Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Ritrovarsi (epilogo) (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la sesta parte) (leggi la settima parte)
autrice: AleNash 
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 6 gennaio 2004
argomento della storia: Susan Mc Arthur sogna di diventare scrittrice, il suo migliore amico di fare l'attore. Lei parte per l'America, lui rimane in Australia. Ma i loro cammini sono destinati a incrociarsi.
riassunto breve: Finalmente la storia si conclude... almeno così pare;). Spero che a voi sarà gradito leggerla quanto a me è stato gradito scriverla. Baci a tutte.
immagini: Ely

RITROVARSI

New York, 26 Febbraio 2001

 

Seduta davanti allo specchio Susan si sistemò i capelli raccogliendoli in un’acconciatura morbida che si intonava perfettamente all’abito lungo ed elegante che avrebbe indossato per la serata. Ancora non riusciva a crederci, non sembrava nemmeno tanto lontano il periodo in cui scriveva racconti seduta sullo sgabello di un bar o nel negozio di Jeremy e JoeAnn, approfittando di ogni istante libero a sua disposizione. E adesso era lì, in attesa di una limousine che l’avrebbe accompagnata, insieme a Sabrina, suo marito Edward, Marlon e Jeremy al Waldorfe Astoria per la festa organizzata in suo onore. Un milione di copie vendute in meno di un anno, nemmeno se glielo avessero raccontato ci avrebbe creduto. Accanto alla boccetta del suo profumo preferito c’era un biglietto, un biglietto aereo che da settimane custodiva gelosamente: sarebbe tornata a casa, in Australia. Già da tempo aveva preso quella decisione e il traguardo raggiunto a quel punto l’aveva aiutata a capire che il posto a cui apparteneva era proprio quello che l’aveva spinta a partire alla ricerca della sua idea originale.

Prese in mano il suo cellulare e compose un numero aspettando un po’ di tempo prima di riagganciare.

“Ancora niente?”

Susan si voltò verso la porta della sua camera da dove aveva fatto capolino Sabrina stretta in un elegantissimo tubino bordeaux anche lei pronta per la serata.

“Ciao! … No, ce l’ha ancora spento. Penso sia normale … avrà ben altro a cui pensare che rispondere al telefono.” Quasi senza pensarci Susan prese nuovamente la spazzola per sistemare eventuali capelli fuori posto. Sabrina le sedette accanto e guardò la sua immagine riflessa nello specchio.

“Stai proprio bene.” Le sorrise.

“Grazie, anche tu sei elegantissima.” Susan mutò la sua espressione lievemente malinconica in un sorriso affettuoso. Sabrina riprese la conversazione.

“Sai, date le circostanze sarà impegnato. Magari potresti provare a richiamarlo domani o nei prossimi giorni.”

“Probabilmente hai ragione tu, è solo che ci tenevo tanto a congratularmi di persona. Avrei dato qualunque cosa per essere lì con lui.”

“Lo immagino …”

“Hey zia Susan, sei pronta?” Marlon sbucò all’improvviso interrompendo la conversazione tra le due. Susan lo guardò ammirata, era così elegante nel suo smoking e anche se era poco più di un adolescente lasciava già trasparire il fascino che senza dubbio gli sarebbe appartenuto da adulto.

“Accidenti, guarda come siamo eleganti! Vieni a darmi un bacione immediatamente!” Susan sorridente si era alzata in piedi e aveva aperto le braccia verso Marlon che non si fece ripetere l’invito una volta di più.

“Allora … Meredith è già arrivata?” chiese Susan.

“No, viene Emy … con Meredith è finita.” Rispose Marlon con buffa aria vissuta.

Con un lieve sorriso e una gomitatina Sabrina strizzò l’occhio a Susan.

“Donnaiolo come suo padre.”

Sabrina e Susan si lasciarono andare in una rilassante risata fino a quando Sabrina intuì che Susan avesse voglia di stare un po’ da sola prima che la loro limousine arrivasse a prenderli.

Non c’era nulla che non andasse in lei o nel suo aspetto, ormai si era guardata e riguardata decine di volte allo specchio; tuttavia era come se la sua ricerca maniacale di perfezione fosse in realtà una scusa per non lasciarsi andare in altri pensieri.

 

Sorrise nel guardarsi nuovamente allo specchio, poi si alzò e incurante di sgualcire o meno il vestito si sdraiò sul letto puntando i gomiti. I mesi appena trascorsi erano stati così particolari per lei. Il successo così improvviso del suo romanzo e, come per una coincidenza del destino, il successo di un film in cui la persona più importante della sua vita era il protagonista. Le aveva fatto uno strano, piacevole effetto camminare per la città tappezzata di poster che lo ritraevano nei panni di un gladiatore. In un certo senso era come camminare sentendosi protetta da una sorta di angelo custode che vegliava su di lei. Il film l’aveva rivisto più volte: non aveva perso l’occasione di farlo con amici, ma nemmeno quella di farlo da sola, assaporando ogni sguardo, ogni gesto e ogni sfumatura di un uomo che non aveva mai smesso di ispirarla e più lo guardava più non poteva fare a meno di notare come ogni volta, nei personaggi che interpretava, ritrovasse dei tratti che non erano credibili perché ben recitati, ma perché in un certo senso gli appartenevano sul serio. Spesso aveva sentito forte la tentazione di chiamarlo anche solo per un saluto. Ma poi non l’aveva fatto, proprio come era accaduto diversi anni prima. Quando lo aveva visto sul palco, però, stringere in mano la statuetta d’oro qualunque remora era scomparsa e l’unico suo desiderio era stato quello di fargli sentire quanto fosse orgogliosa di lui. Chissà se lui aveva pensato a lei anche solo per un istante, chissà che cosa stava facendo in quel momento. Compose per l’ennesima volta il suo numero, ma il suo cellulare era spento. Il suono del citofono la riportò alla realtà, la sua limousine era arrivata.

 

***

Dopo la proclamazione l'atmosfera della sala da ballo cambiò notevolmente e le luci furono abbassate per creare maggiore intimità. Susan ripercorse con gli occhi della memoria tutti quegli anni, tutto quello che aveva passato, affrontato, condiviso. Già … condiviso, soprattutto condiviso … con le persone che l'avevano accompagnata durante tutto quel viaggio: persone lontane e persone vicine, persone di passaggio e persone lì con lei quella sera. Tuttavia quel velo di nostalgia che ogni tanto riaffiorava sembrava che non volesse abbandonarla nemmeno in quel momento. Sorrise al nulla: il vederlo la sera prima in televisione, davanti a tutto il mondo, con la statuetta in mano le aveva regalato un’emozione che non sarebbe mai riuscita ad esprimere e come in un lampo si ritrovò in quel bar di Sidney quando si era trovata ad un ragazzo giovane e con una sola certezza “vorrei fare l’attore”. Ancora una volta si stava chiedendo che cosa stesse facendo in quel preciso istante, probabilmente stava festeggiando la sua vittoria, come era giusto che fosse. Sentiva la sua mancanza, non poteva più negarlo e avrebbe dato qualunque cosa per rivederlo ancora una volta davanti ai suoi occhi.

Era seduta al tavolo ormai sola con quei pensieri; tutti gli altri erano impegnati a ballare nella sala gremita di coppie e Susan notò come quella vista di certo non la stava aiutando. Sentì il bisogno di una boccata d’aria e alzando lo sguardo cercò con aria discreta l’accesso alla terrazza.

Abbandonata nel suo passato, sembrò quasi che l'orchestra le stesse leggendo nel pensiero quando intonò una canzone, "Wonderful Tonight", la "loro" canzone, che le fece sollevare il viso verso il palco. Sorrise perché il ricordo la stava facendo stare bene e quella musica era arrivata come una risposta alla domanda che incessante la tormentava. Lui ci sarebbe sempre stato. Nulla avrebbe potuto distrarla da quel momento; quanti le avevano chiesto di ballare ? Tanti, troppi forse quella sera, ma lei era persa in sé stessa e non poteva pensare a loro in quel momento, nemmeno ad un uomo che, entrato in sala poco prima che l'orchestra intonasse quella musica, aveva suscitato la sorpresa di tutti i presenti, soprattutto quella delle signore. Elegante, affascinante, così sicuro e sensuale nel suo incedere tra gli altri ospiti. Doveva sicuramente essere accompagnato da qualche donna altrettanto bella, strano che non lo fosse, probabilmente questo era il pensiero che aveva attraversato la mente di tutte nell'istante in cui varcò la soglia. Sembrava conoscere quel luogo, sapeva cosa voleva senza alcun dubbio. La donna seduta al tavolo da sola era la persona dalla quale non aveva staccato lo sguardo ormai da istanti interminabili. Nemmeno lui sarebbe riuscito a distoglierla da quei pensieri, ne erano certi tutti. Ma il suo sguardo non aveva nessuna intenzione di dedicarsi a qualcun altro. A cosa stava pensando? Forse si chiedeva, che cosa … quale pensiero, potesse rendere una donna talmente bella senza che lei aprisse bocca. La osservava da una certa distanza inclinando ogni tanto la testa lievemente da un lato; i suoi occhi sorridevano e aspettavano pazienti; prima o poi, pensava il nuovo ospite, lei avrebbe sollevato lo sguardo, ne era certo. E così fu. Gli occhi di Susan, rapiti, come il resto della sua mente, dalla passionalità di quella canzone, guardarono intorno cercando di cogliere l'atmosfera che stava coinvolgendo tutti i presenti in un lento romantico volteggio di corpi. Ad un tratto il suo sguardo incrociò quello di quell'uomo, il suo cuore sussultò come non accadeva da tanto tempo. Quegli occhi la stavano aspettando da secondi interminabili e la loro attesa fu finalmente premiata. Si sentì rapita dallo sguardo di quell'uomo che, nonostante avrebbe potuto volgerlo per un attimo altrove per scoprire di averne decine e decine puntati addosso, non voleva staccare gli occhi da dove li aveva posati. Susan si alzò lentamente e, come se fosse stata ipnotizzata, si mosse nella sua direzione; lui fece altrettanto, contento di avere avuto ragione fin dal primo istante in cui l'aveva guardata. La musica li stava avvolgendo e così pure gli sguardi delle persone, sia quelli delle coppie impegnate a ballare, sia di quelle ancora sedute ai tavoli che stavano assistendo alla scena. Alcuni tavoli e la pista da ballo separavano Susan da quell'uomo. Quando qualcosa si frapponeva tra loro, interrompendo il potente flusso energetico di quello sguardo, si cercavano subito, sorridendo silenziosi non appena riuscivano a ritrovarsi. Sembrava che persino l'orchestra adeguasse le note di quella canzone ai loro movimenti. Si giravano intorno lentamente e con sensualità come un leone e la sua leonessa dopo essersi scelti a vicenda. Mano a mano che percorrevano, come in un circolo, i metri di quella sala che li separavano, si avvicinavano sempre di più uno all'altra. Quell'uomo era in grado di esaltare l'eleganza del suo portamento persino con una mano in tasca. Susan ogni tanto abbassava lo sguardo con timidezza celata da un sorriso che stava facendo impazzire il suo ammiratore. Furono infine così vicini da poter sentire il loro reciproco profumo. L'uomo sorrise e Susan rispose guardandolo dritto negli occhi persa in uno sguardo che ormai era solo suo. "Buona sera." Lui rispose con un sorriso e un cenno della testa.

Susan sorrise nuovamente…

"Balla?"

"Non lo so, questa canzone è legata ad un caro ricordo"

"Un uomo?" chiese lui con maliziosa sensualità negli occhi.

"Il migliore che abbia avuto la fortuna di incontrare”

L’uomo sorrise, sembrava quasi imbarazzato.

“Pensa che sarebbe geloso?”

Susan sorrise, i due non avevano arrestato il loro incedere circolare, lui si spostava verso destra, senza staccarle gli occhi di dosso, e lei verso sinistra ogni tanto abbassando la testa, ogni tanto guardandosi intorno di sfuggita per poi ritornare a cercare i suoi occhi.

“Terribilmente geloso …è uno che sa quello che vuole”

“Allora è come me.”

“E lei che cosa vuole?” chiese Susan guardandolo con decisione.

Le guardò le labbra rosa

“Voglio correre il rischio di renderlo geloso … ce la potrei fare, secondo lei?”

Susan sorrise annuendo lievemente.

“Sì” rispose decisa.

L'uomo le fece scivolare un braccio intorno alla vita sfiorandone la pelle scoperta della schiena che si lasciò andare in un brivido che lui percepì indistintamente e la strinse ancora più vicina al suo corpo solido. Susan si abbandonò nella sua stretta e si lasciò guidare in quel ballo, dalla prima nota all'ultima, da quell'uomo che sembrava fatto apposta per ballare quella canzone, con lei, in quella sala del Waldorfe Astoria di New York City. Non c'era sguardo che non fosse puntato su di loro, Susan chiuse gli occhi sicura tra le braccia del suo cavaliere con la tempia che sfiorava lieve il suo mento. La mente in un istante la catapultò a quella sera, di tanti anni prima, nel suo appartamento stretta a Russell, il suo Russell, l'unico che sarebbe mai riuscita a restituirle il sorriso. Si ricordava indistintamente i pensieri che le avevano attraversato la mente quel giorno. Non avrebbe mai ballato quella canzone con qualcun altro, chiunque ci fosse stato dopo di lui, quello sarebbe stato per sempre un momento solo loro. Riaprì gli occhi e tornò a quello straordinario, incredibile presente.

Le lacrime ora sì che stavano riaffiorando, quelle che aveva trattenuto fino a quel momento; il ricordo era così vivo e le braccia di quest'uomo troppo strette intorno a lei e al suo cuore per impedire che sgorgassero. Guardò verso l'alto cercando gli occhi di quell'uomo e gli sorrise tra le lacrime, lui le rispose con il più bello dei sorrisi che le avessero mai regalato. Un sorriso che Susan conosceva molto bene. Scosse la testa ancora incredula di fronte a quello che era appena accaduto; lui la baciò sulla fronte sorridendo e rivolgendo uno sguardo intorno alla sala accesa da occhi e sorrisi che, come riflettori, erano puntati tutti su di loro. Continuavano a volteggiare rapiti da quelle note fino a quando le braccia di Susan si divincolarono dalla posa imposta da quel lento, per stringersi in un abbraccio attorno al collo di Russell.

"Dimmelo, dimmi come hai fatto?"

"Los Angeles dista solo tre ore di aereo e poi lo sai che i party hollywoodiani senza di te sono tutti una palla colossale.” Disse sorridendole come la solita vecchia canaglia abbandonandosi al ricordo di quando insieme si erano divertiti come due ragazzini alle varie feste mondane alle quali avevano partecipato insieme.

"Come facevi a sapere che sarei stata qui…?"

"Tu sai che io riesco sempre a trovarti … e poi credi che per uno che ha combattuto contro tigri nell'arena e ne ha prese così tante che tu non ti immagini, sarebbe stato difficile trovare la sua scrittrice preferita?" Susan non riusciva a smettere di guardarlo, sorridendo rapita ancora una volta come lo era sempre stato, da quegli occhi verde azzurro che avevano ancora una volta ritrovato i suoi.

“Lo sai che ho cercato di chiamarti milioni di volte, ma tu avevi sempre il telefono spento.”

“Sai com’è, sull’aereo non si possono tenere accesi.” Guardò Susan che aveva abbassato lo sguardo ridendo sommessamente. “Lo so … tu pensavi che io fossi in giro a divertirmi, vero?”

“Sì, in effetti l’ho pensato, ma sarebbe stato normale, no? Un premio oscar chissà quanto è richiesto.”

Russell scosse la testa.

“Io avevo di meglio da fare!”

“Grazie.” Susan si sentì piacevolmente protetta dal suo sguardo.

“E poi te l’avevo detto, no? ‘qualunque cosa accada, noi ci saremo sempre.’” Pronunciò quelle parole con un tono neutro e casuale, ma tutto l’affetto col quale le aveva pronunciate la prima volta arrivò dritto al cuore di Susan. Allora non era solo lei che aveva dato valore a quelle parole.

“Sul serio … Russell? Ci siamo ancora noi?”

Lo sguardo di Russell divenne serio, aggrottò impercettibilmente le ciglia per una frazione di secondo come accadeva ogni volta che era colto dalla sua vulnerabilità. Alzò lievemente le spalle e inclinò il viso da una parte.

“Siamo qui adesso … no sul serio, io vorrei tanto …”

Susan sorrise scrutando la sua incertezza, era così tenero guardarlo mentre cercava le parole. Così bravo ad improvvisare nella sua vita professionale, quanto incapace di farlo nelle situazioni più umane e banali. Era una delle sue migliori qualità.

“Cosa?”

“Sì, insomma … il fatto è che ho già incominciato le riprese di un nuovo film, lo giriamo da queste parti … sì insomma, vicino a New York … bè, abbastanza vicino … a Princeton, io questa volta faccio il genio matematico malato di schizofrenia … bè, ma questo non c’entra nulla, … quello che voglio dire, è che … se tu volessi, … se non avessi nulla da fare … ecco, bè, averti accanto per me sarebbe la cosa più importante, sempre che a te vada bene.” Continuò a parlare per diversi minuti cercando le parole migliori per convincerla, ma Susan, in tutto quel flusso di parole, era rimasta paralizzata in particolare da un dettaglio. Scosse la testa incredula.

“Scusa … che parte hai detto che ti hanno dato?”

“Il genio matematico malato di schizofrenia: John Nash al suo servizio, madame! Mi sto facendo una cultura in proposito … sulla schizofrenia, intendo, perché tra me e la matematica è finita parecchi anni fa … hey che ci trovi da ridere?”

“No, niente … Russ, te lo spiego un’altra volta.”

“Allora, ci verresti con me? Da amica … sai, … ma non ti voglio costringere, se non vuoi, no.”

Susan lo guardò negli occhi e dopo aver riflettuto brevemente lo guardò con un sorriso complice.

“Il camper è sempre lo stesso?”

“Sempre lui.” Rispose con sguardo di intesa.

“Allora ti sarà difficile liberarti di me!”

Russell la guardò con intensità preso da una gioia inesprimibile. I suoi occhi furono attraversati dalla stessa vulnerabilità mentre guardò le labbra di Susan e poi il suo viso.

“Posso?”

“Devi.”

Avrebbero mai potuto continuare ad amarsi per tutta la vita mentre il resto del mondo li stava a guardare? Susan pensò a quella domanda che aveva sentito da qualche parte, ma che in quel momento non si ricordava dove, così intenta a sentire le sue labbra rinascere tra quelle morbide di Russell.

Si sorrisero complici e Susan si guardò attorno.

“Russ … ti guardano tutti.” Gli bisbigliò all’orecchio divertita. Con aria casuale Russell prese a guardarsi attorno e sorrise continuando a ballare con lei.

“No.”

“No?”

“Non guardano me, guardano te, perché sei la più bella di tutte stasera.”

Susan lo guardò con calda gratitudine esplosale nel cuore. Solo lui, da che si potesse ricordare, era capace di farla sentire davvero la più bella della serata … la più bella di tutte le serate e giornate della sua vita.

Il gruppo della stampa, invitato per l’occasione, fremeva in attesa di poter fare la sua entrata. Susan e Russell si guardarono con sguardo di intesa. Russell parlò a labbra quasi serrate.

"Mark ci aspetta sulla limousine parcheggiata sul retro."

Susan rise lievemente, poi lo guardò con aria seria inclinando lievemente il viso scrutandolo negli occhi:

“Di solito, nelle fiabe, quando il principe va a prendere la sua dama, arriva bello e prestante su un cavallo bianco …”

Russell si strinse nelle spalle e alzando lievemente un sopracciglio con sguardo tra il serio e l’ironico disse:

“Bè, non posso rimediare il cavallo ma … non ti sembro bello e prestante?”

Susan rise divertita.

"Però, poverino Mark, finisce sempre con l’essere coinvolto nelle nostre fughe."

“È pagato anche per questo … Pensi anche tu quello che penso io?”

“Precisamente!” gli rispose Susan con un sorriso eloquente.

“Io da quella di destra e tu da quella di sinistra?”

“Come da copione.”

Aspettarono che quel lento sfumò in un ballo molto più movimentato che risvegliò d’improvviso, in tutti i presenti, la voglia di scatenarsi maggiormente. Con la complice spontaneità, che ormai li aveva resi ben noti, si staccarono l’uno dall’altra. Guardandosi attorno, come per cercare qualcosa, Russell si allontanò con la stessa calma con la quale era entrato, si massaggiò il viso guardando in giro con circospezione casuale. Susan, muovendosi in direzione opposta, si allontanò da lui e si guardò intorno assumendo lo stesso atteggiamento di Russell. A poco a poco la presenza degli altri ospiti, che uno dopo l’altro erano tornati a riempire la pista da ballo, rese la loro meno evidente. Un ultimo sguardo verso i giornalisti intenti a cercarli tra la folla fu l’ultima cosa che lanciarono prima di raggiungere le due porte di ingresso poste, una ben distante dall’altra, esattamente sui due lati della sala, una a destra e l’altra a sinistra. Contemporaneamente ognuno aprì la sua e all’istante sparirono dietro di esse.

 

 

Ci hanno provato … ho idea che i giornalisti ci hanno provato tutta la notte a ripescarli in chissà che angolo della Grande Mela, ma senza successo…di nuovo. Probabilmente si sono chiesti per l’ennesima volta come abbiano fatto a sparire. Come dite? No, mi dispiace, nemmeno io lo so, e come potrei? Io sono solo un piccolo portatile di poco conto, vivo solo grazie alle mani di Susie e sono convinto che presto, quando tornerà da un altro viaggio meraviglioso, mi riaccenderà e di nuovo troverà un’altra storia da far vivere sotto i miei tasti, nella quale, il suo Russell, nei suoi panni o sotto “falso nome”, sarà senza dubbio presente. E come potrebbe essere diversamente? D’altronde, come qualcuno ha detto una volta, “l’amore è l’unica fonte di ispirazione.”

 

Fine (no, è solo l’inizio…)

 

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