Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Ritrovarsi (Quinta parte) (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la sesta parte) (leggi la settima parte) (leggi l'epilogo)
autrice: AleNash 
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 20 ottobre 2003
argomento della storia: Susan Mc Arthur sogna di diventare scrittrice, il suo migliore amico di fare l'attore. Lei parte per l'America, lui rimane in Australia. Ma i loro cammini sono destinati a incrociarsi.
riassunto breve: Susan e Russell partono insieme per Los Angeles…
immagini: Ely
note:  Ringrazio ancora di cuore la mia mitica socia Ely.:-)

RITROVARSI

PARTE QUINTA

Ritorno a Los Angeles

 

Il volo per Los Angeles atterrò puntuale come da programma: uno scenario e soprattutto un clima completamente diverso, accolsero Susan abituata a quello newyorchese. Russell era più abituato al caldo e al sole della California e soprattutto conosceva quei luoghi molto bene, anche se la sensazione nel rivederli con accanto Susan era del tutto nuova e stimolante. Era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta in cui c’era stato. Dell’ultima, poi, non aveva un gran ricordo. All’epoca era come se si sentisse in parte svuotato e incapace di riempire quel vuoto. Poi quel viaggio a New York … Mentre teneva da una parte la valigia di Susan e dall’altra lei stessa per mano, ripensava di sfuggita a quei momenti come se ormai appartenessero ad una persona diversa.

Le piaceva osservarla mentre lei guardava altrove e sorrideva nel vederla guardare fuori dal finestrino del taxi con la stessa curiosità di una bambina che si trova davanti a qualcosa di nuovo.

 

Dopo non molto arrivarono all’albergo e di lì sarebbero poi andati direttamente agli studi per sistemare le ultime cose ed entrare in contatto con tutto il cast. Susan si sentiva catapultata in un mondo completamente nuovo ed era piacevolmente nervosa e allo stesso tempo emozionata nel notare ormai la disinvoltura di Russell nel muoversi in un ambiente che, lei, aveva sempre visto come qualcosa di così diverso dal mondo del quale aveva scelto di far parte.

La spontaneità che però aveva sempre caratterizzato l’indole di Russell nel rapportarsi agli altri, stava rendendo le cose molto semplici e l’atmosfera decisamente più umana di quanto Susan non si sarebbe mai aspettata in un primo momento. Il campo in cui per anni era riuscita a farsi un po’ di strada era diverso, non poteva certo paragonare la sua notorietà a quella di Russell al quale si sentiva ogni istante più vicina, grata per ogni sorriso che le rivolgeva in mezzo alla folla come se avesse percepito che lei ne sentiva il bisogno, rassicurata dalla sua mano stretta nella sua e del suo braccio che le cingeva teneramente la vita e che non l’abbandonava nemmeno quando era coinvolto in conversazioni con altri.

 

“Vieni che ti presento una persona…”

“No, mi vergogno.” Lo sguardo di Susan rivolto verso il basso e il suo tentativo di trattenerlo per un braccio lo fece scoppiare in un’affettuosa risata. Le baciò una tempia. “qui nessuno mangia nessuno … e se qualcuno ci prova ti salvo io, non preoccuparti.” disse con fare ironico.

“Guy, ti presento Susan.”

“Hey, come stai?”

“Bene, piacere di conoscerti, Guy”

“Hey, … ma tu sei dei nostri!” disse notando, con una punta di orgoglio, la cadenza australiana ancora presente nella parlata di Susan.

“Non più amico, Susan è l’australiana più anomala che ti capiterà di conoscere! Ha tradito la patria per gli Yankee.” Ribatté Russell strizzando l’occhio con camuffata aria severa.

“Russ esagera sempre, il mio cuore è sempre australiano!”

“Di sicuro lo è quello di chi possiede il tuo!” ribatté Guy prima di allontanarsi, con un sorriso ed un evidente cenno alla premura con cui Russell la teneva stretta a sé nel parlarle.

Guy aveva un’aria simpatica e sembrò capirsi subito anche con Russell. Susan fu presentata a tutti i membri del cast e infine anche al regista, e a poco a poco cominciò a sentirsi a suo agio.

 

Ancora più rassicurante fu la comparsa, dopo ore che si sentiva sballottata da una sorpresa all’altra, di una faccia nota. Russell aveva dovuto lasciarla per un attimo sola per andare a prepararsi per una serie di foto preliminari e per la prova dei costumi, e vedere Mark spuntare da chissà dove la fece sentire in un certo senso di nuovo a casa sua.

“Susan, come stai?”

“Bene, credo … un po’ frastornata, direi … mi chiedo come faccia Russ, qualche ora fa eravamo ancora sull’aereo … non sta fermo un attimo …”

“Bè, ci vuole il fisico! Ma dimmi un po’ di te … chissà perché in un certo senso mi aspettavo che sarebbe andata a finire così.” Mark le sorrise dandole un buffetto sulla guancia.

“Così come?”

“Tu e lui, qui.” riprese “Allora, significa che ti rivedremo in Australia?”

“Non lo so, del ‘dopo’ non abbiamo ancora parlato.”

“Fai bene, meglio non fare progetti, ma qualunque cosa tu gli stia facendo continua così perché non l’ho mai visto così in forma.”

 

Come Susan già sapeva, c’era un camper piuttosto grande nel quale lei e Russell sarebbero rimasti per quasi tutto il tempo delle riprese. Entrò per sistemarsi, elettrizzata al pensiero di poterlo vedere recitare sul serio, completamente immerso nel suo ambiente, era come se anche a lei venisse data l’opportunità di recuperare gli anni che non aveva avuto modo di vivere a stretto contatto con lui. Jeremy, appassionato del settore, aveva spesso portato a casa cassette non normalmente in circolazione sul mercato; una sera era riuscito a farsi mandare da fornitori australiani, uno dei film interpretati da Russell. Le aveva voluto fare una sorpresa, avendo saputo da Sabrina, di questo misterioso amico che sognava di diventare attore, e le aveva portato a casa la videocassetta di una sua interpretazione: “Istantanee”, sorrise al pensiero che era stato proprio da quel momento, vedendo quel film, che Sabrina aveva iniziato a scherzare esplicitamente sull’avvenenza del fondoschiena di Russell. Nel vederlo recitare, così, dietro ad uno schermo, nei panni di una persona diversa da quella che era, aveva provato un senso di profonda nostalgia, di una malinconia che non era riuscita a giustificare o a spiegare fino alla prima notte in cui era riuscita, dopo tanti anni, finalmente a toccarlo, a sentirlo vicino a sé fin nel profondo del suo corpo e del suo cuore; allora sì che era riuscita ad annullare il senso di irraggiungibilità che quegli anni le avevano incollato nell’anima. Una voce alle sue spalle la riportò al presente.

“Ti sei sistemata?”

“Russ, sei tu … oddio, ma … Russ!…”

“Come sto? … No, se mi guardi così mi fai preoccupare. Dov’è lo specchio? … Bè dai, non sono tanto male.” Russell rivolse lo sguardo alla sua immagine nello specchio osservando entrambi i profili e sistemandosi, con rapidi gesti della mano, i capelli appena tagliati. Poi guardò Susan ancora incapace di dire una parola.

Le si avvicinò facendole passare entrambe le braccia dietro alla schiena parlandole come un genitore che cerca di consolare un bambino deluso.

“Dai, vedrai che ricresceranno … è Bud che li porta così … sai … esigenze di copione.”

Susan trasformò il lieve broncio infantile dipinto sul suo viso in un lieve sorriso in risposta ai piccoli baci che Russell aveva cominciato a darle sulla fronte e poi sulle guance in un modo in cui lei, ormai lui l’aveva imparato, non avrebbe resistito a lungo.

“Lo so … ma tutti i tuoi bei ciuffetti …”

“Non ti piaccio così?” disse con un tono infantile e cominciando a baciarle le labbra ogni volta che lei cercava di aprire la bocca per rispondergli.

“Sei bellissimo anche così …” rispose con un fil di voce completamente persa in quel piacevole gioco di seduzione al quale aveva voglia di abbandonarsi più che volentieri. Tenendola stretta incominciò a camminare guidandola verso quello che sarebbe stato il loro letto per numerosi mesi a seguire.

“Ma come ti devo chiamare? Bud … oppure … Russ…?” chiese con quello che più che una domanda era ormai un insieme di parole sussurrate tra un respiro e l’altro, fiato nel fiato, labbra su labbra fino all’abbandono totale dei loro sensi.

“Chiamami come vuoi…”

 

Inizio delle riprese: paure e conferme

Mai, come dal momento in cui incominciò a seguire la vita di Russell da un punto di vista professionale, Susan si era accorta di come si potesse lavorare seguendo gli orari più imprevedibili. A volte non c'erano notti per dormire o giorni per vivere normalmente; tutto era legato alle esigenze del regista che plasmava i suoi personaggio come creta sotto le sue mani. Susan si abituò ben presto a vivere in sintonia con gli orari di Russell: non avrebbe voluto perdersi un solo istante delle sue trasformazioni. Seduta sulla sedia posizionata vicino a quella degli altri attori, e di solito occupata da loro stessi quando non erano impegnati a girare qualche scena, si godeva in silenzio la sua posizione "privilegiata" pronta a cogliere ogni suo sguardo, ogni suo gesto, qualunque cosa che inevitabilmente non faceva altro che riconfermarle lo straordinario talento che era da sempre parte integrante di Russell. Lo osservava mentre con attenzione ascoltava il regista che gli dava consigli su come rendere al meglio l'effetto della scena. Era così affascinante vederlo gesticolare mentre, com'era giusto che fosse, lo stesso Russell, subito dopo, spiegava come lui sentisse di dover interpretare il suo personaggio. Lo vedeva ripetere alcune scene una, due … anche trenta volte; a volte si trattava solo del modo in cui doveva attraversare un corridoio con una mano in tasca sibilando frasi sarcastiche al suo antagonista; quando non era il regista la persona insoddisfatta, capitava che lo fosse Russell stesso. Era bravo ad estraniarsi dal mondo reale per entrare in quello del suo personaggio. Talvolta la sua trasformazione era così totale da essere quasi inquietante come se davvero, non una, ma due persone … tutte quelle che lui desiderava, fossero parte integrante di un solo uomo. Era affascinata, attratta, mentalmente e fisicamente sedotta da tutti i suoi aspetti e non si sarebbe mai stancata di stare a guardarlo.

 

Russell stava agitando in aria entrambe le braccia verso la telecamera.

"Stop! Stop! Stop! La rifaccio … faceva schifo!"

"Dopo la pausa, un quarto d'ora, gente! Poi riprendiamo!"

A volte spariva senza tornare per lunghissimo tempo, Susan incominciò ad abituarsi anche a quello. Ogni tanto lo vedeva passare mentre si spostava da uno studio all'altro, le strizzava l'occhio salutandola con un gesto della testa e Susan rispondeva con un gesto della mano, ma quando ne aveva il tempo andava da lei. Era a tratti sfuggente, a tratti affettuoso e Susan, pur sentendo la mancanza della loro intima complicità, incominciò ad accettare quel suo modo di essere come tipico di quando stava lavorando.

"Allora … che te ne sembra?" le diede un leggero buffetto sulla guancia.

"E' la cosa più affascinante alla quale abbia mai assistito."

"A parte me, voglio sperare!" aveva un'aria tra il serio e l'ironico.

"A parte te, naturalmente!"

"Sul serio, non ti stai annoiando?" aveva uno sguardo sinceramente preoccupato e ogni tanto guardava verso il regista in attesa del segnale che desse il via ad una nuova serie di riprese. In piedi davanti a lei, la guardò con sguardo tenero sfiorandole il viso con le dita.

"Devo andare adesso … non vorrei, ma devo proprio."

Susan gli sorrise in silenzio.

"Ti guardo da qui."

"Ciao."

Di spalle, a pochi passi da lei, lo guardava mentre si allontanava. In quel preciso istante fu invasa da una strana sensazione, di paura come se stesse vivendo un allontanamento reale. Vederlo camminare via la riempì come di una sorta di presagio inspiegabile. Per un attimo fu come se lo stesse perdendo: una visione futura? Una paura presente? L’amore era in grado di confondere la mente con la facilità con cui l’acqua bollente poteva rendere invisibile il ghiaccio.

 

 

***

 

Il tempo passava in fretta, le riprese andavano avanti e i giorni di riposo, concessi dal regista, con l’andare delle settimane e successivamente dei mesi, erano, per Susan, sempre troppo pochi. Guardare Russell recitare era una gioia inenarrabile, ma il prezzo da pagare era la crescente consapevolezza che Russell non era solo suo. Lo doveva condividere anche con altri, cosa che a volte riusciva ad accettare, ma che non le risultava sempre facile. Seguire i suoi ritmi l’aveva portata inevitabilmente a cambiare anche i suoi, era molto stanca e la stanchezza le faceva sentire ancora di più la mancanza delle sue attenzioni. Capiva che più ammetteva al suo cuore quanto forti fossero i suoi sentimenti, più era difficile condividere il suo tempo, i suoi sguardi e i suoi sorrisi con tutte le altre persone che, per lavoro o per altre ragioni, si mettevano tra di loro. Appostate fuori dalle transenne c'erano diverse donne e ragazze, di tutte le età, in attesa che lui passasse per caso dalla loro parte, magari per avere un autografo o, pensò, magari anche per qualcosa di più. Le guardava con una sorta di lieve disprezzo ricordandosi le innumerevoli volte in cui anni e anni prima, Russell era tornato a casa dopo che l’ennesima porta gli era stata chiusa in faccia. Aveva sudato tanto per essere lì, lei lo sapeva bene; anni prima nessuno sapeva chi fosse e ora … com’erano cambiate le cose. La gente era in grado di metterti su un piedistallo con la stessa rapidità di un battito di ciglia, ma quante di loro lo avevano consolato, ascoltato ed avevano condiviso ore e ore di sfoghi con lui nei momenti più difficili in cui credeva di non potercela fare? Le guardò di nuovo. Chissà, forse se lei non fosse stata lì con lui in quel momento, Russell avrebbe elargito i suoi favori ad altre. Era possibile, in fondo non era mai stato insensibile al fascino femminile, e in quell'ambiente non era da escludere che si approfittasse della propria posizione per arrivare dove magari non si sarebbe riusciti ad arrivare se non si fosse stati circondati da un aurea di successo. Forse Russell non era nemmeno tanto diverso dagli altri. Si sentì impazzire alla sola idea di lui con un'altra donna e la scena alla quale assistette poco dopo, girato l'angolo di un capannone, non l'aiutò a dominare l'improvvisa ondata di spaventosa gelosia che si era irrazionalmente impossessata di lei. Russell e Kim stavano parlando, non c'era alcuna telecamera in giro, nessun regista pronto a dare inizio alle riprese … erano solo loro due. Lui le sorrideva mentre lei parlava e ogni tanto era lei a sorridergli. Perché lui le toccava il braccio nello stesso modo affettuoso che aveva usato tante volte con lei? Che bisogno c'era di sfiorarle la guancia con la mano e di sorriderle di nuovo? E soprattutto … che diavolo ci faceva lei in vestaglia?!? Lui le scostò una ciocca di capelli e fu in quel momento che Susan non riuscì a non far notare la sua presenza. Si diresse verso la coppia con passo sicuro e sguardo severo che reclamava una spiegazione immediata. Russell era felice di vederla, era da un po' che si stava domandando dove fosse. Susan non rispose al suo saluto, ma si chiuse nel camper sbattendo la porta. Passò un lungo minuto prima che lui arrivasse col copione in mano.

Susan camminava nervosamente sentendosi come un leone in gabbia costretto in uno spazio troppo piccolo per la quantità di rabbia che sentiva di dover smaltire in quei passi, e con un gesto nervoso incominciò a tormentarsi le unghie con i denti. Perché non le rivolgeva la parola?

Russell leggeva il suo copione e nel frattempo si era messo a mangiare una mela presa dal frigo. Distrattamente alzò lo sguardo e notò il suo atteggiamento irrequieto. Fece un mezzo sorriso stupito.

"Tutto a posto?"

"Sì!" disse con un tono che lasciava intendere solo il contrario.

Con sguardo perplesso Russell ritornò con gli occhi sul copione. Susan stava facendo ogni cosa possibile perché la sua attenzione tornasse su di lei. Spostò le sedie rumorosamente, sistemò dei libri sbattendoli sul tavolo e per finire aprì il rubinetto lasciando che l'acqua scorresse a lungo anche dopo che il bicchiere che aveva riempito era più che colmo. Distratto da quei rumori Russell alzò di nuovo lo sguardo verso di lei tenendo il copione chiuso, con l'indice infilato tra le pagine per non perdere il segno.

"Ok, … che cosa è successo?"

"Niente!"

" … ‘Niente’ detto con quel tono, vuol dire “tutto” … avanti, perché fai così?"

"Non sto facendo niente!"

"Vuoi metterti a giocare?" disse scoppiando a ridere, allargando le braccia e guardandola come se si fosse trovato davanti ad una bambina.

"Come mai eri lì con … con …" gesticolava furibonda fendendo l’aria alla ricerca delle parole.

"Kim." finì lui la domanda

"Ecco, … come mai?"

"Dobbiamo girare la scena in cui Bud racconta a Lynn di come suo padre abbia ucciso sua madre."

Susan si strinse nelle spalle, da una parte sapeva di non essere nel giusto, ma per qualche strana ragione non riusciva a far cambiare piega a quel discorso. Esitò guardando verso il basso. Russell aveva ripreso a leggere le sue battute.

"E … la dovrai … baciare?"

"Così pare ..." Aveva un tono assolutamente neutro, concentrato su quello che stava leggendo. Susan, appoggiata al letto non la smetteva di tormentarsi le unghie persa in chissà quali pensieri. Dopo un attimo Russell chiuse il copione.

"Ok, é ora, devo andare." Con un rapido gesto si tolse i pantaloni e subito dopo anche i boxer, prese l’accappatoio e lo indossò con lo sguardo di Susan ancora sconcertato.

"Dove vai?" gli occhi di Susan erano increduli e quasi non si accorse di quanto la sua domanda sarebbe potuta apparire ridicola, ma non le importava.

"Come ‘dove vado’? In scena."

"E ci vai … conciato così?" il gesto brusco rivolto alla sua tenuta quasi adamitica era più che eloquente, quasi quanto il tono sarcastico con cui aveva posto quella domanda. Russell la guardò con un sorriso ancora più perplesso.

"Sì, e come altro ci devo andare?"

"Lei in vestaglia e tu nudo?!?"

"Susan … non ho tempo di entrare nel merito della discussione adesso … ci vediamo più tardi?" il suo tono era leggermente seccato ed esasperato. Non riusciva a capire perché Susan si stesse comportando così e quello non era certo il momento adatto per scoprirlo.

"Forse sì, forse no."

"Vieni a vedermi?"

Per tutta risposta Susan gli voltò le spalle e Russell non insistette oltre. Il rumore della porta che si chiuse fu come un pugno allo stomaco per Susan che sperava tanto che lui fosse restato a chiederglielo un'altra volta. Ma si sentì sciocca al solo pensiero. Lo conosceva bene, non lo avrebbe mai fatto. Sopraffatta dalla sua cieca gelosia non era riuscita a dominare sé stessa, a vedere le cose con obbiettività, era riuscita solo a vedere le sue esigenze e lo aveva fatto andare via così, senza una parola. Si lasciò crollare sul letto tenendosi stretta al cuscino come se ci fosse stato lui al suo posto. Le veniva da piangere e non ci riusciva, era come se le stesse sfuggendo il controllo della situazione, aveva paura, paura di non aver mai avuto ragione su nessuno dei sentimenti che aveva creduto essere veri e incrollabili. Lacrime calde incominciarono a rigarle il viso quando chiuse gli occhi e a poco a poco la stanchezza che da giorni e giorni non era riuscita a smaltire, la fece addormentare profondamente.

 

Era ormai notte fonda e Susan si rigirò nel letto ancora abbracciata al cuscino. Dal silenzio del buio percepì un fruscio e una carezza lievissima scorrerle tra i capelli che le fece immaginare di essere in un posto bellissimo. Si accorse dopo poco che quella carezza non era un sogno. Fu seguita da un tenero bacio sulla guancia che le fece aprire lentamente gli occhi. Nel buio riconobbe la sagoma di Russell, illuminata dalla luce esterna che filtrava nel camper, seduto accanto a lei. Le sorrideva e lei appoggiò la testa sulla sua coscia, mentre con il pollice Russell aveva incominciato ad accarezzarle il viso.

"Ciao." bisbigliò "… mi sei mancata."

Susan aprì gli occhi piacevolmente sorpresa da quelle parole.

"Che ore sono?"

"Quasi le due del mattino."

"Mi devo essere addormentata."

Si mise a sedere gettandogli le braccia al collo.

“Russ, scusami, sul serio io …”

"Hai fatto bene a riposare …" le prese le mani e la aiutò ad alzarsi. "… vieni, voglio mostrarti una cosa."

"Che cosa?"

"Aspetta e vedrai."

Uscirono dal camper e, tenendola per mano, Russell la guardò sorridendo e rassicurando con uno sguardo i suoi occhi perplessi. Sembrava che quel posto fosse stato improvvisamente abbandonato: non c’era nessuno; tutte le luci erano spente e intorno a loro c’era solo la ricostruzione di un mondo che però in quel momento era completamente addormentato. Nell’aria tutto quello che Susan riusciva a sentire erano i suoi e i passi di Russell sulla ghiaia. L’atmosfera era alquanto strana e Susan non capiva quale fosse lo scopo di quella passeggiata notturna; Russell non aveva minimamente accennato alla sua scenata di diverse ore prima, e lei non sapeva se fosse il momento giusto per parlarne e spiegarsi o se lasciar perdere.

“Russ, … ma dove sono tutti quanti?”

“A casa, suppongo. Domani si fa vacanza … vieni.”

Si trovavano davanti a quello che sembrava un enorme “scatolone di metallo”, assolutamente anonimo. Russell aprì la porta e si voltò verso Susan che lo stava trattenendo per un braccio.

“Cosa fai? Non possiamo mica entrare.” Gli disse a bassa voce Susan guardandosi intorno nel timore che qualcuno li avesse sentiti.

Per tutta risposta le sorrise affettuosamente.

“Credimi, possiamo … non ti preoccupare.”

Una volta dentro Russell la prese per mano e la invitò a seguirla; Susan si sentì impaurita quando lui, nel buio le lasciò andare la mano. Non vedeva assolutamente nulla intorno a lei e si girò con cautela sperando che gli occhi si abituassero presto all’oscurità.

“Russ, dove sei?”

“Solo un attimo” la sua voce da lontano fu seguita dal rumore di un interruttore che come per incanto illuminò a giorno tutto l’ambiente. Per un attimo Susan rimase abbagliata poi iniziò a guardarsi attorno con stupore e meraviglia. Davanti a lei c’erano … varie stanze di un’abitazione: l’entrata di una casa, un salotto e una camera da letto. Il letto era completamente circondato da telecamere, riflettori, tanto che la trapunta, i cuscini ricamati e le lenzuola che lo abbellivano, visti da quella posizione, perdevano di tutta la loro tenerezza e poesia. Susan volse lo sguardo verso Russell, che le sorrideva.

“E non è finita, vieni a vedere.”

Di nuovo la prese per mano e, aiutandola a scavalcare delle travi di supporto, la portò dietro a quella che doveva essere la parete della stanza alla quale quel letto apparteneva. Dietro ad essa non c’era nulla, solo altre travi di legno che sostenevano una parete di cartone. Battendo con le nocche come per bussare ad una porta, Russell le sorrise, per darle prova che ciò che le stava mostrando era tutto fatto di cartone.

“Visto? Tutto finto … forte, eh?”

Susan gli sorrise e quasi sentì le lacrime velarle lo sguardo mentre stava incominciando ad intuire quello che lui le voleva dire. Russell non aveva per nulla fatto finta di niente quando Susan aveva reagito nel modo in cui aveva reagito prima che lui andasse in scena, e in quel momento era lì, davanti a lei, ancora incredulo su come il solo guardarla emozionarsi lo disarmasse completamente. Le si avvicinò piano e, come se fosse la prima volta, Susan si sentì pervasa da centinaia di emozioni improvvise che non riusciva a dominare di fronte alla forza di quelle braccia nelle quali cercò un rifugio per le sue lacrime. Le asciugò un po’ prima che Russell le prese il viso tra le mani e con l’assoluta intenzione di cancellare ogni ombra dal suo viso, la baciò in modo così affettuoso e disarmante come se fosse stata la prima volta che lo facesse. Gustava il sapore di quelle labbra come se fossero state la cosa più dolce sulla quale avesse mai posato le sue, la strinse a sé per sentire tutto il calore del suo corpo mescolarsi al suo mentre anche l’ultimo muro di carta pesta scomparve circondandoli solo di quell’abbraccio. Piano si staccò da lei, la guardò negli occhi e lei fece altrettanto. Russell si guardò attorno e lei seguì i suoi occhi luminosi che osservavano in giro, intorno a loro, verso quel letto e verso l’alto. Poi Russell tornò nuovamente con lo sguardo su di lei.

“Capisci? ... L’unica cosa vera di questa stanza e di questo posto … siamo noi due.”

Susan lo abbracciò forte, grata per quel gesto, per quella conferma che Russell aveva cercato di darle con concretezza e allo stesso tempo romanticismo. Come solo lui sapeva fare. Lo abbracciò di nuovo.

“Mi dispiace, mi dispiace tanto, ma quando ti ho visto con lei, da solo a parlare … senza di me, non ci ho visto più, non so che cosa mi abbia preso … mi dispiace.”

“Stai tranquilla, non ti preoccupare. Anche per me non è sempre facile.”

“Che vuoi dire?”

“Bè, … quando vedo tutte le persone che si avvicinano a te interessate e che attaccano bottone … nemmeno io sono tranquillo.”

“Russ, ma sono solo due chiacchiere.”

“Lo so, ma … non mi piace comunque.”

“Non ti piace?”

“No, non mi piace.”

Susan lo guardò accennando un sorriso al quale lui rispose all’istante. Poco dopo si lasciarono entrambi andare in un’affettuosa e complice risata.

 

Prima di tornare nel camper, senza più alcun dubbio nel cuore, Susan si guardò attorno in quel mondo fatto di cartone e pensò, sorridendo stretta nelle braccia di Russell che la guidavano nel buio, di non essere mai stata in un luogo più romantico di quello in vita sua.

Quella che seguì fu una notte bellissima; Russell e Susan fecero l’amore nella magia della loro passione fatta di intimi silenzi, gesti e sguardi capaci di lasciare tutto il resto del mondo fuori dal loro. Troppe erano state le notti precedenti in cui lui era tornato nel camper ormai a notte fonda e l’aveva trovata addormentata. Avrebbe voluto svegliarla, stringerla a se e regalarle tutto se stesso. Spesso sentiva di volerle dare di più di quello che, per via del suo lavoro, era in grado di fare. Si domandava se a lei le cose stessero bene così, catapultata all’improvviso nel suo mondo nuovo, così diverso da quello che da adolescenti avevano condiviso ancora in attesa di saltare sul primo aereo alla volta dei loro sogni. Quella notte però, non ci sarebbe stato nessun ostacolo tra loro. Non c’erano ombre nella sua passione per lei, né altre donne che lo aspettavano appostate fuori da uno studio; le altre forse volevano Bud, ma lei sapeva di avere Russell. Era lui che l’accarezzava ovunque lei desiderasse, che sussurrava il suo nome mentre scivolava dentro di lei guardandola perdersi dentro di lui. Il lieve schioccare dei suoi baci tiepidi e umidi sulla sua pelle la facevano impazzire e non avrebbe potuto sentirsi amata più di così. Lo abbracciò aggrappandosi a lui con tutta se stessa perché non si staccasse subito da lei. Nascose il viso nell’incavo del suo collo ricacciando indietro le lacrime che di nuovo riaffiorarono. Russell assecondò il suo abbraccio stringendola più forte quasi come se fosse stato possibile che i loro corpi si fondessero in una cosa sola.

“Nulla è mai stato importante, prima di te, Russ, assolutamente nulla.”

Rimase attonito e privo di tutte le difese all’udire quelle parole e l’unica cosa che si sentì in grado di fare fu stringerla ancora più forte. Non sapeva che cosa sarebbe stato di loro, non lo sapeva e nemmeno voleva pensarci, ma sentiva da qualche parte nel suo cuore, che in qualche modo si sarebbero sempre appartenuti e che si sarebbero sempre ritrovati, in una notte come quella o in un’altra come tante, da qualche parte nel futuro.

 

 

“Dormi?” Russell, guardando sopra la spalla di Susan che dormiva profondamente, incominciò a stuzzicarle il lobo dell’orecchio con l’indice e poi a mordicchiarglielo.

“Adesso non più!” Disse con voce assonnata facendo finta di essere infastidita.

“Lo sai che ore sono?”

“Ora di dormire?”

“No, sono le quattro passate.”

“Russ … non mi avrai svegliata solo per dirmi che sono le quattro passate?” Susan aveva voltato il capo verso di lui per guardarlo in faccia. Russell le rispose con un sorriso seguito da una risatina impertinente. Il tono da bambino che uscì dalla sua bocca, cosa che lui aveva previsto, fece sì che Susan abbandonasse ogni ulteriore tentativo di rimettersi a dormire.

“Ti ricordi che cosa facevamo tanti anni fa, alle quattro passate del mattino, io te e Billy?”

Susan sorrise nel ricordare quei momenti in Australia.

“Altroché, ore ed ore a parlare … povero Billy, lui che voleva andarsene a letto e tu che non la finivi più di sparare cavolate…”

“… ti andrebbe di farti due chiacchiere come ai vecchi tempi?”

“Quelli in cui io ascoltavo i tuoi lunghi monologhi in religioso silenzio?”

“Prometto che sarà un dialogo questa volta.” Il modo in cui sbatté le palpebre sporgendo in avanti il labbro inferiore, fece scoppiare Susan in una sonora, affettuosa risata.

“Accidenti, sembri Marlon quando cerca di impietosire Sabrina!”

Susan si girò sulla schiena mentre Russell rimase su un fianco con la testa appoggiata ad una mano guardandola sorridente e dandole ogni tanto un bacio sulla guancia.

“Mi mancano un po’, Sabrina e gli altri, sai?”

“Sì anche a me … soprattutto Marlon.”

“Lo sai che quel bambino stravede per te?”

“E io stravedo per lui.”

Susan rise per un pensiero che le balenò in testa.

“Che c’è da ridere?”

“Niente, pensavo solo a Sabrina e a certi commenti sul tuo fondoschiena.”

“Perché, che cos’ha il mio fondoschiena che non va?”

“Lascia perdere, assolutamente nulla!”

“Ad ogni modo … potremmo anche chiamarli, domani.”

“Così parli con Marlon?”

“Sì.”

“Ti sei proprio affezionato.”

“Prometti di non ridere se ti dico una cosa?”

“Prometto.”

“Più di una volta ho immaginato come sarebbe stato bello se Marlon fosse stato nostro.”

Susan spalancò gli occhi in un sorriso di stupore.

“Sul serio?”

“Sì, mi piacerebbe avere dei bambini, a te no?”

Era tutto così piacevolmente strano, il tono di quella conversazione le ricordava molto quello di molti anni prima, quando lei e Russell trascorrevano ore ed ore seduti in cucina a parlare di tante cose. Era il tono rassicurante di un amico, non quello di un uomo qualunque, e anche quella domanda le fu posta con la stessa franchezza, senza nessuna particolare allusione alla natura del loro legame. Gli sorrise.

“Sì, credo che mi piacerebbe avere dei bambini.”

“I bambini sono belli, penso che saresti un’ottima madre.”

“Anche io ti vedo bene nel ruolo di padre.”

“Credo che i bambini ti aiutino a ricordare quello che eri.”

Quelle parole lo portarono ancora più lontano e il suo tono si fece più malinconico. C’erano tante cose che avrebbe voluto sapere, ma era stata soprattutto una domanda che per lungo tempo l’aveva tormentato in attesa di una risposta.

“Perché ad un certo punto te ne sei andata?”

“Ero arrivata ad un punto in cui mi sentivo soffocare. Volevo fare una cosa che nemmeno veniva presa in considerazione come professione dai miei genitori. Non penso ci abbiano mai creduto veramente; loro sono diversi da me, sono persone concrete, credono in quello che vedono, in quello che si può toccare con mano. Non nello stupido sogno di scrivere storie. Per questo, con la scusa di venire a studiare qui, ho pensato di guardarmi intorno anche per il resto. A casa ero troppo immersa in un clima che non mi dava fiducia e la giusta carica per provarci. E poi…” esitò per un attimo

“Cosa … va’ avanti.”

“So che dirlo adesso ti sembrerà sciocco, ma mi ero molto affezionata a te e sentivo come se qualcosa si stesse spezzando tra noi, la nostra amicizia, il nostro legame … andandomene avrei avuto l’illusione di conservare il ricordo di quello che avevamo prima che tu … ti affezionassi a qualcun’altra.”

Russell si girò verso di lei con gli occhi increduli.

“E tu perché queste cose non me le sei venute a dire?!?”

“E cosa avrei dovuto dire? Quella con cui esci non la sopporto? Con che diritto? Con che pretese?”

Per un attimo Russell rimase in silenzio; quelle rivelazioni lo aiutarono a fare luce su così tanti momenti oscuri della sua vita che nemmeno lui riusciva a capacitarsene. Le decisioni che aveva preso, affidandosi all’istinto, al suo cuore, come una sua carissima amica gli aveva sempre insegnato, sembravano ora, dopo tanti anni, le sole uniche giuste. Guardava il soffitto mentre ripensava al passato.

"La ragazza con la quale uscivo, prima che tu partissi … a me piaceva…"

Pur sentendolo parlare al passato, Susan provò un forte senso di gelosia per i momenti in cui lei, ammettendolo forse per la prima volta solo in quel momento, avrebbe voluto essere al suo posto.

“ … era simpatica, spiritosa … aveva tutto quello che avrei voluto trovare in una donna … ma non eri tu.”

Quelle ultime parole fecero sussultare Susan che per un attimo si voltò a guardarlo forse alla ricerca di un’ulteriore spiegazione nei suoi occhi. Russell proseguì.

“L’ho lasciata poco dopo che sono arrivato in America.”

“Per la distanza?”

“No …” Scosse la testa guardandola negli occhi sicuro, ma allo stesso tempo vulnerabile e con la sola intenzione di dire la verità.

“E perché, allora?”

“Te l’ho detto … perché non eri tu.” Il suo sguardo era eloquente, la sua voce sincera. Era così dunque? Susan incominciò a chiedersi come mai a volte gli esseri umani lasciano che il loro cuore resti in silenzio per così tanto a lungo fino a fare male. Cercò il suo abbraccio e Russell chiuse gli occhi non pensando più a niente 


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