Russell Crowe, notizie in lingua italiana

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Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Il Vecchio della Montagna - prima parte (leggi la seconda parte)
autrice: Lalla Usai
e-mail: lallausai@tiscali.it
data di edizione: 17 febbraio 2005
argomento della storia: Massimo Decimo Meridio, l'immortale - per leggere le altre storie del ciclo "Massimo Immortale" scritte da lalla, cerca nell'indice delle fanfiction
riassunto breve: durante la Terza Crociata, un enigmatico cavaliere cristiano è preso prigioniero e condotto presso il Rais, Salah el Din...
lettura vietata ai minori di anni: in via preventiva, v.m. 18. Nella prima parte non succede nulla, ma nella seconda la temperatura si riscalderà...
note: è previsto un seguito.

IL VECCHIO DELLA MONTAGNA

Io sono Hasan al Sabah

Io sono il Signore Hashishin

Io sono il Vecchio della Montagna

Io sono il Custode del Giardino delle Delizie

Io sono il Distruttore delle Città

Io sono tornato.

Prologo

DEUS LO VOLT*

Regione di Tiberiade, Galilea, Anno Domini 1191, tra l’inverno e la primavera.

Presto il sole sarebbe calato dietro le colline ad ovest del Lago e le ombre avrebbero nascosto l’uomo all’uomo, il nemico al nemico. Salah el Din si sollevò lentamente dai cuscini e alzò gli occhi sul prigioniero, fermo all’ingresso della tenda. Gli avevano incatenato i polsi e quattro villose guardie selgiuk * armate fino ai denti gli tenevano le punte delle lance premute contro il petto e la schiena. Era indubbio che l’atabeg* di Jezireh, i cui uomini l’avevano catturato nel corso d’una scaramuccia a sentir loro di poco conto, avesse peccato per eccesso di zelo. Il prigioniero non sembrava meritasse tutte quelle attenzioni. Sulla cotta di maglia di ferro, indossava una tunica sudicia e sbrindellata, segnata da una vistosa croce nera il cui braccio verticale andava dall’orlo alla scollatura: ne aveva visti tanti,come quello, il Rais*, abbastanza da non meravigliarsene: nobili senza terra, avventurieri, fanatici, morti di fame per i quali Dio costituiva un semplice alibi alla loro avidità d’oro, di terre e di sangue. Si stupì che l’atabeg di Jezireh lo avesse lasciato vivere. Di solito non faceva prigionieri e non era da lui sperare che la vita di quell’individuo sudicio, scarmigliato e lacero potesse essere barattata con un congruo riscatto: era giovane e forte, questo sì. Poteva durare un paio d’anni a picconare sale in qualche cava o a girare una macina, ma Ibrahim Al Zawahiri era un guerriero, non un mercante di schiavi.

 

Salah el Din scacciò con una mano il fumo acre che di levava da un braciere, mentre ascoltava annoiato il resoconto degli uomini di al Zawahiri. C’era stata un’imboscata, sulla strada che da San Giovanni d’Acri assediata dagli Infedeli portava ad Haifa. Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima, finché quella guerra che sembrava senza fine non avesse avuto termine. Chissà quando, si domandò il Rais, maledicendo tra sé e sé il fumo che gli faceva lacrimare gli occhi e i quattro soldatacci puzzolenti di scorta al gentile omaggio che l’atabeg di Jezireh gli aveva fatto recapitare.

 

Il prigioniero. Era un giovane alto e forte, con la pelle chiara dei Franchi* e occhi acuti, tra l’azzurro e il verde. Un guerriero valoroso, aldilà di quanto potessero ingannare la modestia dei suoi abiti laceri e chiazzati di sangue secco, la barba incolta, i lunghi capelli castani impastati di polvere e sudore. Doveva essere stato malmenato da quegli animali che non conoscevano pietà e quando parlavano sembrava abbaiassero: turchi dai camusi tratti asiatici, imbevuti di odio xenofobo e zelo fanatico. Puzzavano di sangue rappreso, corpi non lavati e pelli sudice di cammello, pensò Salah el Din arricciando il lungo naso aquilino. Puzzavano quanto il loro prigioniero, l’unico sopravissuto d’un piccolo drappello di uomini che dall’accampamento dell’esercito cristiano che stringeva Acri d’assedio, si recavano ad Haifa forse per imbarcarsi su qualche galea cristiana diretta a Occidente.

 

Shaitan”. Satana. Un epiteto sputato fuori dalle labbra livide e baffute come un insulto. Non sei chi sembri, straniero. Lo pensò, il Rais, lo pensò guardandolo dritto dentro gli occhi chiari, trasparenti eppure imperscrutabili. Perché non sei morto anche tu, con gli altri, quando gli uomini dell’atabeg di Jezireh vi hanno attaccati, sulla strada che da Acri assediata porta al mare? Cinque Templari dai mantelli neri svolazzanti, e quell’avventuriero da niente. Chissà chi era. Non quello che sembrava, ci voleva poco a capirlo. Anche i bestiali scherani di Ibrahim al Zawahiri dovevano essersene resi conto, se avevano ucciso, secondo consegna, gli uni e risparmiato la vita dell’altro. E’ impossibile negare l’intrinseca crudeltà della guerra, si disse da sé solo il Rais, ma perfino la misericordia può essere pericolosa, in determinate circostanze. Era stato lui stesso a diramare ai suoi luogotenenti l’ordine di non prendere vivi i monaci guerrieri rossocrociati, le truppe scelte dell’esercito cristiano.

 

Non era ciò che sembrava, un nobile decaduto, un penitente che affrontava la morte per impetrare un miracolo o per scontare peccati meritevoli di eterna dannazione. Fosse stato quello, non avrebbe viaggiato sotto scorta. Doveva trattarsi di un personaggio importante in incognito…Forse un Templare egli stesso. E non uno qualsiasi.

 

Sarebbe bastata la minaccia di finire incatenato alla macina di un mulino fino al termine dei suoi giorni per scardinare il segreto che si portava dentro? O sarebbe stato necessario ricorrere allo scudiscio per costringerlo a parlare? Salah el Din rabbrividì, e non era per il vento freddo della sera che soffiava dal deserto verso il mare.

 

Il prigioniero, immobile al centro della tenda, i polsi serrati da pesanti catene arrugginite, sembrava una statua d’oro, al riverbero del tramonto e delle grandi lanterne: la statua di un nume guerriero, coperta di ruggine e di stracci. Lo scollo della tunica era incrostato di sangue secco, sangue non suo, non gli si vedevano ferite. Un nume piegato in qualche modo dal destino, e soprattutto stanco. Stanco di battaglie, di assedi, di urla e di morte. “Allah Akbar! ” “La ilaha il’ Allah!” “Deus, adiuva!” “Pro Sancto Sepulcro!” Stanco del nome di Dio tramutato in un grido di battaglia, impugnato come una clava. Stanco tanto quanto lui, pensò Salah el Din.

 

-Portatelo via. E fategli fare un bel bagno: questo infedele puzza come un branco di cammelli.

 

* Non si tratta, come potrebbe sembrare, di latino storpiato. Si tratta invece di francese antico.”Dio lo vuole” era il motto con cui Pietro l’Eremita reclutava combattenti per la Guerra Santa, quando la Chiesa bandì la Prima Crociata.

*Guerrieri turchi.

*Feudatario arabo.

*Con questo nome, gli Orientali designavano genericamente gli Europei.

 

***

 

Conosco abbastanza il mondo da non nutrire fiducia in una confessione estorta con la tortura, perché, tra i tormenti, anche l’uomo più temerario non esiterebbe a gabellare per verità la menzogna e la calunnia, a vendere al demonio il sangue del suo sangue, si disse da sé solo il Rais studiando attentamente il prigioniero. Aveva mani forti e sguardo franco, in fondo al quale non lesse rimorso. E dallo scollo della casacca, non emergeva la croce impressa col fuoco ai cavalieri Tafur*. Non era un monaco guerriero votato alla castità, né un criminale che nella Guerra Santa cercava scampo al patibolo. Non era stato necessario lo scudiscio per scoprirlo, erano bastate le mani impudiche e sapienti della puttana che l’aveva aiutato a lavarsi.

 

-Va meglio…adesso?

 

Salah el Din parlava un pessimo francese, e si ritrovò a ringraziare Allah con il pensiero quando l’altro gli rispose in un arabo fluente, per ringraziarlo delle sue ospitali attenzioni. Che lui aveva immensamente apprezzato. Tutte quante.

 

-Qual è il vostro nome, Sidi*?

-Maximus.

 

Un nome che nessun padre dotato d’un minimo di buonsenso dovrebbe imporre a un neonato del quale è impossibile prevedere la futura riuscita. Un nome che significava il più grande. Akbar. Era stato uno sciocco ambizioso a generare quell’uomo.

 

-Al Zawahiri ha risparmiato la vostra vita…

 

-La mano del carnefice tremava. E la lama del suo coltello non era abbastanza affilata.

 

E allora di chi era il sangue che vi imbrattava i vestiti quando gli uomini dell’ atabeg di Jezireh vi hanno trascinato da me? E’questo il motivo per cui i vostri guardiani vi chiamano Shaitan? Salah el Din lo guardò perplesso, prima di formulargli la domanda che gli bruciava dentro e che non avrebbe avuto risposta diversa da un impercettibile sorriso a labbra chiuse.

 

-Siete qui…perché Dio lo vuole?

 

-Dio…O non piuttosto gli uomini? Non c’è niente di santo, in questa maledetta guerra. E anche voi lo sapete.

 

Gli fu più semplice condividere le affermazioni del prigioniero che continuare reggere il suo sguardo malinconico. I monaci guerrieri e i Tafur rei di fellonia, stupro e assassinio che, grazie alla Guerra Santa, avevano eluso la giustizia umana e divina erano facce della stessa medaglia. Come, dall’altra parte, Ibrahim al Zawahiri, che non faceva prigionieri. Come…Come Hasan al Sabah.

 

-Le vostre sono affermazioni pericolose…Akbar.

 

Salah el Din non ignorava il destino che i Cristiani riservavano ad eretici, empi e bestemmiatori: il fuoco. Una gran brutta morte.

 

-Ho visto cose che non avrei voluto vedere.

 

Eh già, la misericordia era morta ammazzata proprio lì, su quella polvere che i sandali di Jeshua, l’Unto del Signore avevano calpestato, un mare di secoli prima. Nelle chiese di tutta Europa, nei borghi come nelle campagne, i monaci predicavano che non era peccato strappar via l’anima agli infedeli e che doveva addirittura considerarsi atto meritorio uccidere un ebreo, fosse pure una donna, un vecchio, un bambino. Tanto nessun membro di quella stirpe maledetta era abbastanza innocente da ritenersi meritevole di misericordia.

 

I Tafur felloni portano impresso per sempre nelle carni il marchio della loro infamia, e un Templare vincolato alla castità da voti solenni non si sarebbe lasciato mettere le mani addosso da una puttana, pensò Salah el Din. L’uomo che se ne stava fermo di fronte a lui, rivestito con abiti puliti di foggia moresca non era né l’uno né l’altro. Era grande e forte perfino senza la maglia di ferro e l’ aketon* imbottito addosso. Doveva essere un demonio, con la spada in pugno.

 

-Copritevi con questo. Stasera il freddo punge, Sidi. E ditemi di voi.

 

Il prigioniero si drappeggiò addosso il pesante mantello foderato di pelliccia.

 

-Non ho niente contro nessuno e, se il Paradiso bisogna guadagnarselo sterminando coloro che chiamano Dio con un altro nome, allora temo che finirò all’inferno.

 

Era un uomo sagace, l’infedele: avesse avuto carnagione olivastra e occhi scuri come una notte senza stelle, avrebbe potuto essergli figlio. Non gli sarebbe affatto dispiaciuto, un figlio così. Chi siete? Gli domandò ancora. A forza di insistere, avrebbe avuto da lui una risposta alle sue domande. Per certo, sembrava comunque che avesse vissuto più di quanto la sua giovane età e le sue poche parole lasciassero intuire. E che meritasse fiducia, anche se chiamava Dio diversamente da come lo chiamava lui, perché i suoi occhi di straniero erano sinceri.

 

-Chi sono? Un suddito devoto di Re Riccardo d’Inghilterra.

-E non è stato il desiderio di mondarvi l’anima dai peccati a condurvi da queste parti.

 

Le labbra gli si erano piegate in una piccola smorfia. Il mio sovrano, gli disse, è qui per risparmiarsi l’inferno nell’altra vita. Lui ci crede. Io no. Ma quando un re s’imbarca stupidamente in un’impresa tanto azzardata quanto inutile, dalla quale rischia di non venir fuori vivo, corvi e cani randagi escono dai loro nascondigli, pronti ad approfittare a loro vantaggio della situazione.

 

-Giovanni, il principe reggente, ha fatto in modo che si diffondessero voci secondo cui il Re sarebbe gravemente malato, forse addirittura morto. Riccardo non ha generato figli…Né principi né bastardi reali: il suo seme è sterile, e quando morirà sarà suo fratello a salire sul trono. Giovanni è un uomo ambizioso e privo qualsiasi scrupolo. Non è molto amato dai suoi sudditi.

 

-Quindi s’impone che gli Inglesi sappiano per certo che il re è vivo. E voi siete stato incaricato d’appurarlo.

-E’ così. Il destino gli ha risparmiato la fine di quell’altro idiota, il Sacro Romano Imperatore, morto annegato, trascinato a fondo dal peso della sua armatura mentre guadava un torrente. Per adesso. Ma se l’assedio di San Giovanni d’Acri durerà ancora a lungo, non gli risparmierà la peste, una febbre maligna o la punta di una freccia piantata nel cuore. E il principe Giovanni non avrà più nessuno a cui render conto delle sue azioni.

*Cavalieri che, colpevoli di gravi reati, sfuggivano alla condanna arruolandosi nell’esercito crociato.Non avevano niente da perdere ed erano famigerati per la loro crudeltà.Il loro contrassegno di riconoscimento era una croce impressa a fuoco sul collo

*Signore.

*Tunica leggermente imbottita che si indossava sotto la cotta di maglia d’acciaio.

 

***

 

Salah El Din lo guardò in silenzio tormentare con le dita l’orlo del lungo mantello foderato di pelliccia. Era la verità, quella che gli aveva raccontato, o una menzogna dietro la quale voleva nascondere qualcosa? Ma la menzogna è l’arma dei vigliacchi, si disse da sé solo, e lui era abbastanza sagace da riuscire a distinguere un’aquila da una cornacchia.

 

-Dunque, siete qui per constatare con di persona che il vostro re è vivo…e per trascinarlo fuori dalla follia nella quale si è invischiato?

 

-Follia. Avete detto bene. Scimitarre, spade e pugnali balenano solo nelle canzoni di gesta: nella realtà, si limitano a ferire, sventrare, squartare, mutilare, uccidere…E sono le nostre mani a guidarli. Mi rifiuto di credere in un Dio che pretende questo da noi, in cambio del suo Paradiso. E neanche voi ci credete, Effendi.

 

Quell’uomo dall’espressione franca era riuscito a leggergli nel pensiero. Chissà, forse era quello il motivo per cui i suoi carcerieri lo chiamavano Shaitan. Demonio.

 

Non mancava molto al calar della notte, e il Rais avrebbe chiesto ai suoi servitori di preparare un letto per l’infedele. Lì, nella sua tenda. Perché, Effendi, pretendi d’ospitare quello scorpione nel luogo medesimo dove dormi? Avrebbero discusso i suoi ordini, e non sarebbe stato facile convincerli ad ubbidirgli. Ma, alla fine, avrebbero fatto quel che lui voleva, perché sapevano che Salah el Din era un uomo saggio e non lasciava niente al caso. Fosse stato avventato e impulsivo, non sarebbe diventato colui che era, il Califfo d’Egitto e Siria, la mano armata di Dio. Non fosse stato prudente come una serpe, la lama di un coltello avrebbe già da tempo posto fine ai suoi giorni: e non necessariamente sarebbe stata una mano cristiana a stringerne l’impugnatura.

 

Salah el Din socchiuse i lunghi occhi malinconici. Forse era scritto nelle stelle che il pugnale di un sicario avrebbe stroncato la sua vita. Meno di un anno prima, la calotta d’acciaio che nascondeva sotto il turbante lo aveva salvato. Ma il destino si può imbrogliare una volta soltanto, pensò. E Hasan al Sabah era un uomo perseverante.

 

***

 

-Voi siete in grado di scardinare i segreti di chi vi sta di fronte. E’ per questo che vi chiamano Shaitan?

-Non sono uno stregone, Effendi. Semplicemente, ho imparato a guardarmi intorno. E sono al mondo quel tanto che basta da aver imparato come vanno le cose.

Quel tanto che bastava. Trenta, trentacinque anni al massimo. Era un uomo attraente, senza tutti quegli stracci e quella sporcizia addosso. I capelli, ancora umidi, sembravano più lisci e più scuri. Era grande e poderoso, eppure riusciva a muoversi con leggerezza, quasi con grazia. Come un leone. Salah El Din si soffermò a osservargli le mani. Palmi larghi e callosi, unghie smozzicate. Una vecchia vera d’argento annerito dall’ossido all’anulare della sinistra. Erano le mani di un uomo che faceva un mestiere più onesto della guerra per guadagnarsi da vivere, le sue.

 

-Che cosa avete lasciato, per venire qui? E chi vi aspetta, quando…tornerete lassù?

 

Aveva un bel sorriso, denti squadrati e sani. Un sorriso che dalla bocca non si irradiava agli occhi, come se qualcosa in fondo al cuore gli pesasse o gli dolesse. Gli parlò di un vecchio castello mezzo diroccato in Cornovaglia. Di un piccolo appezzamento di terreno dove allevava cavalli. Non menzionò moglie e figli. Li aveva avuti, forse, e non li aveva più. O, a dispetto di tutte le apparenze, quell’uomo era un sodomita. Nonostante tanto la morale cristiana che quella islamica lo condannassero, il vizio della sodomia prosperava ovunque, come la gramigna.

 

Il fumo acre del braciere gli bruciava gli occhi e la gola. Portalo via, ordinò a un giovane servitore. I caldi mantelli di pelliccia sarebbero bastati a proteggere lui e l’infedele dal freddo della notte.

 

-E così in Cornovaglia vi aspettano soltanto i vostri cavalli.

-Avevo una moglie e un figlio, tanto tempo fa. Sono morti.

-Mi dispiace.

 

***

Salah el Din. Lo aveva immaginato diverso da quel vecchio dinoccolato, col naso grosso e lo sguardo triste, quando per lui era soltanto un’entità astratta che i suoi chiamavano il Nemico. Il Saladino. Colui che, nella gola di Hattin, aveva sterminato senza pietà l’avanguardia dell’esercito cristiano. Il Saladino. L’Anticristo dell’Apocalisse.

 

Probabilmente, sembrava piè vecchio della sua età. Ma i suoi anni dovevano essere ormai comunque quelli in cui la vita ripiega su se stessa e non si desidera più la gloria, bensì gioie semplici: la compagnia degli amici, un libro, una passeggiata tra le siepi fiorite di un giardino, con il cane fedele che ti trotterella alle calcagna e un nipotino a cui raccontare favole per mano, le piccole gioie allo portata di chiunque, ma non per tutti. Non per chi è stato destinato dalla gloria a un’immortalità, volente o nolente che egli sia. Poco doveva importare a quell’uomo di combattere perché il nome di Dio pronunciato in una lingua trionfasse su quello dello stesso Dio che i suoi fedeli chiamavano con un nome diverso. E all’immagine di Salah El Din, Maximus vide sovrapporsi quella di chi era stato il signore a cui aveva giurato lealtà, un mare di secoli prima, un uomo che amava la pace ed era stato costretto dalle circostanze a trascorrere sui campi di battaglia metà della sua vita: Marco Aurelio Antonino, Cesare di Roma.

 

Un uomo fragile e malato, più vecchio dei suoi anni. Come quell’altro. Forse non avrebbe conosciuto la fine di quel conflitto senza senso, voluto da chi non riusciva a credere che potesse esserci pace, tra popoli che pregavano Dio con parole diverse. Da una parte e dall’altra. Perché non vi era differenza alcuna tra i cavalieri Tafur e i fanatici Fidawi di Hasan el Sabah, chiamassero il loro dio come gli pareva.

 

-Effendi

 

Erano tante le cose che avrebbe voluto dirgli. San Giovanni D’Acri cadrà, Effendi. Ma questa guerra non saremo noi a vincerla.

 

-Volevate dirmi qualcosa, Sidi?

-Semplicemente chiedervi se fosse possibile liberare un prigioniero cristiano e mandarlo in Inghilterra al posto mio. Io credo che potrei fare per voi qualcosa di molto importante…A un patto.

 

Gli occhi di Salah el Din erano liquidi, dolci e scuri, occhi da mistico e non da combattente. Per un istante, Maximus si sentì trapassare da quello sguardo capace di leggergli dentro e percepì l’imbarazzo del rossore che gli saliva dal collo alle guance. Lo stava giudicando un fellone, capace di tradire la memoria di quei compagni che si erano fatti massacrare per difenderlo? Lo stava giudicando capace di vendersi al nemico per denaro?

 

-L’esercito crociato potrà anche vincere qualche battaglia, ma questa guerra la perderemo, ed è giusto che così sia. In cambio di quello che sto per proporvi, vorrei strapparvi una promessa, Effendi: la libertà, per i Cristiani, di recarsi a pregare a Gerusalemme. Mi sembra un prezzo onesto da pagare.

 

-E voi quale contropartita offrite?

 

-La testa di Hasan al Sabah.

 

***

 

Il vento freddo della notte, che penetrava in refoli gelidi dentro la tenda lo fece rabbrividire. Quell’uomo stava per chiedergli di barattare la libertà per i correligionari di recarsi a pregare nei Luoghi Santi con la sua morte. E lui non poteva accettare quel dono avvelenato che avrebbe riempito di incubi le notti che gli restavano.

 

Seminascosto dalle ombre, il prigioniero cristiano si gingillava con un lungo pugnale, la cui lama d’acciaio azzurrastro balenava alla luce incerta delle candele. L’arma, disse, dei sicari fidawi che avevano offerto al Signore Hashishin la loro volontà, in cambio di un paradiso fittizio, convinti com’erano che i giardini di Hasan al Sabah fossero l’Eden promesso da Dio ai suoi devoti. L’arma con cui quegli assassini vi sgozzeranno come una capra nella Festa del Sacrificio, aveva ribattuto Salah el Din.

 

Il Rais guardò il riflesso delle piccole fiamme frantumarsi in un pulviscolo verde e dorato, dentro gli occhi trasparenti del suo interlocutore, lo ascoltò ridere piano. Diverse volte, gli disse, mi avete chiesto come mai gli scherani che mi tenevano le lance puntate contro mi chiamavano Shaitan…

 

-La lama del coltello era affilata come un rasoio, Effendi. E la mano del carnefice non ha tremato. E’ questa la sola ragione.

 

Lo avrebbe fermato, avesse immaginato quello che stava per fare. Ma il Crociato fu più rapido dei suoi pensieri. Folle, pensò Salah el Din guardandolo inchiodarsi la mano al tavolo con il lungo pugnale acuminato. Le dita gli si contrassero violentemente, mentre una smorfia di atroce, assoluta sofferenza gli sfigurava i tratti del viso.

 

-Ancora la mia offerta non vi convince, Effendi?

 

Gli occhi verdeazzurri si piantarono nei suoi come chiodi, in attesa della risposta. No. La mia vita, su cui incombe ormai l’ombra lunga dell’ala di Iblis* non vale neppure quella di un pazzo, Sidi. Non sarò io l’alibi al vostro suicidio.

 

Avrebbe voluto parlargli, e si limitò a guardarlo estrarsi il pugnale dalla mano e sollevarla verso la sua faccia, il sangue che gli ruscellava rosso e copioso lungo il polso, andando a impregnare la manica della djiellabah*.

 

-La lama del coltello era affilata come un rasoio. E la mano del carnefice non tremava. E’ per questo che mi chiamano Shaitan. Io non posso morire, Effendi.

 

Lo sguardo di Salah el Din scivolò dagli occhi tristi alla grande mano dai palmi callosi. Quale trucco avete usato per estorcermi la vostra condanna capitale? pensò il Rais, non vedendo ferite. L’altro gli sorrise. Voglio raccontarvi una storia, Effendi. E si accinse a dirgli di un uomo che era stato contadino, soldato, generale, schiavo, gladiatore e regicida, un male di secoli prima. Di un uomo che aveva sacrificato la vita alla giustizia ed era stato richiamato indietro dall’aldilà per opera d’amore e di magia.

 

*L’angelo della morte.

*Sopraveste

 

(Continua)


 

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