Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Sola - prima parte (leggi la seconda parte)
autrice: Isabella Franzolini
e-mail:
data di edizione: 02/03/2003
argomento della storia: Russell Crowe, l'attore
riassunto breve: Sophie, distrutta a causa una storia d'amore finita male, incontra il suo attore preferito
lettura vietata ai minori di anni: 18

DISCLAIMER: Ancora una volta, e forse questa volta in particolare, nell’improbabile ipotesi che il signor Crowe venisse a conoscenza di quanto scritto più sotto, desidero sottolineare che queste sono storie di fantasia, ispirate da quel fantastico dono di Madre Natura che è Russell Crowe. Questa volta in particolare, specificavo più sopra, perché il personaggio del quale qui si narra è… un po’ meno Crowe del solito a mio parere. M’è presa così, l’ho lavorato un po’ di più ed è saltato fuori un Russell Crowe come mi piacerebbe che fosse, decisamente più distaccato dall’immagine che ci siamo fatte grazie ai tabloid. Chiunque ravvisi invece un barlume di somiglianza con la sottoscritta nel personaggio femminile, è ufficialmente minacciata di… tenerselo per sé! Spero che la storia vi piaccia, per commenti buoni e cattivi sapete dove trovarmi. Ah! Un’ultima cosa importante: se avete il cuore fragile e la lacrima facile… vi consiglio di non leggere. G’day, mates!

Isabella

 

Sola

(prima parte)

Capitolo I

 

Non resisteva più. Il desiderio di fumare era così impellente che le sembrava di impazzire. Guardò le cicche mezzo consumate nel portacenere e pensò per un attimo di riaccenderne una come faceva ai tempi della scuola. Gli anni… quanti ne erano passati da allora, più di venti. Uno sguardo lascivo alla bottiglia del whisky. Per quella sera poteva bastare, si era già fatta fuori una bottiglia intera di vino. Il mangiare, una pizza surgelata fatta rinvenire tristemente nel forno, era a malapena il minimo per contrastare l’effetto dell’alcool. Eppure, anche di quello aveva voglia: di bere. Erano le 3 e 03 del mattino, e non si era prudentemente ricomprata le sigarette quella mattina. In uno slancio guidato soltanto dall’alcool che aveva in corpo, si tolse il pigiama, si infilò un paio di jeans, agguantò il piumino e quasi in un unico movimento afferrò le chiavi di casa, quelle della macchina, la patente e i soldi sufficienti da infilare nel distributore automatico. Scese le scale di corsa, sì infilò nella macchina, mise in moto e partì con una sgommata, che le sfuggì dato il suo stato leggermente alterato. Cercò presso il primo tabaccaio che ricordava… niente distributore automatico. Si diresse verso il secondo, in periferia del paese più vicino… niente. Allora scelse la direzione del centro. Le 3 e 06. Correva un po’ troppo per essere in città, anche a quell’ora. Chiuse la sicura in vista di un’altra auto ferma, affiancata da un viandante che più che sembrare uno che si era perso, data l’ora, poteva lasciar pensare ad un passeggero lasciato in prossimità del suo portone di casa. Li superò a velocità elevata, svoltò a destra, percorse alcune centinaia di metri poi a sinistra, commettendo un’infrazione. Si incuneò nel viale principale del paese e in lontananza vide un’auto che si scostava dal marciapiede, sulla destra una “T” illuminata. “Eccolo…!” pensò tra se. Con schizofrenica frenesia, parcheggiò, scese dall’auto, il distributore mangiò al secondo colpo la sua banconota da cinque, poi la moneta da due… sputò in men che non si dica due pacchetti di Marlboro Light, risalì in auto…. Si sentiva meglio, come se la dose di insulina stesse entrando velocemente in circolo. Non aspettò neppure di rimettersi in moto, aprì uno dei due pacchetti, ne estrasse una sigaretta, riprese la sua marcia non prima di aver attivato l’accendisigari, poi si accese la sigaretta. Tirò una lunga boccata. “Dio… finalmente…”. Lo pensava. Ma ne era convinta. Non avrebbe potuto resistere quella notte se non avesse fumato almeno un’altra sigaretta. Che poi sarebbero tranquillamente potute diventare due, o tre. O di più. Quando rientrò a casa venne assalita dal tepore imprigionato nell’appartamento. Nonostante la pizza surgelata, si scoprì ancora affamata e accese il forno per scaldarsi anche l’altra pizza avanzata nella confezione. “Che follia…” Si compatì leggermente, ma mentre aspettava che il forno raggiungesse la temperatura ideale, buttò giù un altro sorso di whisky. Stava costruendo, quasi consciamente, il suo vizio, stava desiderando di dipendere da un qualcosa per il quale si sarebbe potuta maledire per il resto dei suoi giorni. Ma in fondo… che le restava di quell’anno vecchio che si era appena buttata dietro le spalle, cosa poteva offrire di così nuovo ed invitante quell’anno neonato, che così tanto la spaventava, piuttosto che alimentare le sue aspettative. Il desiderio di autodistruzione era subdolo, insinuante, quasi quanto la speranza di trovare qualcuno che da quell’autodistruzione l’avrebbe salvata. Oppure no… forse sarebbe stata così forte da venirne fuori da sola ed avrebbe dimostrato ancora una volta al mondo che lei, Sophie, avrebbe superato le traversie della vita, e avrebbe trovato la forza di incamminarsi sulla strada giusta. Ma a chi interessava? Il mondo? Quale mondo? Il dolore così intenso che aveva provato mesi addietro si risvegliò ma solamente in parte, come un gatto che apre appena un occhio per controllare la situazione circostante per poi richiuderlo, confortato dal fatto che in fondo nulla di nuovo è accaduto. Quell’ora della notte e l’elevato tasso alcolico le elevavano generalmente l’appetito sessuale. Per un momento pensò di poter andare a scampanellare alla porta del vicino, troppo giovane per lei, con la certezza che lo stupore l’avrebbe portato ad accettare le sue profferte. Un pensiero crudo, fatto di mani e di fredde bocche su zone proibite l’attraversò fugace, poi di colpo tornò al momento presente. Mangiò, scottandosi atrocemente un labbro, la seconda pizza della giornata, giustificandosi col fatto che, essendo le quattro ed avendo mangiato la prima alle sette meno venti non era poi tanto anomalo che avesse fame a quell’ora. Se avesse avuto sonno… avrebbe potuto vincere il suo appetito. Ed in fondo ne aveva, se avesse toccato il letto sarebbe crollata come un macigno. Ma qualcosa, una strana smania incontrollabile la tratteneva ancora in piedi, in una furente corsa contro il tempo, per godere di momenti che mai prima aveva immaginato o vissuto. Il pacchetto di sigarette appena aperto e la bottiglia sul mobile la tentavano, ma combattevano anche una battaglia in verità parzialmente persa, contro la sottile nausea che la stava assalendo. Il sonno avrebbe edulcorato quella smania soltanto per un breve periodo di tempo ed al suo risveglio l’avrebbe trovata lì ad attenderla, beffarda e robusta come la sera prima. Quindi perché cercare di ingannare se stessi, perché nascondere la propria paura dietro poche ore di illusoria sonnolenta estasi? Si chiese che ne sarebbe stato di lei la mattina dopo. Le sigarette erano già state acquistate, non avrebbe avuto altro motivo di uscire, in quella domenica che si sarebbe sicuramente rivelata fredda e limpida. Avrebbe dormito tutto il giorno, non avrebbe sicuramente stirato come doveva, non avrebbe pulito la casa. E in un soffio sarebbe stato lunedì. Un altro giorno di attesa, un altro giorno passato senza di lui. Sarebbe sicuramente impazzita. Se non fosse riuscita ad incontrarlo sarebbe sicuramente impazzita, ne era certa. Che situazione bislacca, quella bramosia, quel desiderio per un uomo così noto eppure a lei così sconosciuto, trasformato dalla subdola tranquillità della follia nell’oggetto di un sentimento passionale ed amoroso. No, quella sera non si sarebbe sfiorata sognando che fossero le mani di lui e non le sue a regalarle sensazioni incomparabili, avrebbe dormito il sonno pesante e senza sogni che solo l’alcool sapeva darle. E domani, o forse il giorno seguente, avrebbe pensato a come fare suo quell’uomo, così lontano nella mente, nel cuore e soprattutto nella geografia, che oltretutto adorava un’altra donna. Il cuore le batteva forte, sfinito, affaticato dall’alcool e dalle sigarette, dalla mancanza di riposo, la musica dal lettore DVD si ripeteva ossessiva riproponendo lo stesso menù. Avrebbe preso il telecomando, avrebbe spento le apparecchiature ausiliarie e sarebbe saltata da un canale all’altro della TV alla ricerca di qualche pubblicità di linea telefonica erotica, cercando di ricreare quel sogno dei sensi in compagnia di quell’uomo che poteva solo sarcasticamente immaginare la sua presenza. Sola, di notte, dalla parte opposta alla sua, in qualche altro angolo del globo.

 

La sera seguente si svolse pressappoco nello stesso modo. Così come quella dopo ancora. Con poche speranze, mentre prosciugava un’altra bottiglia di scotch, si ricordò del suo viaggio. Una sorta di ultimo viaggio, per dare un senso diverso a quella vita che ormai disprezzava con tutto il suo essere, votata soltanto al livore, o magari… per iniziarne una completamente nuova, lontana da tutto e da tutti, in un paese straniero. Guardò il biglietto aereo sul tavolo. Aveva senso? Probabilmente no. E proprio per quello l’avrebbe fatto molto più volentieri. Aveva ancora due ore di sonno. Non le avrebbe sfruttate. Cominciò a chiudere la valigia e a preparare i documenti.

 

Capitolo II

 

- Buongiorno signorina, posso avere il suo biglietto ed un suo documento?

 

Sophie porse il biglietto aereo e i documenti alla hostess del banco check in. Aveva forse dormito due ore quella notte e si sentiva uno straccio. Gli occhi nascosti dietro le lenti scure di un paio di occhiali da sole, attese in silenzio che la ragazza svolgesse il suo lavoro. Dopo poco caricò il suo bagaglio sul tapirulan, la ragazza applicò l’etichetta adesiva e le restituì documenti e carta d’imbarco con un sorriso sulle labbra.

 

- Buon viaggio signorina.

 

Si voltò di scatto, scontrandosi con il passeggero in coda dietro di lei. Chiese scusa a malapena ma in quella perse la carta d’imbarco, senza accorgersene. Il passeggero la chiamò.

 

- Signorina… Ehi, signorina! Signorina… Scotti!

 

Si voltò, L’uomo le porse la carta d’imbarco.

 

- Ha perso questo.

 

Lei lo guardò. Aveva una faccia nota, i capelli lunghi sul collo le spalle larghe e massicce, il volto parzialmente nascosto da un paio di occhiali da sole alla moda.

 

- Senza… sarebbe un problema viaggiare.

 

Sarcasmo idiota. Si tolse gli occhiali che scoprirono un paio di occhi verde azzurri intensi e indagatori. Ma certo che lo conosceva, era Russell Crowe. Che ci faceva in quell’aeroporto? Ah già… una conferenza stampa o una promozione del suo ultimo film, l’aveva quasi dimenticato. Rimase qualche istante a fissarlo, irritata da quel fascino un po’ selvaggio che certo non riusciva a dominare. Sollevò anch’ella gli occhiali sul capo, scoprendo i suoi occhi verdi sottobosco. Prese la carta d’imbarco che l’uomo che porgeva e lo ringraziò.

 

- Scusi…. la mia solita sbadataggine.

- Si figuri….

 

Si soffermò ancora sui suoi lineamenti. Imperfetti eppure così magicamente attraenti quell’uomo avrebbe stregato chiunque. Non ci poteva credere. Ecco lì di fronte a lei stagliarsi il neanche tanto oscuro oggetto del suo desiderio. Avrebbe dovuto saperlo, avrebbe dovuto immaginarlo, sapeva che era a Roma per lavoro e che sarebbe dovuto partire dopo pochi giorni, ma davvero non aveva voluto, come del resto in altre occasioni della sua vita, fare così tanto affidamento sulla sua fortuna. L’espressione seria si tramutò in un sorriso spaccone e irresistibile, sapeva di avere fascino, sapeva di avere un pazzesco ascendente sulle donne, si vedeva. Apparentemente lui non seppe resistere.

 

- Va a Sydney anche lei?

- Sì.

- Beh, interessante. Le va… di viaggiare insieme?

- Ne dubito.

 

La immediata contrarietà che si dipinse sul suo volto si tramutò istantaneamente in incomprensione. Sophie decise di spiegarsi.

 

- Dubito fortemente che Lei viaggi in classe turistica.

 

Lui sorrise ancora sornione e trattenne il coupon.

 

- Se per questo possiamo porre subito rimedio.

 

Si volse alla hostess al banco del check in, dopo averle porto il suo biglietto ed i suoi documenti.

 

- Signorina, è possibile cambiare questo biglietto in uno di prima classe? Vorremmo sedere vicino.

 

La hostess prese i documenti. Dopo aver controllato il coupon sorrise.

 

- Certamente Mr. Crowe ma… è necessario pagare la differenza.

- Nessun problema.

 

Estrasse la carta di credito e la porse alla hostess. La ragazza digitò rapidamente sulla tastiera, poi restituì i documenti all’attore.

 

- Ecco a lei, Mr. Crowe e buon viaggio.

 

Russell restituì la nuova carta d’imbarco a Sophie.

 

- Ecco fatto!

 

Diede un fugace sguardo all’orologio poi disse:

 

- Credo ci sia ancora tempo per un caffè, le va? A proposito… date le circostanze credo sarebbe opportuno presentarsi in modo appropriato.

 

Le tese la mano, ancora con quel sorriso disarmante.

 

- Ciao io sono Russell, Russell Crowe.

 

Sophie lo guardò severa.

 

- So chi sei.

- Fantastico… beh, hai anche tu un nome?

- Scotti. Sophie Scotti.

- Posso chiederti cosa vai a fare a Sydney?

- No - rispose Sophie seccamente.

 

Contrariamente a quello che aveva sempre pensato quella situazione la stava mettendo fortemente a disagio e stava costruendo delle invalicabili barriere per difendersi dal pericolo che quell’uomo sapeva poter costituire per lei.

 

- Hai pranzato? - chiese lui

- No, arrivo da Verona. Sull’aereo non ho avuto voglia di mangiare.

- E ora ne hai?

- Forse… soltanto un po’.

- Vieni. Parliamo un po’ davanti a un cheeseburger.

 

Lui ordinò senza chiederle cosa volesse poi si sedettero ad un tavolo appartato, compatibilmente con quanto poteva essere appartato un tavolo da McDonald.

 

- Ti ho preso una birra, ti va bene? Anche se chiamare birra questo scempio è davvero un insulto.

 

Sophie pensò alla notte che aveva trascorso quasi interamente in piedi, bevendo e fumando decisamente più del dovuto. Fu scossa da un leggero urto di vomito, ma deglutì vistosamente e cominciò ad addentare il suo panino, scoprendosi in verità molto più affamata di quanto pensasse. Lui la guardava peraltro leggermente divertito. Si chiese quando avrebbe smesso di giocare con la vita delle persone in quel modo, privilegiandone una scelta a caso, naturalmente di sesso femminile, per regalarle una mezz’ora di incredula felicità e poi dimenticarsene, lasciandole uno strabiliante indelebile ricordo e senza essere in grado di conservarne una parte per sé. La ragazza era piuttosto carina, ma mai gliene erano capitate di così scontrose. Generalmente quel giochetto gli aveva fruttato un maggiore e più facile successo.

 

- Hai detto che arrivavi da… dove?

- Verona.

- E’ lì che vivi?

- No. Vivo una ottantina di chilometri più a nord.

- Cosa fai per vivere?

- Senti, non potremmo risparmiarci questi convenevoli? Li trovo superflui e sgradevoli.

 

Oh beh…. pensò Crowe. Questa sì che gli piaceva. Una che gli opponeva addirittura resistenza. Strapparle un sincero sorriso e vedere nei suoi occhi quella luce brillante di adorazione incondizionata sarebbe stata la sua missione per quel viaggio e ci sarebbe riuscito. A qualunque costo.

 

- Uhm! - fece vestendosi del solito sorriso felino - Mai vista una persona che detesta così tanto il proprio lavoro.

- Credo sia troppo facile amare un lavoro come il tuo.

- Credi che un attore non faccia dei sacrifici?

- A trenta milioni a film? Sinceramente direi che per quelle cifre tutto è dovuto.

- Sono convinto che potrò scoprire da solo che lavoro fai andando per esclusione… sicuramente non lavori in un’ambasciata o in un consolato… troppo poca diplomazia.

- Se non ricordo male una caratteristica tipica anche del tuo carattere…

- Mi piace dire quello che penso.

- Anche a me.

- Fantastico. Mi piacciono le persone dirette.

- Dove alloggi? A Sydney intendo, dove alloggerai?

- Al De Vere Hotel, a Elizabeth Bay.

- Rushcutters Bay.

 

Sophie lo guardò con aria interrogativa.

 

- L’hotel - proseguì lui - E’ a Rushcutters Bay, non a Elizabeth Bay. E’… vicino, comunque.

 

Lui guardò le sue mani simmetricamente abbarbicate al panino. Erano belle, aveva le unghie molto curate. Le dita affusolate, la pelle chiara. Un bell’orologio. Inclinò appena il capo per osservarlo meglio. Calvin Klein, tutto di acciaio lucido, semplice, rettangolare. Poi la sua attenzione si spostò verso il suo viso. Aveva una bella carnagione chiara e liscia, gli occhi erano leggermente truccati in modo da metterne in risalto il colore, le guance scarne sotto gli alti zigomi nordici, le sopracciglia formavano un ala di gabbiano e sopra di essere una fronte segnata da qualche ruga d’espressione, che rivelava non tanto la sua vera età quanto il fatto che non doveva essere giovanissima. Aveva i capelli biondi lisci ed era leggermente, piacevolmente scompigliata. Quando la sua bocca si chiuse per masticare e dopo che ebbe finito, le osservò le labbra deliziosamente disegnate e piene. C’era qualcosa che lo attirava molto in lei, qualcosa che avrebbe reso più piacevole del solito quel viaggio interminabile fino a casa. Lei si accorse di essere osservata ed alzò lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhi. Lui non li distolse. Si sentì spogliata fino alle ossa e il disagio la fece avvampare; sperò di non essere violentemente arrossita.

 

- Che c’è?

- Hai… delle belle mani.

- Grazie.

- Senza… anelli.

- Li porto soltanto se l’occasione lo richiede.

 

Sorrise perché lei non aveva capito cosa aveva voluto sottolineare.

 

- Qualcuno ti verrà a prendere all’aeroporto? Qualcuno che vai a trovare?

- Prenderò un taxi.

 

Rise nervosamente.

 

- Parola mia! Non ho mai incontrato una persona più spinosa di te!

 

Sophie lo guardò. Era impossibile restare indifferenti a quegli occhi, al modo in cui si passava le mani tra i capelli, alla voce che col registro basso e il velo lasciato dalle sigarette ti avvolgeva come una coperta calda. Aveva paura, una paura fottuta di aprirsi con quell’uomo, eppure era irresistibile. Cercò di non esagerare.

 

- A dire il vero… me lo sarei aspettato da te.

- Cosa?

- Che fossi un tipo scontroso.

- Mi capita di avere la luna.

 

Sophie sorrise.

 

- Così dicono certi rotocalchi…

- Oh certo! Crowe il maleducato, Crowe il rissoso… Ho un solo commento per quei giornalisti.

- E sarebbe?

- Kiss my butt… Love, Russell! (1)

- Uhm. Se è efficace…

- A dire il vero funge più da sfogo… no, non lo è più di tanto.

 

Sophie frugò nella borsa alla ricerca delle sigarette. Non ne aveva avuto abbastanza dalla sera prima e si alzò lasciando il vassoio sul tavolo.

 

- Vado fuori a fumare una sigaretta.

- Mi pare una buona idea.

 

Le porte scorrevoli si aprirono e i due uscirono. Entrambi, il capo chino, le mani arrotondate a coppa intorno alla bocca a riparare la fiamma dell’accendino. Si guardarono e riconoscendo nell’altro i medesimi movimenti si sorrisero.

 

- Brutto vizio… - fece Sophie.

- Già…. C’ho anche dovuto pagare una multa.

- Quante ne fumi?

- Almeno un pacchetto al giorno. E tu?

- Più o meno lo stesso anch’io. E’ un vizio ghettizzante.

- Trovi?

- Ho molte amiche che mi rimproverano e mi puniscono facendomi trascorrere mezze ore sul balcone per non gasar loro la casa…

- E’ una bella… selezione naturale. Gli amici veri ti accettano per come sei, fumatore o no.

- Hai mai preso in considerazione l’idea di smettere?

- No. Mi piace fumare, non mi va di smettere.

- Hai mai avuto una compagna che non fuma e che ti asfissia perché tu smetta?

- Ho avuto compagne che non fumavano. - Sorrise sornione - Ma nessuna mi ha mai chiesto di smettere.

 

Sophie lasciò cadere improvvisamente la conversazione. Ripensò al suo passato, quel bagaglio per cui era convinta che per tutta la vita avrebbe pagato un soprapprezzo per l’extrapeso. Cercò di scacciare i suoi fantasmi, senza peraltro riuscirci. Russell si fece tenero. Si avvicinò a lei e piano le chiese:

 

- Ehi… dove sei?

 

Sophie si allontanò e si chiuse nella sua torre d’avorio.

 

- Da nessuna parte.

 

Lui capì che non era il caso di insistere. Continuò a ripensare che mai nella sua vita aveva incontrato una donna così arroccata in “difesa” come quella che aveva davanti. Gettò la cicca per terra, dopo averla consumata fino al filtro ed invitò la sua compagna di viaggio a fare lo stesso. Rientrarono nell’aeroporto e raggiunsero il loro gate. Si sedettero uno accanto all’altra in silenzio, lei dopo aver acquistato un illustrato. Lui cominciò a diventare nervoso, le lunghe attese in posti dov’era proibito fumare lo infastidivano terribilmente. Lei continuò tranquilla a leggere. Percepì la sua agitazione e si voltò a guardarlo.

 

- Qualcosa non va?

- Non vedo l’ora di salire su quel maledetto aereo. Ho voglia di fumare.

- Si potrà fumare sull’aereo?

- Non credo.

- E allora?

- Almeno sarò sulla… strada di casa.

- Prenditi un giornale…

- No… non mi va.

- Allora fatti un giro.

- Preferisco restare qui. Mi piace la compagnia. - Sorrise.

- Vuoi leggere l’oroscopo? - fece lei, porgendogli il giornale.

 

Lui sorrise.

 

- Non credo negli oroscopi.

- Peccato. Io ci credo. E se li avessi seguiti non mi sarei cacciata nei guai…

 

Si pentì immediatamente di essersi scoperta. Cercò di rimediare come meglio potè.

 

- D’altra parte, oroscopi o non oroscopi, poi bisogna rialzarsi in piedi. Tu hai mai avuto difficoltà nella vita?

 

Lui volse lo sguardo altrove, poi tornò subito a piantarle gli occhi nei suoi.

 

- Ho ricevuto delle minacce una volta… roba da far scatenare l’FBI, ero negli Stati Uniti per una premiazione.

- Hai avuto paura?

- Mah sai… non sai mai come prenderle certe cose.

- Senti… ti va di andare a bere una cosa?

- Ancora sete?

- Sì… - mentì lei.

 

Si alzò di scatto e a passo svelto si avviò verso il bar. Russell perse “l’abbrivio” e dovette affrettarsi per raggiungerla.

 

- Ehi! Aspetta.

- Ci sei?

 

Si appropinquò al banco e ordinò.

 

- Whisky.

 

Poi guardò lui.

 

- E una birra.

 

Lui la guardò, sempre più stupito. Aveva trovato una donna… più tosta di lui. Strano. E affascinante. Ne era sempre più rapito.

 

Bevvero in silenzio. Dopo poco Sophie buttò lo sguardo all’orologio.

 

- Andiamo? Potrebbero aver già chiamato il volo.

- Sì.

 

Sull’aereo Sophie si stupì. Non aveva mai viaggiato in prima classe.

 

- Che meraviglia.

- Ti piace?

- Se non altro viaggerò comoda. Grazie, sei stato davvero gentile.

 

La hostess, ancor prima di consigliar loro di allacciarsi le cinture di sicurezza, offrì loro un drink.

 

- Champagne, signore?

- Sì grazie. Per la signorina invece Laphroaig.

 

L’hostess si allontanò.

 

- Laphroaig. Ottima scelta, bravo.

- Sono contento che ti piaccia.

 

Un’oretta dopo il decollo, Sophie, essendosi rilassata, cominciò a sentire il peso del mancato sonno della sera prima. Si appisolò. Lui rimase a guardarla, assorto, incuriosito, tentato. Era carina, misteriosa, stimolante, intrigante. Gli sarebbe piaciuto continuare a frequentarla anche quando avessero lasciato quell’aereo. Pensò a quello che l’aspettava a casa, a quella donna piccola e petulante che tanti anni fa aveva amato appassionatamente e dalla quale pensava che non sarebbe mai riuscito a star lontano. Gli sarebbe piaciuto attaccarsi alle sottane di Sophie e non mollarla fino alla fine dei suoi giorni. Anche se non la conosceva affatto, intuiva in lei una forza sovrumana, ed una momentanea difficoltà nel superare delle grandi avversità, le sue difese sembravano invalicabili, pensava che prima che suoi problemi l’affliggessero dovesse essere stata una ragazza gioviale, fresca e disinvolta. Sentì di aver perso qualcosa, qualcosa di prezioso eppure ringraziò il cielo di essere al suo fianco in quel momento. Nel sonno si voltò verso di lui, gli occhi chiusi. Corrugò la fronte appena, aprì gli occhi verdi, grandi, smarriti e lo guardò.

 

- Cosa? - chiese con un filo di voce.

- Ho la sensazione di aver perso qualcosa…

 

Lo guardò con uno sguardo interrogativo.

 

- Quello che eri prima. Prima di… dei tuoi problemi.

- Forse meglio così, non credi?

- Che intendi?

- Saresti rimasto deluso dal mio cambiamento. Invece mi hai conosciuta così, stronza e scontrosa. Almeno sai cosa aspettarti da me. Ti pare?

- Non credo tu sia stronza.

- Aspetta di conoscermi meglio.

- Ne fai una bandiera?

- E’ una forma di difesa come un’altra.

 

Lui abbassò lo sguardo serio sul suo grembo. Sentì una strana rabbia crescergli dentro. Si voltò ancora verso di lei.

 

- Chi è stato? Chi ti ha fatto male? Un uomo?

 

Sophie sospirò. Guardò oltre il sedile di fronte a sé, cercando di capire se poteva aprirsi, ma soltanto in minima parte a quell’uomo. L’unica cosa che le venne in mente è che le sarebbe piaciuto chiudersi con lui nella toilette della prima classe e scoparlo fino allo sfinimento, senza però scambiarsi una parola. Pensò anche che molto probabilmente non l’avrebbe mai più rivisto e quindi non aveva molta importanza raccontargli i fatti suoi.

 

- Sì. Mi ha tradito. Il che può sembrare normale ma è il modus operandi che fa di lui uno stronzo eccellente. (2)

- E com’è finita?

- Sono su un aereo di fianco ad uno degli uomini più desiderati del pianeta.

 

Russell sorrise, invero non senza imbarazzo.

 

- No intendo… vi siete lasciati così… senza una parola?

- Oh. Di parole ne sono volate tante. Ma mai adeguate, almeno da parte mia. Avrei dovuto ammazzarlo quel sacco di merda, lui e la sua puttana.

 

Russell si irrigidì. Non era rabbia, non era dolore. Era odio. Quella donna al suo fianco era carica d’odio. Quello non l’aveva percepito fino a quel momento. Tentò di stemperare l’atmosfera.

 

- Magari lei è una rompiscatole…

- Non basterebbe.

- Senti… sei mai stata in Australia?

- No.

- Bene. Vedrai che ti aiuterà a disintossicarti. E’ un paese incantevole.

 

Sophie si richiuse nel suo mutismo. Lo guardò. Stavolta lui aveva il capo appoggiato al poggiatesta e teneva gli occhi chiusi. Lo toccò appena sul dorso della mano appoggiata sul bracciolo, lui sussultò, il suo tocco delicato lo scosse come corrente elettrica.

 

- Non ti ho ancora ringraziato per questo. Questo viaggio, qui, in prima classe, vicino a te.

- Non serve. Mi hai ringraziato nel momento in cui hai accettato. Mi piace molto parlare con te, davvero.

- Credevo l’avessi fatto per scopare - disse lei, gelando l’atmosfera.

 

Lui si irrigidì nuovamente, la sua crudezza lo sorprendeva, in un certo senso lo disturbava. Non era forse vero? No, forse in quella particolare occasione no.

 

- E’ questo che pensavi volessi da te?

- Sinceramente, sì.

 

Russell si seccò.

 

- Si può sempre rimediare, se è questo che vuoi.

- Sai… dopo certe esperienze è difficile pensare che gli uomini non siano tutti uguali.

 

Russell si imbestialì. Si alzò di scatto, la prese per il polso e la trascinò lungo il corridoio dell’aereo.

 

- Benissimo. Allora vieni con me.

 

Entrò come un fulmine nella toilette della prima classe, che pur essendo la più confortevole dell’aereo restava sempre piccola e scomoda. Chiuse violentemente la porta, si voltò verso di lei, guardandola con gli occhi freddi e rabbiosi e le si fece ancora più vicino di quanto lo spazio non lo obbligasse già a fare.

 

- Se questo è quello che pensi degli uomini, sarò ben lieto di accontentarti.

 

La sollevò di peso afferrandola da sotto le natiche e la mise a sedere sul lavabo. Le aprì velocemente i pantaloni che le sfilò con uno strattone, poi le strappò gli slip. Entrò dentro di lei violento, arrabbiato e indispettito. Sophie rimase senza fiato e soprattutto senza parole. Appoggiò la testa allo specchio e chiuse gli occhi mentre i colpi di lui si susseguivano energici e crudeli. Lui si inclinò verso di lei e le appoggiò le labbra nell’incavo del collo. Annusò il suo profumo che gli piacque così tanto, poi la baciò, la succhiò la morse. Venne subito e lei lo sentì e provò una strana soddisfazione nel constatare che nemmeno quell’uomo che tanto aveva desiderato aveva smentito l’opinione degli uomini che le sue esperienze le avevano procurato. Russell sollevò il capo dal suo collo e la guardò, gli occhi ancora freddi ma allo stesso tempo carichi di dolore.

 

- Non ti azzardare mai più a dirmi una cosa del genere. Io non sono uguale a nessuno.

 

Sophie quasi non fece una piega.

 

- Me lo hai appena dimostrato.

 

Infuriato, uscì da lei altrettanto rapidamente di come era entrato, aveva una voglia incontenibile di urlare che si trovò costretto date le circostanze a trattenere a stento, si sistemò alla meglio e si passò una mano tra i capelli che gli erano scesi sulla fronte.

 

- Sai? Avevi ragione. Sei una gran stronza.

 

Aprì la porta della toilette ed uscì risbattendola.

 

Sophie rimase in silenzio, ancora seduta sul lavabo. Alzò il naso verso l’alto, lo sguardo accigliato, combattendo contro quel senso di disagio e di sconforto che le procurava lo scoprire di avere ragione. Lentamente recuperò i suoi jeans se li infilò e uscì, tornando a sedere al suo posto di fianco a lui.

 

Aprì la rivista e cominciò a sfogliarla come se niente fosse. In fondo s’era tolta un pensiero. Quell’uomo, che tanto aveva idealizzato, aveva finito per comportarsi esattamente come tutti gli altri. Che delusione. Non valeva niente, non avrebbe lasciato un segno, come tutti quelli che ultimamente si portava a letto per schiacciare il suo dolore nell’angolo più profondo della sua anima. Talvolta faticava a ricordare le loro facce, spesso non ricordava i loro nomi. Questa era l’unica differenza tra lui e loro, che per una questione pratica il suo nome l’avrebbe ricordato per un bel po’ di tempo. Ma niente di più, ne era certa.

 

Russell, nel frattempo dominava a stento il suo disagio. Allungò il mento all’infuori, cercando di liberare il collo da un immaginario colletto di camicia stretto, si passò le dita nervose sulla barba, cento, mille volte, aveva una voglia di fumare micidiale. Quella rabbia che lo aveva divorato di colpo non più di un quarto d’ora prima era ora dilatata e fluttuante come un pallone aerostatico, se avesse potuto avrebbe spaccato qualcosa in mille pezzi scagliandolo contro il muro. Riusciva ad osservarla con la coda dell’occhio. La sua tranquillità, apparente o reale che fosse, lo irritava ancora di più. Non poteva essere così, non poteva esserlo davvero. Cercò di pensare al male più grande che una persona potesse aver subito, ma in realtà non gli venne in mente nulla. Forse era proprio quello che lo portava a non riuscire a comprendere il perché del suo essere così ostile, lui in fondo non aveva avuto grandi dolori dalla vita. Eppure… ci doveva essere un modo per penetrare la sua corazza. Ma ne aveva voglia? Il modo in cui lei aveva assecondato la sua furia nella toilette era paradossalmente la forma di difesa più esasperata che avesse mai visto: “Mi scopi ma non avrai la mia anima”. Sophie. Sophie. Sophie, Sophie… Bella Sophie. Dolce Sophie, sicuramente. Piccola, impaurita, tenera Sophie. Eppure forte, risoluta, una volta ferita nessuno più sarebbe riuscito ad avvicinarsi abbastanza da ferirla una seconda volta, lei non lo avrebbe più permesso. Capiva però che se fosse riuscito a trovare una cricca, una breccia da qualche parte in quella corazza sarebbe potuto entrare in contatto con una donna splendida che avrebbe potuto dargli tutto, tutto quello che un uomo poteva desiderare. Non avrebbe lasciato che finisse così. Ci avrebbe provato ancora, avrebbe cercato ancora di avvicinarla, di capirla, di disarmarla, di espugnare la sua fortezza.

 

- Sophie…

 

Si voltò a guardarlo, con una leggera punta di disprezzo. Gli occhi di lui parevano carichi di imbarazzo e sofferenza.

 

- Cosa c’è?

 

Abbassò lo sguardo. Era difficile reggere quello di lei che portava fiero il dolore come una bandiera, spavaldo come un bullo di strada.

 

- Mi dispiace. Ti prego, perdonami.

- E perché mai? Ti ho provocato. Tu probabilmente lo volevi. Perché scusarsi? Sai? Una volta conoscevo una persona che diceva che scusarsi era una cazzata, bisognava pensare bene e meglio prima di dire o fare una cosa, piuttosto che scusarsi dopo.

 

Un leggero sorriso strafottente si disegnò sulle sue labbra. Che difesa. Ci sarebbe voluto un panzer per sfondare la barricata e vedere anche soltanto in lontananza la vera lei.

 

- Questa persona aveva perfettamente ragione. Mi chiedo però quanto abbia… vissuto. O era forse Dio? Chi non fa mai errori? Soltanto chi non vive appieno la sua vita e soprattutto rovina quella altrui. Probabilmente perché è egli stesso incapace di chiedere scusa.

 

Sophie lo guardò. Sembrava una seduta psicanalitica. Se soltanto fosse riuscito a convincerla. Se soltanto fosse riuscita ad accettare la spiegazione così semplice e lineare che ora lui le proponeva. Forse avrebbe smesso di soffrire, forse avrebbe smesso di difendersi all’esasperazione. Continuò a guardarlo come se non capisse una parola di quel che diceva, come parlasse una lingua che non comprendeva.

 

- Devo scendere da qui…

 

Lui allargò il suo sguardo per lo stupore.

 

- Come… cosa?

- Devo scendere, devo andarmene da qui.

- Sophie….

 

Lei cominciò ad agitarsi, come se un attacco di panico stesse subdolamente assalendola.

 

- Sophie… Sophie guardami. Guardami. - le accarezzò appena la gota con le dita.

- Devo scendere…

- Calmati, Sophie, stai calma. Senti… andiamo a fare due passi? Mi hanno detto che la classe turistica è un sogno.

 

Sophie, divenuta pallida, una stilla di sudore freddo che le era comparso all’attaccatura dei capelli, si sentì mancare il fiato. Aprì la bocca come per divorare un boccone d’aria, sperando che alleviasse quel senso di oppressione che sentiva al petto.

 

- Vieni, alzati. Attaccati al mio braccio, così. Andiamo a farci un giro.

 

Sophie sentì le gambe molli come gelatina, ma appoggiò la mano sull’avambraccio di lui.

 

Russell la guardò cercando di capire come andavano le cose. Era ancora molto pallida in volto, le sopracciglia leggermente aggrottate, lo sguardo fosco, le labbra secche. Le passò un braccio intorno alla vita.

 

- Vuoi una tazza di caffè?

- Forse… mi farebbe bene, sì.

 

Russell lasciò Sophie appoggiata alla parete di fianco alla toilette, poi andò dalla hostess a chiedere la bevanda. Tornò con una tazza fumante in mano, seguito dalla cameriera voltante.

 

- Signorina, si sente male?

 

Sophie la guardò con sguardo vacuo ma immediatamente si riebbe.

 

- Sto benissimo grazie. Ho soltanto bisogno di sgranchirmi un po’ le gambe.

 

Russell le porse la tazza mentre la hostess si dileguava.

 

- Troppo whiskey temo. - disse lei, gli occhi sulla moquette dell’aereo.

- Poco male. Il caffè te lo neutralizzerà. E se non bastasse… c’è sempre la toilette vicina. Devi rimettere?

- No… no.

- Ouch! Scotta… - sbuffò sulla tazza - Russell…

- Dimmi - fece lui, lo sguardo carico di tenerezza.

- Grazie.

 

Esaurito l’episodio tornarono al loro posto. Il viaggio continuò senza che nessuno dei due parlasse molto. Il tempo tutto sommato trascorse più rapidamente di quanto si potessero aspettare e a destinazione si ritrovarono vicini al ritiro bagagli nonostante lei avesse perso tempo all’immigration.

 

- Come. Ancora non sono arrivate?

- Lascia perdere - replicò lui scocciato - devo volare a casa e invece sono qua a perdere tempo.

- Volerai a casa su di una limousine con autista?

 

Lui la guardò.

 

- No, io… - sentì l’imbarazzo opprimerlo. Danielle sarebbe venuta all’aeroporto, lo sapeva benissimo. - Ci sarà un amico. - Stemperò l’imbarazzo con un leggero sorriso. E tu?

- Te l’ho detto. Prenderò un taxi.

 

Russell la guardò. Non doveva finire così. Non l’avrebbe permesso.

 

- Sophie… senti… io non… so davvero come dirtelo ma… - preso da una tremenda smania cominciò a scribacchiare furiosamente su di un foglietto. - Chiamami. Qualche volta. Mentre sei qui. E… anche quando sarai tornata. Fallo, per piacere.

 

Lei lo guardò di nuovo con quel sorrisetto sarcastico.

 

- Ma tu non sei sposato?

- Tu chiamami. - Si accorse che la sua valigia era sul carousel, la recuperò al volo, il resto del bagaglio gli sarebbe stato recapitato a casa. - Chiamami. - Si allontanò rapidamente, dopo aver indossato gli occhiali scuri.

 

Sophie lo osservò mentre si allontanava, la stazza massiccia leggermente pendente per agevolare il trasporto della valigia. Si sentì strana, svuotata, ancora una volta sola. Poi abbassò lo sguardo sul foglietto. “Russell” e un numero di cellulare. “Call me, I beg you please”(3). Gli occhi le si persero nelll’affollatissimo vuoto dell’aeroporto di Sydney. La sensazione di solitudine le infuse un freddo al cuore che non riuscì a scacciare. Tirò la sua valigia giù dal carousel e uscì non senza difficoltà dall’aeroporto.

 

Salì sul taxi e diede all’autista il nome dell’albergo dove avrebbe alloggiato. Guardava la periferia della città scorrere fuori dal finestrino, si chiedeva cosa ci faceva laggiù. Quella vacanza era stata organizzata troppo in anticipo rispetto a quell’abisso depressivo che l’aveva assalita qualche settimana prima. Non riusciva o forse non voleva venirne fuori. L’aria già calda a quell’ora del primo mattino, si colorava di rosa, il cielo si striava di giallo e arancione, aveva un profumo diverso da quello del continente da cui proveniva. Quando scese dal taxi, arrivata a destinazione, mentre pagava il tassista notò nel parcheggio una moto da strada di grossa cilindrata. Si sentì meglio, quella era probabilmente la moto che aveva noleggiato dall’Italia. Alla reception ne ebbe conferma, prese la sua chiave e salì in camera dove si concesse una lunga doccia, per lavarsi via di dosso la stanchezza del viaggio, il fuso orario, la mancanza di sonno di ormai due notti e l’odore di quell’uomo che non voleva permettere che entrasse nella sua vita.

 

Capitolo III

 

Tre giorni dopo, Sophie scese dalla camera per la colazione. Il suo abbigliamento attirava non pochi sguardi, i jeans attillati, gli stivali da motociclista, una semplice maglietta e un giubbotto di pelle nera, sicuramente caldo per quella stagione ma adatto alle gite in moto di una giornata intera che si era programmata fin da casa. Non stava molto meglio di quando era partita, sicuramente la sua mente era molto più sgombra e tutto quello che doveva fare era evitare di bere durante il giorno, per evitare di finire nei guai nel caso la polizia l’avesse fermata. Il fazzoletto intorno al collo rendeva leggermente difficoltoso il gustare le uova e pancetta coi pancakes che come tutte le mattine si mangiava in quantità generosa, per poter arrivare fino alla sera senza assimilare altro. Se lo slacciò per allargarlo e mentre faceva questo un uomo piuttosto interessante la guardava dall’altro capo della sala. Non si sottrasse al suo sguardo, anzi lo fissò dritto negli occhi, mettendolo in imbarazzo. “Ti pareva… il solito imbecille: prima si mette a fare lo spiritoso poi abbassa lo sguardo”, pensò. Terminata la sua colazione, indossò il giubbotto, si mise lo zaino su di una spalla ed uscì. Raggiunse la sua moto, il carburatore nero lucente intiepidito dalla temperatura già calda della mattina. Indossò il casco, un integrale anch’esso nero e cominciò ad allacciarlo sotto il collo. In quel mentre un pickup blu parcheggiò di fronte all’albergo. Lei salì sulla moto e l’accese. Rimase a cavalcioni della moto, dopo aver affrancato lo zaino alla parte posteriore del sedile con un laccio elastico. L’uomo che scese dal pickup blu le era più che noto. Russell entrò nella recception e ne uscì a passo lesto cercando con lo sguardo e, una volta identificatala, avvicinandosi alla motocicletta.

 

- Ehi! Bel modo di trascorrere le vacanze… E’ difficile vedere una donna su di una moto così grossa…

- Cosa vuoi? - chiese lei alzando la visiera del casco.

- Mi chiedevo quanto tempo avresti aspettato a telefonarmi. Poi mi sono ricordato che mi avevi riferito il nome dell’albergo dove avresti alloggiato. Come stai?

- Benissimo.

 

Un silenzio leggermente imbarazzato scese tra loro, Russell non seppe cos’altro dire, lei incapace di aprigli il suo cuore.

 

- Ho una schedula da rispettare. Devo andare. - Sophie chiuse seccamente la visiera del casco.

- Aspetta! Dove vai?

- A fare la mia gita quotidiana.

- Da che parte vai?

- Non ti riguarda.

- Sophie, per favore… parliamo ancora un poco…

- Mi dispiace.

 

Innestò la marcia e diede gas; la moto partì sollevando un po’ di polvere ed impennandosi leggermente, Russell la guardò mentre si allontanava. In città non avrebbe potuto correre troppo, col traffico e i limiti di velocità. Saltò di volata sul pickup e partì a tavoletta cercando di raggiungerla. La raggiunse due semafori dopo. Abbassò il finestrino e cercò di richiamare la sua attenzione.

 

- Sophie, ti prego, fermati! Ho bisogno di parlarti. Per favore! - si irritò leggermente.

 

Sophie alzò il capo, poi lo riabbassò nella sua direzione, guardandolo da dietro la visiera.

 

- Hai tempo fino al verde! - gli gridò.

- Ma dai! In che… cazzo di condizioni mi fai parlare! Accosta un momento, è importante!

 

Sophie aveva paura. Una paura maledetta che se avesse ceduto le armi ed abbassato le difese quell’uomo, per quanto interessante ed affascinante l’avrebbe ferita, come tutti gli altri, come l’altro che aveva fatto di lei la donna fredda e carica d’odio che era ora. Lo sguardo di Russell era preoccupato, velato da una speranzosa disperazione. Faceva fatica a negarsi a quegli occhi, il vantaggio del casco era che poteva guardarlo attraverso la visiera brunita senza essere vista. Notò che il verde era scattato.

 

- Tra cinquanta metri c’è uno slargo. Accosta lì! - gli gridò.

- Ok!

 

Dopo essersi fermata, scese dalla moto, mise il cavalletto e togliendosi il casco si avvicinò furiosamente al finestrino del pickup.

 

- Cosa vuoi, Russell, cosa cazzo vuoi da me? Lasciami in pace, non mi rompere i coglioni, chiaro?!

- Non voglio romperti i coglioni, voglio soltanto parlarti!! Porca puttana, Sophie, non siamo tutti uguali! IO non sono LUI!!

 

Sophie si allontanò dalla portiera. Rimase senza parole a guardarlo. Russell scese dall’auto e si avvicinò.

 

- Quello che… quello che è successo in aereo è…. deprecabile!!

 

Sophie lo guardò. Un leggero sorriso si disegnò sulle sue labbra.

 

- ‘Deprecabile’..? Da quando in qua parli forbito..?

 

Russell si illuminò attraverso un sorriso dei suoi.

 

- Ogni tanto ci vuole, non credi? Senti, io vorrei parlarti un po’ di più, per… conoscerti, per… conoscerci meglio. In aereo, nonostante la durata del volo, non ci siamo riusciti, forse… anzi, sicuramente abbiamo impostato le cose in modo sbagliato.

- Tua moglie dov’è, a casa a cuocersi un uovo? - Sophie riprese il suo tono sarcastico.

- Mia moglie è in studio, sta incidendo.

- Chissà che meraviglia di CD verrà fuori…

- Sophie… andiamo da qualche parte a parlare?

 

Sophie lo guardò. Poi ancora una volta volse lo sguardo in giro.

 

- Hai un giubbotto? - gli chiese.

- Nella macchina. Perché?

- Prendilo.

 

Russell non rispose. Prelevò il giubbotto nella macchina e tornò da lei. Sophie gli porse l’altro casco.

 

- Chiudi la macchina. Sali dietro. E soprattutto non rompere le palle. Perlomeno fino a quando non ti autorizzerò di nuovo a farlo.

 

Senza una parola, Russell si vestì, si infilò il casco e salì dietro di lei. Mentre lei accendeva la moto, fece scivolare le mani intorno ai suoi fianchi. Chiuse gli occhi e desiderò Sophie in modo completamente diverso da come l’aveva presa nella toilette dell’aereo. Quando li riaprì, fece appena in tempo a stringere meglio la presa che Sophie era già partita e man mano che si avvicinava ai margini della città aumentava sensibilmente la velocità.

(fine prima parte)

[1] Andate a fanculo, con affetto Russell

[2] Citazione: la nostra comune amica Alessandra, detta AleNash

[3] Chiamami, ti scongiuro


leggi la seconda parte

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