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IL VECCHIO DELLA MONTAGNA
Io sono Hasan al Sabah
Io sono il Signore Hashishin
Io sono il Vecchio della Montagna
Io sono il Custode del Giardino delle
Delizie
Io sono il Distruttore delle Città
Io sono tornato.
Prologo
DEUS LO VOLT*
Regione di Tiberiade, Galilea, Anno Domini 1191, tra
l’inverno e la primavera.
Presto il sole sarebbe calato dietro
le colline ad ovest del Lago e le ombre avrebbero
nascosto l’uomo all’uomo, il nemico al nemico. Salah
el Din si sollevò lentamente dai cuscini e alzò gli
occhi sul prigioniero, fermo all’ingresso della tenda.
Gli avevano incatenato i polsi e quattro villose guardie
selgiuk * armate fino ai denti gli tenevano le
punte delle lance premute contro il petto e la schiena.
Era indubbio che l’atabeg* di Jezireh, i
cui uomini l’avevano catturato nel corso d’una
scaramuccia a sentir loro di poco conto, avesse peccato
per eccesso di zelo. Il prigioniero non sembrava
meritasse tutte quelle attenzioni. Sulla cotta di maglia
di ferro, indossava una tunica sudicia e sbrindellata,
segnata da una vistosa croce nera il cui braccio
verticale andava dall’orlo alla scollatura: ne aveva
visti tanti,come quello, il Rais*, abbastanza da
non meravigliarsene: nobili senza terra, avventurieri,
fanatici, morti di fame per i quali Dio costituiva un
semplice alibi alla loro avidità d’oro, di terre e di
sangue. Si stupì che l’atabeg di Jezireh lo
avesse lasciato vivere. Di solito non faceva prigionieri
e non era da lui sperare che la vita di quell’individuo
sudicio, scarmigliato e lacero potesse essere barattata
con un congruo riscatto: era giovane e forte, questo
sì. Poteva durare un paio d’anni a picconare sale in
qualche cava o a girare una macina, ma Ibrahim Al
Zawahiri era un guerriero, non un mercante di schiavi.
Salah el Din scacciò con una mano il
fumo acre che di levava da un braciere, mentre ascoltava
annoiato il resoconto degli uomini di al Zawahiri. C’era
stata un’imboscata, sulla strada che da San Giovanni d’Acri
assediata dagli Infedeli portava ad Haifa. Non era la
prima e non sarebbe stata l’ultima, finché quella
guerra che sembrava senza fine non avesse avuto termine.
Chissà quando, si domandò il Rais, maledicendo
tra sé e sé il fumo che gli faceva lacrimare gli occhi
e i quattro soldatacci puzzolenti di scorta al gentile
omaggio che l’atabeg di Jezireh gli aveva fatto
recapitare.
Il prigioniero. Era un giovane alto e
forte, con la pelle chiara dei Franchi* e occhi acuti,
tra l’azzurro e il verde. Un guerriero valoroso,
aldilà di quanto potessero ingannare la modestia dei
suoi abiti laceri e chiazzati di sangue secco, la barba
incolta, i lunghi capelli castani impastati di polvere e
sudore. Doveva essere stato malmenato da quegli animali
che non conoscevano pietà e quando parlavano sembrava
abbaiassero: turchi dai camusi tratti asiatici, imbevuti
di odio xenofobo e zelo fanatico. Puzzavano di sangue
rappreso, corpi non lavati e pelli sudice di cammello,
pensò Salah el Din arricciando il lungo naso aquilino.
Puzzavano quanto il loro prigioniero, l’unico
sopravissuto d’un piccolo drappello di uomini che dall’accampamento
dell’esercito cristiano che stringeva Acri d’assedio,
si recavano ad Haifa forse per imbarcarsi su qualche
galea cristiana diretta a Occidente.
“Shaitan”. Satana. Un
epiteto sputato fuori dalle labbra livide e baffute come
un insulto. Non sei chi sembri, straniero. Lo pensò, il
Rais, lo pensò guardandolo dritto dentro gli
occhi chiari, trasparenti eppure imperscrutabili.
Perché non sei morto anche tu, con gli altri, quando
gli uomini dell’atabeg di Jezireh vi hanno
attaccati, sulla strada che da Acri assediata porta al
mare? Cinque Templari dai mantelli neri svolazzanti, e
quell’avventuriero da niente. Chissà chi era. Non
quello che sembrava, ci voleva poco a capirlo. Anche i
bestiali scherani di Ibrahim al Zawahiri dovevano
essersene resi conto, se avevano ucciso, secondo
consegna, gli uni e risparmiato la vita dell’altro. E’
impossibile negare l’intrinseca crudeltà della
guerra, si disse da sé solo il Rais, ma perfino
la misericordia può essere pericolosa, in determinate
circostanze. Era stato lui stesso a diramare ai suoi
luogotenenti l’ordine di non prendere vivi i monaci
guerrieri rossocrociati, le truppe scelte dell’esercito
cristiano.
Non era ciò che sembrava, un nobile
decaduto, un penitente che affrontava la morte per
impetrare un miracolo o per scontare peccati meritevoli
di eterna dannazione. Fosse stato quello, non avrebbe
viaggiato sotto scorta. Doveva trattarsi di un
personaggio importante in incognito…Forse un Templare
egli stesso. E non uno qualsiasi.
Sarebbe bastata la minaccia di finire
incatenato alla macina di un mulino fino al termine dei
suoi giorni per scardinare il segreto che si portava
dentro? O sarebbe stato necessario ricorrere allo
scudiscio per costringerlo a parlare? Salah el Din
rabbrividì, e non era per il vento freddo della sera
che soffiava dal deserto verso il mare.
Il prigioniero, immobile al centro
della tenda, i polsi serrati da pesanti catene
arrugginite, sembrava una statua d’oro, al riverbero
del tramonto e delle grandi lanterne: la statua di un
nume guerriero, coperta di ruggine e di stracci. Lo
scollo della tunica era incrostato di sangue secco,
sangue non suo, non gli si vedevano ferite. Un nume
piegato in qualche modo dal destino, e soprattutto
stanco. Stanco di battaglie, di assedi, di urla e di
morte. “Allah Akbar! ” “La ilaha il’
Allah!” “Deus, adiuva!” “Pro Sancto
Sepulcro!” Stanco del nome di Dio tramutato in un
grido di battaglia, impugnato come una clava. Stanco
tanto quanto lui, pensò Salah el Din.
-Portatelo via. E fategli fare un bel
bagno: questo infedele puzza come un branco di cammelli.
* Non si tratta, come potrebbe
sembrare, di latino storpiato. Si tratta invece di
francese antico.”Dio lo vuole” era il motto con cui
Pietro l’Eremita reclutava combattenti per la Guerra
Santa, quando la Chiesa bandì la Prima Crociata.
*Guerrieri turchi.
*Feudatario arabo.
*Con questo nome, gli Orientali
designavano genericamente gli Europei.
***
Conosco abbastanza il mondo da non
nutrire fiducia in una confessione estorta con la
tortura, perché, tra i tormenti, anche l’uomo più
temerario non esiterebbe a gabellare per verità la
menzogna e la calunnia, a vendere al demonio il sangue
del suo sangue, si disse da sé solo il Rais
studiando attentamente il prigioniero. Aveva mani forti
e sguardo franco, in fondo al quale non lesse rimorso. E
dallo scollo della casacca, non emergeva la croce
impressa col fuoco ai cavalieri Tafur*. Non era
un monaco guerriero votato alla castità, né un
criminale che nella Guerra Santa cercava scampo al
patibolo. Non era stato necessario lo scudiscio per
scoprirlo, erano bastate le mani impudiche e sapienti
della puttana che l’aveva aiutato a lavarsi.
-Va meglio…adesso?
Salah el Din parlava un pessimo
francese, e si ritrovò a ringraziare Allah con il
pensiero quando l’altro gli rispose in un arabo
fluente, per ringraziarlo delle sue ospitali attenzioni.
Che lui aveva immensamente apprezzato. Tutte quante.
-Qual è il vostro nome, Sidi*?
-Maximus.
Un nome che nessun padre dotato d’un
minimo di buonsenso dovrebbe imporre a un neonato del
quale è impossibile prevedere la futura riuscita. Un
nome che significava il più grande. Akbar. Era
stato uno sciocco ambizioso a generare quell’uomo.
-Al Zawahiri ha risparmiato la vostra
vita…
-La mano del carnefice tremava. E la
lama del suo coltello non era abbastanza affilata.
E allora di chi era il sangue che vi
imbrattava i vestiti quando gli uomini dell’ atabeg
di Jezireh vi hanno trascinato da me? E’questo il
motivo per cui i vostri guardiani vi chiamano Shaitan?
Salah el Din lo guardò perplesso, prima di formulargli
la domanda che gli bruciava dentro e che non avrebbe
avuto risposta diversa da un impercettibile sorriso a
labbra chiuse.
-Siete qui…perché Dio lo vuole?
-Dio…O non piuttosto gli uomini?
Non c’è niente di santo, in questa maledetta guerra.
E anche voi lo sapete.
Gli fu più semplice condividere le
affermazioni del prigioniero che continuare reggere il
suo sguardo malinconico. I monaci guerrieri e i Tafur
rei di fellonia, stupro e assassinio che, grazie
alla Guerra Santa, avevano eluso la giustizia umana e
divina erano facce della stessa medaglia. Come, dall’altra
parte, Ibrahim al Zawahiri, che non faceva prigionieri.
Come…Come Hasan al Sabah.
-Le vostre sono affermazioni
pericolose…Akbar.
Salah el Din non ignorava il destino
che i Cristiani riservavano ad eretici, empi e
bestemmiatori: il fuoco. Una gran brutta morte.
-Ho visto cose che non avrei voluto
vedere.
Eh già, la misericordia era morta
ammazzata proprio lì, su quella polvere che i sandali
di Jeshua, l’Unto del Signore avevano calpestato, un
mare di secoli prima. Nelle chiese di tutta Europa, nei
borghi come nelle campagne, i monaci predicavano che non
era peccato strappar via l’anima agli infedeli e che
doveva addirittura considerarsi atto meritorio uccidere
un ebreo, fosse pure una donna, un vecchio, un bambino.
Tanto nessun membro di quella stirpe maledetta era
abbastanza innocente da ritenersi meritevole di
misericordia.
I Tafur felloni portano
impresso per sempre nelle carni il marchio della loro
infamia, e un Templare vincolato alla castità da voti
solenni non si sarebbe lasciato mettere le mani addosso
da una puttana, pensò Salah el Din. L’uomo che se ne
stava fermo di fronte a lui, rivestito con abiti puliti
di foggia moresca non era né l’uno né l’altro. Era
grande e forte perfino senza la maglia di ferro e l’ aketon*
imbottito addosso. Doveva essere un demonio, con la
spada in pugno.
-Copritevi con questo. Stasera il
freddo punge, Sidi. E ditemi di voi.
Il prigioniero si drappeggiò addosso
il pesante mantello foderato di pelliccia.
-Non ho niente contro nessuno e, se
il Paradiso bisogna guadagnarselo sterminando coloro che
chiamano Dio con un altro nome, allora temo che finirò
all’inferno.
Era un uomo sagace, l’infedele:
avesse avuto carnagione olivastra e occhi scuri come una
notte senza stelle, avrebbe potuto essergli figlio. Non
gli sarebbe affatto dispiaciuto, un figlio così. Chi
siete? Gli domandò ancora. A forza di insistere,
avrebbe avuto da lui una risposta alle sue domande. Per
certo, sembrava comunque che avesse vissuto più di
quanto la sua giovane età e le sue poche parole
lasciassero intuire. E che meritasse fiducia, anche se
chiamava Dio diversamente da come lo chiamava lui,
perché i suoi occhi di straniero erano sinceri.
-Chi sono? Un suddito devoto di Re
Riccardo d’Inghilterra.
-E non è stato il desiderio di
mondarvi l’anima dai peccati a condurvi da queste
parti.
Le labbra gli si erano piegate in una
piccola smorfia. Il mio sovrano, gli disse, è qui per
risparmiarsi l’inferno nell’altra vita. Lui ci
crede. Io no. Ma quando un re s’imbarca stupidamente
in un’impresa tanto azzardata quanto inutile, dalla
quale rischia di non venir fuori vivo, corvi e cani
randagi escono dai loro nascondigli, pronti ad
approfittare a loro vantaggio della situazione.
-Giovanni, il principe reggente, ha
fatto in modo che si diffondessero voci secondo cui il
Re sarebbe gravemente malato, forse addirittura morto.
Riccardo non ha generato figli…Né principi né
bastardi reali: il suo seme è sterile, e quando morirà
sarà suo fratello a salire sul trono. Giovanni è un
uomo ambizioso e privo qualsiasi scrupolo. Non è molto
amato dai suoi sudditi.
-Quindi s’impone che gli Inglesi
sappiano per certo che il re è vivo. E voi siete stato
incaricato d’appurarlo.
-E’ così. Il destino gli ha
risparmiato la fine di quell’altro idiota, il Sacro
Romano Imperatore, morto annegato, trascinato a fondo
dal peso della sua armatura mentre guadava un torrente.
Per adesso. Ma se l’assedio di San Giovanni d’Acri
durerà ancora a lungo, non gli risparmierà la peste,
una febbre maligna o la punta di una freccia piantata
nel cuore. E il principe Giovanni non avrà più nessuno
a cui render conto delle sue azioni.
* Cavalieri
che, colpevoli di gravi reati, sfuggivano alla condanna
arruolandosi nell’esercito crociato.Non avevano niente
da perdere ed erano famigerati per la loro crudeltà.Il
loro contrassegno di riconoscimento era una croce
impressa a fuoco sul collo
*Signore.
*Tunica leggermente imbottita che si
indossava sotto la cotta di maglia d’acciaio .
***
Salah El Din lo guardò in silenzio
tormentare con le dita l’orlo del lungo mantello
foderato di pelliccia. Era la verità, quella che gli
aveva raccontato, o una menzogna dietro la quale voleva
nascondere qualcosa? Ma la menzogna è l’arma dei
vigliacchi, si disse da sé solo, e lui era abbastanza
sagace da riuscire a distinguere un’aquila da una
cornacchia.
-Dunque, siete qui per constatare con
di persona che il vostro re è vivo…e per trascinarlo
fuori dalla follia nella quale si è invischiato?
-Follia. Avete detto bene.
Scimitarre, spade e pugnali balenano solo nelle canzoni
di gesta: nella realtà, si limitano a ferire,
sventrare, squartare, mutilare, uccidere…E sono le
nostre mani a guidarli. Mi rifiuto di credere in un Dio
che pretende questo da noi, in cambio del suo Paradiso.
E neanche voi ci credete, Effendi.
Quell’uomo dall’espressione
franca era riuscito a leggergli nel pensiero. Chissà,
forse era quello il motivo per cui i suoi carcerieri lo
chiamavano Shaitan. Demonio.
Non mancava molto al calar della
notte, e il Rais avrebbe chiesto ai suoi
servitori di preparare un letto per l’infedele. Lì,
nella sua tenda. Perché, Effendi, pretendi d’ospitare
quello scorpione nel luogo medesimo dove dormi?
Avrebbero discusso i suoi ordini, e non sarebbe stato
facile convincerli ad ubbidirgli. Ma, alla fine,
avrebbero fatto quel che lui voleva, perché sapevano
che Salah el Din era un uomo saggio e non lasciava
niente al caso. Fosse stato avventato e impulsivo, non
sarebbe diventato colui che era, il Califfo d’Egitto e
Siria, la mano armata di Dio. Non fosse stato prudente
come una serpe, la lama di un coltello avrebbe già da
tempo posto fine ai suoi giorni: e non necessariamente
sarebbe stata una mano cristiana a stringerne l’impugnatura.
Salah el Din socchiuse i lunghi occhi
malinconici. Forse era scritto nelle stelle che il
pugnale di un sicario avrebbe stroncato la sua vita.
Meno di un anno prima, la calotta d’acciaio che
nascondeva sotto il turbante lo aveva salvato. Ma il
destino si può imbrogliare una volta soltanto, pensò.
E Hasan al Sabah era un uomo perseverante.
***
-Voi siete in grado di scardinare i
segreti di chi vi sta di fronte. E’ per questo che vi
chiamano Shaitan?
-Non sono uno stregone, Effendi.
Semplicemente, ho imparato a guardarmi intorno. E sono
al mondo quel tanto che basta da aver imparato come
vanno le cose.
Quel tanto che bastava. Trenta,
trentacinque anni al massimo. Era un uomo attraente,
senza tutti quegli stracci e quella sporcizia addosso. I
capelli, ancora umidi, sembravano più lisci e più
scuri. Era grande e poderoso, eppure riusciva a muoversi
con leggerezza, quasi con grazia. Come un leone. Salah
El Din si soffermò a osservargli le mani. Palmi larghi
e callosi, unghie smozzicate. Una vecchia vera d’argento
annerito dall’ossido all’anulare della sinistra.
Erano le mani di un uomo che faceva un mestiere più
onesto della guerra per guadagnarsi da vivere, le sue.
-Che cosa avete lasciato, per venire
qui? E chi vi aspetta, quando…tornerete lassù?
Aveva un bel sorriso, denti squadrati
e sani. Un sorriso che dalla bocca non si irradiava agli
occhi, come se qualcosa in fondo al cuore gli pesasse o
gli dolesse. Gli parlò di un vecchio castello mezzo
diroccato in Cornovaglia. Di un piccolo appezzamento di
terreno dove allevava cavalli. Non menzionò moglie e
figli. Li aveva avuti, forse, e non li aveva più. O, a
dispetto di tutte le apparenze, quell’uomo era un
sodomita. Nonostante tanto la morale cristiana che
quella islamica lo condannassero, il vizio della sodomia
prosperava ovunque, come la gramigna.
Il fumo acre del braciere gli
bruciava gli occhi e la gola. Portalo via, ordinò a un
giovane servitore. I caldi mantelli di pelliccia
sarebbero bastati a proteggere lui e l’infedele dal
freddo della notte.
-E così in Cornovaglia vi aspettano
soltanto i vostri cavalli.
-Avevo una moglie e un figlio, tanto
tempo fa. Sono morti.
-Mi dispiace.
***
Salah el Din. Lo aveva immaginato
diverso da quel vecchio dinoccolato, col naso grosso e
lo sguardo triste, quando per lui era soltanto un’entità
astratta che i suoi chiamavano il Nemico. Il Saladino.
Colui che, nella gola di Hattin, aveva sterminato senza
pietà l’avanguardia dell’esercito cristiano. Il
Saladino. L’Anticristo dell’Apocalisse.
Probabilmente, sembrava piè vecchio
della sua età. Ma i suoi anni dovevano essere ormai
comunque quelli in cui la vita ripiega su se stessa e
non si desidera più la gloria, bensì gioie semplici:
la compagnia degli amici, un libro, una passeggiata tra
le siepi fiorite di un giardino, con il cane fedele che
ti trotterella alle calcagna e un nipotino a cui
raccontare favole per mano, le piccole gioie allo
portata di chiunque, ma non per tutti. Non per chi è
stato destinato dalla gloria a un’immortalità,
volente o nolente che egli sia. Poco doveva importare a
quell’uomo di combattere perché il nome di Dio
pronunciato in una lingua trionfasse su quello dello
stesso Dio che i suoi fedeli chiamavano con un nome
diverso. E all’immagine di Salah El Din, Maximus vide
sovrapporsi quella di chi era stato il signore a cui
aveva giurato lealtà, un mare di secoli prima, un uomo
che amava la pace ed era stato costretto dalle
circostanze a trascorrere sui campi di battaglia metà
della sua vita: Marco Aurelio Antonino, Cesare di Roma.
Un uomo fragile e malato, più
vecchio dei suoi anni. Come quell’altro. Forse non
avrebbe conosciuto la fine di quel conflitto senza
senso, voluto da chi non riusciva a credere che potesse
esserci pace, tra popoli che pregavano Dio con parole
diverse. Da una parte e dall’altra. Perché non vi era
differenza alcuna tra i cavalieri Tafur e i
fanatici Fidawi di Hasan el Sabah, chiamassero il
loro dio come gli pareva.
-Effendi…
Erano tante le cose che avrebbe
voluto dirgli. San Giovanni D’Acri cadrà, Effendi.
Ma questa guerra non saremo noi a vincerla.
-Volevate dirmi qualcosa, Sidi?
-Semplicemente chiedervi se fosse
possibile liberare un prigioniero cristiano e mandarlo
in Inghilterra al posto mio. Io credo che potrei fare
per voi qualcosa di molto importante…A un patto.
Gli occhi di Salah el Din erano
liquidi, dolci e scuri, occhi da mistico e non da
combattente. Per un istante, Maximus si sentì
trapassare da quello sguardo capace di leggergli dentro
e percepì l’imbarazzo del rossore che gli saliva dal
collo alle guance. Lo stava giudicando un fellone,
capace di tradire la memoria di quei compagni che si
erano fatti massacrare per difenderlo? Lo stava
giudicando capace di vendersi al nemico per denaro?
-L’esercito crociato potrà anche
vincere qualche battaglia, ma questa guerra la
perderemo, ed è giusto che così sia. In cambio di
quello che sto per proporvi, vorrei strapparvi una
promessa, Effendi: la libertà, per i Cristiani,
di recarsi a pregare a Gerusalemme. Mi sembra un prezzo
onesto da pagare.
-E voi quale contropartita offrite?
-La testa di Hasan al Sabah.
***
Il vento freddo della notte, che
penetrava in refoli gelidi dentro la tenda lo fece
rabbrividire. Quell’uomo stava per chiedergli di
barattare la libertà per i correligionari di recarsi a
pregare nei Luoghi Santi con la sua morte. E lui non
poteva accettare quel dono avvelenato che avrebbe
riempito di incubi le notti che gli restavano.
Seminascosto dalle ombre, il
prigioniero cristiano si gingillava con un lungo
pugnale, la cui lama d’acciaio azzurrastro balenava
alla luce incerta delle candele. L’arma, disse, dei
sicari fidawi che avevano offerto al Signore
Hashishin la loro volontà, in cambio di un paradiso
fittizio, convinti com’erano che i giardini di Hasan
al Sabah fossero l’Eden promesso da Dio ai suoi
devoti. L’arma con cui quegli assassini vi sgozzeranno
come una capra nella Festa del Sacrificio, aveva
ribattuto Salah el Din.
Il Rais guardò il riflesso
delle piccole fiamme frantumarsi in un pulviscolo verde
e dorato, dentro gli occhi trasparenti del suo
interlocutore, lo ascoltò ridere piano. Diverse volte,
gli disse, mi avete chiesto come mai gli scherani che mi
tenevano le lance puntate contro mi chiamavano Shaitan…
-La lama del coltello era affilata
come un rasoio, Effendi. E la mano del carnefice
non ha tremato. E’ questa la sola ragione.
Lo avrebbe fermato, avesse immaginato
quello che stava per fare. Ma il Crociato fu più rapido
dei suoi pensieri. Folle, pensò Salah el Din
guardandolo inchiodarsi la mano al tavolo con il lungo
pugnale acuminato. Le dita gli si contrassero
violentemente, mentre una smorfia di atroce, assoluta
sofferenza gli sfigurava i tratti del viso.
-Ancora la mia offerta non vi
convince, Effendi?
Gli occhi verdeazzurri si piantarono
nei suoi come chiodi, in attesa della risposta. No. La
mia vita, su cui incombe ormai l’ombra lunga dell’ala
di Iblis* non vale neppure quella di un pazzo, Sidi.
Non sarò io l’alibi al vostro suicidio.
Avrebbe voluto parlargli, e si
limitò a guardarlo estrarsi il pugnale dalla mano e
sollevarla verso la sua faccia, il sangue che gli
ruscellava rosso e copioso lungo il polso, andando a
impregnare la manica della djiellabah*.
-La lama del coltello era affilata
come un rasoio. E la mano del carnefice non tremava. E’
per questo che mi chiamano Shaitan. Io non posso
morire, Effendi.
Lo sguardo di Salah el Din scivolò
dagli occhi tristi alla grande mano dai palmi callosi.
Quale trucco avete usato per estorcermi la vostra
condanna capitale? pensò il Rais, non vedendo
ferite. L’altro gli sorrise. Voglio raccontarvi una
storia, Effendi. E si accinse a dirgli di un uomo
che era stato contadino, soldato, generale, schiavo,
gladiatore e regicida, un male di secoli prima. Di un
uomo che aveva sacrificato la vita alla giustizia ed era
stato richiamato indietro dall’aldilà per opera d’amore
e di magia.
*L’angelo della morte.
*Sopraveste
(Continua) |