Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Ritrovarsi (sesta parte) (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la settima parte) (leggi l'epilogo)
autrice: AleNash 
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 30 dicembre 2003
argomento della storia: Susan Mc Arthur sogna di diventare scrittrice, il suo migliore amico di fare l'attore. Lei parte per l'America, lui rimane in Australia. Ma i loro cammini sono destinati a incrociarsi.
riassunto breve: Susan e Russell, amici da una vita, si scoprono innamorati e a distanza continuano ad esserlo, ma nulla è facile, nemmeno da innamorati
immagini: Ely

RITROVARSI

PARTE SEI

 

Maggio 2000 - INCONTRI

 

Susan chiuse il portatile.

“Accidenti!”

Con fare brusco e sguardo insoddisfatto guardò di nuovo verso il suo computer chiuso: sembrava che la stesse guardando come per prendersi gioco di lei. Era ormai da troppo tempo, per i suoi gusti, che si sentiva bloccata, ogni volta che tentava di mettersi a scrivere le sue idee non si concretizzavano. Cosa c’era che non andava? Forse era stanca, no … non era così, erano anni che cercava di portare avanti un’idea che per qualche strana ragione non era mai riuscita a tradurre in parola scritta. Guardò verso l’orologio. Russell doveva essere appena partito … se i suoi calcoli erano esatti sarebbe dovuto atterrare a New York il giorno successivo, nel pomeriggio. Non stava in sé dalla gioia, le mancava così tanto. Nell’ultimo periodo, poi, era stato lontano più a lungo del previsto e lei, per le varie scadenze imposte dalla casa editrice, non era riuscita a seguirlo. Non era stato facile, negli ultimi tempi, poi, ogni cosa sembrava più complicata. Ogni tanto era difficile sentirsi solo per telefono. Quei pochi attimi in cui tutto, i sentimenti, le parole, e l’amore che si vuole esprimere, sono appesi ad un filo, ogni cosa sembra inafferrabile, irreale. Se Russell le sembrava stanco quando passavano del tempo insieme, ventiquattro ore su ventiquattro, poteva inserire quell’istante in un contesto più ampio, fatto di momenti più lunghi; ma se percepiva qualcosa di strano quando erano al telefono non riusciva a stare tranquilla fino alla telefonata successiva e tutto finiva col dipendere dallo squillo di un telefono. Susan capiva che lo stress lo portava spesso ad essere scontroso e pregava ogni giorno che il loro rapporto non risentisse di questo.

‘Sarà meglio uscire’, si disse sollevandosi da terra. Aveva bisogno di una boccata d’aria che la distraesse da quei pensieri.

Uscì di casa: era una tiepida giornata di Maggio e improvvisamente, circondata dagli alberi del suo quartiere, Susan pensò ai primi mesi trascorsi in quella città. C’era un ricordo in particolare che la rendeva felice: le gite insieme a Marlon, Sabrina e Jeremy al più grande negozio di giocattoli esistente sulla Quinta Strada.

 

Non appena fu entrata si sentì avvolta dal conforto di una memoria che sarebbe stata per sempre piacevole e pensò come ci fossero determinati luoghi che, in qualunque stagione dell’anno, l’avrebbero sempre fatta pensare a Natale. Si aggirava tra gli scaffali pieni di peluche di ogni genere, forma e dimensione. Era tutto un colore avvolto da musiche per bambini. Sorrise attratta da una serie di peluche a forma di canguro … e sorrise quasi stupita quando li osservò meglio. “Rusty il canguro” c’era scritto sui pantaloncini. Il suo primo personaggio, quello che era tanto piaciuto a Marlon. Ad un tratto ebbe come la sensazione di essere osservata, con ancora in mano il canguro volse lo sguardo alla sua destra e vide una donna: capelli corti di colore castano rossiccio, due occhi sul castano tendente all’azzurro la osservavano come se stessero per rivolgerle una domanda. Susan guardò più in basso, accanto a lei c’erano due bambini, non era in grado di dare loro un’età, sorrise e poi tornò alla donna. Aveva un’aria sicura, ma cordiale, dolce, non arrogante. Si rivolse ai bambini.

“Avanti, mi raccomando, chiedete per favore.” Disse loro la donna.

Susan sorrise e li guardò incurante del fatto di avere ancora tra le braccia il peluche. I bambini sembravano entrambi molto timidi, quella che Susan dedusse essere la loro madre si avvicinò con un sorriso.

“Chiedo scusa, lei è Susan Mc Arthur, vero?”

“Sì, sono io.”

“Salve, spero di non disturbarla, i miei figli vorrebbero chiederle una cosa … a quanto pare adesso sono molto timidi, ma li dovrebbe vedere a casa…” disse lanciando uno sguardo ironico ai due bambini. “Coraggio bambini.” I due sembravano incapaci di proferire parola.

“Non ho mai mangiato nessuno.” Susan si era chinata verso di loro guardandoli con occhi vivaci.

Uno di loro tirò fuori da dietro la schiena un libro, il suo primo libro di fiabe, e glielo porse.

“Mi potresti fare l’autografo?”

“Ma certo, come ti chiami?”

Susan, felice e colta di sorpresa da quella piacevole circostanza, scrisse una piccola dedica al bambino contento di aver ottenuto quello che voleva.

“La ringrazio infinitamente.”

“Per così poco.” A Susan poi venne un’idea. “Senta … le andrebbe un caffè?”

“Bè, io non vorrei rubarle del tempo…”

Susan sorrise divertita.

“Mi guardi, sono qui a passeggiare in un negozio pieno di peluche … due chiacchiere le faccio più che volentieri.” Quella donna le aveva ispirato immediatamente una forte simpatia e il desiderio che aveva di lasciare da parte tutti i pensieri che fino a quel momento la stavano facendo sentire una nullità da un punto di vista professionale, era come se fosse stato esaudito dall’innocente richiesta di due bambini. Perché non cavalcare quell’onda provvidenziale, pensò.

Scelsero di comune accordo un caffè molto tranquillo, scoprirono, con piacere, essere il luogo preferito di entrambe. I bambini si sentirono doppiamente soddisfatti quando si trovarono davanti ad un’enorme coppa di gelato e biscotti.

“A proposito, non credo di essermi presentata … sono Sylvia, Sylvia Nasar.”

Susan la guardò per un attimo come se non avesse capito il suo nome. Scosse la testa con un sorriso.

“Scusi, ma lei … lei è stata tra le candidate per il Pulitzer … circa due anni fa, giusto?”

“Giusto.” Il suo tono era privo di qualunque sfumatura di presunzione.

Susan la guardò con occhi pieni di ammirazione e interesse, come se volessero leggerla dentro. In quel momento in cui la sua creatività sembrava totalmente prosciugata sentiva nel profondo di poter trovare un sicuro appiglio negli occhi di quella donna.

“Com’è stato? … Scrivere una biografia … insomma … cosa l’ha portata a scegliere quel personaggio piuttosto che un altro?”

Sylvia fu lusingata da quelle domande, fu lusingata dalla piega che quella conversazione stava prendendo: una sorta di incontro e confronto tra “colleghe”.

“John Nash? Bè … è stato circa un anno e mezzo prima che ricevesse il Nobel. Stavo lavorando ad un pezzo di economia per il Times … all’epoca lavoravo lì; giravano voci su un tale genio della matematica che aveva passato trent’anni della sua vita dentro e fuori da ospedali psichiatrici perché malato di schizofrenia e che pare fosse in lizza per il Premio Nobel. Mi sono detta ‘caspita! Sembra una tragedia greca! Un misto tra un’opera Shakespeariana e una favola.’ Non è stato facile, di lui si sapeva poco, quasi nulla, data la sua vicenda. E’ stato difficile mettere insieme i vari pezzi del puzzle. Lo stesso Nash aveva problemi a ricordare ampie porzioni della sua vita. Essere precisi per me era fondamentale, lo è sempre stato.”

Susan ascoltava rapita le parole di quella donna che sembrava rivivere tutti quei momenti e ritrovò molto di sé stessa in lei. Anche Susan era sempre stata estremamente pignola, per lei i dettagli erano ciò che rendevano speciale uno scritto, sia che si trattasse di un racconto per bambini, che di uno per un pubblico più maturo. Da anni seguiva un sogno che però non le sembrava essere stato realizzato dalla fortuna di una serie di racconti per bambini che per caso aveva deciso di spedire ad una casa editrice. Cercava qualcosa di più, erano anni che lo cercava, aveva lasciato il suo paese per andare a cercare la sua idea originale … ma sembrava stato tutto inutile … fino a quel momento.

“E che cosa la spinta a non mollare?”

“Bè, innanzitutto le scadenze imposte dal mio editore che non vanno mai sottovalutate, mi era stato concesso un periodo di permesso di circa due anni e mezzo da parte del New York Times dopo il quale, per me, sarebbero cominciati i guai …” strizzò l’occhio per poi tornare subito seria. “…no, a parte gli scherzi … io li ho conosciuti … i Nash … ho parlato con loro, ho sentito dalla loro voce, di lui e soprattutto della moglie, che cosa aveva significato per loro quel periodo oscuro e assurdo seguito poi dalla più inaspettata delle riprese. La difficoltà e le notti in bianco trascorse tentando di rimettere insieme i pezzi di un puzzle confuso sono state ampiamente compensate dalla gioia che provai nell’ascoltare la loro storia. Era la stessa forza che loro avevano avuto che mi aveva spinto ad andare avanti, a non mollare. Sentivo che quella storia aveva qualcosa di magico, una forza misteriosa, forse lo stesso amore che li aveva tenuti uniti nonostante tutto. Una vera fonte di ispirazione.”

Susan la guardava in silenzio con occhi brillanti.

“Mi scusi, sono la solita chiacchierona.”

“Non lo dica neppure, quello che dice per me è … insomma … è come se avessi aspettato parole del genere da sempre e ora le ho sentite … le sono molto grata!”

“Non mi deve ringraziare, lei sa di cosa parlo, no? Una biografia non è come un racconto di fantasia, ma la passione che lo fa nascere è la stessa, io lo so. Per questo preferisco le sue fiabe a quelle di tanti altri. Lei sente quello che scrive, non è vero?”

“Ogni parola … io vivo per ciò che scrivo.”

Sylvia le sorrise.

“Allora non si deve scoraggiare, chi ha quel tipo di musica dentro non deve aver paura se per un attimo la sente suonare ad un volume più basso.”

Susan la guardò, nuovamente con lo stesso stupore negli occhi e Sylvia le sorrise di nuovo.

“Anche io mi rifugiavo nei negozi per bambini quando sentivo che dovevo cambiare aria...” Le strizzò l’occhio con fare complice. “…ho riconosciuto i sintomi… qualunque cosa sia che ora la sta bloccando, non abbia paura … per me sono stati i Nash, per lei sarà qualcos’altro o qualcun’altro, un gancio, il momento per l’ispirazione giusta lo riconoscerà senza bisogno di andarlo a cercare. E poi chissà …” rise nel proseguire la sua frase, “un giorno potrebbe capitare che la chiamino perché il suo libro ha ispirato un regista!” Rise divertita. Susan la guardò come presa da un presentimento.

“Intende dire … ”

“Già, può accadere, sa? Non ci si crede, ma può accadere davvero. Quando mi hanno chiamata pensavo avessero sbagliato numero.”

“Non la trova un’idea elettrizzante?”

“Per ora se ne parla soltanto, il mio editore aspetta di mettermi in contatto con il regista e il produttore, ma solo il fatto di essere stata l’oggetto di un’ispirazione cinematografica lo considero un onore.”

“Le auguro che questo progetto si realizzi.”

Mentre sembrava che i bambini volessero divorare anche la coppa di vetro che conteneva il loro gelato, la conversazione tra Sylvia e Susan andò avanti per un’altra ora. Ad un tratto Susan si rese conto che le ore che la separavano da Russell erano ancora di meno. Il distacco sarebbe presto stato annullato e soprattutto dopo quell’incontro, il suo desiderio di vederlo, abbracciarlo e condividere con lui l’aria della stessa stanza, era diventato ancora più concreto.

 

***

 

Un rumore attutito, come di piccoli passi, fece aprire gli occhi a Russell, che, stanco del viaggio, aveva appoggiato la testa allo schienale del sedile dell’aereo e si era addormentato. Aprì e richiuse gli occhi un paio di volte prima di rendersi perfettamente conto di dove si trovasse. Più distinto udì il rumore che l’aveva svegliato: una bambina bionda con i capelli raccolti in trecce lunghe e soffici come il colore del suo viso. La guardò e accennò un sorriso: stava correndo su e giù per il corridoio dell’aereo, era un volo tranquillo, senza turbolenze. Non era un problema, pensò per un attimo. La osservava, con una mano a sorreggergli il mento, mentre si era seduta per terra a giocare con la sua bambola. Sorrise di nuovo e in quel momento, come per una sorta di sesto senso solo infantile, la bambina sollevò lo sguardo e ricambiò il sorriso. Russell la salutò con un breve gesto della mano e la bambina si avvicinò.

“Ciao, signore … come ti chiami?”

“Russell … e tu come ti chiami?”

“Melanie.”

“Dov’è la tua mamma, Melanie?”

Con una spontaneità che per un attimo colse di sorpresa lo stesso Russell, la bimba si aggrappò con il braccino intorno al suo collo esprimendo l’intenzione di farsi prendere in braccio. Fu subito accontentata. Avrà avuto quattro anni, ma aveva l’aria molto sveglia e vivace per la sua età. Incominciò a parlare e parlare mentre Russell ascoltava attento e sorridente la storia di come aveva avuto quella bambola in regalo. Un nuovo rumore di passi, questa volta accelerati, gli fece sollevare lo sguardo riportandolo al mondo reale.

“Melanie! Non farmele mai più queste cose! Sparire così senza dirmi niente! …”

Una giovane donna, anch’essa dai capelli biondi, corti e lievemente mossi, si era rivolta alla bambina con uno sguardo che non poteva essere che quello di una madre. Gli sguardi tra lui e Russell si incrociarono: fu un attimo, un istante, forse meno di un secondo, ma inestinguibile. Le rivolse un sorriso come per rassicurarla, e sembrò riuscirci.

“Mi scusi …”

Sembrava che volesse giustificare la sua reazione, come se ce ne fosse stato motivo.

“… Melanie, lascia in pace questo signore.”

“Non si preoccupi … Melanie mi stava raccontando della sua bambola.”

I suoi occhi erano davvero rassicuranti e sciolsero quelli di lei in un sorriso. Russell fece cenno al posto accanto al suo.

“Vuole sedersi? … Il posto è libero.”

“No … io e Melanie non abbiamo un biglietto di prima classe … mi sono addormentata e mi è sgattaiolata via…”

“Non si preoccupi … non penso sarà un problema occupare un posto che comunque rimarrà vuoto fino alla fine del viaggio.”

La donna gli passò davanti per sedersi e in quell’istante Russell provò una strana sensazione di disagio, piacevole, intenso … rischioso.

“Oh … mi scusi … la vuole dare a me, le peserà …”

Con gesto pronto la donna allungò le braccia per prendere tra le sue Melanie che si era addormentata in braccio a Russell. Lui sorrise.

“Non si preoccupi, non mi da nessun fastidio. La lasci pure qui … signorina…”

“… Megan, Megan O’Ryall”

“Russell, piacere.” Avendo cura di tenere ben salda la bimba con un braccio, tese la mano a Megan per stringere la sua. Accennò un sorriso, chiedendosi se non si stesse muovendo su un terreno che sarebbe stato meglio evitare.

“Sta andando a New York?”

“Sì.”

“Anche io, vado a trovare i miei genitori … lei è in viaggio di piacere?”

Russell sorrise.

“Sì, di piacere.”

Nel momento in cui quella donna volse lo sguardo per un attimo altrove, Russell la osservò e fu subito colpito dai suoi lineamenti, così dolci e femminili, la figura esile e minuta come quella di un’eterna ragazzina. Gli occhi gli scivolarono sulla mano sinistra appoggiata al bracciolo del sedile: portava due anelli, chissà perché … gli sembrò una cosa bizzarra. Sembravano due piccole fedi, a guardarle meglio una delle due era lievemente più spessa. Era sposata, dunque.

Megan tornò con lo sguardo su di lui e Russell sorrise cercando di mantenere una certa naturalezza.

“Quanto tempo si tratterrà a New York.?”

“Un paio di settimane, tutto dipende dal lavoro.”

“Lo immagino, anche per me le ferie durano sempre troppo poco … lavoro in una ditta farmaceutica … lei di che cosa si occupa?”

“Cinema.”

“Ah … interessante … in che ambito?”

“Recitazione.” Sorrise non senza una punta di ironia.

Megan abbassò lo sguardo, sembrava ancora più dolce quando era imbarazzata.

“Mi scusi … mi ripete il suo nome?

“Russell … Crowe.” Disse a bassa voce avvicinando il suo viso a quello di lei.

Megan chiuse gli occhi, una leggera risata seguì spontanea. Annuì con la testa.

“Oddio, lei è 'quel' … ‘Russell Crowe’, vero?”

“Se il Russell Crowe che intende lei non è ricercato per omicidio allora sì, quel Russell Crowe sono io.”

“Sono mortificata, io … non l’ho riconosciuta, al cinema non ci vado mai ... mia sorella è l’esperta, …e poi … dio … ma è completamente diverso visto di persona!"

“Forse era la parrucca…”

“Era pure candidato all’Oscar, vero?”

“Sì, sono quello che non l’ha vinto.” un irresistibile espressione ironica si dipinse sul suo viso mentre la mano incessante gli massaggiava la barba. Il suo aspetto era decisamente cambiato dall’ultimo film che lo aveva visto al cinema. Recuperare la forma di un tempo per girare il film successivo gli era costato un lungo periodo di lavoro al suo ranch e quello che, in quei giorni, stava invadendo le sale cinematografiche di mezzo mondo era un uomo dal fisico statuario paragonabile a quello di un dio greco.

Russell sorrise cercando di sdrammatizzare il tutto con un gesto della mano.

“Non c’è nessuna ragione di preoccuparsi … è bello sapere di poter comunque comportarsi come persone normali … e poi … mi creda, non è che si sia persa dei capolavori.” Rise un po’ più sonoramente.

“Ciò non toglie che l’imbarazzo per me sia davvero tanto.”

Russell le sorrise nuovamente con una dolcezza che fino a pochi istanti prima avrebbe creduto di poter riservare ad una sola donna nella sua vita. Megan ricambiò il sorriso e subito dopo Russell volse lo sguardo altrove, lontano, da quel momento e da quella donna. Sentì una stretta allo stomaco, dov’era Susan, perché non era lì con lui a non fargli pensare che a lei? Era seduto da mezz’ora accanto ad una donna di cui non sapeva nulla e sembrava che non ci fosse altro intorno a loro. Non aveva nulla a che vedere con Susan, ma gli piaceva e lo attraeva più di quanto ritenesse che gli fosse consentito. Con Melanie accoccolata sulle sue ginocchia si sentì quasi come se loro tre fossero una cosa sola. Ma che cosa gli stava accadendo? Era confuso, si sentiva a disagio, ma Megan non ne aveva alcuna colpa e si voltò nuovamente a sorriderle quando sentì la sua voce rivolgergli la parola.

“Lo sa che lei è … tu … sei una delle poche persone con le quali ho visto Melanie essere così spontanea?”

“Io e i bambini andiamo molto d’accordo … credo che da certi punti di vista vediamo le cose allo stesso modo.”

“Hai dei figli?” poi si corresse, leggermente rossa in viso. “… scusa, non sono affari miei.”

“No, non ne ho … non che io sappia …” sorrise ironico “Ma mi piacerebbe averne un giorno.”

“Io avrei voluto che Melanie avesse un fratellino o una sorellina, prima che suo padre … ma chi poteva immaginare che sarebbe andata come è andata …” La voce di Megan nel pronunciare quelle parole sembrava piena di malinconica tristezza, Russell ne fu colpito e incuriosito. Scosse lievemente la testa … non capiva il senso di quell’affermazione. Poi sorrise.

“Tu e tuo marito …”

Lo guardò inclinando leggermente il viso da una parte

“Mio marito non è più… sono vedova. Un incidente sul lavoro.” Con un gesto quasi impercettibile sfiorò col pollice della mano sinistra le fedi che aveva al dito. Una, quella più spessa, doveva essere appartenuta a lui.

Per un attimo Russell rimase in silenzio, poi senza pensarci fece scivolare la mano sulla sua e la strinse lievemente con affetto.

“Sono sicuro che avrai modo di avere altri figli, tutti quelli che vorrai.”

Lo guardò con un gesto di gratitudine e per molto ancora le loro mani rimasero unite. Era da molto tempo che un uomo non la guardava con quello sguardo. Se fosse stata la sua bravura di attore a rendere tutto così vero e credibile lei non lo sapeva, ma soprattutto, non le importava. Quei profondi occhi verde azzurri la stavano riportando a sensazioni che credeva ormai perdute perché troppo lontane.

Volavano nel buio da ormai diverse ore e in quell’atmosfera onirica e irreale sembrava che ogni cosa fosse loro concessa. Osservando i tentativi di Megan di trovare una posizione comoda per dormire Russell si preoccupò per lei.

“Puoi appoggiarti a me se non riesci a riposare con le testa appoggiata al sedile.” Subito dopo avrebbe voluto non aver pronunciato quelle parole. Ma il viso tiepido di Megan appoggiato alla sua spalla lo rilassava e a poco a poco chiuse gli occhi anche lui.

 

In un flash, un susseguirsi di immagini e pensieri gli si presentarono alla mente. Erano stati anni molto intensi. I vari tour promozionali lo avevano portato in giro per gli Stati Uniti, l’Australia e l’Europa e gli impegni si erano susseguiti senza sosta. Susan aveva fatto in modo di stare insieme a lui il più a lungo possibile. I primi tempi li avevano vissuti con un’intensità e un’euforia che non avevano pari, incuranti di qualunque cosa non facesse parte dell’immediato presente. Partecipava agli eventi mondani che il suo ruolo richiedeva con maggior predisposizione d’animo annullando il mondo intorno a sé grazie a quello che si stava creando con Susan. Il loro gioco preferito, quando si trovavano ad una festa circondati dalla solita massa di gente, era quello di far finta di non conoscersi, scorgersi tra la folla e intavolare un divertente gioco di seduzione che spesso lasciava molti dei presenti alquanto straniti. Quando invece Russell lo riteneva assolutamente necessario, sgattaiolavano via, mescolandosi tra la gente comune divertendosi a giocare a farsi cercare dai giornalisti curiosi; era successo così a Venezia, in occasione del Festival del Cinema e in molte altre circostanze. Russell ripensava a quei momenti, cercava di aggrapparsi ad essi soprattutto in quell’istante in cui sentiva che qualcosa gli stava sfuggendo di mano. L’ultimo film lo aveva costretto lontano da Susan più di quanto il suo cuore avrebbe voluto sopportare. Erano state le braccia di Susan ad avergli dato il conforto di cui aveva sentito il bisogno la notte in cui quell'Oscar non gliel'avevano dato. Non c’era sorriso che potesse eguagliare quello di Susan, ma non aveva smesso di tenere la mano di Megan stretta nella sua per tutto il tempo in cui i loro occhi erano rimasti chiusi. Li aprì risvegliandosi e la guardò … se in quel momento nella sua vita non ci fosse stata nessun’altra, che posto avrebbero avuto loro in quell’istante di vita? Spostò la mano che copriva quella di Megan che si mosse nel sonno, fece scivolare il suo braccio attorno a lei appoggiando il suo viso ai suoi capelli. Melanie ormai dormiva da un paio d’ore. Di lì a poco sarebbero atterrati a New York.

 

***

Distesa nel letto Susan ripensò all’incontro di quella giornata. Ogni tanto rideva non credendo che fosse realmente avvenuto. Si girò su un fianco e chiuse gli occhi stendendo lentamente un braccio in direzione dell’altro lato del letto. Mise la mano sotto al cuscino e presa da un brivido di gioia lo trascinò verso il suo viso per sprofondarvisi subito dopo: per quanto lunga potesse essere l’attesa o il tempo in cui lei e Russell dovevano stare lontani, aveva l’impressione che il suo profumo non lasciasse mai quella stanza, quel letto e tutto ciò su cui avrebbe potuto posarsi, come a far sentire sempre e comunque la sua presenza vicina a lei. Così abbracciata al cuscino si addormentò come una bambina, la notte dopo non sarebbe stata più sola.

 

 

Quando Susan arrivò all’aeroporto Kennedy l’aereo era atterrato da pochi minuti. Nel cercare Russell con lo sguardo di sfuggita vide una donna, avrà avuto la sua età, era bionda, coi capelli corti. Era vestita in modo molto sportivo, come piaceva vestire anche a lei; teneva per mano una bambina bellissima con i capelli raccolti in due trecce lunghe. Le assomigliava molto, forse era sua figlia. I loro sguardi si incrociarono, solo per un istante; quella che provò fu una strana sensazione, ma non riuscì a spiegarsela, sentì come se tra loro ci fosse un legame. Cosa alquanto improbabile visto che non si erano mai viste. In quell’incrocio di sguardi, per una frazione di secondo, si sorrisero, come per accennare un saluto. Era tutto così irreale. Susan volse uno sguardo verso la bambina che teneva stretta a sé la sua bambola. Poi entrambe si allontanarono a cercare i loro bagagli.

Poco dopo Russell, quasi per ultimo, sbucò tra gli ultimi passeggeri. Era così felice di vederlo, e gli occhi di lui non esprimevano il contrario. Le sorrise, poi tornò serio e si diresse verso di lei. Lasciò perdere il carrello coi bagagli e l’abbracciò così stretta, come se in realtà stesse per partire e lasciarla di nuovo.

“Ciao, Susie” disse piano, con il viso stretto al suo.

Susan non fece quasi in tempo a guardarlo negli occhi; le prese il viso tra le mani per baciarla. Non si sa per quanto tempo le sue labbra giocarono con le sue, per quanto a lungo il calore della sua lingua si mescolò al respiro pieno di desiderio di Susan quasi colta di sorpresa da quello che le sembrò un bacio lungo come l’eternità. ‘Ti porterò dove vuoi’, sembrava volerle dire. Tutto scomparve e il mondo cominciò a girare al contrario.

 

Tornarono a casa e durante tutto il tragitto, sembrava che Russell non riuscisse a staccare gli occhi da Susan, concentrata a guidare, che però ogni tanto lo guardava e rispondeva ai suoi sorrisi. Che cosa gli era capitato sull’aereo? Che cosa gli era saltato in mente? Voleva cancellare quella sensazione di disagio che aveva, sperò che non trasparisse dai suoi occhi. Ma in realtà, più guardava Susan, più si sentiva profondamente in colpa. Chiusa la porta dell’appartamento, che Russell conosceva ormai molto bene, Susan buttò le chiavi sul tavolino del salotto.

“Eccoci a casa …”

Russell era appena dietro di lei. Susan si voltò:

“… vuoi farti una doccia o preferisci…” ‘Mangiare qualcosa’ avrebbe voluto dire se Russell non le avesse impedito di finire la frase sollevandola senza fare troppa fatica e portarla in camera.

“Preferisco.” Fu la sua risposta.

 

Rinfrescato da una doccia fredda Russell rientrò in camera dove ancora Susan stava dormendo. Si sedette accanto a lei e incominciò ad accarezzarle il viso sorridendo con una lieve sensazione di malinconia che sembrava tormentarlo con una domanda. Aveva fatto l’amore con lei per soffocare il suo senso di colpa? Era stato capace di arrivare a tanto? Stronzate, non era affatto vero! L’accarezzò dolcemente sulla schiena cercando di pensare solo a lei e a quel momento. Nessun passato, nessun futuro, nessuna donna su nessun aereo … solo quel momento. Susan aprì gli occhi cullata da quei gesti affettuosi.

“Ciao.”

“Ciao.”

“Continua pure a fare quello che stavi facendo.”

Russell rise.

“Sissignora!”

Russell vide quelli che sembravano appunti appoggiati sul comodino di Susan.

“E’ un’idea alla quale sto lavorando.”

“Un altro racconto per bambini?”

“No, in realtà è qualcos’altro, ma non sono molto soddisfatta per il momento.”

“Come mai?”

“E’ qualcosa di un po’ diverso dal solito, non sono sicura … di tante cose.”

“Posso leggere?”

“No, per favore, non prima che sia finito.” Con un gesto brusco prese i suoi appunti.

“Va bene, va bene. Non li tocco.” Sorrise.

“Russ, cosa c’è?”

“Cosa? … Niente … perché?”

“Hai una faccia strana.”

“Sono solo un po’ stanco.”

Russell sorrise inclinando la testa da un lato.

“Non ti preoccupare, non è niente.”

“Ti prometto che stanotte ti lascio dormire … domani cosa vuoi fare? Ti va un picnic a Central Park?”

“Tutto quello che vuoi.”

Si tolse l’accappatoio e si riinfilò sotto le lenzuola accanto a lei. La strinse tra le braccia mentre sentiva che lei si stava addormentando tranquilla. Russell rimase ancora a lungo sveglio con gli occhi aperti nel buio a pensare mentre sentiva la pelle morbida di Susan sotto le sue dita.

***

 

Se c'era una cosa che Russell amava di New York era il fatto che lui e Susie potevano passeggiare tra la folla o per la strada come due persone qualunque, senza doversi preoccupare di essere chi non volevano essere. Central Park era pieno di vita: c'erano bambini che giocavano tra loro sotto l'occhio vigile di genitori o baby-sitter, cani con il loro padrone, coppie sedute sulle panchine, ragazzini che tiravano briciole di pane alle anatre che nuotavano nel laghetto. E loro due con gli altri. Avevano disteso una coperta sotto un albero: potevano vedere tutto ciò che li circondava e allo stesso tempo non essere visti. Ciò che Susan adorava era il silenzio così pieno di vita che era in grado di percepire quando camminava con lui. Mano nella mano erano state molte le volte in cui non avevano avuto affatto bisogno di parlarsi per dirsi che stavano bene uno accanto all'altra. Sia per mano che abbracciati la loro gioia non aveva bisogno di esprimersi a parole, nemmeno quel giorno.

Sdraiati a pancia in giù sotto il loro albero Susan stava facendo le parole crociate mentre Russell leggeva un libro. Lasciava la mano di Susan solo per voltare le pagine. I bambini che giocavano ogni tanto gli facevano sollevare lo sguardo che rimaneva a lungo fisso nel vuoto. Una bimba con le trecce bionde, vista di sfuggita, lo fece sussultare; con uno strano timore nel cuore temeva quasi il momento in cui si sarebbe voltata. Lo fece … non era Melanie … e si sentì sollevato. Sembrava che quasi fosse perseguitato dai suoi sensi di colpa, insistenti e incancellabili.

"6 verticale, un penny per i tuoi pensieri."

"Non la so …"

"Russ…"

"Cosa?"

"Russ, a che cosa pensi?"

"Scusa, mi ero distratto … 6 verticale, dicevi?" Russell puntò il dito sulle caselle del 6 verticale con sguardo interessato. Susan che lo guardava con la matita in bocca.

"Non importa, ci arrivo da sola …"

Il cellulare di Russell squillò. Guardò Susan, "Scusami".

"Pronto … ciao …sì ieri sera … bene, grazie."

Russell guardò Susan e le sorrise strizzandole l'occhio continuando a parlare al telefono.

"Dimmi … no … no … sì, ma mandali a fanculo quelli là, col cazzo che glielo diciamo!"

Susan rise continuando ad occuparsi delle sue parole crociate mentre Russell con una mano teneva il telefono e con l'altra le passava una mano tra i capelli sorridendo con lo sguardo rivolto dritto davanti a lui concentrato sul suo interlocutore.

"Va bene … sì … sì è qui con me, d'accordo riferisco. A risentirci. Ciao. Ciao."

"Chi era?"

"Ti saluta Ridley."

"Ah grazie, va tutto bene? … Non vorrà mica portarti di nuovo via da me?!"

Russell si avvicinò alle sue labbra per un bacio, intenerito dal suo tono preoccupato. In quel preciso istante fu il cellulare di Susan a squillare. Lievemente infastidito per essere stato interrotto, Russell si fece da parte e Susan strizzandogli l'occhio ribatté con voce civettuola e facendo finta di sistemarsi i capelli.

"Oh, questo dev'essere George Clooney."

Russell rise scuotendo la testa e tornò al suo libro.

"Hey Sabri! Che sorpresa! Come stai?"

Sabrina era partita per passare qualche giorno insieme ad Edward e Marlon a Boston, dai genitori di Edward.

"Sì, è arrivato ieri sera, sta bene … ha appena finito di parlare col suo capo." Guardò Russell con aria ironica e fu ricambiata con lo stesso sguardo.

"…voi quando pensate di tornare? … Ah, sì, penso che ci sarà ancora, non mi ha detto quanto si ferma … ma se se ne va senza dirmelo scappo con Brad Pitt e lui lo sa." Strizzò l'occhio a Russell mandandogli un bacio con le labbra. Intanto Russell aveva incominciato a fare strani gesti nel tentativo di farsi dare il telefono.

"Aspetta che ti vuole parlare e cerca di strapparmi il telefono di mano … ecco, te lo passo."

"Hey, voi due, avete finito di parlare di uomini?! … Ciao Sabri … tutto bene? State facendo i bravi tu ed Edward? … Come? … No, lo sai che io con Susan il bravo non lo faccio mai." Rise sonoramente. "Senti, Marlon c'è? … D'accordo allora gli parlo un'altra volta … divertitevi anche voi, ti ripasso Susan … ciao."

Mentre Susan continuava a parlare al telefono Russell ogni tanto leggeva qualche pagina del suo libro, ma era così bello sentire il suono lieve della risata di Susie, o comunque la sua voce, sempre e in qualunque circostanza. Non c'era cosa che non avessero condiviso. Sin dal primo giorno in cui si erano conosciuti, tra loro, c'era solo stata la verità e non c'era mai stata ragione di pensare che fosse necessario qualcosa di diverso. Fino a quel momento. Sentiva il bisogno di parlarle, ma non riusciva a capire se era per condividere qualcosa, o per scaricare su di lei il suo forte senso di disagio. Glielo avrebbe detto, aveva deciso. Le avrebbe raccontato di Megan. Susan salutò Sabrina e riattaccò. C'era un bel sorriso stampato sul suo viso. Chiuse il suo giornale e si girò a pancia in su scivolando sotto il braccio di Russell per guardarlo negli occhi. Appoggiò la testa sul suo libro ancora aperto e con l'indice gli sfiorò i contorni del viso appena velati da una barba curata. I suoi occhi non smettevano di guardarlo quasi come se fossero stati in adorazione di un idolo. Russell la guardava silenzioso ogni tanto accennando un sorriso, mentre i suoi occhi scorrevano da quelli di Susan alle sue labbra.

"Ti saluta anche Edward."

"Grazie"

“Marlon era sulla spiaggia a giocare con i suoi cuginetti.”

“Capisco.”

Susan avvicinò il viso di Russell al suo e lo baciò piano. Riaprì gli occhi che sembravano tristi, come se fosse stata presa dalla lontana, ma ben nota sensazione di un distacco imminente; lo abbracciò forte sentendo le braccia di Russell passarle dietro la schiena per abbracciarla di più. 'Non andare più via' sembrava che gli stesse chiedendo. Si fermò a guardarlo negli occhi, erano così buoni e sicuri per lei, lo erano sempre stati. Si sentì così protetta e capace di fare e dire qualunque cosa quando era con lui. Gli accarezzò la guancia con la mano: se la sua felicità fosse stata misurabile in carezze era pronta a trascorrere il resto dei suoi giorni accarezzandolo.

"Russ …"

"Dimmi …" la guardava sorridendole con tenerezza e affetto.

"Anche io voglio un bambino."

Colto di sorpresa da quella richiesta Russell si guardò attorno con aria buffa e tornando a guardarla facendo finta di essere scandalizzato ribatté.

"Adesso?"

"Smettila … sai cosa intendo."

Il viso di Russell tornò serio e il suo sguardo intenso dritto dentro ai suoi occhi.

"Sì, so cosa intendi … vedrò cosa posso fare.” Le diede un bacio. La baciò di nuovo e un'altra volta. Quello che voleva dirle avrebbe dovuto aspettare. 


segue

 

Questo sito e' creato, mantenuto e gestito da lampedusa. Se hai bisogno di contattarmi, scrivimi all'indirizzo lampedusa@tin.it. Se hai delle informazioni da segnalarmi, contattami via email. Il sito e' online dal 21 febbraio 2001. Pagina creata il 30/12/2003