportato coraggiosamente, e dovreste
essere fiera di lui.
-Sarebbe potuto morire.
Ardeshir, gli occhi a terra, si
tormentava nervosamente il ciondolo d’argento con una
sfinge alata che portava al collo. Il suo portafortuna.
Un portafortuna che l’aveva aiutato a uscire incolume
dagli artigli dell’irbis, il demone bianco delle
montagne. Anche suo figlio, pensò l’uomo, aveva
portato un amuleto al collo, un mare di tempo prima. Un
amuleto che avrebbe dovuto ricordare agli dei di
preservarlo dal male. Ma non era servito a niente.
-Se la morte intende ghermirci, nulla
le vieta di tenderci un agguato anche tra le pareti
della nostra casa, Sitt.
I veli e l’argento dovevano servire
a mascherare il suo disappunto, oltre che a
salvaguardare il suo pudore. Ma quel fantasma era una
madre, e avrebbe fatto qualsiasi cosa per preservare suo
figlio dai pericoli. Come la femmina dell’irbis, fuori
dalla tana ai piedi delle montagne.
La guardò torcersi le mani, mentre
gli diceva che le sue erano parole sagge ma incapaci di
darle conforto. Ardeshir non era solo il suo unico
figlio, ma anche il futuro della tribù. Gli fosse
capitata una disgrazia, non se lo sarebbe perdonato.
Come non avrebbe perdonato Reza, se avesse scoperto che
non lo aveva sorvegliato con sufficiente attenzione. Lo
avrebbe scacciato con ignominia, dopo averlo fatto
battere a sangue. E, lontano dalla sua gente, evitato al
pari di un lebbroso ovunque fosse andato, non ci sarebbe
stato futuro, per lui.
Perché non l’avete uccisa, quella
maledetta bestia? Avreste dovuto portarmi la sua pelle,
oltre a mio figlio sano e salvo. Invece, l’avete
lasciata fuggire. Era una femmina, Sitt. Ha
attaccato per difendere la sua cucciolata. I piccoli
sarebbero morti, se l’avessi uccisa. Ma a che serviva
pretendere che quel fantasma velato provasse pietà?
La donna aveva occhi lucidi come la
superficie di uno specchio e mani sottili e nervose,
uniche scintille che lasciassero trapelare un’anima,
sotto la seta e l’argento. Odorava d’incenso e di
fiori e la sua voce era un bisbiglio attutito dai veli.
Lunghe cortine lugubri e cupe, pensò l’uomo. Ma di
stoffa costosa e pregiata. E la tenda non aveva niente
da invidiare ai padiglioni del Saladino. Del resto,
dalle parole di suo figlio, non gli era stato difficile
comprendere come quel fantasma velato fosse la padrona
di tutto quanto, uomini bestie e cose. Una padrona
sicuramente dispotica, e non meno spietata dell’irbis
ai piedi delle montagne. Una padrona che avrebbe dato
disposizioni affinché a quel sottoposto che non era
stato abbastanza attento nel sorvegliare suo figlio
venisse scorticata la schiena a nerbate. E forse non le
sarebbe bastato, e lo avrebbe scacciato con ignominia,
riducendolo a un reietto senza casa, senza affetti e
senza pane.
-Il pastore ha tentato di difendere
il gregge che vi appartiene.
Armato soltanto di un bastone. Una
verga di nocciolo contro gli artigli e le zanne di un
leopardo infuriato.
-Se il mio bambino fosse morto…
-E’ sano e salvo, Sitt.
Nessuna emozione poteva trapelare dai
gesti di quel fantasma velato. L’uomo sentì il suo
disagio acuirsi, e lei dovette leggerglielo nello
sguardo. I miei dei non m’impongono di nascondermi
agli occhi del mondo, gli disse, sollevando il velo.
Aveva collo esile, tratti delicati, lunghi capelli neri
intrecciati con nastri d’argento. Sembrava una
bambina.
*Signora.
AKBAR AL KHALID
-Non meravigliatevi di quel che mi
avete visto fare. Questa tribù adora Ahura Mazda, non
il Dio invisibile del Libro Verde. Il velo me lo sono
imposto da sola perché chi tratta con me non si lasci
fuorviare. La religione non c’entra. A molti uomini
riesce difficile pensare che una donna possa essere
abile negli affari come e più di loro. Specialmente
quando è giovane, sola…e bella, perdonate la mia
immodestia.
Con un cenno della mano, Sirin
ingiunse ai servitori di allontanarsi, per restare sola
con lo sconosciuto che aveva salvato suo figlio. Le
ubbidirono silenziosamente, senza sollevare quelle
obiezioni che lei si sarebbe rifiutata di ascoltare.
Dovete avere fame, gli disse
porgendogli datteri e pane in un vassoio d’argento.
Lui accettò il cibo e l’ospitalità. Non era in
condizione di rifiutarli.
Le aveva detto grazie, perché chi l’aveva
servito era una signora e non una serva, dopodiché si
era messo a biascicare senza appetito un grosso dattero
appiccicoso. Eppure, Sirin avrebbe giurato che lo
sconosciuto aveva fame. Sicuramente veniva da lontano,
si disse da sé sola. Aldiquà dei contrafforti del
Caucaso, facce come la sua erano tutt’altro che
comuni. Ma non veniva neppure dai deserti riarsi del
Sud, anche se parlava l’arabo meglio di lei. Erano gli
europei ad avere quei capelli chiari, quegli occhi color
dell’acquamarina, quelle piccole macchie dorate sotto
gli occhi e sul dorso del naso.
-Non conosco il vostro nome, signore.
Non sapeva il suo nome, né le
ragioni che l’avevano condotto lì, al termine di un
viaggio che doveva essere stato lunghissimo. Affari,
forse? Era diretto a Rudbar, le aveva detto. Ma i
mercanti non viaggiavano da soli, e quell’uomo tutto
sembrava fuorché uno di loro. Forse i suoi servitori le
avrebbero detto che non era il caso di riporre troppa
fiducia in uno sconosciuto, giunto chissà da dove, di
cui ignorava tutto quanto. Se li avesse lasciati
parlare. Se fosse stata disposta ad ascoltarli.
-Maximus. Akbar, in arabo. Akbar Al
Khalid .
Il Più Grande. L’Immortale.
Durante le veglie intorno al fuoco, Sirin aveva
ascoltato dai vecchi le storie di un lontano passato, in
cui il suo popolo era stato potente e temuto. I nemici
credevano divinità gli arcieri dalle loriche
scintillanti e dalle lunghe barbe ricciute. Ma quei
tempi erano lontani secoli e li aveva inghiottiti un
niente da cui in pochi erano stati risparmiati. Forse
anche quell’uomo dal nome pretenzioso era una scheggia
che il niente aveva rifiutato d’inghiottire.
Akbar Al Khalid. Il nome dell’uomo
scivolò come una goccia di pioggia sul turbinare dei
suoi pensieri.
-Leggo nei vostri occhi che non avete
nessuno con cui dividere la solitudine e il pericolo,
signore. Per la mia gente, l’ospitalità è sacra e…
Dimenticate forse che ho un debito nei vostri confronti?
La fiamma delle lucerne d’argento
le illuminava il viso, le labbra rosse, gli occhi
sfumati di terra e di muschio. Era giovane e bella, si
ritrovò a pensare l’uomo. Era forte: una scheggia
emersa dal passato, che rifiutava di lasciarsi
inghiottire dal presente. Esattamente come lui. Pur
senza essere quello che lui era.
IL PUGNALE
La tenda di feltro che sarebbe stata
la sua casa era piccola, ma fastosamente addobbata:
seta, broccato, tappeti, argento, pelli morbide e
preziose per preservare il suo sonno dal freddo della
notte. Un lusso che non lo stupì: gli orientali
facoltosi, da che il mondo è mondo, amano ostentare la
loro ricchezza, anche dinanzi agli occhi disincantati o
invidiosi d’un ospite di passaggio di cui nulla sanno.
Quella mercantessa parsi dal viso di bambola e
dagli occhi duri non faceva eccezione alla regola. Come
si chiamava? Sirin. Dolcezza. Un nome che non le
somigliava. Sorrise tra sé, ascoltando i brusii
sommessi dell’accampamento, i latrati dei cani, l’ululato
lontano di un lupo solitario. E, sciolta la fusciacca
che gli cingeva i fianchi, udì il clangore del suo
lungo pugnale d’acciaio, attutito appena dal soffice
tappeto ai suoi piedi.
-Sidi.
L’ombra rischiarata dalla fiammella
di una lucerna confondeva i contorni della sua figura.
Sirin. Un bel nome. E un bel coraggio, a recarsi, in
piena notte, nella tenda di uno straniero sconosciuto,
rischiando la reputazione e l’onore.Non fosse bastato
quello, poi…Doveva averlo sentito, nel silenzio rotto
soltanto da rumori lontani, il clangore metallico del
pugnale che cadeva, domandandosi perché lo sconosciuto
che aveva salvato suo figlio nascondesse nella fusciacca
un’arma da sicario.
-Non dormite, Sidi?
Le pareti sottili della tenda non
erano sufficienti ad attutire i rumori della notte come
i muri di pietra della sua casa oltre la steppa, il
deserto, i dirupi dove si diceva si fosse arenata l’Arca
dopo il Diluvio, dove si diceva che Prometeo avesse
pagato il suo debito agli Dei, dopo aver sottratto loro
il fuoco per farne dono agli uomini. Una casa di pietra,
come la rocca di Alamut, il Nido dell’Aquila, la cui
ombra sembrava incombere su tutta la vallata.
-Un castello, una stamberga, un carro
o una tenda…Per me non fa differenza, Sitt.
La fiamma della lanterna gli aveva
danzato un attimo sul candore dei denti, sul blu
metallico degli occhi, prima di scintillare sulla lama
affilata del suo pugnale.
-Chi siete, Sidi?
Rabbrividì, e non era per il freddo
dell’autunno incipiente o per la leggera veste da
notte sulla quale aveva gettato un ampio mantello di
pelliccia. Guardava il pugnale.
-Lo porto con me per difendermi, Sitt.
-Avete salvato mio figlio, e di
questo vi renderò grazie per tutto il tempo che mi
resterà da vivere. Ma la nostra posizione non è facile
né sicura, Sidi. Siamo esuli nella nostra stessa
terra, tollerati a stento, mangiati vivi dal terrore di
finire prima o poi perseguitati. Mettetevi nei nostri
scomodi panni, e cercate di comprenderci.
-Volete dire che mi temete? che non
mi credete?
-Solo che vogliamo essere lasciati in
pace. Finché sarà possibile.
Come chiunque avesse mai conosciuto,
si ritrovò a pensare l’uomo. Ma era molto meno
semplice di quel che poteva sembrare. Abbassò la testa,
e le domandò di Ardeshir.
-Ha pianto e strepitato. Adesso
dorme.
-Lo avete punito?
-Non è facile crescere un ragazzo
senza padre, Sidi.
Niente doveva esserle stato facile.
Nemmeno trattenersi dal dirgli, evitando di guardarlo
negli occhi, state con me e Ardeshir avrà quel padre
che non ha mai avuto e di cui ha bisogno perché una
donna sola e un manipolo di vecchi servitori non possono
fare di in ragazzo un uomo.
- Che ne è stato di vostro marito, Sitt?
Non aspettò la sua risposta e
immaginò tutto quanto, prima che lei parlasse, senza
abbassare le palpebre sugli occhi che le scintillavano
di bagliori lunari, come alla femmina di leopardo
bianco, ai piedi delle montagne.
-Avevo sedici anni, e lui sessanta.
Il vecchio a cui era stata venduta
doveva aver perso il conto delle mogli ripudiate perché
sterili o capaci di dargli solo figlie femmine. Che le
ripugnasse, era fuori da ogni ragionevole dubbio. Doveva
essere un uomo potente, se suo padre non si era lasciato
commuovere da tutte le lacrime che Sirin aveva pianto e
sua madre, nel tentativo maldestro di consolarla, certo
le aveva promesso che sarebbe stata ricca e rispettata.
Rassegnati, Sirin, e la vita ti sarà meno dura.
-E voi avete moglie, Sidi?
E’ morta, aveva sibilato lui, tra i
denti. Tanto tempo fa. E Sirin immaginò che il pugnale
fosse lo strumento di una vendetta a lungo attesa e
finalmente giunta al suo compimento.
LA MUSICA DELLA NOTTE
Presto il vento freddo delle montagne
avrebbe portato l’inverno anche a valle. E sarebbe
tornato il tempo di rifugiarsi nella grande casa di
Rudbar, al caldo e al sicuro. Ma Ardeshir odiava quelle
mura come si può odiare una prigione, come si può
arrivare a odiare i propri ricordi.
Sirin strinse il pugno, guardò
tendersi il segno grinzoso della cicatrice. Le faceva
male, quando il freddo dell’inverno pungeva. Ma il
vecchio a cui era stata venduta avrebbe potuto provare
ripugnanza per la macchia livida che gliela deturpava
sicché glielo avevano cancellata col fuoco ed il
coltello, prima che andasse sposa. Le era stato detto
che suo fratello ne aveva una uguale. Ma era morto prima
che lei nascesse. Era stato rapito da una banda di
ladroni. E il suo cadavere dovevano averlo mangiato i
lupi.
-Sitt…
Il vento, fuori dalla tenda, tagliava
come una lama e odorava di metallo. Avete paura dei
lupi, Sitt? Glielo avrebbe domandato, ne era
sicura. E si sarebbe sentito rispondere che l’ululato
dei lupi era la musica che aveva cullato il suo sonno
fin da quando era bambina, e che non temeva i suoi
fratelli della notte.
-Se ho paura? E’ una debolezza che
non potrei permettermi, nelle mie condizioni.
L’uomo la guardò muoversi leggera
verso di lui, le sorrise prendendo la coppa d’argento
che gli porgeva, senza abbassare gli occhi a terra. Non
poteva permettersi la debolezza della paura perché era
una madre sola? O perché era quello che era, l’ultimo
residuo di un passato che rifiutava testardamente di
soccombere?
-Noi siamo coloro che il presente
rifiuta e il futuro atterrisce, Sidi.
-E che il ricordo di una passata
grandezza dovrebbe confortare, mia signora.
O pensate che il conforto alle vostre
paure potreste trovarlo tra le mie braccia, ed è per
questo che mi porgete vino di datteri tenendo i vostri
occhi fissi nei miei? Per invitarmi nel vostro letto, Sitt?
Non raccontatemi che cercate un padre per Ardeshir, un
uomo giovane e forte, capace di insegnargli l’onestà
e il coraggio, di prenderlo per mano quando il suo
cammino si farà difficile, perché anche lui ha tutte
le ragioni di essere atterrito dal futuro, malgrado sia
un ragazzo tanto temerario da aver affrontato, tutto
solo, una femmina di leopardo bianco, ai piedi delle
montagne. Non raccontatemelo, perché non vi crederei.
L’uomo scosse la testa, mentre le
sue dita indugiavano sulla figura sbalzata nel boccale.
La Homa, la sfinge alata, né uomo né animale,
né maschio né femmina: Ahura Mazda, il dio della vita,
del giorno e della notte, della terra e del fuoco. L’idolo
che i Templari custodivano nei recessi segreti delle
loro fortezze, a vergogna e infamia delle superstizioni
pagane. Lo chiamavano Baphomet.
-Akbar… Vi ha messo un nome
impegnativo, vostro padre.
-Maximus. Il più grande. E’ morto
quando avevo l’età di vostro figlio e non ho di lui
ricordi sufficienti a giudicarlo col mio senno di adulto
lungimirante oppure tanto sciocco da non temere di
provocare gli dei.
-Un nome più adatto a un guerriero
che a un mercante.
Non abbassò gli occhi a terra, Sirin.
E quando le dita di lui le sfiorarono la mano, ricambiò
il suo sorriso. La fortuna era stata avara di doni, con
lei, ma era sicura che lo straniero dalle spalle larghe
e dagli acuti occhi chiari l’avrebbe resa felice: per
una notte soltanto o per tutta la vita non importava.
Che fosse un mercante, un guerriero, perfino un sicario.
Neppure quello importava.
REZA
Non l’aveva sentita sussurrargli
grazie con un filo di voce; e il corpo di lui che la
schiacciava, la bocca dura che la divorava di baci li
aveva soltanto immaginati. Ma i loro gemiti, quelli li
aveva sentiti mentre, insonne, se ne stava rannicchiato
contro alla tenda della sua signora, com’era capitato
tante altre volte, e non gliene importava se qualcuno se
ne fosse accorto. L’indomani, prima ancora che il sole
sorgesse, se ne sarebbe tornato allo stazzo, dalle
pecore che stavano per partorire i loro brutti agnelli
neri dalle pellicce di seta, una delle tante mercanzie
che le consentivano di essere quella che era. Sirin.
Puttana maledetta.
Chiuse gli occhi, come quando la
febbre gli incendiava il sangue e gli squassava le ossa,
ma non poteva crollare addormentato sul suo giaciglio
perché c'erano le pecore, quelle brutte bestie nere dal
vello di seta da custodire e difendere dalle belve e dai
grassatori. Il capitale del vecchio Firuz. E di Sirin,
dopo che quel ripugnante grassone dalle labbra molli e
dai denti cariati era crepato lasciandola sola. Sola, e
padrona del suo destino, visto che non aveva più padre
né marito. Almeno fintantoché Ardeshir non fosse
cresciuto abbastanza, perché il destino d’una vedova
è quello di finire sotto la tutela di suo figlio e lei
sarebbe stata ancora abbastanza giovane perché le
venisse imposto un altro marito. Quanto tempo il destino
riservava ai suoi sogni? Otto anni? O forse dieci? Dieci
anni perché anche lei l'amasse come lui l'aveva sempre
amata?
Certo, Sirin era la padrona, lui solo
un servo, ma capita che i sogni si avverino, quando lo
desideri tanto intensamente da sentire dolore. Aveva una
dozzina d’anni, la prima volta che l’aveva vista,
lei pochi di più. Scintillava d’argento e d’oro, ma
i suoi occhi erano tristi. Sembrava una bambina
atterrita, più di quel che sarebbe dovuta essere, la
sposa invidiata di un uomo ricco . Li aveva sentiti, e
non solo immaginati, i singhiozzi che non tentava
neppure di soffocare, quando il suo signore e padrone
faceva di lei ciò che voleva.
Prima di mandarlo appresso alle
pecore, suo padre e suo nonno gli avevano insegnato i
pericoli da cui guardarsi: e non erano soltanto la volpe
che divorava gli agnelli appena nati, il lupo, l’orso,
il leopardo o la tigre, gli dei vegliassero su di lui.
Si chiamavano aconito, cicuta, belladonna. Erbacce che,
dietro la loro apparenza innocua, nascondevano pericoli
mortali. “Le pecore sono bestie stupide, Reza. Tieni
gli occhi aperti, e attento che non le mangino:
creperebbero stecchite.”
Non erano state poche le volte che
gli era venuto la tentazione di raccontare tutto quanto,
a Sirin, la sua signora. Lui non aveva oro e gemme da
offrirle, collane preziose, cavigliere tintinnanti di
sonagli, che avrebbero ribadito la sua condizione di
schiavitù, come il barbazzale di un asino, la cavezza
di un cammello bactriano. Lui le aveva offerto quanto di
più prezioso avesse, la vita, per asciugarle le lacrime
dagli occhi. Perché l’amava. Dal primo momento in cui
l’aveva vista, malgrado fosse solo un bambino. Un
bambino al quale suo padre e suo nonno avevano insegnato
a guardarsi dall’aconito e dalla belladonna, oltre che
dal lupo e dall’orso. Non sei libera perché il
vecchio Firuz è stato tradito dal suo cuore malato, mia
signora...Le avrebbe raccontato tutto quanto, se lo
straniero dalle spalle larghe e dagli occhi azzurri non
gliel'avesse portata via prima che potesse farlo, i
demoni lo maledicessero.
IL NIDO DELL’AQUILA
Ma la sua stirpe è la stessa dei
demoni, e si dice che cane non mangia cane. Quest’acqua
è amara, aveva detto lo straniero storcendo la bocca e
rovesciando in terra il contenuto della sua coppa, dopo
averne inghiottito un sorso. Sarebbe bastato a
ucciderlo, non fosse stato quello che era.
Il destino se lo portava scritto nel
nome, il maledetto. Maximus, o qualcosa del genere, era
così che quella puttana di sua madre lo aveva chiamato,
quando era venuto al mondo, a Occidente, in chissà
quale bastardo posto. Akbar Al Khalid. Il più grande.
L'Immortale. Reza non conosceva la lingua nella quale
lui e Sirin parlavano, ma non era stato difficile
trovare qualcuno che lo informasse. Il cucciolo del
vecchio Firuz, guarda un po' il caso, che prima gli
stava sempre appiccicato alle costole e adesso
trotterellava appresso allo straniero ovunque andasse,
come un cagnolino affezionato. Ardeshir aveva bisogno di
un padre...O forse era Sirin ad aver bisogno di qualcuno
che le scaldasse il letto e quello sconosciuto di cui
conosceva a stento il nome era giovane, bello, forte…e
immortale?
Reza sputò in terra, prima di
allungare il passo. La meta era ancora lontana e presto
sarebbe calata la sera. Faceva freddo, ma ormai era
tardi per tornare indietro. Dacché Sirin lo aveva
scacciato e non aveva più un posto dove andare, non
poteva più farlo. E in verità neppure voleva.
C’era un sentiero erto di pietre, e
il buio, e il freddo della notte, di lì alla rocca di
Alamut. Un posto sinistro, del quale ben poco si sapeva,
se non che il suo nome era da chissà quanto tempo lo
spauracchio di cui le madri si servivano per spaventare
i figlioli disubbidienti. Nessuno aveva mai visto in
faccia il signore di quel luogo, ma si diceva fosse
quello che era lo straniero dagli occhi azzurri:
immortale. Frottole. Reza borbottò tra i denti nessuno
lo è, anche se aveva visto con i suoi occhi un uomo
sopravvivere ad una sorsata di veleno. Immortale…Quale
dio poteva aver offerto quel dono di inestimabile valore
a un bugiardo assassino che si spacciava per la
reincarnazione del Profeta e barattava le esistenze dei
poveracci che riusciva ad irretire con le delizie del
suo falso Paradiso? fiumi di latte e miele, musiche
languide, profumi delicati, fanciulle belle come fiori e
sempre vergini…O non piuttosto un bordello nel quale
puttane vestite solo di tatuaggi mendhi ed efebi
dai volti effeminati sollazzavano larve inebetite
disposte a qualsiasi turpitudine purché quella finzione
che le droghe trasformavano in realtà non avesse mai
fine?
I servigi del Signore Hashishin
costavano cari. Troppo, per un servo pastore che il
destino e le circostanze avevano privato della sua casa,
della sua gente, della sua stessa identità. Gli
rimanevano la vita e il segreto di un enigmatico
straniero che neppure il veleno dell’aconito era
riuscito ad uccidere. Un prezzo onesto da pagare al
Vecchio della Montagna in cambio di Sirin, che
continuava a ossessionare i suoi sogni. Nonostante
tutto.
IL SIGNORE DEGLI INGANNI
Da quanto tempo le genti della
vallata, nomadi o stanziali, seguaci di Maometto o di
Zoroastro che fossero, guardavano alla Rocca con
terrore, quasi che fosse il demonio in persona ad
abitarci? Lo dicevano immortale e forse era per quello
che, nonostante fosse noto come il Vecchio della
Montagna, non dimostrava più d’ una trentina di anni.
Era un uomo basso, chiaro di carnagione e dall’aspetto
banale, il cui unico tratto degno di nota erano i grandi
occhi luminosi, dall’espressione dolce e severa.
Avevano il colore delle foglie secche, del muschio
frammisto al terriccio. Come quelli di Sirin e di suo
figlio Ardeshir, si ritrovò a pensare Reza.
Se sei qui è perché da me vuoi
qualcosa, ragazzo. Qualcosa che costa caro e che, a
guardare i tuoi vecchi stracci sbrindellati, certo non
sei in grado di pagare. O forse sei solo un servo, e sei
qui per conto di qualcuno?
Hasan Al Sabah lo scrutava immobile
con quelle iridi penetranti che avevano il colore delle
foglie morte nelle cornee leggermente iniettate di
sangue. Che cosa voleva, pensò, quello zingaro della
steppa, appartenente alla genia di coloro che, invece
dell’unico, vero Dio adoravano il fuoco e
abbandonavano i cadaveri agli animali immondi*?
Non era venuto a offrirgli la vita in
cambio del suo paradiso puzzolente di hashish, di
sperma, di sudore e d’ essenze dozzinali, come il più
infimo casino di Rudbar. Non era venuto a dirgli sono
stanco di prostrarmi davanti alle fiamme e non voglio
che, quando il mio destino si sarà compiuto, la mia
tomba sia lo stomaco dei lupi e degli avvoltoi. Non era
venuto per inginocchiarsi di fronte a lui, afferrargli
le mani e baciargliele, dicendo fate di me quello che
volete.
Amo una donna che non mi ama. Per lei
ho ucciso e ucciderei ancora, ma ha scelto un altro, e
mi ha scacciato via come un cane, gettandomi in faccia
quel poco che avevo e tutto quanto il suo disprezzo. Non
c’è notte che non la sogni gemere e dibattersi sotto
di me prima implorando pietà, poi sospirando per il
piacere…Era una vecchia storia, quella, una storia che
il Signore degli Inganni doveva aver già ascoltato.
Chissà quante volte.
Pochi giorni ancora, e Sirin avrebbe
lasciato l’accampamento per trasferirsi nella sua casa
di Rudbar, come ogni inverno. Prenderla e portarla via
sarebbe stato un gioco da ragazzi per gli spietati e
temerari fidawi, gli scherani del Signore della
Montagna. E lui, aldilà delle apparenze, avrebbe potuto
pagare quel piccolo incomodo con qualcosa di molto più
prezioso dell’oro.
-Ha un marito, dei figli questa tua
zingara della steppa?
-E’ vedova da prima che il suo
moccioso nascesse. Ardeshir… Ha quasi nove anni.
- Lui potrebbe essere il prezzo che
ti chiederei di pagare. Ho bisogno di perpetuare il mio
nome. Come già fecero coloro che mi hanno preceduto,
non designerò il sangue del mio sangue quale erede,
bensì qualcuno che sia abbastanza giovane perché la
sua volontà possa essere plasmata a mio piacimento e
abbastanza grande da comprendere che il mio paradiso è
l’inganno su cui si fonderà anche il suo potere.
Ardeshir hai detto? Quasi nove anni?
Reza lo guardava accarezzarsi la rada
barba nera senza staccargli di dosso gli occhi acuti e
malinconici, color delle foglie morte. Aveva mani
piccole e sottili come quelle di una donna. Il dorso
della sinistra era deturpato da una grossa macchia
pelosa.
Una donna e un ragazzino. Lei per la
lussuria del pezzente infedele, lui per perpetuare nel
futuro i suoi inganni, e il terrore che il suo nome era
in grado di evocare. Hasan al Sabah. Il Vecchio della
Montagna. Il Signore Hashishin.
Reza torse la bocca. Un moccioso di
quasi nove anni da designare quale erede. Vi
accontentate di poco, mio signore. Eppure potreste avere
voi stesso per sempre quello che intendete lasciargli. C’
è un uomo, con loro. Uno straniero venuto da Occidente
che sa il segreto della vita senza fine.
* Per i seguaci della religione
zoroastriana, il fuoco rappresenta una manifestazione
della divinità. Poiché considerano sacra anche la
Madre Terra, essi giudicano empio seppellire i morti,
come è consuetudine tra Musulmani, Cristiani ed Ebrei o
cremarli, alla maniera degli Indù. I cadaveri vengono
pertanto collocati nelle cosiddette “torri del
Silenzio” e lasciati in balia degli uccelli da preda.
L’ESECUZIONE
Il pezzente infedele gli aveva
raccontato di come avesse visto con i suoi occhi l’uomo
nudo e incatenato sopravivere al veleno. Menzogne.
Fantasie di una mente malata, si era detto da sé solo,
spiando, nascosto dietro uno specchio cieco, mentre il
carnefice lo torturava con una frusta guarnita da lamine
di metallo e frammenti di osso. Lo straniero aveva
cercato di resistere alla tentazione di urlare, ma alla
fine gli spasimi erano stati più forti della sua
volontà. Coraggioso, indubbiamente. Avvezzo a tollerare
il dolore, come un combattente degno davvero di tal
nome. Ma la sofferenza fisica, dopo oltre cento di quei
colpi, era andata aldilà della sua sopportazione,
costringendolo ad afflosciarsi, appeso a quelle funi che
gli bloccavano, allargate e tese allo spasmo, le
braccia, e uno svenimento pietoso lo aveva tolto di
coscienza, o forse…Il presunto immortale doveva in
realtà essere morto o quantomeno moribondo e il
pezzente infedele avrebbe pagato cara l’impudenza d’aver
osato ingannare il Signore degli Inganni.
Hasan El Sabah scostò il pesante
tendaggio e mosse alcuni passi verso l’uomo
impastoiato e svenuto.
L’aria immobile odorava di
patchouli e di sangue, d’incenso e di sudore. Gli
effluvi del suo falso paradiso. C’era un tappeto,
disteso ai piedi del prigioniero, con una donna vestita
di niente e inebetita dall’hashish accoccolata sopra.
I tendaggi ovattati attutivano la nenia ipnotica del duduk*
Erano schizzati di sangue e brandelli di pelle, come
lo straccio sbrindellato che pendeva dai fianchi dell’uomo.
Dello straniero. Innumerevoli volte, uomini venuti dal
tramonto, avevano pagato a peso d’oro i servigi dei
suoi sicari. Uomini come quello che gli aveva insozzato
tende e tappeti con gli umori del suo corpo in agonia.
La mia pazienza non durerà ancora
per molto, pensò Hasan al Sabah sfilandosi il pugnale
dalla fusciacca. La mia pazienza col pezzente infedele e
con questo qui…L’Immortale. Lo abbrancò per i
capelli, costringendolo a piegare la testa all’indietro,
offrendo la pelle tesa della gola alla lama. Il sangue
sarebbe zampillato fuori con forza, imbrattandogli
irrimediabilmente i vestiti. Ma ne sarebbe valsa la
pena. Ne valeva sempre la pena.
Portatelo via e gettatelo in pasto ai
cani. Li avrebbe chiamati, i suoi servi, ma non ancora.
Prima, avrebbe aspettato che tutto il sangue fluisse dal
corpo dello straniero, come a un animale macellato.
Quindi avrebbe riservato a quel che ne restava la sorte
che gli zingari della steppa riservavano ai corpi dei
loro morti.
*Strumento a fiato simile all’oboe.
PROMETEO
Se il fiato del prigioniero, l’ultimo,
si era spento nel gorgogliare del sangue che gli
scorreva dalla gola recisa fino alle vertebre del collo,
allora cos’era il sibilo che gli sembrava di
percepire? Un inganno, come quelli in cambio dei quali
tanti idioti gli avevano venduto, senza mercanteggiare,
i loro corpi e le loro anime? Hasan El Sabah si voltò.
E comprese che il pezzente infedele non lo aveva
ingannato.
Non c’erano ferite, sul corpo del
prigioniero, e gli parve addirittura che sulle sue
labbra aleggiasse un lieve sorriso di scherno. Come se
il carnefice non lo avesse battuto a sangue, come se un
colpo deciso del suo stesso pugnale non gli avesse
squarciato la gola. Era un occidentale dalla pelle
chiara, i capelli lunghi e il fisico possente; doveva
avere grossomodo la sua stessa età…chissà da quanto.
-Credevo che il pezzente infedele, mi
avesse ingannato. Invece, a quanto pare, tutto quello
che mi ha raccontato sul tuo conto era vero. Anche se è
difficile crederci.
Gli parlò in arabo, sperando che
quell’altro fosse in grado di rispondergli. Del resto,
il pezzente infedele gli aveva detto che, nonostante il
suo nome fosse un altro, si faceva chiamare Akbar al
Khalid. Il Grande. L’Immortale.
Il Signore degli Inganni sogghignò.
Grande e immortale, ma sudicio, contuso, incatenato e
alla sua mercé. Se solo avesse voluto, poteva tenerlo
prigioniero per sempre, farlo torturare tanto
atrocemente da costringerlo ad implorare quella morte
che non lo avrebbe liberato. A meno che non lo avesse
fatto partecipe del suo segreto.
Lo straniero scosse la testa. Non
posso, gli sibilò con un filo di voce rauca, senza
staccare gli occhi dai suoi.
-Davvero? O piuttosto non vuoi? Ho
visto con i miei occhi che la tua condizione non ti
risparmia il dolore…e agire di conseguenza sarebbe per
me giocoforza.
E allora l’avrebbe invocata, la
morte, come il titano che aveva rubato il fuoco agli Dei
per donarlo agli uomini. Ma, come a Prometeo, la
misericordia di una rapida fine gli sarebbe stata negata
e avrebbe maledetto la benedizione della vita senza fine
ricevuta in dono dal destino. Il prigioniero si morse a
sangue la bocca. Non so cosa dirvi, gli rispose senza
chinare la testa.
-Se non t’importa niente di te, t’importerà
della donna che ti portavi a letto: parla, o la getterò
in pasto ai miei uomini.
C’era un che di languido, nello
sguardo, nella voce e nei gesti di Hasan Al Sabah.
Qualcosa che, invece di attenuarla, acuiva la sua
perfidia. Quella donna ha i vostri stessi occhi, Effendi.
E sulla sua mano destra, prima che un cerusico gliela
cancellasse, c’era una macchia identica a quella che
deturpa la vostra. Voi e Sirin siete dello stesso
sangue, condividete lo stesso padre e la stessa madre.
-Da chi mi ha messo al mondo non ho
avuto niente: né il vero Dio, né la ricchezza, né il
potere. E in quanto alla donna, che sia o non sia mia
sorella, per ciò che è e che ha fatto, meriterebbe di
essere uccisa a sassate.
Meglio sarebbe stato che fossi morto
bambino e i lupi avessero davvero divorato il tuo
cadavere. Il prigioniero lo pensò, e non lo disse.
Colui che lo aveva rapito per crescerlo nelle sue
certezze e lasciargli i suoi poteri aveva distrutto in
lui ogni traccia di umanità. Che Hasan Al Sabah
meditasse di fare altrettanto con Ardeshir, nelle cui
vene scorreva il suo stesso sangue?
-E’ successo tanto tempo fa, Effendi.
Che cosa? Un demone scaturito dall’inferno
ti ha infettato con il suo morso? Hai mescolato il tuo
sangue con quello di un ghoul*? Il Signore
Hashishin sollevò lentamente la mano carica di anelli e
la donna accoccolata ai suoi piedi si alzò,
srotolandosi con la grazia pigra di un serpente. Gli
sorrise: aveva denti bianchi, occhi vuoti e mani fredde.
Il prigioniero si lasciò sfuggire un gemito, quando le
sentì insinuarsi sotto lo straccio che gli cingeva i
fianchi. Dove non avevano potuto la tortura e le
minacce, forse avrebbe potuto la lussuria. Akbar al
Khalid. Il Grande. L’Immortale. O non piuttosto un
uomo come tutti quanti gli altri, talmente sciocco da
credere che una qualsiasi baldracca dagli orifizi
slabbrati, inebetita dalla droga e olezzante di sudore e
d’essenze dozzinali fosse una Uri* del
Paradiso?
L’anima di un uomo non è un prezzo
troppo alto da pagare per un falso Paradiso, ma l’Immortale
non aveva ragioni sufficienti per vendergli la sua.
Eppure, Hasan Al Sabah era sempre stato bravo a
convincere gli altri a farlo. Promettendo loro ebbrezza,
lussuria e sangue. Anche quello. Molti provavano piacere
a torturare e ad ammazzare. Non c’è niente di sacro
nella vita di un nemico, che non vale più di quella di
due cani o di due cammelli infoiati costretti dai loro
padroni a lottare alla morte. Vendetemi la vostra anima
e vi darò anche questo.
*vampiro
*bellissime fanciulle che, nel
Paradiso, allietavano le anime degli eroi morti.
LA RESA DEI CONTI
Potessi guardarti come ti guardo io,
forse ti vergogneresti di te stesso, Immortale. Non sei
diverso dagli altri uomini, schiavo dei sensi, e della
lussuria non meno che del dolore e della paura. Parla, e
porrò fine ai tuoi incubi. O dovrò scacciare a calci
la puttana che con le mani e la bocca dà piacere al tuo
corpo, aprirti un’altra volta le vene della gola e
leccare quel sangue dove forse si cela il segreto della
tua immortalità? La pazienza ha un limite, e la mia si
sta esaurendo come l’olio che si consuma in fondo a
una lampada accesa.
La donna inginocchiata sollevò verso
il prigioniero uno sguardo carico di disperazione e di
odio. Era giovanissima. A quale prezzo Hasan Al Sabah
aveva comprato la sua anima e il suo corpo? Vorrei
poterti rendere la libertà che hai perso, ma nelle
condizioni in cui mi trovo…Se solo conoscessi il tuo
nome. Se solo non avessi le mani legate.
Era chiara di capelli d’occhi e di
carnagione: il Signore della Montagna non doveva aver
comprato la sua anima con gli inganni, ma il suo corpo
in un mercato di schiavi. L’Immortale sentì il tocco
leggero delle sue dita scorrergli lungo i muscoli tesi
delle braccia, dalle spalle fino ai polsi imprigionati
da grosse funi.
-Si pentirà di non aver usato con te
catene di ferro. Dio lo maledica.
Chiuse gli occhi, a quelle parole
pronunciate in greco dalla donna. Doveva essere l’ennesimo
inganno della sua mente sconvolta, quello, come il
bagliore che vide balenarle nelle mani. Quanto tempo
mancava, da lì alla pazzia?
Nonostante si spacci per Dio, la
voglia di pisciare piglia pure a lui…Non era un sogno,
e non era pazzia. Le sue mani erano libere, adesso. Il
polso destro gli bruciava, dove la giovane schiava aveva
scalfito la sua pelle, mentre recideva le funi. Ma non
ci metterà molto a tornare, per continuare a
tormentarti sperando di costringerti a rivelargli il tuo
segreto. Prendi questo pugnale, e fagli quello che ha
fatto a te, Immortale. Lui non è quello che sei tu. Poi
prendi la tua donna e il ragazzo e vattene, perché di
questo posto non resterà pietra su pietra.
EPILOGO
Avviluppati in pesanti coperte, la
donna e il bambino lo precedevano di pochi passi, in
sella a una piccola mula mansueta. Akbar al Khalid, l’Immortale,
si voltò e guardò per un attimo le fiamme divampare
avvolgendo la Rocca prima di spronare il suo cavallo.
Faceva freddo e il sole stava per tramontare. Bisognava
raggiungere Rudbar, prima che calasse la notte.
FINE
Lalla, 23 marzo 2007
Al tenebroso Vecchio della Montagna,
Marco Polo dedicò un capitolo de “Il Milione”. La
setta dei “fidawi” esiste ancora: