Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Ritrovarsi (settima parte) (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la sesta parte) (leggi l'epilogo)
autrice: AleNash 
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 3 gennaio 2004
argomento della storia: Susan Mc Arthur sogna di diventare scrittrice, il suo migliore amico di fare l'attore. Lei parte per l'America, lui rimane in Australia. Ma i loro cammini sono destinati a incrociarsi.
riassunto breve: Susan e Russell, amici da una vita, si scoprono innamorati e a distanza continuano ad esserlo, ma nulla è facile, nemmeno da innamorati.
immagini: Ely

RITROVARSI

PARTE SETTE

 

(due settimane più tardi)

 

“Ti posso fare una proposta indecente?”

Susan e Russell erano appena rientrati da una gita al mare: stanchi e pieni del sole che avevano preso, avevano solo voglia di rilassarsi.

“Sentiamo.” Russell guardò Susan con aria divertita.

“Ti va se stasera ci noleggiamo un bel film e ce lo guardiamo accoccolati sul divano col telefono staccato?”

Russell la guardò con un ampio sorriso affettuoso e occhi che brillavano. Susan aveva certi tratti e modi di comportarsi che la facevano apparire ancora vulnerabile come una bambina.

Erano momenti come quelli che gli facevano per un attimo dimenticare ciò che lo tormentava dall’esatto momento in cui l’aveva rivista all’aeroporto. Scoppiava all’idea di non aprirsi con lei, ma forse una cosa del genere, in quella circostanza, lei non l’avrebbe capita. Era meglio rimandare … ancora …

Le si avvicinò e l’avvolse in un abbraccio.

“Che film vuoi prendere?”

“Ti va Forrest Gump?”

“Sei in vena di Tom? D’accordo.”

Con le gambe allungate sul tavolino del salotto, rilassati e seduti vicini sembravano due adolescenti senza un pensiero al mondo. Per tutta la durata del film Russell guardò lo schermo senza però prestare vera attenzione; la sua testa era da tutt'altra parte, il suo sguardo serio, solo apparentemente distratto dalle immagini del film e intento a tenere ben stretta Susan, l’unica certezza che in quel momento di confusione gli sembrava di avere. Ogni tanto Susan alzava lo sguardo verso di lui e Russell abbassava il suo verso di lei sorridendo come se si fosse sentito imbarazzato nel sentirsi osservato. Continuando a guardare il film Susan appoggiò la testa alla sua spalla sorridendo a sua volta quando sentì Russell prenderle la mano e guidarla sotto la sua camicia. Era così buffo mentre spostava coi piedi i bicchieri per avere una visuale migliore. Risero insieme coinvolti dalle battute più esilaranti e sul finire del film Susan si strinse a Russell un po’ di più, lievemente commossa da una storia che le faceva sempre lo stesso effetto. Russell la guardò come per scrutare se stesse per piangere e Susan si asciugò frettolosa una prima lacrimuccia che stava per fare capolino. Rise lievemente come per giustificarsi.

“Lo so che è un film … ma io mi commuovo sempre.”

“Sei così carina quando piangi … il naso ti diventa tutto rosso.”

“Smettila.” Si alzò mentre Russell dal divano, passandosi una mano tra i capelli, la osservava mentre andava alla ricerca di un fazzoletto. Scorrevano i titoli di coda accompagnati da una musica bellissima mentre Russell aveva incominciato a riordinare il divano e il tavolino. Era tornato serio, nuovamente preso dai suoi pensieri, non aveva molta voglia di parlare e andò in cucina con i bicchieri da lavare. Svuotò il posacenere e si guardò intorno alla ricerca di qualcosa per asciugarsi le mani. Susan sbucò quasi dal nulla e notò la sua aria un po’ turbata.

“Cerchi questo?” Chiese porgendogli il canovaccio nascosto sulla sedia sistemata sotto al tavolo.

Glielo prese di mano con un gesto quasi brusco che lasciò Susan perplessa.

“Stai bene?”

Era come se non riuscisse a guardarla negli occhi, intento a combattere con una decisione da prendere; nel guardare altrove incrociò lo sguardo di Susan che non aveva smesso di guardarlo con aria interrogativa. Non poté farne a meno e le sorrise lievemente.

Timidamente gli si avvicinò quasi come se fosse lì per chiedergli il permesso.

“Russ …”

“Non è niente.”

“E’ quello che continui a dirmi ogni volta che ti chiedo se c’è qualcosa che non va.”

“Vieni qui, dai, … vedi … non è proprio niente.”

Susan si lasciò abbracciare senza sentirsi completamente convinta.

“Non ti preoccupare, non c’è nulla che non vada, Megan.”

Fu un attimo, un istante rubato al suo autocontrollo, una luce velenosa improvvisa venne a spaccare l’armonia di una notte perfetta. Russell si morse le labbra e fu vano il tentativo di trattenere tra le sue braccia Susan che si irrigidì, liberandosi da quell’abbraccio, come se un fulmine l’avesse passata da parte a parte.

I suoi occhi, freddi e fragili, lo stavano guardando come non lo avevano mai guardato. Chiedevano di sapere, volevano, pretendevano, esigevano di sapere!

“Che cosa hai detto?” Fu quasi un sussurro impercettibile.

“Susie …” gli occhi di Russell sembravano incapaci di trovare un modo per giustificarsi.

“Come mi hai chiamata?”

“Senti …”

“Chi diavolo è Megan?!?” il suo tono di voce risuonò per tutta la cucina.

Con eloquenti controllati gesti delle mani Russell mosse verso di lei qualche passo nel tentativo di calmarla.

Susan con un gesto istintivo indietreggiò come se si fosse trovata davanti ad un perfetto estraneo. Non c’erano i suoi sguardi, non c’era Central Park, all’improvviso era come se non ci fosse più nulla.

“Non è nessuno.”

Ma l’intervallo che separò il suo sguardo incerto dalla sua risposta fu troppo lungo per renderla convincente.

“Non toccarmi, non voglio che tu mi tocchi!”

Russell si bloccò disposto a tutto pur di calmarla.

Susan si sentiva terribilmente confusa, nemmeno lei era convinta di voler sapere quello che continuava a pretendere che lui le dicesse. 'Un’amica … Russell, ne aveva sempre avute così tante che esserne gelosa avrebbe voluto dire rovinarsi la vita. No, non poteva essere … e poi le amiche di Russell non saltavano fuori dal nulla, le aveva conosciute tutte e non avevano mai rappresentato un pericolo per loro due. Chi era questa Megan? E che cosa ci faceva nella testa di Russell?'

Cercando di controllare il tono della voce e allo stesso tempo di prevenire qualsiasi reazione improvvisa di Susan, Russell incominciò a parlare. Aveva il viso lievemente inclinato da una parte, e non riusciva a guardarla costantemente negli occhi nella disperata ricerca delle parole da usare. Le parlò di Melanie, del viaggio di ritorno e di Megan. Di quello di cui avevano parlato. Sembrava un racconto come un altro, ma era come se il fatto di aver aspettato tutto quel tempo per renderlo parte anche di lei, celasse in realtà qualcosa che Russell stava nascondendo anche in quel momento. Qualcosa che Susan sentiva nel profondo del suo cuore, qualcosa che lei non sapeva e che aveva paura a chiedere. Si sentiva tremare e non riusciva a calmarsi mentre le lacrime tentavano di risalirle dallo stomaco come per ribellarsi alla sua incapacità di reagire.

“C’è qualcos’altro che devo sapere?”

“No…” era esitante, inutile che tentasse di negarlo.

“Ti piaceva?”

“Susie …”

“Eri attratto da lei ? Ci saresti andato a letto … se non ci fossi stata io?”

“Susie … senti ...”

“Rispondimi!!! Voglio saperlo!”

Era come se la stanza avesse incominciato a girare senza che né lui né lei la potessero fermare: la sincerità, il dubbio, la bugia. Qual era la scelta giusta?

Russell si sentì catapultato di nuovo su quell’aereo, quei capelli, quel profumo, quel sorriso, la sua mano nella sua. La sua paura e allo stesso tempo il desiderio di essere nel posto sbagliato … la sua amicizia con Susie fatta sempre e solo di verità.

“Sì.”

Fu la sua risposta e si sentì improvvisamente sollevato da un peso che l’opprimeva da troppo tempo. Ma il peso di quella verità si riversò tutto sullo sguardo di Susan che aveva gli occhi pieni di lacrime. Lo guardò con disprezzo.

"Che stronzo, che sei."

Si voltò piano e senza aggiungere altro uscì dalla cucina. Russell chiuse gli occhi convinto di aver combinato un disastro. La seguì poco dopo cercandola in salotto senza trovarla, entrò in camera e dapprima non la vide … era nascosta in un angolo, seduta per terra con le ginocchia al petto tenute strette dalle braccia. Il viso era parzialmente nascosto. Russell le si avvicinò e si sedette esitante, vicino a lei a gambe incrociate. Lui la guardava, lei no. Quella notte sembrava che il silenzio fosse destinato ad essere spezzato solo da lame di coltello.

“Mi hai mai tradito Russell?”

“No.” Era sincero.

Susan lo guardò di scatto come se volesse cogliere un dubbio nel suo sguardo.

“Lo faresti mai?”

Russell guardò verso il basso, esitò un attimo, ma poi rispose.

“Non lo so…” e fu sincero anche con quella risposta.

Susan lasciò che quelle parole entrassero lentamente nella sua testa. Si sentiva come se stesse vivendo in un’altra dimensione, quella nuova realtà, dove le sue certezze non erano più da dare per scontate nel suo rapporto con Russell, la stava mettendo di fronte a mille dubbi.

“Che cos’è Russell? Eh? Che cos’è che fa scattare all’improvviso il desiderio di mandare a puttane le cose che hai?! … Sono io? … E’ questa cosa di vedersi poco? … Vuoi qualcos’altro? … Non vuoi più me…?” Era un incessante flusso di domande ad ognuna delle quali Russell aveva cercato di porre un freno con un deciso e secco “no”.

“Sai che cos’è che più fa male? Il fatto che tu non sia andato con quella perché hai pensato che io fossi un ostacolo. Un ostacolo e nient’altro. Tu non hai idea di quanto questo possa fare male.”

Si alzò senza nemmeno guardarlo, con le tempie che le scoppiavano. Si avvicinò al letto e prese il cuscino.

“Che cosa fai?”

“Vado a dormire sul divano.”

“No … ci vado io.”

“Non ti disturbare.”

 

C’era ben poco che potesse fare o dire in quel momento. Per gran parte del tempo, quella notte, rimase sveglio a guardare il soffitto senza riuscire ad addormentarsi. Si girava e rigirava nel letto senza darsi pace, solo, come non si era mai sentito. Provava a chiudere gli occhi, ma dopo qualche secondo li riapriva di nuovo per guardare nel nulla, nel buio e in quella parte del letto in cui non c’era nessuno. Decise di alzarsi, era tardissimo, fuori non si sentiva nulla. Andò in salotto e si fermò cercando di fare ancora meno rumore di quello che stava facendo camminando a piedi scalzi per la casa. Sul divano, distesa su un fianco, come d’abitudine, c’era Susan. Si sentì una stretta al cuore nel cogliere quell’attimo di silenzio che li separava. Si avvicinò a lei e si sedette sul tavolino di legno rimanendo ad osservarla nel buio, ormai i suoi occhi si erano abituati all’oscurità. Era abbracciata al cuscino, come faceva sempre quando avrebbe desiderato avere vicino Russell. Era così dunque, in quel momento era lontano e questo solo per colpa sua. Per quanto fosse lì ad una carezza da lei sentiva come se il suo senso di colpa non gli permettesse nemmeno di sfiorarla, sebbene fosse quello il suo desiderio più grande, il suo unico desiderio. Osservava il suo viso, dolce e indifeso come sempre, ma teso e con ancora visibili le tracce delle lacrime che aveva versato per quasi tutta la notte. Per colpa sua. La stretta al cuore gli fece ancora più male mentre un nodo in gola gli stava quasi impedendo di respirare ed entrambe le mani incrociate davanti alla bocca erano l’unica cosa che lo aiutassero a trattenerlo. Con un gesto frettoloso della mano si asciugò gli occhi come se da un momento all’altro Susan si fosse dovuta svegliare e vederlo. Voleva sfiorarle il viso anche solo per un istante, se solo avesse potuto farle sapere quanto fosse dispiaciuto, se solo avesse potuto cancellare quella notte orribile, dove la calma della luce lunare, che illuminava il quartiere, sembrava volesse sfidare la tempesta che stava devastando il suo cuore.

Si sarebbe sentito in colpa se avesse scelto di mentirle e si sentiva in colpa anche in quel momento che aveva scelto di dirle la verità. Che cosa poteva fare? Ritornò a letto, ma era difficile addormentarsi, era difficile non pensare ed era difficile farlo. Fu anche difficile alzarsi il giorno dopo e far passare i giorni successivi. Era tanto se Susan gli rivolgeva la parola e, quando lo faceva, non era mai per una sua iniziativa, sembrava quasi che avesse a che fare con un perfetto estraneo. Sarebbe stata in grado di andare avanti senza parlargli per molto, molto a lungo. Russell ne era più che sicuro, la conosceva meglio di quanto lei stessa fosse disposta ad ammettere. Fino a quando fu lui a prendere una decisione, l’unica possibile.

 

“Che cosa stai facendo?”

Susan era entrata in camera sua: non c’era un solo angolo del suo letto che non fosse coperto da qualcosa che non appartenesse a Russell. Lui si voltò a guardarla e le rivolse un mezzo sorriso come se fosse in parte sorpresa di vederla.

“Mi pare evidente.” … riprese "Ci sono delle cose che vanno messe a punto, sai … scene da sistemare, cose da rivedere … potrebbe darsi che abbiano bisogno di me… Di certo più di quanto possa essere utile qui…”. Russell parlava senza guardarla in faccia.

Susan si morse il labbro inferiore cercando di non dare a vedere quanto vederlo preparare la valigia l’avesse scossa. Una parte di lei provò una punta di soddisfazione nel constatare come in fondo il suo forte orgoglio fosse riuscito ad avere la meglio su di lui. Un’altra parte di lei, tuttavia, si chiedeva cosa stesse aspettando ancora a fermarlo, ma si sentiva così ferita, così incapace di gestire le sue emozioni. Non sarebbe mai riuscita ad essere obbiettiva e razionale in quel momento. La debolezza di tutte le lacrime versate in quei giorni fece sì che a continuare a governarla fosse proprio il suo orgoglio. Fece per andarsene. Russell si voltò deciso a distruggere quel muro che Susan non aveva intenzione di abbattere. La guardava mentre lei ostinata gli dava le spalle.

"Non sono andato fino in fondo con quella donna non perché tu fossi un ostacolo, ma perché tu … sei la mia scelta.” Si fermò per un attimo, guardò altrove e poi riprese “… Susie … per quanto io, ogni tanto, possa essere sopraffatto dalla mia debolezza … è sempre nella certezza di quella scelta che decido di non cedere alle mie debolezze." Per un attimo tacque, guardò altrove forse aspettando una sua reazione, che lei si voltasse o qualunque altra cosa. Complice l'ombra che oscurava la stanza, Russell si sentiva libero di parlare con un lieve velo di lacrime che cercava invano di trattenere aprendo e chiudendo rapidamente gli occhi. "Se vuoi sapere se non vedrò mai nessun'altra donna al di fuori di te la mia risposta non sarà sì, ma se mi chiedi se loro dentro di me varranno più di te allora la mia risposta sarà sempre e solo no … Ma che parlo a fare? Tu non mi ascolti neppure. Credo che non ci sia altra soluzione se non quella di andarsene."

Questa volta non aspettò che Susan si voltasse, si girò lentamente, lasciò la valigia per terra con camicie sparse ovunque sul letto e guardandola un'altra volta uscì dalla stanza. Susan aveva sentito ogni singola parola, non si era perso un solo respiro, aveva sentito come se fossero stati suoi, ogni singolo sforzo per controllare il nodo che aveva in gola. Russell poteva essere un grande attore, per lui recitare un paio di battute era sempre stato un gioco da ragazzi, ma era il ragazzo incontrato tanti anni prima in un locale di Sidney che Susan aveva avuto la sensazione di essersi ritrovata davanti in quel momento. E c’era una cosa che sempre e irrimediabilmente aveva colpito Susan di quel ragazzo: la straordinaria umanità che in nessuna circostanza, né nel bene, né nel male era mai stato in grado di nasconderle. Poteva lasciare andare via una persona che in fondo era sempre stata coerente con sé stessa? Era quella dote che glielo faceva amare tanto, sempre e comunque. Se lo chiese per tutto il resto del giorno, se lo stava chiedendo mentre correva per il suo quartiere come ogni volta in cui sentiva il bisogno di scaricare la tensione facendo jogging. Se lo stava ancora chiedendo quando stava preparando la cena. Di sfuggita aveva visto come la valigia di Russell fosse ancora aperta, ma sul suo letto non c’era più nulla. E mentre si sentiva pronta ad abbassare la guardia, sembrava che ad alzare un muro fosse stato Russell: ormai convinto più che mai della sua decisione di andarsene, non cercava più una risposta da parte di Susan. Entrò in camera e si chinò per chiudere la valigia, Susan era andata a prendere il cuscino abbandonato sul divano ed entrò in camera per metterlo sul letto, lo posò tenendo lo sguardo fisso ovunque fosse in grado di non incrociare quello di Russell. Quando stava per tornare in salotto, senza nessuna idea precisa in testa, c'era Russell sulla porta della stanza, la guardava e chissà che cosa si aspettava che dicesse, o che cosa avrebbe voluto dirle.

"Scusa … mi fai passare?"

Russell si scostò giusto quel tanto per farla uscire dalla stanza, ma il solo il fatto di passargli vicino fu sufficiente ad abbattere il suo orgoglio, quella forza che non era sua, quel dolore che non riusciva ad esprimere in nessun modo. Perché doveva succedere proprio a loro? Con una mano sulle labbra cercò di soffocare singhiozzi e lacrime, si voltò appena e trovò Russell che con forza e decisione la trattenne con un braccio perché si sfogasse contro di lui. Susan pianse, pianse tutte le lacrime possibili. Piangeva mentre lui prese a baciarle il viso, piangeva mentre lui la spingeva nella stanza, prima contro il muro e poi sul suo letto, le lacrime non si fermarono nemmeno mentre si toglievano i vestiti di dosso, baciandosi, mordendosi, mescolando piacere e dolore, amore e sesso come non gli era mai capitato di fare. Era lo stesso corpo, lo stesso uomo, lo stesso odore e la stessa bocca, ma ciò che Susan provava era rabbia. Rabbia per come ancora non riuscisse a dirgli di no, rabbia per come lui riuscisse sempre a farla sentire la donna più importante della terra. Rabbia per come lei non riuscisse a fermarsi dall'assecondare il suo desiderio irruente e sensuale che ogni volta le faceva dimenticare dove si trovasse. Non sarebbe mai riuscita a cancellarlo dalla sua pelle. Per quanto tentasse, non sarebbe mai stato possibile, neanche se avesse voluto. Alla fine di tutto Susan lo guardò a lungo sentendo il suo battito accelerato premere contro il suo seno. Anche Russell la stava guardando, senza dire nulla come per riprendere nuovamente contatto con la realtà. Si avvicinò al suo viso per baciarle le labbra, ma Susan non glielo permise. Scivolò via da sotto il suo peso che, pur dispiaciuto, non oppose resistenza. Girata su un fianco Susan gli stava dando volutamente le spalle.

"Mi dispiace …scusami, non volevo prenderti con la forza." Sentì come il desiderio di chiedere scusa per un comportamento che con lei non aveva mai avuto.

"Non mi hai costretto a fare niente." Lo sguardo di Susan era freddo, fisso sulla valigia chiusa e Russell istintivamente si avvicinò a lei incurante dell'eventualità di essere nuovamente respinto. Ma Susan non lo fece, aveva il viso rigato di lacrime e non aspettava altro che le sue braccia.

"Hey … hey … non fare così, vieni qui da me."

La costrinse a girarsi e a farsi abbracciare, stavolta quelle lacrime non furono accompagnate da nient'altro se non il suo dolore e le carezze premurose di Russell che cercavano di calmarla.

"Partirai comunque, vero?"

"Sì, ho l'aereo domani, nel pomeriggio."

Susan sorrise amaramente asciugandosi le lacrime con un lembo del lenzuolo.

"Mercoledì … lo sai che noi ci siamo conosciuti di Mercoledì?"

"Come?" Russell sembrò per un attimo confuso da quelle parole.

"Domani è Mercoledì e il giorno in cui tu, Billy e gli altri siete venuti a suonare dove lavoravo … era Mercoledì, ti ricordi?" Lo guardò con un sorriso che scomparve subito. "Conosciutisi di Mercoledì … si lasciarono di Mercoledì … potrei scriverci una storia di quelle davvero drammatiche, non credi?"

"Non fare così …"

Susan si scostò da lui ridendo con sarcasmo, Russell la trattenne e la costrinse a guardarlo negli occhi.

"Tu credi che per me sia facile? Tu credi che io stia bene?" La guardava con sguardo severo mentre Susan lo guardava con sufficienza.

"Voi uomini fate sempr…" la interruppe bruscamente.

"Non dire stronzate generalizzando sugli uomini, cazzo! Hai me davanti! Nessun altro, solo me! Guardami in faccia e dimmi se quello che credi è che io stia bene?!" La tratteneva con forza stringendole i polsi e allentò la presa quando lesse sul viso di Susan che le stava facendo male.

"Scusami, no … non l'ho mai creduto." Susan lo guardava negli occhi, quel verde azzurro così dolce e vulnerabile sia che fosse arrabbiato o felice. Capiva come doveva essere stato difficile per lui dirle la verità, quanto avesse scelto di rischiare aprendosi con lei. Non riusciva più a negare a sé stessa che l'unica ragione del suo atteggiamento freddo e arrogante era il suo modo di nascondere il dolore che la stava devastando al pensiero che lui partisse. Si era resa perfettamente conto che non c'era nessuna Megan tra le carezze che la univano a Russell. Non c'era mai stata nessuna in grado di mettersi fra loro.

"Voglio che questo periodo passi, ma non voglio che siamo noi a farne le spese. Non vorrei, ma è meglio che parta. Meglio per entrambi."

 

***

Il giorno in cui Russell partì era stato l’ultimo giorno di sole prima di una settimana di pioggia incessante e battente. Aveva un biglietto di sola andata questa volta, ma Susan non volle pensare più di tanto a quel dettaglio. Negli anni più importanti e belli della loro vita avevano passato più tempo a salutarsi in un aeroporto, di quanto ne avessero passato a stare insieme. Erano cresciuti inseguendo un sogno che pensavano li avrebbe portati lontano, ma non avrebbero mai immaginato che quello stesso sogno li avrebbe portati lontani uno dall’altra. A questo pensava Susan mentre lo stava accompagnando verso il tunnel di imbarco. Era molto diversa la scena di quell'addio, da quella che anni prima aveva vissuto Susan, prima di partire per gli Stati Uniti. Ora erano molto più adulti, ma era forse possibile dare un'età alle loro emozioni? Ciò che provava nel vederlo andare via era la stessa sensazione di quando era un ragazzina. E all'improvviso ebbe come la sensazione di aver già vissuto quella scena … il senso di abbandono, il distacco imminente, lui che si allontana da lei. Aveva vissuto più volte quei momenti da quando si erano innamorati e in quel momento sentì come se avessero agito su di lei come un presagio di qualcosa che si sarebbe verificato realmente. C'erano due tizi posizionati in un angolo dell’aeroporto che avevano tutta l’aria di essere giornalisti alla caccia dell’ennesimo scoop. Ormai Susan aveva imparato a riconoscerli, loro e il loro modo di interpretare istanti rubati alla loro vita, strappandoli da ogni e qualunque contesto, trattando i loro sentimenti come se fossero stati di dominio pubblico. Quanto poco ne sapevano di lui … no, non era per presuntuoso divismo che Russell si era infilato due occhiali da sole molto scuri, prima di salutare definitivamente Susan con un bacio sulla guancia, e salire sull’aereo. Poco prima di lasciarle la mano Susan ripensò a quello che lui le aveva detto anni prima all'aeroporto di Sidney. "qualunque cosa accada, io e te ci saremo sempre. "qualunque cosa accada … si ripeté quella frase più volte nella mente e volle aggrapparvisi con tutta sé stessa prima di salire su un taxi e tornare a casa. Il cielo si stava oscurando mentre sottili gocce di pioggia incominciarono a cadere lievi e insistenti sulla strada del suo quartiere fino a che tutta New York fu sommersa da un violento acquazzone.

 

***

Era ora di fare pulizia in quell’appartamento, nulla sembrava al suo posto. Nelle ultime tre settimane Susan sembrava essere stata presa da manie di perfezionismo isterico. Aveva deciso di cambiare la disposizione dei mobili della casa passando praticamente tutte le giornate a spingere divani, sedie, librerie e tavoli in vari angoli della casa per fare delle prove. Ma non era mai soddisfatta. Per fortuna non aveva vicini lamentosi perché con il rumore che stava facendo in qualsiasi altro stabile l’avrebbero di sicuro buttata in mezzo alla strada. Anche tutte le foto che con cura e precisione aveva disposto sugli scaffali e tavolini non stavano più bene dove le aveva messe e al loro posto aveva messo delle piccole piante grasse. Il suo appartamento stava assumendo l’aspetto di una foresta equatoriale in miniatura. Perché tenere poi metà dell’armadio vuoto e disponibile se lì dentro doveva viverci solo lei? Non era necessario separare i vestiti estivi da quelli invernali e decise di metterli gli uni nella metà di destra e gli altri nella metà di sinistra. I cuscini di quel divano erano decisamente fuori moda, ne avrebbe comprati degli altri, magari da Bloomingdale, adorava perdersi nell’immensità di un grande magazzino, spesso ci entrava e quando usciva aveva bisogno di qualche secondo per rendersi conto di dove si trovasse. Proprio quello di cui aveva bisogno, un po’ di evasione. A questo pensava mentre passava per la quarta volta nel giro di mezz’ora, l’aspirapolvere nel salotto. Lanciò un urlo di spavento quando si sentì toccata sulla spalla per poi voltarsi di scatto.

“Sabrina, per la miseria, ma non si usa più bussare!? Mi hai fatto venire un infarto!”

“Sono dieci minuti che suono il campanello, ma con l’aspirapolvere che va non mi hai sentita.”

“Ah sì.” Susan lo appoggiò lievemente infastidita sentendosi d’improvviso invasa nella sua solitudine cercata.

“Come va?” Sabrina non accennò ad una domanda più “audace” di quella percependo la sua malcelata tensione.

“Guarda tu stessa! C’è un tale casino qui che non so come riuscire a sistemare tutto entro la fine della giornata.”

“Perché che succede alla fine della giornata?” chiese Sabrina con una punta di ironia avendo deciso di stare al suo gioco. Evitare di invadere la fortezza dietro alla quale si stava barricando da settimane intere, sarebbe stato l’unico modo per poter averne eventualmente l’accesso in un secondo momento.

Susan la guardò senza dare a vedere che non sapeva cosa risponderle.

“Come sarebbe a dire? Ho un sacco di cose da sistemare, la casa è un casino, non posso lasciare le cose in questo stato!”

“D’accordo, vuoi una mano?”

Susan la osservava mentre scrutava in giro i vari scatoloni ammucchiati da varie parti del salotto ancora con i mobili disposti alla rinfusa. Sabrina prese in mano una delle cornici che Susan aveva deciso di spostare.

“Vuoi spostare anche queste?”

“Lascia, faccio io.” Con un gesto brusco Susan prese la cornice che aveva in mano lasciando intravedere anche le altre ammucchiate in modo disordinato nello scatolone. Sabrina notò come il viso di Susan si irrigidì nel tentativo di non far trasparire nulla di più di un’espressione seria, nel momento in cui, tra le varie foto, ne spuntò una che ritraeva lei e Russell durante un picnic insieme a lei Edward, Jeremy e Marlon a Central Park.

“Dimmi cosa devo spostare e mi metto al lavoro.” Sabrina tentava in tutti i modi di allentare la tensione che percepiva benissimo. Mentre aspettava istruzioni guardò come praticamente tutti gli scatoloni fossero colmi di ogni cosa possibile: c’erano i suoi libri, anche quelli che aveva scritto, piatti e bicchieri avvolti malamente in carta di giornale, persino gli asciugamani e le lenzuola sembravano pronti ad essere riposti chissà dove. Tutta la casa era avvolta nel caos più totale, le sembrava quasi di non essere mai entrata in un luogo del genere. Sembrava quasi che in quella casa non fosse mai accaduto nulla di bello. Un urto e successivo rumore di vetri infranti la fece voltare di scatto mentre il tutto fu seguito subito dalla voce di Susan.

“Accidenti! No! No!!!” Sabrina si precipitò verso di lei trovandola intenta a raccogliere, con le mani e a piedi scalzi, i vetri caduti per terra.

“Sue, stai attenta, lascia che faccio io.”

“No, lo sto già facendo io!”

“Susie…”

“T’ho detto di lasciarmi in pace!!”

Sabrina rimase impietrita non avendola mai vista reagire così e soprattutto rivolgersi a lei con quel tono. Capiva cosa stava attraversando e avrebbe voluto che trasformasse il suo dolore in qualcosa di diverso da quell’assurdo isolamento che durava ormai da settimane intere. Cercò di prendere la situazione sotto controllo, per quanto lo ritenesse impossibile.

“Susan, è solo un portacenere.”

“No, non è ‘solo’ un portacenere!” Ribatté a voce ancora più alta.

“Susan, calmati, forse è meglio … perché non usciamo un po’, ti va? Sono settimane che non fai che andare avanti e indietro con questi mobili, che ne dici di farci un giro da Tiffany … lo sai … niente può andare storto quando sei da Tiffany.” Le sorrise luminosa decisa di tentare con ogni suo mezzo di darle un po’ di buon umore. Susan sembrò essersi calmata, pentita di essere stata così brusca, ma incapace di chiederle scusa in quel momento, incapace di qualunque cosa che non la portasse a pensare a quanto si sentisse distrutta.

“Ti ringrazio ma … ho cose da fare. Devo spostare tutta questa roba e non ho ancora deciso dove.”

“Ci sono altre cose che puoi fare invece di ordinare la casa.”

“E quali sono, eh? Che altro c’è, oltre a questa maledetta confusione da riordinare?” La guardò dritta negli occhi con sguardo disperato e visibili lacrime che riuscirono a fare capolino dopo chissà quanti tentativi di trattenerle e negar loro la libertà di esprimere ciò che realmente provava. Si sedette sul divano lasciandosi cadere quasi a peso morto e con una mano tentò di asciugarsi frettolosa gli occhi. Sabrina si sedette accanto a lei e l’abbracciò lasciando che si sfogasse come si era imposta di non fare per tutte quelle lunghissime ed estenuanti settimane.

“Ecco brava, piangi, che piangere fa benissimo.”

“Mi manca da morire.”

“Lo so.”

“Io faccio di tutto, credimi, di tutto.” La guardava con occhi gonfi di pianto e la solita tenera aria infantile che la contraddistingueva, sembrava che tentasse di giustificare il suo dolore, come se, poi, ce ne fosse stato il bisogno.

“Faccio di tutto, ma lui non se ne vuole andare! Non riesco a dormire senza sentirmelo addosso, mi manca il suo profumo, la sua risata, i suoi occhi …” sorrise tra le lacrime mentre si soffiava il naso. “ … mi mancano persino i mozziconi di sigaretta che mi lasciava sparsi in tutti i posacenere della casa!”

Sabrina sorrise tentando di consolarla in qualunque modo possibile.

“Perché … perché fa così male?”

“Non lo so … so solo che dopo un po’ passa e quando è passata riesci a ricordarti solo il buono di voi.”

“Dicono che ogni cosa accade per una ragione, …” disse piano “perché mai allora, due persone che vogliono stare insieme, decidono di stare lontane?” Alzò le spalle con un mezzo sorriso. “Avevo ragione … non è mai stato soltanto mio.”

Sabrina si alzò e si diresse verso di lei.

"Nulla è mai solo nostro …" rise appoggiandole le mani sulle spalle. " … nemmeno Marlon è solo mio, eppure l'ho portato dentro di me per nove mesi. Ci sono cose però, che appartengono solo a voi due, ora non riesci a pensarci, ma ad un certo punto te ne renderai conto anche tu. Lascia perdere la casa da riordinare … riordina le idee piuttosto e vedrai che riuscirai anche a decidere dove mettere il tuo divano. Tu sei molto più forte di quanto credi.”

Poco dopo Sabrina se ne andò.

 

 

Nel salotto di casa sua Susan si guardò intorno stranita. Non credeva di essere riuscita a creare da sola tutta quella confusione. Ad una ad una tirò fuori con cura tutte le sue fotografie. Le guardò con affetto e nostalgia ripercorrendo ogni momento vissuto e fermato in quelle istantanee. Tra gli scatoloni che aveva messo da parte ne trovò uno in cui erano ammucchiati tutti i suoi quaderni, i suoi appunti di quasi otto anni di vita. Li prese in mano e iniziò a sfogliarli e si ritrovò catapultata in Australia, quando, ad un certo punto della sua vita, si era fissata con l’intento di trovare la sua idea originale. Lesse e rilesse per ore ed ore quelle parole, le ‘sue’ parole, i suoi pensieri e le sue sensazioni. L'occhio le cadde su un quaderno vecchissimo, sorrise con nostalgia: 'Sidney, 7 Agosto 1985 - stasera ho conosciuto un ragazzo, niente male, canta e vuol fare l'attore. Soggetto interessante. Beve e fuma, tutto quello che io non farei mai, ma ha un bel sorriso, per non parlare degli occhi. Verde-azzurri, con qualche sfumatura grigia a seconda della luce. Nasconde tratti di straordinaria umanità dietro ad uno sguardo che con la rapidità di un battito di ciglia può cambiare…" Susan fece scorrere le pagine di quel quaderno. Alla sera di quel 7 Agosto aveva dedicato altre venti pagine. E parlavano tutte solo di lui. Non le aveva mai rilette, chissà perché erano finite in un cassetto, pronte ad aspettarla quando fosse stato il momento. Si ricordò delle parole di Sylvia 'Il momento per l'ispirazione giusta lo riconoscerai senza bisogno di andarlo a cercare.' E all’improvviso ebbe come un’illuminazione, la risposta ad ogni sua domanda. Era lui: la sua idea originale, per anni interi, chi l’aveva ispirata, chi l’aveva spinta a scrivere, a mettere su carta le sue sensazioni era sempre stato solo lui. La ricerca di un personaggio che fosse diverso da tutti gli altri, che desse corpo e vita alle sue storie … nessuno come il suo migliore amico l’aveva mai ispirata di più. Russ c’era stato fin dall’inizio: nelle sue storie per bambini e anche in quel momento, per quella che sarebbe stata ‘la sua nuova storia’. Presa da una passione irrefrenabile e incurante di non avere un posto dove sedersi, prese il suo portatile e, una volta accesolo, incominciò a scrivere. Scrisse per ore intere, e passate quelle ore andò avanti, per altre ancora che correvano senza che lei se ne accorgesse. Mentre l’unica cosa che le illuminava il viso era la luce dello schermo, scriveva e scriveva senza fermarsi, ritrovandosi in quelle parole, ritrovando Russell in quelle parole e ritrovando sé stessa dopo tanto tempo che aveva smesso di cercarsi. Susan passò diverse altre settimane vivendo in funzione di quello che stava scrivendo. Ogni tanto usciva per schiarirsi le idee, ma era la sua creatività in quel momento ad avere la priorità. I mobili e ogni più piccolo oggetto di casa sua avevano ritrovato il loro vecchio posto e sbadigliando un po’ assonnata, ma felice, Susan, all’alba di un giorno di chissà quale settimana dopo, unì agli altri anche l’ultimo dei fogli usciti dalla sua stampante.

 

Rinfrescata e ritemprata dalla colazione più energetica che conoscesse, si presentò fresca come una rosa alla porta di Sabrina che si accorse immediatamente di avere davanti una persona diversa.

“Ecco qui.”

“Che cos’è?”

Sabrina prese in mano il pacco di fogli che Susan le stava porgendo. Sorrise.

“Ho scritto una cosa e ho bisogno di un tuo parere. I nomi sono diversi, ma penso che riuscirai a intuire chi sono i vari personaggi.”

Sabrina sorrise e l’abbracciò.

“Non vedo l’ora di leggerla.”

“Mi raccomando, sii spietata.”

"Come sempre, tesoro!"

 

Andò a dormire presto esausta dopo tutte quelle settimane in cui il letto l’aveva visto per ben poche ore; si rigirò nel sonno svogliata nel sentire bussare alla porta di primo mattino. L’insistenza dello scocciatore fu premiata e Susan si trascinò in salotto fino alla porta di ingresso. Guardò dallo spioncino e aprì subito nel vedere Sabrina in pigiama.

“Sabrina, ma che ore sono?”

“Sono quasi le otto!” Entrò in casa prima che Susan poté dirle di accomodarsi, tra le mani aveva i fogli che lei le aveva dato il giorno prima.

“Vestiti, dobbiamo uscire.”

“Per andare dove, sono esausta … che ci fai coi miei fogli sottobraccio?”

Sabrina si voltò verso di lei e le sorrise raggiante. Era abbracciata a quei fogli come se fossero stati una cosa preziosa e Susan non poté fare a meno di ridere.

“Susie, ho passato la notte a leggere il tuo racconto, l’ho letto tutto d’un fiato e sono arrivata ad una conclusione.”

“Oddio … è da buttare, vero?”

“Fattelo pubblicare!”

“Come, scusa?”

“Mi hai sentito, vestiti, muovi il culo e vai in casa editrice! È la storia più bella e vera che abbia letto negli ultimi otto anni!”

“Esagerata, è solo un racconto, un racconto di cose vissute da me, nulla di più.”

“Appunto, l’hai detto, cose vissute, cose vere, cose tue! Tu puoi dire quello che ti pare, ma io mi sono commossa.” Sabrina sembrava una ragazzina mentre parlava con estrema vulnerabilità nella voce. “Però … manca il finale.”

“Non sono mai stata brava con i lieti fini.” Sorrise.

 

Susan era titubante, ma allo stesso tempo attratta da quell’idea. Sabrina ci aveva visto giusto la prima volta e se non fosse stato per lei forse non sarebbe mai arrivata dove si trovava in quel momento. Per caso dei racconti per bambini inventati su due piedi erano piaciuti. Magari anche quella storia, la ‘sua’ storia avrebbe incontrato il favore del pubblico. Non perse un attimo di più e qualche ora dopo era seduta di fronte al suo editore. Lesse le prime pagine del manoscritto in sua presenza.

“Il genere è un po’ diverso da quello al quale il tuo pubblico è abituato.”

“Lo so, me ne rendo conto, è una cosa diversa.”

L’uomo di mezza età dai folti capelli brizzolati, si massaggiava la barba scrutando con attenzione quelle pagine.

“Il pubblico a cui è rivolta questa storia sarà un po’ diverso …” si interruppe riflettendo per un istante. Le sorrise e riprese “non sapevo che ti piacesse raccontare questo tipo di storie.”

Susan si sentì intimidita da quello sguardo, forse non era stata affatto una buona idea quella di proporre la pubblicazione di un racconto così diverso. Ma il suo timore svanì quando il signor Stern tornò a parlarle.

“Bè, vorrà dire che aspetterò che i miei figli siano un po’ più grandi … prima di raccontargli questa favola.” Si alzò con un ampio sorriso disegnato sulle labbra e le strinse la mano. Lui voleva accettare quella sfida e fidarsi ancora una volta del suo istinto.

 

Susan tornò nel suo appartamento sentendosi pienamente soddisfatta. Erano passati quasi due mesi da quando Russell era partito. Era strano come in quel momento riuscisse a pensare a lui senza essere assalita da un immenso senso di abbandono. E si era sbagliata su una cosa. C’era una parte di lui che sarebbe stata sempre e solo sua, nascosta nel suo cuore lontana da qualunque altro occhio invasore: era la sua anima che poteva far rivivere ogni qual volta avesse desiderato scrivere ancora. In un luogo che avrebbe inventato, nei panni di qualcuno che lei avrebbe immaginato, Russell sarebbe sempre stato con lei e la consapevolezza di essere stata amata da un uomo così meraviglioso la faceva sentire come se il loro legame non si sarebbe mai spezzato.

D’improvviso, come in un film, come se una musica immaginaria avesse incominciato a suonare invadendo la stanza, le immagini di vita intensa e vissuta proprio nel suo salotto si ripresentarono ai suoi occhi. C’erano tutti: Sabrina, Eddy, Jeremy e Marlon che giocava seduto per terra con Russell. Lui ogni tanto la guardava sorridendole con occhi luminosi come se racchiudessero una promessa o un segreto che apparteneva solo a loro. Era incredibile quante innumerevoli cose fosse stato in grado di dirle senza aprire bocca. Sorrise con lo sguardo lucido mentre come per incanto si trovò davanti ad un altro ricordo: quella magnifica mattina di Natale quando lui col cappellino da Babbo Natale l’aveva sorpresa mentre usciva dalla doccia, l'aveva presa in braccio e lei era rimasta abbracciata a lui, con i piedi sui suoi, mentre lui camminava in modo buffo per tutta la stanza. In quel momento così strano, quando i ricordi le si erano presentati a lei con tutto il loro calore, incominciò a chiedersi quando fosse stato il momento in cui si era innamorata di lui. Era strano come non si fosse mai soffermata a chiederselo quando fosse accaduto. Che cosa buffa, come se fosse stato rilevante stabilire un momento esatto che le potesse dare una certezza in più. Innamorarsi ... lei non aveva mai dato più di tanto peso al momento cronologico esatto in cui era accaduto: ogni volta che si stava allontanando da lei all’aeroporto e poi da lontano si girava, quando meno se lo sarebbe aspettato, per salutarla nuovamente con la mano; o quella volta in cui le aveva rimboccato la coperta quando l’aveva trovata addormentata sul divano. Oppure quell'altra, una sera casuale, una come tutte le altre, in cui stavano facendo una passeggiata notturna per il set e lui, guardando per un attimo verso il basso come assorto in un pensiero, l’aveva presa per mano trasmettendole l’emozione di un ragazzino che compie quel gesto per la prima volta. Per poi guardarla e farle quelle domande che ormai erano diventate una sorta di rito romantico che apparteneva solo a loro ‘te l’ho detto oggi che ti amo?’ ‘No’ era la risposta di Susan. ‘Oggi ti amo’ era la risposta di Russell seguita dalla loro risata all’unisono.

In ognuna di quelle volte si era innamorata di lui in modo diverso e come presa da una strana emozione di gioia e malinconia insieme, si sedette sul divano e, preso uno dei cuscini tra le mani, pianse sopraffatta da tutto il buono che c’era stato, e sempre sarebbe rimasto di loro, tra le mura di quella casa. Si addormentò pacifica quella notte su quello stesso divano, respirando ancora il suo odore contenta che non se ne fosse andato.


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