Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Un uomo normale (Seconda Parte) (leggi la Prima Parte)
autrice: AleNash
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 14/12/2003
argomento della storia: C’era una volta Shannon, che fin da piccola sognava il principe azzurro ed un bel giorno si accorge che…
riassunto breve: Shannon: giovane donna felicemente single nella Londra di un anno speciale.
lettura vietata ai minori di anni: 
note: Tanti auguri di Buon Natale a tutte le mie ciccine! (AleNash)

 

 

 

UN UOMO NORMALE

Seconda Parte

La promessa fu mantenuta, la serata fu piacevolissima, e dopo quella ce ne furono molte altre. Si può dire che io e Russell incominciammo a vederci con una certa frequenza godendo della nostra reciproca compagnia, andando insieme al supermercato, passando piacevoli serate e giornate insieme a chiacchierare, a scambiarci idee, sogni, aspettative e speranze come se a poco a poco ci fossimo incamminati insieme alla ricerca di una vita normale da sempre desiderata. Mamma era contenta, mi ricordo come se fosse ieri il giorno in cui Russell e Malcolm capitarono per caso a casa nostra. Era un Venerdì sera, la serata del bridge, quando tutta la casa è piena di simpatici vecchietti più arzilli degli adolescenti in discoteca. Ogni tanto anche io amavo passare la serata con loro e la mamma, soprattutto perché era una di quelle sere in cui lei avrebbe preparato la sua torta di mele … quella con i pezzetti ancora caldi. Russell e bimbo si presentarono prima che lei la infornasse. Fu mamma ad aprire la porta, bella come è bella una mamma la prima volta che prende in braccio la sua bambina.

 

“Tu devi essere Russell … e questo bel giovanotto chi è? Io sono Barbra, la mamma di Shannon, ci siamo sentiti per telefono … ma venite, venite avanti. Stavo per infornare la torta.”

Mentre mi occupo di fare gli onori di casa, presentando Russell alla ciurma di signore del circolo, mamma ha già preso possesso del piccolo dando già a se stessa della ‘nonna’.

Inutile dire che non ci fu venerdì più divertente di quello, pensavo mentre mi godevo la serata davanti ad una bella fetta di torta.

“E lei sa giocare a bridge, signor Crowe?”

“No, signora.”

“Ma può sempre imparare, si sieda si sieda, coraggio, giovanotto, prenda una sedia!”

Seduto tra le amiche di mamma Russell suscitava l’entusiasmo di tutte e dava l’aria di divertirsi come un ragazzino. Dopo poco era già diventato il ‘figliolo’ di ognuna di loro.

“Mi dica, figliolo, ma è vero che lei è stato in America?”

Russell sorride.

“Sì, signora, più di una volta.”

“Anche a Hollywood?”

“Mi è capitato, sì.”

La signora avvicina il viso a Russell.

“Più forte che non sento, figliolo!”

Trattenendo nel più educato dei modi una risata Russell alza lievemente la voce.

“Sì, sono stato anche a Hollywood, signora.”

“Ma che bravo, avrà magari visto qualche celebrità … a me sarebbe sempre piaciuto.”

Dalla cucina ne arriva poi un’altra armata di piattino con la torta.

“Prenda un’altra fetta di torta, quella di Barbra è insuperabile, la migliore di tutta l’Inghilterra.”

“Me ne sono accorto … ma basta così, ne ho già prese tre fette.”

“E’ un uomo, deve mangiare per tenersi in forze. Dia il buon esempio a suo figlio!”

“Mi creda, signora, sono più che in forze.”

“Sciocchezze, ne prenda un’altra … ecco qua.” Con un solo gesto Meredith mise il piattino sotto il naso di Russell che non poté che capitolare.

 

Un giorno dopo l’altro diventava sempre più interessante e coinvolgente condividere con lui e Malcolm le sue giornate e mescolare le loro alle mie. Senza un impegno reale né particolari aspettative, scoprimmo di avere molte cose in comune, prima fra tutte il fatto di non aver mai preteso la luna dalla vita, ma magari solo una piccola stella tra tante. Avevo ormai smesso di paragonare ogni uomo che mi capitava di conoscere con Louis, e anche Russell, nella sua straordinarietà, mi colpiva ogni giorno di più per il suo essere assolutamente un uomo normale: che sorride quando sente il desiderio di farlo, che ascolta, parla, si assenta e ritorna come qualunque altro essere umano. Un uomo che lotta per la sua normalità, che protegge con una mano il viso del suo bambino dai flash di fotografi indiscreti e invadenti che si frappongono tra lui e il suo traguardo; un uomo che ama le serate a casa di amici, che pur amando fumare come io amo cucinare sceglie di non farlo quando si trova davanti al suo bambino.

Non era vero che tutti gli uomini di Hollywood sono uguali. Non era vero che tutti gli uomini di Hollywood sono diversi dagli altri uomini. Non è vero che non soffrono, non è vero che soffrono di meno o di più solo perché sono quello che sono. E non è vero che sono migliori per quello che sono: sono … uomini, fragili come tutti, come lui.

Mi ricordo quella riflessione molto bene, alla fine di quella serata a casa di Russell. Mi aveva invitato a casa sua, e capii subito che la tranquillità del primo saluto non sarebbe durata a lungo. Quando arrivai Malcolm era già stato messo a letto, ma non ne voleva sapere di restarci. In pigiama, con un orsacchiotto trascinato per una zampina, sbucò dalla sua stanza con i capelli tutti in piedi come un istrice. Russell gli rivolse subito uno sguardo severo.

“Hey, non dovresti essere a letto tu?”

“Non ho sonno, voglio giocare con Shannon!”

“No, è tardi, Shannon non è qui per giocare e tu devi andare a letto.”

Sperando di alleggerire l’atmosfera pensai di dargli manforte.

“Ti prometto che giochiamo insieme domani pomeriggio, va bene micio?”

“No, voglio giocare adesso!”

Russell si alzò forse sperando di incutere maggior severità

“Malcolm! … Conto fino a tre … uno …”

Nel vederlo avvicinarsi Malcolm scappò via cercando rifugio dietro di me. Ma non sembrava che la situazione dovesse migliorare.

“Due … Malcolm, sto perdendo la pazienza, non lo voglio ripetere! Vieni subito qui!”

”No!”

“MALCOLM!!!”

Il modo in cui fece risuonare il nome di suo figlio per la casa fece spaventare anche me.

“D’accordo, te le sei cercate!”

“No, no!”

Mi sembrava quasi inutile mettermi a fare il muro di difesa tra Russell furibondo e i capricci di suo figlio, ma non appena il papà riuscì a prenderlo in braccio bruscamente e il bimbo cominciò a piangere come un forsennato, sentii un’irrefrenabile morsa dentro di me. Non avevo mai visto Russell rimproverare suo figlio.

Lo teneva in braccio mentre lui piangeva e gli parlava con estrema severità nello sguardo mentre Malcolm non la finiva di piangere e dimenarsi.

“Quando ti dico una cosa la devi fare, mi hai capito?”

“No!”

“Che cos’hai detto? Ripetilo un’altra volta?”

“No!”

Con forza gli diede uno scapaccione sul sederino. Le urla non fecero che aumentare. Sapevo che aveva ragione a comportarsi così, ma speravo solo che il bambino ubbidisse per porre fine a tutta quella tensione.

“Devi ascoltare me, hai capito? Se dico che è ora di dormire, tu devi dormire! E non ci sono no che tengano, mi hai sentito?”

“No!”

Con le braccia conserte mi strinsi nelle spalle forse sperando di farmi venire in mente qualcosa, qualunque cosa. Ma non erano affari miei, era la sua vita, il suo bambino, la sua famiglia.

Lo mise giù e gli puntò un dito contro.

“Ripetilo un’altra volta e te ne arriva un altro più forte del primo!”

“NO!”

Detto, fatto. E il visetto di Malcolm sembrava tutto una lacrima.

“Sei cattivo! Voglio la mamma!”

Russell che aveva preso a girare per la stanza nervoso, a quelle parole, che io sentii come la definitiva ed estrema goccia, tornò a rivolgersi furibondo al bambino tenendogli ferme le guance con la mano.

“Sentimi bene, ragazzino. Tua madre non c’è … hai capito? E finché sei con me, segui le mie regole, siamo intesi?” La sua voce era rotta da rimorsi lontani, rancori ancora presenti, che la rabbia fece scaricare sull’unica vittima delle sue scelte.

“Ti odio! Tu non mi vuoi bene!”

“Adesso basta! Mi hai stancato!”

Lo prese in braccio e portatolo in camera lo mise sotto le coperte. Malcolm non voleva saperne di smettere di strillare, ma Russell era fermo e deciso. Spense la luce con un colpo secco all’interruttore.

“Accendi! Ho paura!”

“Così impari a rivolgerti così a tuo padre!”

“Voglio la mamma! Voglio la mamma!”

“La rivedrai tra quattro mesi!”

Chiuse la porta lasciando che le sue grida si soffocassero dietro di essa e rivolse uno sguardo a me puntandomi un dito contro.

“E tu non provare ad andare a consolarlo!”

Non osai contraddirlo.

Non so il perché, o forse non ne esiste uno, ma in quel momento mi sembrava di aver vissuto una scena della mia infanzia, quando mamma, sempre così dolce e comprensiva, all’occorrenza, quando me lo meritavo, mi sgridava così severamente da farmi piangere quasi tutta la notte. All’epoca, certo, non sapevo di meritarmelo, ma col tempo avevo imparato a non biasimarla. Papà l’aveva lasciata quando io avevo sette anni e crescere una bambina da soli non è sempre facile, non lo è mai. Lei però era sempre riuscita ad essere la migliore mamma possibile. Come credo stesse cercando di fare Russell come padre. Mi sentivo presa tra due fuochi: tentata da una parte di sgattaiolare nella camera di Malcolm a cercare di calmarlo, e lasciare, dall’altra, che sfogasse le sue lacrime nella speranza che anche lui come me avrebbe poi capito, una volta cresciuto, che momenti come quelli erano solo parte della vita che si doveva vivere. Riuscii a seguire il secondo proposito. Russell era andato a rifugiarsi sul balcone a fumare una sigaretta dopo l’altra ancora visibilmente teso, forse confuso e amareggiato. C’erano mille umori nei suoi occhi fissi verso il nulla del panorama londinese illuminato sotto di lui.

“Posso?” mi avvicinai timidamente, chiedendo quasi il permesso di fargli compagnia.

Si voltò di scatto come se fosse stato colto di sorpresa.

“Sì, … sì. Prego.” Disse brusco senza aggiungere altro.

Mi sedetti sulla poltrona di vimini sistemata vicino a una pianta. Lo guardavo e basta, non riuscivo a dire una parola: era di profilo appoggiato con le braccia tese alla ringhiera del balcone con la sigaretta tra le dita.

“E’ così difficile …” … “è così difficile a volte … che mi chiedo se ce la farò mai.”

Si voltò verso di me cercando il mio sguardo.

“Lui vuole la mamma, lo so che io ho i miei modi di vedere le cose …” rise con amarezza inclinando la testa da un lato “…anche per questo non ha funzionato. … ma con il piccolo. Io … io mi odio quando devo alzare la voce così, e poi dice che vuole la mamma e io … non posso cambiare quello che è stato, e poi … perdo la pazienza, alzo la voce, dico cose… che lui non dovrebbe mai sentirsi dire.” Si volta di nuovo, ha un nodo in gola e non solo, noto, mentre fa per asciugarsi gli occhi. Mi alzo per andare verso di lui. Mi guarda più indifeso del Malcolm di pochi istanti prima e ancora di più li vedo simili come due gocce d’acqua.

“Ha detto che mi odia, lo hai sentito?”

Sorrido scuotendo la testa assolutamente certa.

“Non lo pensava, è stata la tensione, ti ha visto arrabbiato e ha voluto colpirti dove sa che ti avrebbe ferito; i bambini lo fanno è una forma di difesa. Non ti odia affatto. Come potrebbe, Russ? Un bambino non può odiare suo padre, non sa nemmeno cosa sia l’odio, ne sente parlare alla televisione, ma non ne conosce il significato. Non potrebbe mai odiare un padre, non uno come te….Russ, non ti preoccupare. E’ stata una serata un po’ agitata per tutti, ma domani sarà tutto come prima. Sono sicura che Malcolm ha già dimenticato tutto.” Sorrido cercando di rassicurarlo.

“Ho rovinato la serata anche a te.”

“Te l’ho detto, non ti preoccupare.”

 

Poco prima di tornare a casa tutto si era tranquillizzato. Mentre mi mettevo il cappotto prima di uscire vidi Russell entrare a piedi scalzi nella stanza di Malcolm. Addormentato, calmo, come se nulla fosse accaduto, abbracciato al suo orsetto. Si sedette accanto a lui silenzioso, rimboccandogli le coperte e dandogli un bacio sulle guance ancora umide per le lacrime dei suoi capricci. Rigirandosi nel sonno Malcolm stende le braccia abbracciando il suo papà.

“Papà … posso dormire con te nel letto grande?”

“Certo, che puoi dormire nel letto grande.”

Dopo pochi secondi Malcolm è di nuovo nel mondo dei sogni, forse senza neanche essersi accorto di quello ha detto. Uscendo dalla stanza Russell lo guarda sorridendo contento e decisamente più rilassato. E, lasciando la porta socchiusa, gli accende la piccola luce vicino al comodino come era solito fare ogni sera. Anche io ero tranquilla, molto felice, in verità e non mi sarei mai dimenticata quella sera.

 

 

C’è chi ama associare momenti della sua vita ai cibi che ama o detesta a seconda della circostanza; oppure ad una canzone che particolarmente si addice al suo stato d’animo. Io ho sempre fatto entrambe le cose. E’ un gioco carino che fin da quando ero bambina mi divertiva molto e colorava le mie giornate. Ci pensavo quella sera in cui Russell mi chiamò mentre stavo per andare al cinema con mia cugina.

“Pronto, Shannon?”

“Ciao! A che cosa devo il piacere?”

“Shannon, so che ti sto chiamando all’ultimo momento e puoi benissimo dirmi di no se non puoi, ma è successo che devo incontrarmi con un agente che sembra non avere al mondo altro da fare se non rompere le palle a me stasera … no, il fatto in realtà è che arriva a Londra stasera e deve ripartire già domani. Lo sapevo, ma mi sono organizzato male e … come al solito, senti, …so che è una cosa dell’ultimo minuto, ma….” Interrompo quello che ho idea sarà un’incessante flusso di tentativi di cercare le parole più adatte per chiedermi una cosa sola.

“Russ … Russ, Russ, puoi stare zitto un attimo?!”

“Scusa.” Ride “dimmi”

“Te lo tengo io Malcolm, non è un problema.”

“Sul serio? Oddio, non sai come te ne sono grato, ma non hai impegni, sei sicura?”

“Nulla di improrogabile.”

“Grazie, Shannon, avrei chiamato una tata, ma … mi fido più di te e poi lui ti conosce …”

“Non hai bisogno di dirmi nulla, già so tutto.”

“Ok, ok, va bene se siamo lì da te … diciamo tra mezz’ora?”

“Vi aspetto.”

Mia cugina, per me come la sorella che non ho mai avuto, capì perfettamente la situazione; decidemmo di andare al cinema il giorno successivo. Se la puntualità svizzera è fatto noto al mondo intero, quella di Crowe senior e junior è da Guinness dei primati: alle otto e zero cinque ha messo giù il telefono, alle otto e trentacinque suona al mio citofono. Sebbene la scena di lui sulla porta di casa mia con in braccio il suo piccolino è ormai diventata cosa ricorrente da mesi e mesi, il suo sorriso è sempre una gioia che illumina la mia giornata comunque sia andata. Anche le braccia di Malcolm che dal suo papà si staccano per attaccarsi automaticamente alle mie, come una scimmietta che passa da un albero all’altro, è ormai uno dei gesti più teneri della mia normale, bellissima quotidianità.

E’ la prima volta però che rimango da sola con il bambino: mi chiedo se sarò in grado di saperlo prendere con la stessa saggezza e capacità di suo padre. Magari appena chiusa la porta ridurrà me e la mia casa ad un cumulo di macerie; mi passano molti pensieri per la testa prima che Russell mi saluti dandomi le ultime settemila raccomandazioni. Si toglie lo zainetto dalle spalle e me lo porge.

“Allora senti, qui ci sono tutti i miei numeri di telefono. Se ci sono dei problemi chiamami senza esitare. Ha già lavato i dentini, qui dentro c’è il suo pigiamino se dovesse addormentarsi. Non dargli da mangiare niente che ha già mangiato il biscotto che gli spettava prima di venire qua. … cos’altro … ah sì, i cartoni animati …”

“Russ, lo so, non più di mezz’ora, vai tranquillo che è in ottime mani.”

“Lo so, lo so” sorride ridendo forse anche un po’ di sé stesso.

“Hey, Malcolm, papà se ne va, ti lascio con Shannon, prometti di fare il bravo.”

“Quando torni?”

“Torno presto, ascolta quello che ti dice Shannon, intesi?”

“Sì.”

“Bravo … bacio...” Dopo averlo sbaciucchiato per bene ripetute volte, esce di casa ringraziandomi per l’ennesima volta. Me lo ricorderò quando leggerò su qualche rivista femminile dal parrucchiere che le apprensive siamo solo noi donne.

Scoprii di avere una straordinaria intesa con quel bambino che, qualità che aveva senz’altro preso da suo padre, parlava e parlava raccontandomi qualunque cosa avesse fatto con papà durante la settimana o che cosa lui gli avesse raccontato. Lo osservavo mentre giocherellava sul tappeto e io insieme a lui. Era così simile a suo padre: nel sorriso, nelle espressioni vivaci e con quel guizzo di intelligenza negli occhietti vispi, così vivi, che d’improvviso, mentre lo guardavo, mi sorpresi a chiedermi se in realtà non stessi cercando suo padre in essi. Quando con sguardo assonnato mi guardò nuovamente capii che era ora di metterlo a letto. Mentre si aggrappava con le braccine a me mi sentii pervasa da un calore inspiegabile: un cucciolo che cerca difesa e protezione affidandoti tutto se stesso senza timore. I bambini scelgono istintivamente di chi vogliono fidarsi e il fatto di sentire il suo corpicino attaccato al mio mi fece provare sensazioni che fino a quel momento avevo solo immaginato. Le sue manine paffute mi stropicciavano il colletto della camicia, proprio come faceva sempre con suo padre; più io lo stringevo, più lui stringeva me, proprio come faceva con suo padre. E sentivo il profumo soffice e dolce mescolato al suo calore di bambino e a quello di suo padre. Ci sono sensazioni che penso solo certe canzoni siano in grado di spiegare e in quel momento sentii dentro in mente una delle mie preferite. Una che parla di martelli che battono, di vita che ti scorre lungo tutta la spina dorsale, di pezzi di un puzzle che finalmente combaciano: queste sono le cose che senti, secondo il suo autore, quando ami qualcuno. Ed era vero. Sentivo martelli, vita, brividi e d’improvviso vidi il mio castello, il mio principe e la corona da regina che da piccola con le mie amiche avevo tanto sognato. Tutti i pezzi combaciavano. Il mio castello era quella casa, di principi ne avevo addirittura due: quel bambino meraviglioso e suo padre; e la corona era quel meraviglioso tocco di vita normale che paradossalmente, proprio con loro, avevo scoperto essere la mia unica ragione di vita.

Malcolm si addormentò dopo poco tempo e lo tenni tra le braccia ancora un po’. Quando Russell tornò a prenderlo era avvolto nel mio adorato piumino azzurro.

Era delizioso sentire Russell sussurrare per la casa per non svegliarlo.

Ti ha dato problemi?”

“No, è stato buonissimo.”

“Spero di non aver fatto troppo tardi.”

“Non preoccuparti, dorme tranquillo già da un po’”

Entra in camera e con delicatezza lo prende in braccio mentre io l’aiuto a mettergli il cappottino sopra il pigiama.

Russell arriva alla porta con il suo bimbo infagottato come una piccola mummia. Mi sorride.

“Grazie”

“E di che cosa…sai che se ti serve una tata…”

Ci lasciamo andare in una risatina forse non troppo sussurrata e Malcolm si stropiccia gli occhi socchiudendoli.

“Guarda un po’ chi si è svegliato … adesso andiamo a casa ok, piccolo? Vuoi dare il bacio della buona notte a Shannon prima di andare a casa?” Lo gira dalla mia parte. Il piccino stende le braccia verso di me e io mi intenerisco dalla testa ai piedi. Lo prendo in braccio per dargli un bacino sulle guance morbide. E mentre lui mi precede stringendomisi al collo, quello che segue non è descrivibile a parole.

“Mamma.”

Mi sento improvvisamente catapultata in un posto che non è il mio, vorrei che lo fosse, lo desidero più di ogni altra cosa, ma ho un timore terribile di quello che sto desiderando. Guardo subito Russell, che ha nello sguardo la mia stessa confusione, ma mentre io sono spaventata dalle mie sensazioni lui sembra non esserlo.

“Russ, mi dispiace … ti giuro che … credimi, l’ultima cosa che voglio fare è confondergli le idee, te lo giuro. Non mi sarei mai aspettata che …”

Scuote la testa sorridendo. Come facesse a essere così tranquillo non lo avrei mai capito.

“Non ti preoccupare … è normale, … credo … hai passato con lui così tanto tempo … lui ti vuole bene.” Abbassa lo sguardo per una attimo “… anche suo papà ti vuole bene … ma non lo dire a nessuno che te l’ho detto.”

Rido e non mi ricordo in quale istante mi sia sentita più felice nella mia vita.

“Anche io gli voglio bene … così come a suo padre … ma anche tu … acqua in bocca.”

Malcolm ritorna tra le braccia di papà dopo essersi riaddormentato all’istante. Doveva essere esausto e poi era anche molto tardi. Russell mi guarda di nuovo e nella penombra dell’ingresso di casa mia, con il bimbo tra le braccia si china verso di me e mi sfiora le labbra con le sue.

Quando ero piccola avevo l’abitudine di passare le domeniche dalla nonna. Mamma lavorava anche di sabato in una pasticceria, ecco svelato il segreto della sua maestria nel fare i dolci. Io l’aspettavo e la nonna nel pomeriggio mi faceva sedere in cucina con lei e mi preparava la cioccolata calda più buona che sia mai stata preparata dalle mani di una nonna. E io mi ricordo, quando me la versava nella tazza, ancora fumante, che mi diceva di aspettare un attimo prima di berla perché non mi scottassi le labbra. E quell’attesa, quegli istanti che separavano me dal momento in cui le mie labbra avrebbero toccato piano quella parte della tazza meno bollente per poi far sì che potessi gustare la cioccolata a piccoli sorsi, è rimasta dentro di me, anche mentre crescevo, come metafora dell’attesa delle cose più belle della vita che dovevano ancora accadere. E nell’istante in cui sentii le mie labbra a contatto con quelle lievemente socchiuse di Russell ripensai alla dolcezza di quella tazza di cioccolata fumante pronta a riempirmi di calore come un abbraccio nella mattina di Natale.

 

***

 

Come vi stavo dicendo all’inizio, quando si è piccole sono tanti i sogni che si fanno su quale sarà l’uomo con il quale vorremmo dividere il resto della nostra vita.

Col tempo la prospettiva cambia. Si cresce, si cercano altre cose. I sogni non finiscono, ma si evolvono. E a poco a poco, noi, che avevamo sognato principi, palazzi e corone, ci ritroviamo a credere, fermamente e senza alcun dubbio che è nella normalità che sta l’ideale.

Mi giro verso la finestra e guardo fuori: ha iniziato a nevicare e presto sento che non sarò la sola a saperlo. Sono qui, avvolta nel mio piumino d’oca che mi sono cercata e regalata dopo giri senza fine in mille grandi magazzini. Uno di quei piumini che ti riscaldano anche se nel letto siete da sole. Le sue fantasie blu e azzurre ricordano tanto il cielo di una mattina di Natale pronto a ricoprire tutto di neve, proprio come questa mattina. Proprio come questo Natale. Sorrido, perché io nel letto non sono da sola.

Sento passettini rapidi e attutiti da pesanti calzettoni di lana,dirigersi verso la camera da letto.

“Svegliatevi, svegliatevi !!! Nevica, nevica!”

“Sorrido allargando le braccia felicissima, invitando il piccolo mattiniero a fare quello che avrebbe fatto anche senza invito. Presa la rincorsa dalla porta della camera da letto salta sul lettone come il migliore degli atleti olimpionici. Incomincia a saltare come se si trovasse su uno di quei materassi elastici che si trovano ai Luna Park.

“Ho visto, amore.”

“Papà, papà, svegliati! Nevica! Nevica!”

Come un enorme gattone Russell assonnato si gira dalla mia parte e trascinandosi un po’ pigramente mi prende tra le braccia.

Biascica.

“E’ arrivato il terremoto?”

“No, è solo tuo figlio.”

Intanto Malcolm non ha smesso di lasciarsi andare nei suoi salti circensi.

“Svegliati papà, papà svegliati! Nevica! E’ Natale!”

“Mmm.” Avvinghiato al mio corpo come un’anaconda non proferisce altro verbo e continua a dormire.

“Bè, potresti dargli un po’ di soddisfazione, poverino.”

Ad occhi chiusi gli fa cenno, con un braccio, di avvicinarsi.

Malcolm si siede a gambette incrociate e gli tira la barba. Ci riprova.

“Papà, papà! Guarda! Guarda! Nevica! Papà, papà!”

Russell apre gli occhi facendolo finalmente contento.

Con sguardo impigrito, ma felice, sorride alla vista dei fiocchi di neve che scendono, e piano piano ricoprono tutta Londra.

Ancora assonnato, ma dolce come i biscotti della mamma, mi stringe tra le braccia e mi bacia. Sì, da quella famosa sera lui e Malcolm non se ne sono più andati.

“Buon Natale, amore.”

“Buon Natale a te, Russ.”

Malcolm si infila sotto il piumino tra noi due felice come ogni bambino deve esserlo nella mattina di Natale, Russell avvolge entrambi tra le braccia. E mi chiedo se a volte non è davvero così, come dicono alcuni, che sono i bambini a scegliere i loro genitori e non il contrario. Russell io e Malcolm viviamo insieme da un anno ormai e posso assicurarvi che continueremo a farlo, felici e contenti.

 

Come se fosse ieri mi ricordo una delle tante volte in cui io e una mia carissima amica parlavamo del giorno in cui avremmo trovato il grande amore della nostra vita e noi scherzando dicevamo che avremmo finito col trovarlo nel reparto verdura di un supermercato, magari tra i broccoli e le cipolle. Bè, mai porre limiti alla provvidenza. Io il mio l’ho trovato al banco frigo, davanti agli yogurt.

Fine

AleNash (dicembre 2003)

(leggi la prima parte)

 

 

 

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