Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Un uomo normale (Prima Parte) (leggi la Seconda Parte)
autrice: AleNash
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 14/12/2003
argomento della storia: C’era una volta Shannon, che fin da piccola sognava il principe azzurro ed un bel giorno si accorge che…
riassunto breve: Shannon: giovane donna felicemente single nella Londra di un anno speciale.
lettura vietata ai minori di anni: 
note: Tanti auguri di Buon Natale a tutte le mie ciccine! (AleNash)

 

 

 

UN UOMO NORMALE

Prima parte

Quando si è piccole sono tanti i sogni che si fanno su quale sarà l’uomo con il quale vorremmo dividere il resto della nostra vita. Mi ricordo quando con le mie amiche ho visto un documentario alla televisione sulla principessa Sissi … tutte volevamo essere come lei: palazzi sontuosi, abiti magnifici e un amore da favola … salvo poi il fatto di morire ammazzate. Col tempo la prospettiva cambia. Si cresce, si cercano altre cose. I sogni non finiscono, ma si evolvono; e arrivata ad adesso, dopo quello che ho visto e quello che ho vissuto, nel bene e nel male, penso che il traguardo più importante sia quello di trovare un uomo che ci ami, ci rispetti e che sempre e comunque ci faccia sentire come delle regine, anche senza palazzi o abiti sontuosi. Un uomo normale: non c’è bisogno che abbia chissà quali requisiti, basta che ci guardi al mattino, anche quando siamo senza trucco e un po’ assonnate e ci dica sempre “sei bellissima”. D’altra parte non credo ci sia bisogno di un palazzo o una corona per far sentire una donna una regina. Sono qui, avvolta nel mio piumino d’oca che mi sono cercata e regalata dopo giri senza fine in mille grandi magazzini. Uno di quei piumini che ti riscaldano anche se nel letto siete da sole. E’ un grande motivo di orgoglio: tutto decorato da fantasie blu e azzurre, che ricordano tanto il cielo di una mattina di Natale pronto a ricoprire tutto di neve. Mi accoccolo ancora un po’, mi piace indugiare al mattino nel mio letto, specialmente in giornate speciali come questa. Guardo fuori dalla finestra e sorrido sentendo un profondo senso di calore dentro e d’improvviso mi ricordo una lunga chiacchierata con una mia carissima amica. Una di quelle con le quali, pur stando ore ed ore al telefono al giorno, hai sempre qualcosa di nuovo e speciale da dirti. Come se fosse ieri mi ricordo una delle tante volte in cui parlavamo del giorno in cui avremmo trovato il grande amore della nostra vita. Scherzando mi ricordo quando disse che avremmo finito con l’incontrarlo nel reparto verdura di un supermercato, magari tra i broccoli e le cipolle. A pensarci sorrido ancora oggi a quell’idea. D’altra parte, perché porre limiti alla provvidenza? So di chi ha trovato suo marito facendo la fila all’ufficio postale. Insomma, si cerca tanto il principe, si sogna un matrimonio da favola, ma alla fine è forse nella normalità che sta l’ideale. Assaporando il profumo di bucato del mio piumino ripenso all’anno appena trascorso ed ecco che tutto compare di nuovo ai miei occhi. Questa è la mia favola.

 

Vivevo a Londra ormai da più di un anno, avevo deciso che sarei potuta stare più vicino a mia madre dal momento che ormai era anziana e aveva tanto bisogno di compagnia e poi non c’era nulla e nessuno che potesse rendere speciali le ore del thè come le rendeva lei, con le tazze di porcellana decorate a mano con tante roselline, che ancora non si erano scheggiate da quando ero ragazzina, e poi i suoi meravigliosi biscotti appena sfornati che mi facevano sentire sempre a casa, sebbene anche lei si fosse trasferita in un appartamento più piccolo. Ma la casa la fa chi ci abita e il profumo di vaniglia e cacao che si diffondeva per la cucina e il tinello era sufficiente a ricordarmi i luoghi in cui avevo trascorso la mia infanzia.

Lavoravo da un po’ di tempo in un negozio di abbigliamento per bambini, ero e sono sostanzialmente un’esperta di pigiamini, vestitini, bavaglini, e tutto ciò che può fare la gioia di un esserino sotto i cinque anni. E’ buffo, considerando che non ho figli e dato il modo in cui erano andate alla fine le cose con Louis, sapevo che non se ne sarebbe parlato ancora per molto, molto tempo. Ma anche vestire i bambini degli altri ha un non so che di divertente e la mia vita da single, per scelta, in fondo, mi stava alla perfezione. Potevo dirmi felice: avevo tutto quello che mi serviva: i miei ritmi, le mie sicurezze, un tetto sulla testa e il profumo di biscotti della casa di mia madre.

 

In un mondo in cui ci si prende e ci si lascia, penso che a volte sia meglio essere consapevoli che si possa anche stare da soli, piuttosto che non voler accettare la propria solitudine e illudersi di essere tra le braccia giuste. Anche un po’ per questo credo di aver lasciato Louis, pensavo fosse giusto così … è stato giusto così.

 

E a proposito di certezze, proprio oggi leggevo di quella coppia famosa, quell’attore che aveva sposato la fidanzata conosciuta per tutta la vita. ‘Caspita’, sfoglio il giornale dalla parrucchiera, ‘tredici anni sono davvero tanti … per restare poi sposati solo cinque … forse nemmeno per loro era destino. Ma chissà perché il mio pensiero va al loro bambino. Di solito sono sempre i piccoli a farne le spese. Purtroppo loro non hanno nessuna colpa. Ma ne hanno forse i genitori che sentono di non amarsi più? Forse a certe domande non ci sono risposte.

 

Credo che ci siano poche cose che in fondo una donna debba fare per sentirsi appagata, e uscire con una pettinatura nuova penso sia una di quelle. E’ come se in un certo senso rinascessi, non che io avessi bisogno di chissà che rinascita, volevo semplicemente essere a posto per la serata del compleanno di mia madre. Se lei è una regina a fare i dolci io posso vantarmi di essere una principessa per tutto il resto. Adoro cucinare, non solo per me stessa… ore ed ore passate a sperimentare ogni sorta di leccornia nel luogo da me preferito della casa: la cucina… anche i miei amici hanno sempre apprezzato. E così avevo pensato di prepararle le mie lasagne con il ragù fatto rigorosamente in casa. A cena ci sarebbero stati tutti: zii, cugini, tutti quelli del circolo di bridge che rendevano felici i mercoledì e i venerdì sera di mamma. Anche entrare in un supermercato enorme con diciotto tipi diversi di yogurt magri, alla frutta o senza, è un’altra cosa che mi ha sempre dato quel guizzo di inspiegabile felicità al cuore. Perdersi tra colori, profumi, il fresco e quello stupendo modo di organizzare le cose sugli scaffali, che rende tutto così logico e ordinato. Per una buona besciamella ci vuole il latte intero; sedano, carote e salsa per il ragù li cercherò dopo. Mi dissi dirigendomi col carrello verso il banco frigo.

Diedi un’occhiata alla mia lista … so a memoria dove si trova il latte della marca che piace a me, penso, mentre allungo una mano per prenderlo.

 

“Ops, mi scusi.”

“Prego, faccia lei. Ci è arrivata prima di me.”

Sorrido ad un uomo, non male, penso rapidamente nel rapido istante in cui ci scambiamo un sorriso di scuse reciproche nell’aver afferrato con decisione la stessa bottiglia di latte. Il mare di inverno in paesi come la Grecia, quando, nonostante il freddo, il cielo che si specchia dentro le acque che circondano l’isola, sono di un verde cristallino da lasciarti incantata per ore a guardarle. Credo di aver pensato a quell’incanto quando i miei occhi hanno incrociato i suoi. Vengo distratta da una voce che mi riporta alla realtà.

“Papà, papà, voglio questi!”

Un bambino a dir poco meraviglioso, seduto nel seggiolino del carrello, gli sta tirando un lembo della giacca di jeans.

“Aspetta … no quelli ti fanno male.”

Sorrido distratta da quella vocina insistente.

“Ma io li voglio!”

Il bimbo sembra proprio non volersi separare dai quattro budini al cioccolato afferrati con entrambe le manine approfittando del fatto che si trovassero alla sua portata.

E’ buffo come il padre, perché non vi sono dubbi che lo sia, e non solo per come il bambino si è rivolto a quell’uomo, ma anche e soprattutto perché si somigliano come due gocce d’acqua, appaia molto meno forte di quello che in realtà deduco sarebbe, se decidesse di strappare con forza l’oggetto del desiderio del suo bambino. Quelle manine, in confronto alle sue, sembrano due cuscinetti imbottiti di cotone. Con delicatezza, ma allo stesso tempo fermezza, fa in modo che molli la presa e rimette i budini al suo posto, tra gli strilli di disappunto del piccolo.

“No, adesso non cominciare, vuoi fare i capricci? Vuoi iniziare a frignare davanti a tutti? … Non ti vergogni?”

Lo guarda con sguardo severo, ma allo stesso tempo così profondamente dolce. Non so perché poi rivolge gli occhi a me, che quasi sento di aver invaso la sua privacy non avendo deciso subito di proseguire il mio giro di spese. Ma non ha l’aria contrariata, addirittura mi sorride quasi cercando una giustificazione.

“Mi scusi, non voglio prenderglieli … fa così perché sa che con me le ha quasi sempre vinte, sua madre è più brava in queste cose, ma se scopre che gli compro sempre i budini al cioccolato mi uccide.”

Rispondo al sorriso con un altro, mi sento in un certo senso un po’ imbarazzata, ma lì per lì non riesco a capirne la ragione. Guardo verso il banco frigo e sono colta da un’idea luminosa.

“Perché non prova con questo?” Gli porgo un barattolino.

Lo guarda con sguardo attento.

“E’ yogurt al cioccolato, senz’altro meno dannoso di un budino e altrettanto buono … sua moglie non avrà nulla da dire.”

“Ex moglie.”

“Ex moglie.”

“Già …” mi guarda in silenzio per un attimo e poi torna interessato a guardare lo yogurt. “Posso…?”

“Certo, prego.”

Rivolge poi uno sguardo al ragazzino.

“Che ne dici, campione? Lo vuoi provare? Cioccolato!”

Quell’ultima parola illumina il viso tondo di quel bambino dal viso adorabile. Ha l’aria di essere un padre con ottime capacità di persuasione … e come facevo quando ero una ragazzina che pensava al principe azzurro, mi ritrovo a chiedermi come possa un uomo che a prima vista appare bello, interessante, con un sorriso caldo e rassicurante, quanto intrigante e misterioso, con un’indole profondamente affettuosa per il suo bambino, parlare di ‘ex moglie ’.

Mentre il piccolo è ormai conquistato dal suo nuovo golosissimo regalo vengo distratta da un cellulare. Non il mio, il suo. Cerca con fretta e tempestività nelle tasche della giacca e dei pantaloni. Trovatolo risponde. Pochi monosillabi. A squillare poi è il mio … lo cerco, no … era lui ad averne un secondo.

“Oh c….”

Trattiene un’ esclamazione di sorpresa.

“Mi scusi …” impacciato, non sapendo dove metterlo, mi porge il primo cellulare. “ … le dispiace tenermelo un attimo?”

Mentre tengo il cellulare in mano non mi sono dimenticata la mia bottiglia del latte. La prendo e la metto nel carrello … adesso però è davvero il mio cellulare che squilla nella borsa. D’istinto appoggio il primo cellulare sul seggiolino del mio carrello e rispondo. Come sospettavo, la mia mamma si preoccupa che non mi dimentichi nessuno degli ingredienti che mi ha chiesto di comprarle per la torta che deve preparare.

Telefonata rapida, rassicuratala riattacco. Anche il papà ha finito.

“Tenga.” Gli porgo il cellulare.

“La ringrazio, mi scusi se l’ho trattenuta.”

“Non si preoccupi, è stato un piacere … spero che la scelta dello yogurt faccia felice il suo bimbo.”

“Mi pare che ci sia voluto poco per corromperlo.” Ride con gli occhi che brillano. Non riesco a non rispondere alla sua risata.

“E’ bastata la parola cioccolato.”

“Bè … come si dice in questi casi … buone spese … arrivederci”

“Arrivederci a lei.”

Afferrato il carrello prosegue verso la zona dei cereali.

Quante probabilità ci sono, quando si incontra un uomo affascinante, di vederlo girato a guardarci, quando noi, un istante prima, abbiamo deciso di fare la stessa identica cosa? Nelle favole accade di solito che quando uno non guarda, l’altro si gira e quando uno si gira, l’altro non sta più guardando. Succede così per aumentare l’aspettativa di ciò che succederà dopo. Bè … non so a che genere letterario appartenga il caso in cui entrambi i soggetti in questione siano colti dal desiderio di guardarsi quella volta di più, esattamente nello stesso momento. Come accadde a me in quel supermercato.

 

Finite le mie spese e riempiti tutti i sacchetti separando verdura da frutta, scatole da scatolette, roba fredda da roba a temperatura ambiente, carico tutto in macchina e mi dirigo verso casa. Uno dei momenti in cui una donna rimpiange il suo stato di single per scelta, è per esempio quello in cui sei da sola a doverti caricare su per le scale tre pesantissime borse della spesa. In più, come nella migliore delle tradizioni, se il telefono decide di stare muto tutto il giorno, è matematico che sarà altrettanto lieto di squillare quando ti è praticamente impossibile rispondere.

Entrata in casa con le chiavi della macchina in bocca afferro il cellulare buttato alla rinfusa tra i sacchetti della spesa. Sarà sicuramente di nuovo la mamma.

“Hey bastardo! Come stai, figlio di puttana, sono secoli che non ci si sente!?”

“Scusi?”

“Ma chi parla?”

“No, questo lo chiedo io a lei!”

“Devo aver sbagliato numero, miss .”

“Credo proprio di sì.”

“Chiedo scusa.”

Appoggio il telefono sul tavolo con aria non poco divertita. Posso finalmente mettermi al lavoro e dedicarmi ai miei manicaretti. Nel primo pomeriggio mi aspetta mamma.

 

Le mie lasagne sono un incanto. Penso mentre sono sulla porta di casa con la borsa piena di tutto l’occorrente per la torta della festeggiata. Che mattinata bizzarra, intervallata dalle telefonate più assurde. Sembrava quasi che tutta Londra avesse deciso di sbagliare numero e di chiamare me.

“Ciao mamma, tanti auguri!”

“Amore, entra che devo mettermi al lavoro.”

“Ti ho portato tutti gli ingredienti.”

“Tesoro, prima che mi dimentichi, c’è per caso qualcosa che non va col tuo cellulare?”

“Non credo, perché?”

“Amore, non lo so, ti ho chiamato per tre volte e mi ha sempre risposto un uomo che diceva che avevo sbagliato numero. Io gli ho spiegato che doveva essere lui a sbagliarsi, che conoscevo il tuo numero a memoria e che di sicuro era lui a sbagliarsi … ma è stato cortese tutto sommato, perché sai, l’ho chiamato un po’ di volte…”

Da una parte mi veniva da ridere, immaginavo lo sventurato mal capitato ignaro di quanto volentieri mia madre parlasse al telefono: una donna eccezionale capace di intavolare lunghe conversazioni anche con dei perfetti sconosciuti che rimanevano irrimediabilmente rapiti dalla sua chiacchiera. D’altro canto, però, mi incuriosiva la questione del numero sbagliato. Per sicurezza avevo memorizzato il numero del mio telefono cellulare sul telefono di mamma come primo numero da chiamare in caso di emergenza, sapevo che era quello giusto.

 

Mentre la mamma prepara la pasta frolla io la osservo seduta con i gomiti puntati sul tavolo da lavoro e le mani che sorreggono il mento. Come quando ero una bimba, mi piace ogni tanto rubare pezzettini di pasta frolla cruda e mangiarmela così com’è, l’ho sempre trovata deliziosa. E come sempre la mamma cerca di fermare quei miei attacchi di impaziente golosità facendo finta di volermi dare il cucchiaio di legno sulle mani.

“Non cambierai mai, vero, tu?”

“No, penso di no.” le sorrido un po’ impertinente. Mentre il profumo di vaniglia e limone si mescolano per la cucina.

“Perché non ti distrai in altro modo … magari incominciando a mettere le cose che vanno lavate nella lavastoviglie?”

Mi aggiro per la cucina con scodelle, scodelline, cucchiai e fruste di varia misura. Il mio sguardo viene attratto da un giornale appoggiato sulla sedia. Uno di quelli di poco conto, di cui Londra e tutta l’Inghilterra è piena. Guardo una foto in prima pagina. Una bella coppia, sorridenti e abbracciati. Ma è lui che mi attrae e incuriosisce.

“Mamma …”

“Dimmi, amore”

“Ma questo lo conosci?”

Inforca gli occhiali da lettura.

“Ma sì, certo, quell’attore famoso. Non ti ricordi ‘Il Gladiatore’, ‘A Beautiful Mind’ ‘Master and Commander’?”

“Russell Crowe?...” lo guardo un’altra volta “… ma sei sicura?”

“Ma sì, è lui … con la moglie. Han divorziato, leggevo oggi. Ma sai che notizia … a Hollywood divorziano tutti…”

Guardo nuovamente la foto, che è stata chiaramente scattata qualche anno prima, sembrano ritratti ad una cerimonia di gala. Io sono fisionomista, ma credo anche alla storia dei sette sosia di ognuno di noi sparsi per il mondo…

“Ti vedo pensierosa, tesoro.”

Scuoto la testa tornando coi piedi in cucina.

“No, scusa … è solo che …”

“C’è qualcosa che ti preoccupa?”

Prendo il giornale e parlo incurante di quale reazione potrei provocare nella mia povera mamma che ha dedicato tutta la sua vita a cercare di crescere una fanciullina realista e razionale. La guardo forse senza nemmeno troppo credere alle parole che escono dalla mia bocca. Punto il dito sulla foto di lui.

“Io … credo di aver incontrato quest’uomo, oggi.”

“E dove?”

“Al supermercato.”

“Al supermercato? E dov’era?”

“Davanti agli yogurt.”rispondo

“Davanti agli yogurt.”ripete

“Davanti agli yogurt.”ribadisco

Ci guardiamo con aria seria … quella che precede uno scoppio di risa, che però stranamente riusciamo a trattenere.

“Bè, e … che cos’ha comprato?”

“Uno yogurt al cioccolato per il suo bambino. Poi credo sia andato a prendergli i cereali.”

“Bè, del resto … che cosa si fa nei supermercati, … quello che fanno tutti, no?”

“Ah … e com’era il bambino?”

“Identico a lui, solo un po’ più biondo.”

Il tentativo di rendere normale quella conversazione diventa quasi divertente. Sembra quasi che si faccia ogni tentativo possibile per non pensare alla “straordinarietà” di quell’incontro. All’improvviso, per non so quale centesima volta nella giornata mi suona nuovamente il cellulare.

“Pronto.”

“Russ?”

Credo di riuscire a mettere insieme alcuni pezzetti di un puzzle alquanto confuso. Dall’altra parte del ricevitore qualcuno credo sia rimasto alquanto confuso nel sentire una voce femminile.

“No … ma la prego di restare in linea.” ribatto

Squilla il telefono di casa.

Con una mano sul cellulare faccio segno a mamma di rispondere.

“Sì?”

Guardo mamma e in un certo senso mi sembra di sapere già chi abbia chiamato a casa.

“Russell chi?”

Faccio cenno a mamma di spostare il ricevitore dalla parte dell’orecchio senza apparecchio acustico. Mi guarda contrariata.

“Ci sento benissimo! … No, mi scusi, c’è qua mia figlia che mi parla e non mi fa capire niente … diceva? Chi … Shannon, mia figlia …sì,… va bene, gliela passo.”

Mamma mi guarda e bisbiglia.

“Vuole te, è uno che dice che vi siete visti al supermercato. Dice di essere quello dello yogurt.”

Ancora con il cellulare in sospeso rispondo all’altro telefono. Non so proprio, assolutamente non ho idea di come rispondere, di cosa dire, perché poi mi sistemo i capelli se so che devo andare al telefono è un mistero tutto femminile…

“Pronto?”

“Shannon?”

“… Sì … sono io.”

“Scusami tanto se ti disturbo a casa, sono … Russell, non ci siamo presentati, ma, sono quello del supermercato … ti ricordi quello dello yogurt al cioccolato?”

“Sì, sì, mi ricordo.”

“Devo dirti una cosa.” diciamo all’unisono. Ridiamo anche all’unisono.

“Prima tu.” È anche cavaliere oltre che affascinante, penso in un momento in cui ho la mente probabilmente ottenebrata dall’intenso profumo di torta calda nel forno.

“Credo ci sia stato un problema coi telefoni … credo di averti per errore dato il mio e io … mi sono tenuta il tuo.”

“Già, credo che sia andata così.”

“Mi dispiace davvero tanto.”

“No, non ti preoccupare. Piuttosto … pensavo ad un modo per poter … fare di nuovo lo scambio.”

Sento che la sua voce è un po’ imbarazzata, che strano … se solo sentisse quanto lo sarebbe la mia se riuscissi a proferire parola… Ma c’è qualcosa di piacevolmente rassicurante in quel suo modo di porsi. Una piacevole umana normalità che si intona perfettamente alla sua figura contrastante di uomo dall’aspetto sempre così sicuro.

“Non lo so … potremmo, incontrarci per un caffè domani … sempre che tu non abbia impegni.”

“No, domani va benissimo. Dimmi tu per che ora preferisci.”

“Bè, domani è Sabato e lavoro solo per mezza giornata.”

Propone:

“Potremmo passare per quando hai finito, magari per un pranzo veloce…”

Sentendolo parlare al plurale sento una leggera impercettibile morsa allo stomaco. Un fastidio che non riesco a spiegarmi. Ma che cosa potevo aspettarmi … a Hollywood tutti divorziano e tutti si rifidanzano con la stessa rapidità.

“Va bene, allora facciamo per domani alle 12.00 davanti a ‘BABY DREAMS ’ ”.

“Baby Dreams … D’accordo, a domani.”

Metto giù la cornetta e non credo di aver vissuto quel che ho vissuto.

“Allora? Era quello dello yogurt?”

“Sì.” Se mi potessi vedere penso che noterei il mio sguardo un po’ imbambolato.

“Cosa voleva?”

“Ci vediamo domani a mezzogiorno.”

“Ah.” Sorride … e aggiunge “bene! … E ora pensiamo alla torta.”

 

 

Non so se il giorno dopo la mia emozione dipendesse più dal fatto di aver scoperto che mi era capitato di incontrare una persona famosa, o da quello di rivedere un uomo che mi aveva tanto colpito. Ma lasciai entrambe le domande in sospeso dal momento che la realtà era che presto l’avrei visto anche con la sua fidanzata. Chissà come si sarebbe presentato … mi chiedevo mentre mi preparavo ad andare al luogo dell’appuntamento. Probabilmente con la sua macchina super costosa … e magari l’autista … e magari quattro guardie del corpo… Il negozio dove lavoro si trova davanti ad un giardino, lì avevo stabilito di aspettarci. Sarà puntuale? Mi chiedo guardando l’orologio. Io forse esagero presentandomi sempre un quarto d’ora prima agli appuntamenti, ma mi piace la puntualità, sento che però stavolta aspetterò a lungo dato che gli attori famosi hanno probabilmente la mania, nonché presunzione di farsi aspettare. Vedo una macchina con i finestrini scuri che si ferma dall’altra parte della strada. Deve essere lui, penso. Vengo distratta da un autobus che si ferma proprio di fronte alla panchina dove mi sono seduta. Mi alzo per andare incontro alla celebrità che di lì a poco scenderà dalla macchina. Mi sento chiamare da tutt’altra direzione. Mi volto e … ma dai… Dall’autobus vedo scendere … proprio lui … con zainetto in spalla e bambino al seguito tenuto in braccio. Forse un po’ confusa mi volto verso la macchina che aveva destato il mio interesse mentre la vedo ripartire. Non importa, si vede che lui preferisce prendere l’autobus.

 

“Shannon …ciao! … Spero tu non sia qui da molto. Ho avuto qualche problema a trovare le sue scarpine, gioca sempre a nasconderle.”

“Non importa … non preoccuparti sono appena arrivata … non mi aspettavo di ….ma non importa.”

“Allora, come va?”

“Bene … bene, tutto sommato.” non so che mi passa per la testa mentre si sta intavolando una discussione così piacevolmente normale da far sciogliere la lieve tensione di poco prima.

“Ah, a proposito …” prosegue “…il tuo yogurt … un successone, avevi ragione.”

“Mi fa piacere … ah, prima che mi dimentichi.” Frugo nella mia borsa. “ecco … il tuo cellulare. Mi dispiace, credo di aver fatto io lo scambio per sbaglio. E’ uguale al mio...”

“No, scusami tu se ti ho fatta venire qui apposta. E poi … tua madre è molto simpatica.” Sorride con tutto quello che sul viso si può illuminare quando una persona ride. “…e ama chiacchierare almeno quanto me.”

Sento che sono diventata tutta rossa.

“Oddio, scusami … la mamma ha la capacità di intavolare discussioni senza fine con chiunque le capiti a tiro.”

Ride nuovamente sistemando meglio il suo bimbo in braccio che nel frattempo non ha smesso di giocare con il colletto della camicia del papà.

“Comunque … anche tu hai ricevuto un po’ di telefonate. Ma non hanno detto i nomi, mettevano giù ogni volta che capivano di aver sbagliato numero. Una persona ha chiamato più volte, era un uomo.”

“Doveva essere Mark … senti, ma invece di discutere qui potremmo andare da qualche altra parte, ti va un gelato, un caffè o qualcos’altro?”

Guardo l’orologio, ho promesso a mamma di aiutarla a sistemare la casa dopo la festa, non posso certo abbandonarla. E lui comprende benissimo.

“Non importa, possiamo fare anche un’altra volta … tanto ormai conosco il tuo numero di telefono.”

Mamma non abita lontano dal giardino in cui io e Russell ci siamo incontrati e chiacchierando ci avviamo a piedi verso casa, mentre non mi sono quasi accorta che, nel camminare sul sentiero disegnato tra le aiuole, il bimbo di Russell si è messo tra di noi e, tenendo entrambi per mano, ha incominciato a giocare all’altalena. E’ davvero un bimbo dolce e vivace e tra una chiacchiera e l’altra arriviamo davanti alla casa di mia madre.

“Magari, una di queste sere potremmo organizzare una cenetta da me.”

Lo vedo con sguardo un po’ perplesso, come di chi sta pensando a qualcosa.

“A dire il vero, non mi piace lasciare Malcolm da solo, … chiamare la tata non è una cosa che faccio sempre troppo volentieri … penso sarebbe un problema, sai …”

Lo interrompo e quasi mi dispiace deluderlo.

“…io intendevo … voi … tu e il bambino, mi piacerebbe invitarvi entrambi a cena.”

Vedo il suo viso sorridere forse tra l’imbarazzato ma anche il sollevato.

“Oh … pensavo, ok … non importa cosa pensavo” si da una grattatina alla testa: è buffissimo. Un po’ come faceva Louis quando era imbarazzato. Uno dei gesti di spontaneità che di lui, sempre così preciso e quadrato, mi piaceva sempre più di tutto il resto.

“Allora va bene?”

“Certo … io e Malcolm saremo felicissimi di venire a cena da te, vero campione?” Lo guarda dopo averlo ripreso in braccio.

“Sì!!!” risponde contento prendendo tra le manine il viso di papà e tirandogli un po’ la barba.

“E poi … dobbiamo assolutamente provare il tuo ragù fatto in casa.” aggiunge rivolgendosi a me

Sono un po’ perplessa … questa poi … e lui che ne sa? Ma un sospetto ce l’ho…

Mi strizza l’occhio.

“Tua madre … in una delle nostre telefonate mi ha spiegato che le avresti preparato le lasagne con il tuo ragù per il suo compleanno … che era ieri, se non mi sbaglio, no?”

Mi metto ridere nuovamente al pensiero di mamma che intrattiene un perfetto sconosciuto al telefono raccontandogli delle prodezze culinarie di sua figlia.

Stabilimmo di vederci la sera successiva. Ero contenta di rivederli e non vedevo l’ora di fargli provare le mie lasagne.

 

Mentre tiro la teglia fuori dal forno per lasciarla riposare sorrido un po’ e penso con tenerezza ad un attore da oscar pluripremiato e miliardario che prende l’autobus e non lascia il bimbo dalla tata.

Tiro fuori l’insalata dal frigo per lavarla e prepararla quando suonano al citofono. Due voci squillanti dall’altra parte del filo rispondono all’unisono.

“Siamo noi!!”

Puntualissimi, anzi, addirittura un po’ in anticipo. Russell si presenta con una bottiglia di vino rosso e Malcolm in braccio. Un quadretto così dolce che quasi mi verrebbe voglia di immortalarli in una fotografia.

“Buona sera, siamo un po’ in anticipo … Malcolm non vedeva l’ora di rivederti … spero che non ti disturbi il fatto che siamo venuti prima.”

“Assolutamente no, stavo preparando l’insalata.”

“Questa dove la metto?” chiede allegro mostrando la bottiglia.

“Per ora in fresco, direi.”

Si rivolge al bambino

“Ora ti metto giù, ma vedi di comportarti bene, non fare il pazzo.”

“Non ti preoccupare, non ci sono spigoli o cose pericolose qui, lascialo pure girare per la casa.”

“A dire il vero è proprio della tua casa che mi preoccupo, è capace di scatenare l’impossibile se lasciato solo un attimo.”

“Sono bambini.” sorrido

“Sì, lui vale per tre.”

Malcolm si dimena per essere lasciato finalmente libero di camminare goffo goffo per tutta la casa. Russell si frega le mani e si rivolge a me.

“C’è qualcosa che posso fare?”

Accetto volentieri l’invito.

“Se vuoi puoi lavare l’insalata mentre io taglio i pomodori.”

Allo stesso tempo mi verrebbe da ridere ma mi trattengo: nemmeno se me lo avessero raccontato prima avrei immaginato di vedere un attore, una persona famosa, conosciuta a livello mondiale, tutto concentrato e alle prese con gesti di normale e casalinga quotidianità … e non se la cava nemmeno male. Louis avrebbe senz’altro preferito comprare l’insalata già lavata. In questo io e lui eravamo un po’ diversi: apprezzava la mia cucina sotto ogni profilo, ma non tanto la fase di preparazione, prometteva sempre che quando ci saremmo sposati mi avrebbe evitato fatiche del genere. Inutile spiegargli che non era affatto una fatica, ma piuttosto un piacere per me.

Mentre l’insalata incomincia a prendere lentamente forma e colore io e Russell ci giriamo entrambi come un’immagine speculare verso la voce di Malcolm che è corso improvvisamente in salotto gridando allegramente.

“Papà, papà, che cos’è questo?”

Se sotto di me ci fosse stata terra invece che cemento, mi sarei sotterrata in quel momento e per sempre. Trasalgo rossa dalla testa ai piedi.

“Oddio.”

“Hey!! Rimettilo subito dove l’hai preso!”

Russell forse è più imbarazzato di me mentre cerca di correre dietro a suo figlio che ridendo come un matto ha incominciato a correre per tutta la casa sventolando uno dei miei reggiseni probabilmente trovato frugando nel cassettone in camera mia. Il papà aveva ragione, il suo bimbo è davvero vivace.

Io non posso che assistere alla scena, basta un adulto che corra dietro ad un bambino e quasi mi dimentico del mio imbarazzo: la scenetta, in fondo, è molto divertente. Dopo vari tentativi Russell riesce ad afferrare, per le gambette, il figlioletto andatosi a nascondere sotto il tavolo. Malcolm non sembra volersi staccare dal suo nuovo giocattolo.

“Dammi subito quello che hai in mano!”

“No!”

“Non è roba tua e non devi toccare le cose che non sono tue, quante volte te l’ha detto papà?”

Il bambino, dopo insistenze varie, capitola. Russell lo prende in braccio e si fa restituire l’oggetto. Mi si avvicina con il bimbo in braccio, lo guarda.

“Come si dice?”

“Per favore.”

“No, in questo caso devi dire l’altra parola magica.”

“Grazie.”

“No, l’altra ancora, quella fatta di due pezzetti.”

“Mi dispiace.”

“Ecco, bravo. E poi?”

Non posso fare a meno di sorridere, mentre Russell ancora tiene in mano il mio reggiseno.

“Bravo bambino e adesso cosa devi dire ancora …” lo aiuta “scusa Shannon…”

“Scusa Shannon …”

“…Se ho preso il tuo …”

“Se ho preso il tuo…”

Forse per l’imbarazzo il papà si sente soddisfatto anche se la frase è rimasta incompleta visto che mi restituisce con un sorriso di quella natura, appunto, ciò che è di mia proprietà.

“Scusami … sono mortificato.”

“Non ti preoccupare, non è successo nulla di male in fondo.”

“Già.” Poi si rivolge di nuovo al figlioletto.

“E tu non fare più una cosa del genere. Prometti di fare il bravo se ti lascio giù?”

Fa segno di sì con la testa. Si sfregano reciprocamente la punta del naso e si danno un bacino. Ci sono cose che forse nemmeno in un film emozionano tanto.

 

Adoro quando la mia cucina viene apprezzata e quella serata mi fece provare proprio quella sensazione. Una teglia intera completamente spazzolata: non esiste segno di gratitudine migliore per una donna che ama cucinare quanto me. Tranne forse la gentile offerta di un uomo di volerla aiutare a lavare i piatti. Di solito l’ospite è sacro e per me è tassativo che pensi solo a rilassarsi, ma sin dal primo momento in cui quell’uomo ha messo piede a casa mia, sembrava che si sentisse più a suo agio partecipando attivamente al rito di preparazione e conclusione, che non al fatto di stare ad aspettarmi seduto in poltrona. Nel frattempo Malcolm è seduto buono e tranquillo davanti alla televisione a godersi la mezz’ora di cartoni animati giornaliera che gli è concessa da quelle che sono le regole imposte da papà Crowe.

Nonostante abbia ormai organizzato dei ritmi da single perfetta, sistemare la cucina con una persona che ti da una mano, e che ha tendenze perfezionistiche simili alle tue, aiuta decisamente a velocizzare i tempi. In men che non si dica la cucina è di nuovo uno splendore in attesa della prossima volta in cui sarà la regina della serata.

Mentre il bimbo è preso dai suoi cartoni io e Russell ci mettiamo seduti sulla veranda. Fa un po’ freddo e quindi decido di lasciare i vetri chiusi, ma la vista di Londra di notte è altrettanto suggestiva.

“Ti ringrazio tantissimo, è stata davvero una serata gradevole. Non mi capitano spesso serate così …. tranquille.”

“Me lo immagino, non deve essere facile … seguire i ritmi di una vita così intensa anche a livello pubblico.”

Mi guarda e sorride, probabilmente sono fuori strada.

“Non è tanto per me … quanto per lui …” rivolge uno sguardo al suo bimbo. “Sto cercando in tutti i modi di non fare pesare su di lui tutta questa situazione nuova, sai … a volte non è facile. Ma voglio rendergli la vita…”

“Più normale possibile.” diciamo all’unisono.

“Già…”, sorride abbassando lo sguardo.

“Ti capisco … è così piccolo.”

“Sai, … noi siamo adulti … io e la mia ex-moglie, ma lui … lui è così piccolo e … vorrei che risentisse il meno possibile di questo cambiamento.”

“E’ da molto che sei a Londra?”

“Da circa un mese. Dopo il divorzio … circa sei mesi fa … ho pensato fosse magari una buona idea cambiare un po’ aria. Per fortuna io e la mia ex siamo comunque in ottimi rapporti, nonostante come siano andate a finire le cose…siamo riusciti a trovare un accordo civile. Teniamo il bambino sei mesi a testa. … Questi sono i miei sei mesi con lui e vorrei passare con lui più tempo possibile.”

Lo osservo attenta e in silenzio davanti ad un bicchiere di vino e sono colta da un senso di profonda comprensione per lui e la sua famiglia. Sicuramente non deve essere facile, ma la cosa che mi colpisce è che nemmeno per un solo istante ha fatto riferimento alla sua carriera; ha parlato di una sola priorità: il suo tempo con il suo bambino. Nient’altro.

“Desidero solo che lui non ne risenta, capisci?”

“Certo.”

Mentre mi parla guarda spesso dalla sua parte e i suoi occhi brillano davvero: di orgoglio, gioia e emozione e forse anche commozione. Torna poi a guardarmi e mi sorride tornando disteso e loquace come ho appurato di notare che fosse.

“Ma questo sono io … e tu? Non hai nessun fortunato che si gode la tua cucina più spesso di me?”

Fa seguire alla domanda una tenera risata contagiosa.

“A dire il vero, ce l’avevo.” Sorrido pensando al passato. “sono arrivata ad un passo dall’altare, lui, Louis, era ingegnere, lavorava sulle piattaforme petrolifere. Per noi avrebbe visto una vita in giro per il mondo, da un albergo all’altro, nessuna preoccupazione economica, nessuna casa da arredare o spese a cui pensare. Mai più di un anno nello stesso posto. Solo io, lui e la sua vita meravigliosamente perfetta, fatta di agi e prestigio. Quando mi dava appuntamento e non riusciva a passarmi a prendere per un impegno improvviso, mi faceva venire a prendere da una Limousine per chiedermi scusa… lui era fatto così, voleva sempre stupirmi con gesti fuori dal normale. Ma quando mi ha chiesto di sposarlo … non so … gli ho detto di no. Siamo stati insieme per sette anni, ed era il tipo di uomo in grado di far davvero sentire una donna al centro del mondo, peccato che quel mondo appartenesse solo a lui. Una voce dentro di me mi diceva che non era quella la vita che volevo … e, come dire,… ho dato retta a quella voce. Da più di due anni ormai ... e questa sono io.”

Mi guarda con una mano che sorregge il mento e l’altra il bicchiere di vino ormai quasi vuoto.

“Vedo che nemmeno per te quello che avresti visto come un piano perfetto si è realizzato.”

“Ma io sto bene. Certo, quello che dovete aver passato voi non posso immaginarlo, non dev’esser stato facile. Ma spero che piano piano le cose possano tornare …”

“Normali?”

“Bè, sì.”

“La normalità è diventato il mio stato di grazia ideale … se mai lo raggiungerò.”

“Certo che però … non hai proprio scelto il paese migliore … l’Inghilterra è il paese più pettegolo e indiscreto che ci sia.”

Mi guarda, mi sorride e alza le spalle.

“Lo svantaggio dell’essere famosi finisce con l’essere anche un vantaggio: ti appiccicano un’immagine addosso e quella rimane. Io qui faccio notizia solo se picchio qualcuno o mi scopo qualche donna sposata, per il resto non sono interessante.” Il suo ragionamento non fa la benché minima piega e mentre lui si alza io rimango a riflettere un attimo di più su quella piacevole conversazione.

“Credo che sia ora che io e Malcolm ce ne andiamo … non voglio che vada a letto tardi e anche tu sarai stanca.”

“Certo, vi porto le vostre giacche.”

Malcolm sembra non avere alcuna voglia di andare a dormire: è ancora vispo e pimpante mentre il papà lo veste di tutto punto. E il mio cuore si intenerisce pensando a come sarebbe stato Louis se fosse stato il padre dei nostri figli. Se avessimo per una volta scelto di vivere la stessa vita e non io solo la sua.

Li accompagno alla porta.

“Una di queste sera …. se ti va, potresti venire tu da noi. Io non sono così bravo a cucinare, ma se ti piace la carne sono molto bravo con le bistecche.”

“Verrò molto volentieri.”

Malcolm è entusiasta.

“Quando vieni, quando vieni??”

“Non lo so, piccino, quando vuoi che venga?”

“Subito.”

“Subito non si può.”

“E poi resti a dormire da noi?”

Sorrido divertita.

“No, no, poi torno qui se no la mia casetta diventa triste.”

“No, non è vero! Dormi da noi. Abbiamo tanto spazio. Puoi dormire con papà! Lui mi fa sempre dormire con lui nel letto grande quando sogno i mostri e poi giochiamo alla battaglia dei cuscini. Vero papà?”

“Ok, ok, ne hai già dette fin troppe.” Cerca di frenare, mettendogli una mano sulla bocca, quel vulcano di idee del suo bimbo tra le mie risate malamente trattenute e le sue un po’ imbarazzate.

“Papà diglielo che può dormire con te, non deve tornare a casa … diglielo diglielo!”

“E’ ora di andare a letto, bestiaccia!”

“No no, devi dirglielo!”

Mi guarda ridendo roteando gli occhi tra il divertito e l’imbarazzato.

“Ti chiedo scusa, lui … ha la capacità di farmi diventare matto, certe volte.”

“Diglielo diglielo!!”

“Hey! Adesso basta!” La sua voce è ferma, severa, ma tranquilla. “Se Shannon vuole dormire da noi deve deciderlo lei, smettila di fare l’insolente.”

Il piccolo sembra convinto. Ci salutiamo con la promessa di rivederci per un’altra serata tranquilla e … normale.

(Continua)

 

 

 

 

Questo sito e' creato, mantenuto e gestito da lampedusa. Se hai bisogno di contattarmi, scrivimi all'indirizzo lampedusa@tin.it. Se hai delle informazioni da segnalarmi, contattami via email. Il sito e' online dal 21 febbraio 2001. Pagina creata il 14/12/2003