Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Ritrovarsi (Terza parte) (leggi la prima parte) (leggi la seconda parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la sesta parte) (leggi la settima parte) (leggi l'epilogo)
autrice: AleNash
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 29 agosto 2003
argomento della storia: Susan Mc Arthur sogna di diventare scrittrice, il suo migliore amico di fare l'attore. Lei parte per l'America, lui rimane in Australia. Ma i loro cammini sono destinati a incrociarsi.
riassunto breve: Dopo sei anni che non si vedevano né sentivano Susan e Russell si ritrovano a New York. Russell, coinvolto in una rissa, si trasferisce da Susan che si prende cura di lui. A poco a poco riaffiora il forte legame di amicizia che li aveva sempre legati…
immagini: Ely
note:  Vorrei ringraziare di cuore prima di tutto Ely che con le sue bellissime immagini ha dato vita ai personaggi di questa storia più di quanto le parole che li descrivono avrebbero potuto fare; in secondo luogo ringrazio tutte coloro che mi hanno spronato a non smettere di scrivere. Ciccine, siete grandi … e nel caso la storia non sia di vostro gradimento, di sicuro lo saranno le figure. Ho iniziato a scrivere questa storia ormai quasi un anno fa, riferimenti a cose dette da persone casualmente note, lo giuro, sono assolutamente causali. (AleNash)

RITROVARSI

PARTE TRE

 

Il giorno dopo e i giorni successivi Susan decise di rimanere a casa. Era molto preoccupata: Russell dormiva tantissimo, era stanco, parlava poco. Quasi non avevano avuto modo di scambiare due chiacchiere e a Susan dispiaceva molto perché percepiva uno stato di totale insofferenza e tristezza in lui e nei suoi occhi. Ma era paziente, assecondava i suoi silenzi, non chiedeva nulla di più di quello che non riteneva necessario. Sapeva bene come a volte fosse inavvicinabile e come fosse inutile cercare di insistere e voler entrare nei suoi pensieri. Quello era il modo migliore per farlo chiudere in sé stesso ancora di più e senz’altro per farlo irritare. Non voleva questo, no. Susan voleva che stesse bene, e avrebbe aspettato tutto il tempo necessario pur di farlo tornare da lei. Tuttavia, la preoccupava molto vederlo sdraiato nel letto e guardare fuori dalla finestra senza dire nulla per ore intere; incominciò a sospettare di essere lei la causa del suo umore.

 

Russell non avrebbe voluto farsi vedere così da Susan. Mark aveva avuto proprio una bella idea quando gli aveva proposto una “gita” a New York per fargli cambiare aria. Come se qualcosa fosse stato paragonabile a casa sua, poi: nulla lo era. Susan era cambiata, ma allo stesso tempo era quella di sempre, non aveva creduto ai suoi occhi quando l’aveva vista davanti a sé in quel locale. Era della stessa bellezza che si ricordava, con quegli occhi preoccupati che lo osservavano cercando di tranquillizzarlo e le sue mani che usavano tutta la delicatezza possibile per medicarlo. Di anni ne erano passati, cinque o sei, ma lei sembrava ancora possedere quel candore e quella purezza che l’avevano fatto affezionare a lei quasi subito. Molto spesso aveva ripensato alle ore trascorse insieme a Billy anni prima, mentre lei raccontava i suoi racconti. Con lei il tempo volava, era come se non riuscisse a fare a meno dell’energia vitale che riusciva a trasmetterle, ma era uno spirito libero e indipendente e per quanto fosse esploso di rabbia quando lei gli aveva detto che sarebbe partita per l’America, sentiva che non avrebbe potuto fare nulla per fermarla.

In quell’appartamento di New York era come se si respirasse un’aria differente da quella che fino a quel momento, aveva respirato in quel paese che l’aveva fatto sentire lontano da casa. Lì tutto era diverso e lo era grazie a lei. La osservava mentre con pazienza infinita si preoccupava che tutto fosse perfetto, che lui stesse bene come se quasi fosse lei ad essere un ospite in casa propria. Ma non le aveva ancora detto nulla, non una parola per dirle grazie.

 

Susan entrò nella sua stanza in punta di piedi, non voleva far rumore e svegliarlo.

“Stai tranquilla, non sto dormendo.”

“Hey … come stai?”

“Vieni qui.”

La prese per mano e la fece sedere vicino a lui. Susan sorrise. Russell si sollevò avvicinandosi maggiormente a lei.

“… Grazie, per tutto questo … grazie davvero.”

“Cosa vuoi che sia, mi capita spesso di soccorrere i miei amici coinvolti nelle risse dei locali notturni newyorchesi.” Il suo tentativo di alleviare la tensione non sortì l’effetto sperato, pensò mentre vide il viso di Russell tornare serio e i suoi occhi tristi.

“Scusami, non volevo, mi dispiace … non ne dico una giusta.” Si alzò per andarsene odiando se stessa per aver buttato via anche l’unica occasione concessale, dopo giorni, di poter stabilire un contatto con lui. Russell la trattenne per un braccio.

“Non andare via, non ti preoccupare … dai, siediti qui.”

“Russ, mi dispiace…”

“E smettila di dire che ti dispiace! … Cazzo … sei l’unica persona al mondo che conosco che si fa in quattro per gli altri e non contenta chiede pure scusa!” Scoppiò in una risata allegra, quella che Susan stava aspettando da giorni.

“Che cosa è successo … vuoi …” Susan lo guardò con occhi preoccupati nel rivolgergli quella domanda, lui la interruppe.

“Ho risposto ad una provocazione …” fece una pausa guardando altrove quasi come se la risposta fosse scritta sulla parete. “…non avrei dovuto … ma l’ho fatto … mi sono incazzato e l’alcol ha fatto il resto … e questi sono i risultati” rise sarcastico facendo riferimenti con un gesto ai segni della rissa ancora sul suo viso. “Tu penserai che …”

“Io non penso niente, non ti voglio giudicare …” disse sinceramente per rassicurarlo.

“Non l’hai mai fatto … lo so, non sto dicendo che mi vuoi giudicare … è solo che è successo … e non è una cosa che posso cambiare.” Era freddo, cinicamente realista e un po’ rassegnato, come se stesse parlando di una parte di sé di cui non aveva il controllo, della quale non poteva rispondere. Susan lo guardò e gli accarezzò lievemente il viso.

“Come sta il tuo occhio?”

Russell le sorrise dolcemente guardandola teneramente socchiudendo leggermente gli occhi.

“Cosa dice la mia infermiera?”

“Uhm … che se qualcuno prova di nuovo a metterti le mani addosso gli fracasso il cranio!”

Russell scoppiò in una sonora risata.

“In effetti, se non mi ricordo male, te la cavi bene anche tu nel menare le mani!”

“Lo sai che sono contro la violenza … ma quell’essere aveva un’aria talmente antipatica …”

“Hey … vieni qui … chissenefrega, lasciamo quella testa di cazzo lì dov’è; lui di sicuro non è stato soccorso da un’infermiera carina come la mia.”

Passarono il resto del pomeriggio a parlare di tutto il tempo in cui non si erano visti. Era incredibile, alla fine era sempre la stessa storia … bastavano pochi istanti, poche parole, ed era come se anni di distanza venissero completamente cancellati. Ognuno raccontò all’altro che cosa era accaduto: Susan parlò a Russell dei suoi libri e lui le parlò dei suoi film.

“Mi dispiace di non esserci stato … ti avevo promesso che potevi contare su di me, ma non è stato così.”

“Non importa, sei qui adesso, il resto ha poca importanza … e poi, in un certo senso tu c’eri.”

“Farò in modo di sdebitarmi.”

“Non dire cavolate … gli amici servono a questo, altrimenti che amici sarebbero?”

“Ma non preoccuparti, non resterò qui ancora molto, io e Mark dovremo tornare a Los Angeles quanto prima …”

“Sì, l’ha detto anche a me … circa una settimana fa … prima di passare da me e lasciarmi la tua valigia.”

“Cosa?!”

“Non c’è bisogno che tu parta subito, Russ, prenditi una vacanza, anche Mark pensa che sia una buona idea.”

“Già …” la guardò con aria sorniona “… e so anche chi l’ha convinto.”

“Dimmi che non ho ragione!”

Russell rise scuotendo la testa rassegnato.

“E poi quello che dovevi fare là lo puoi fare anche qua, con la differenza che qui hai una persona simpatica e allegra che ti fa due battute … e nel caso ti annoiassi, nell’appartamento in fianco al mio c’è giusto giusto un bambino che cerca un compagno di giochi … è adorabile, si chiama Marlon … e ti somiglia molto … non vuole mai fare il bagnetto.” Susan non riuscì a dire una parola di più, quasi soffocata dalla stretta di Russell che la colse di sorpresa in un abbraccio totale, tenendola stretta al suo torace e con una vulnerabilità improvvisa nelle sue parole.

“Ti adoro, lo sai …sul serio.”

Susan sentì tutta l’energia del suo affetto in quell’abbraccio e lo guardò nel verde azzurro dei suoi occhi così profondamente veri, seri, in quell’istante lucidi e finalmente grati per avere avuto di nuovo l’opportunità di potersi esprimere, senza una maschera davanti, con qualcuno disposto ad accettarlo per quello che realmente era: con o senza successo, con o senza la voglia di entrare nei panni di qualcun altro.

 

 

Ritrovata l’armonia sperata, i giorni successivi furono decisamente migliori. Susan e Russell passavano molto tempo insieme, chiacchierando, scherzando e talvolta anche discutendo animatamente. Russell ebbe modo di conoscere meglio anche i migliori amici di Susan e, come lei stessa aveva sospettato, si affezionò in men che non si dica al piccolo Marlon, che sul serio trovò in lui un allegro ‘compagno di giochi’ e un simpatico alleato contro il fronte femminile di mamma e zia “adottiva” contro il quale si stava “battendo” da ben cinque lunghissimi anni.

Una sera delle tante Russell era seduto per terra, sul tappeto del salotto di Susan; di fronte a lui, dall’altra parte del tavolino, sempre seduto per terra, c’era Marlon. Russell lo guardava con aria divertita e allo stesso tempo con sguardo adulto. Prese in mano un paio di tappi di birra e li gettò gentilmente verso Marlon.

“Rilancio di uno”

Con buffa aria vissuta Marlon ribatté.

“Stai bluffando!”

“No, non sto bluffando!”

Susan guardò l’orologio e si diresse verso di loro:

“Coraggio, sono quasi le otto e mezzo, Marlon, è l’ora del bagnetto.”

“No! Dobbiamo finire la partita!”

Susan, avendo capito l’antifona, guardò Russell negli occhi sperando di trovare in lui un appoggio.

“Russ … diglielo tu.”

Russell la guardò con occhi sorridenti e facendo cenno con la testa verso Marlon rispose:

“Non l’hai sentito? Dobbiamo finire la partita…” strizzò l’occhio al ragazzino nascondendo il resto del viso dietro alle carte che aveva in mano.

“Russ!!!” Susan lo guardò allibita.

“Ma perché deve farsi un altro bagnetto? L’ha già fatto ieri … lascialo qui un altro po’ che finiamo la partita.”

“Russ, non incominciare anche tu a dargli corda … e lo sai che Sabrina non vuole che impari a giocare a Poker!”

“Che sarà mai … dovrà pure diventare un uomo … o volete che cresca come una donnicciola?”

 

Certe sere Russell e Susan rimanevano alzati fino a tardi e talvolta facevano entrambi da baby sitter a Marlon che, oltre ad aver incominciato a chiamare anche Russell con l’appellativo di “zio”, preferiva di gran lunga le storie di Susan lette e interpretate da lui che, con eccellente maestria teatrale, riusciva a cambiare le voci a seconda dei personaggi arrivando a divertire non solo Marlon, ma tutti gli adulti presenti ogni qual volta il bambino chiedeva un bis anche di fronte a sua madre. Susan adorava quei momenti perché vedeva Russell davvero felice, sollevato e rilassato. Era terribilmente affascinata dal suo talento, dirompente, carismatico e talmente vero, da farle provare tanto rimorso per non averlo avuto vicino per tutto quel tempo. Era come se fossero una famiglia, e ogni giorno sentiva crescere sempre di più un profondo, inattaccabile affetto nei suoi confronti, un affetto che la faceva sentire viva, ma che si stava trasformando in un’attrazione per lui che le faceva paura. Ogni tanto lo osservava, sicura di non essere vista, mentre leggeva seduto sul divano o preparava la colazione anche per lei. Era il suo migliore amico, come Jeremy per Sabrina, era normale che gli volesse così bene, quella era la cosa più importante. Non avrebbe rischiato di rovinare la loro amicizia commettendo l’errore di confonderla con qualcos’altro.

 

“Hey Yankee, senti un po’…” Seduto sul divano Russell era intento a leggere interessato uno dei libri di fiabe di Susan e ne approfittò vedendola passare per la stanza.

“Dimmi …”

“Ma questo … ‘Canguro di nome Rusty’ … come ti è venuto in mente?”

Il suo sorriso piratesco tradì la domanda solo apparentemente casuale.

“Chissà … un amichetto che avevo che … a giudicare dal corpo che si è fatto ora potrebbe anche darsi allo spogliarello nei locali notturni.” Rispose Susan con un sorriso altrettanto ironico.

“Sì, ma fossi in te gli sconsiglierei i locali di New York … la gente trova più eccitanti le risse tra ubriaconi.!”

“Glielo dirò … hey senti, ti è arrivato questo … dalla California. Deve essere importante, hanno fatto assicurare il pacco.”

“Ah sì, lo stavo aspettando.”

Russell scartò quello aveva tutta l’aria di essere un libro … rilegato a caldo.

“Russ … non dirmi che è …”

Sorrise dispettoso togliendole dalla vista ciò che aveva in mano.

“Ok, non te lo dico.”

“Russ, non tenermi sulle spine … è quello che penso?”

“Ebbene sì …” Si voltò verso di lei tenendo in mano il contenuto della busta. “… Il copione del mio prossimo film.”

“Oddio, Russ, voglio vederlo, voglio vederlo!”

“Piano … da maneggiare con cura…” glielo porse. “È tratto da un romanzo….”

“… di James Ellroy.” Susan finì la frase dopo aver letto il titolo e lo guardò con gli occhi che le brillavano letteralmente di entusiasmo.

“L.A. Confidential” dissero all’unisono

“Esatto … l’hai letto … devo dedurre.”

“Altroché, è terribilmente cruento, ma avvincente, pieno di colpi di scena … com’è piccolo il mondo, non ci credo...”

Susan teneva il copione fra le mani sfogliandolo qua e là emozionata come una bambina davanti ad un regalo.

“Sarà un successo me lo sento … ma a te che parte danno … quella di Bud White, per caso?” Disse facendo seguire alla sua battuta una risata sonora e divertita. Forse la sua battuta non fu apprezzata, Russell la guardò serio … molto serio.

“Mi prendi per il culo?”

Susan lo guardò con occhi arzilli.

“… ci ho azzeccato, vero?”

“Forse hai sbagliato mestiere … dovevi fare l’indovina.”

“Esagerato, ho letto il libro, ricordi? Ho pensato un po’ ai personaggi che c’erano … ho pensato a te … insomma, Bud White è l’unico personaggio che ti si addice … a quanto mi ricordo della storia.”

“Perché mena botte da orbi?”

“No … perché ha un fisico da spogliarellista, naturalmente!”

“Ah già, dimenticavo.”

“Comunque sì … se la vuoi proprio sapere tutta, dovrò interpretare la parte di Bud.”

“Ti piacerà, è un bel personaggio. Un duro dal cuore di burro.”

“ … Come me?” Aveva uno sguardo dolce e vulnerabile, come quando l’aveva abbracciata nel giorno in cui erano riusciti finalmente a chiarirsi. Come e più di chiunque altro Russell aveva bisogno di conferme, di certezze, anche lui sentiva il bisogno di cose concrete e negli ultimi anni passati da un set all’altro, senza sosta e senza respiro, all’accanito inseguimento di un sogno che voleva con tutte le forze che fosse suo, aveva dovuto trascurare quell’aspetto, quella parte importante di sé stesso che forse, prima che Susan decidesse nuovamente di partire per l’America, aveva data per scontata. Da quando se ne era andata, però, era come se dentro di lui fosse rimasto un vuoto che aspettava ancora di essere colmato e che forse iniziò ad esserlo in quel locale di New York del quale in quel momento riusciva solo a ricordare l’istante in cui gli occhi di Susan si erano ripresentati davanti ai suoi. Si era chiesto spesso cosa sarebbe successo tra loro se lei non fosse mai partita, se avesse deciso, dopo quel bacio, di non prendere quell’aereo. Forse ogni cosa sarebbe andata diversamente, forse … chissà. Forse se lei avesse voluto che nascesse qualcosa di più tra loro dell’amicizia che li univa da anni, non sarebbe partita affatto, ma aveva deciso altrimenti e forse quella era la risposta. Lei aveva scelto, aveva scelto di partire, di non restare con lui. Russell non voleva, che quel suo dubbio, quella domanda che probabilmente non avrebbe mai trovato risposta, rovinasse quello che di meraviglioso in realtà c’era, senza alcuna ombra di dubbio: l’amicizia che li aveva fatti ritrovare.

“Mi prometti che mi reciterai qualche pezzo in anteprima?” Susan sembrava davvero essere tornata un’adolescente ai primi forti entusiasmi.

“Te lo prometto … te li reciterò qui, nel tuo salotto.” Disse sorridendole e allontanando i pensieri di poco prima.

Susan intanto continuava a sfogliare il copione alla rinfusa sotto lo sguardo attento di Russell che non si perdeva una sola sfumatura delle sue reazioni. Sorrise in attesa delle parole che, sapeva, sarebbero seguite alla sua risata improvvisa.

“E poi non dirmi che non ho ragione … senti un po’ questa … Lynn dice a Bud: “lei dice ‘cazzo’ tante volte.” … ora, dimmi se questa battuta non è assolutamente verosimile? Ammettilo quale altra parte avrebbero mai potuto darti?” Lo guardò negli occhi sorridendogli con affetto e piena di ammirazione.

“Cazzo … hai proprio ragione.”.

Russell si sentiva ogni giorno meglio ed era riuscito a trovare nuovamente la voglia e la concentrazione necessarie per fare quello che amava di più. Sentiva quella come casa sua grazie all’armonia che Susan riusciva sempre a creare. Era attenta e presente anche nella capacità di sapere rispettare i suoi spazi e ogni tanto sorrideva, mentre leggeva il suo copione, nell’osservarla muoversi per casa, silenziosa e discreta come una gatta. C’erano momenti in cui, sollevando lo sguardo, lui si fermava a guardarla; erano istanti interminabili in cui lui la osservava senza mai stancarsi, tornando subito al suo copione non appena sentiva che stava per accorgersene.

Susan era molto contenta dell’equilibrio che a poco a poco si era venuto a creare e del fatto che Russell stesse decisamente meglio. Era come essere tornati a Sidney, tanti anni prima, quando condividevano l’appartamento e andavano così d’accordo. Non volle più fare nessun riferimento all’episodio del locale convinta che lui stesso non ne volesse più parlare. Era colpita ogni giorno di più dalla straordinaria determinazione con cui Russell prendeva il suo lavoro. Nelle ore in cui si dedicava allo studio del suo copione era come se si eclissasse dal resto del mondo; rimaneva lì, seduto sul divano anche per ore; le volte in cui si alzava lo faceva per passeggiare per il salotto, perso nel suo mondo, probabilmente concentrato sulle vesti del suo personaggio, su come doveva camminare, pensare, agire. In fondo era un po’ come vivere con due persone diverse a seconda delle ore del giorno.

***

Susan stava per andare a farsi una doccia quando dal bagno sentì il telefono squillare; essendo Russell in salotto e sapendola intenta a fare altro, aspettò che fosse lui a rispondere. Il telefono però continuava a squillare imperterrito. Probabilmente si sbagliava e Russell non era affatto in salotto e vi si precipitò rimanendo alquanto stupita del contrario … Russell ‘era’ in salotto, seduto accanto al telefono insistente, intento a leggere il suo copione, concentrato su quello e nient’altro. Ancora presa da stupore Susan sollevò la cornetta, ma avevano già riattaccato.

“Ah, sei qui … Devi telefonare? Se vuoi mi sposto in un’altra stanza così parli in santa pace.”

Susan lo guardò non convinta se la stesse prendendo in giro o se stesse facendo sul serio. Possibile che non si fosse accorto di nulla?

“No, … veramente…” Russell le sorrideva, il suo sguardo era sincero: era talmente assorbito e concentrato su quello che stava facendo, che davvero non si era accorto di nulla e il telefono non l’aveva sentito affatto. Quell’uomo, che conosceva da anni, era una continua sorpresa per lei, e l’attrazione per il suo carisma, in continua crescita; se ne rendeva conto ogni volta che passava per il salotto e lo vedeva intento a leggere avvolto nel suo silenzio.

“Ad ogni modo avevo finito … lasciamo Bud White lì dov’è, ho bisogno di pensare ad altro.”

“Va bene, io vado a farmi una doccia e poi preparo la cena.”

“Ti serve una mano?”

“Con la cena?”

“Vedi tu, se vuoi ti do una mano anche con la doccia, se da sola non ce la dovessi fare...” La guardò sorridendole nel suo solito modo, quello al quale né Susan né probabilmente nessun’altra donna sulla terra avrebbe saputo resistere.

“Faccio in un attimo.”

“Fai con comodo io mi sento un po’ di musica.”

 

A doccia finita Susan, come da programma, si mise ai fornelli. Russell la osservava dal divano, dove si era comodamente accomodato allungando le gambe sul tavolino davanti a lui. La radio stava trasmettendo dei classici; alle prime note di “I believe in miracles (You sexy thing)” Russell sorrise sentendosi dello stesso giocoso umore di diversi anni prima, quando lei e Susan erano ancora in Australia senza nessuna preoccupazione al mondo. Si alzò e andò verso la radio alzandone il volume, Susan si voltò guardandolo con aria interrogativa. Sopracciglio alzato e occhi accesi in un sorriso sornione: doveva sicuramente averne in mente una delle sue e trattenere una risata fu impresa ardua mentre lo vedeva avanzare verso di lei, impugnando un immaginario microfono e seguendo le parole della canzone perfettamente intonato. In un attimo le avvolse la schiena con una braccio incominciando ad ancheggiare costringendola a fare lo stesso mentre, tra le risate di Susan e un passo tra il sensuale e il goffo di Russell, quel ballo si stava trasformando in una scena a dir poco esilarante.

“Russ … ti prego, guarda che mi fai cadere!”

Non c’era verso di farlo smettere, lui non solo cantava a squarciagola, ma aveva anche cominciato a farla girare per la stanza senza che lei potesse far nulla per impedirglielo.

“Dai, che sveglieremo Marlon!”

Per tutta risposta non fece che continuare a cantare semplicemente sussurrando le parole della canzone e a Susan non restò che assecondarlo. Era bene approfittare dei momenti in cui fosse così di buon umore che le facevano dimenticare quelli in cui sembrava inavvicinabile, da chiunque, persino da lei. La canzone finì e Susan si avvicinò alla radio per abbassarne il volume quando le prime note di “Wonderful Tonight” invasero la stanza e loro due. A parte circostanze come quella di pochi attimi prima, non le era mai capitato di ballare con Russell; fece per spegnere la radio, colta da un senso di piacevole disagio che però pensò fosse meglio non assecondare, ma Russell la trattenne dolcemente avvolgendola anche con l’altro braccio.

“No dai, facciamoci anche questo.”

Si lasciò stringere nel suo abbraccio sentendo le sue dita scorrerle lungo tutta la schiena trasmettendole brividi fin sotto la pelle. Nonostante una giornata intera fosse passata non ve n’era traccia sul suo corpo; sapeva di buono: un misto di soffice odore di bucato mescolato alla sua pelle profumata. Russell la teneva stretta pensando a come tutto gli apparisse più semplice quando stava con lei. C’era un’intesa con Susan che non era mai riuscito a stabilire con nessuna e avrebbe voluto dire o fare qualcosa per farglielo capire. Si sentiva un adolescente idiota, in fondo era Susan! La conosceva bene, si erano sempre detti tutto, che cosa poteva esserci di difficile nell’aprirsi ancora una volta con lei? Ma in qualche modo si sentiva terrorizzato.

“Russ … ti vibra la tasca della camicia.”

“Cazzo! Il telefono … Scusa … me ne libero subito.”

Susan fu lusingata e stupita allo stesso tempo da tanta premura, ma rispose solo con un sorriso e un cenno per fargli capire che sarebbe andata in camera per lasciarlo parlare in pace.

Seduta sul letto con una rivista presa a caso tra quelle nel cesto di vimini, Susan cercò di concentrarsi su quello che stava leggendo. Non era facile, però, sia per i pensieri mescolati alle sensazioni che ancora la stavano avvolgendo dandole un piacevole senso di vertigine, sia per il tono della voce di Russell che, dall’altra stanza, sembrava essere coinvolto in una conversazione piuttosto animata. Pur decidendo di non ascoltare, alcune parole, quelle meno signorili, erano comunque assolutamente distinguibili fra le altre. Un feroce quanto sbraitato “Vaffanculo” concluse la conversazione durata pochi intensi e accesi minuti. Susan era pronta ad un’altra serata di pessimo umore; seduta sul letto, con la rivista tra le mani, stava solo facendo il conto alla rovescia. Russell aprì la porta guardandola con il viso lievemente arrossato e teso per l’animata discussione. Di sottecchi Susan lo guardò con un sorriso incerto appena disegnato sulle sue labbra. Non c’era bisogno di chiedere nulla, in qualche modo, entro pochi secondi, si sarebbe sfogato da solo. Cercò di sdrammatizzare la tensione di quell’attesa.

“Ci mangiamo qualcosa?”

Russell senza parlare andò verso di lei e si lasciò cadere a pancia in giù sul letto. Allungò una mano per prendere un cuscino che si schiacciò sulla testa, un istante dopo, l’unica parola ad uscire dalla sua bocca fu un soffocato, ma comunque percettibile.

“Cazzo!”

Susan aspettava, lo guardava, paziente come sempre, non nascondendo un’aria leggermente divertita da quella scena di un uomo, sopra i trent’anni che sembrava volersi far sopraffare da … un cuscino. Sbucò qualche secondo più tardi con tutti i capelli spettinati e fissando la coperta.

“Secondo te …” si interruppe.

“Dimmi…”

“Secondo te… ho un carattere di merda?”

Susan sorrise stupita senza staccare gli occhi dal giornale.

“No, sei adorabile!”

“Non sto scherzando! Dimmi la verità … sono un rompicoglioni? … Sii precisa!”

Agli occhi di Susan aveva un’aria buffa intento a stropicciare la coperta con le dita.

“Un rompicoglioni …”

“Sì, un rompicoglioni, un rompicazzo … lo sono o no?”

“Forse è un po’ esagerato … scusa ma chi ti ha…?”

Russell si trascinò su di lei facendole passare le braccia dietro la schiena e appoggiando la testa sul suo ventre, un gesto che colse alquanto di sorpresa Susan che fece appena in tempo a spostare il giornale.

“Uffa, perché non li mandiamo tutti a fanculo e scappiamo io te?”

Russell appariva ai suoi occhi teneramente infantile. Guidata dalla più totale spontaneità incominciò ad accarezzargli i capelli, proprio come avrebbe voluto che lui avesse fatto tanti anni prima, quando era entrato in camera sua e, vedendola sul letto con gli occhi chiusi, aveva pensato che stesse dormendo. Sentiva dal suo respiro tranquillo e profondo che si doveva essere addormentato. Ma Russell aprì lentamente gli occhi rimanendo a fissare il vuoto, coccolato dalla punta delle dita di Susan che gli scorrevano tra i capelli. Avrebbe continuato a far finta di dormire, non avrebbe rinunciato a quelle carezze per nulla al mondo. Ma quanto a lungo avrebbe potuto sopportare solo quello che aveva? Il vederla ogni giorno sotto i suoi occhi, giorno, dopo giorno, dopo giorno … irradiarle quel suo fascino fatto di discrezione, premure, e spontaneità e doversi accontentare di poterle sorridere soltanto. Forse era un bene che di lì a poco sarebbe dovuto partire. Avrebbe potuto lasciarsi alle spalle tutto: lei e quei sentimenti che non potevano essere. La distanza e il suo lavoro lo avrebbero aiutato e il pensarla senza vederla sarebbe stato un peso meno difficile da sopportare e a poco a poco, avrebbe anche smesso di pensarla. Sì, sarebbe andata sicuramente così. Sapeva che farle sapere quanto provava sarebbe stato un rischio, dato che lei non gli aveva mai dato segno di vederlo come qualcosa di più di un semplice amico. No, non voleva rischiare, ma non voleva rinunciare a quel momento in cui poteva abbracciarla senza che lei si chiedesse il perché e cullato dalle sue carezze si addormentò per davvero.

 

Quando Susan aprì gli occhi si ritrovò distesa nel suo letto; la schiena le faceva male per essere stata a lungo costretta in una posizione non comodissima. Percepiva un leggero formicolio alla gambe, ancora lievemente addormentate sotto il peso di Russell. Lui non c’era. Non si era alzato da molto e prima di andarsene, aveva sistemato Susan sotto le coperte spostando la rivista sul comodino. Era nervoso e confuso; ancora scosso dalla telefonata con il suo agente che lo aveva profondamente irritato, e impaziente con se stesso per non aver ancora preso una decisione chiara e definitiva. Non sarebbe potuto stare in quella casa un giorno di più. Aveva pensato di uscire per schiarirsi le idee: con i jeans, una camicia qualunque e un cappellino blu degli Yankee calcato sulla testa, sembrava un newyorchese fra i tanti.

 

 

Era Sabato, Susan fu intristita nel trovarsi sola a casa, così abituata ad andare in cucina trovando Russell sdraiato sul divano addormentatosi con il copione sulla faccia. Era incredibile la profonda, intensa tenerezza che le ispirava il suo viso. Nel vederlo addormentato, pacifico come un bambino e allo stesso tempo sensuale nella sua mascolinità, non riusciva a riconoscere l’uomo di quel locale che li aveva fatti ritrovare. E così pure le volte in cui tornando a casa dal lavoro, lei l’aveva trovato con Marlon addormentato sul suo petto: un braccio intento a stringerlo e l’altro con in mano uno dei suoi libri di fiabe. Era difficile stabilire chi dei due fosse il bambino. Avrebbe voluto capire che cosa lo avesse portato a reagire in quel modo, ad avere lati del carattere così opposti, eterogenei. Ma forse avrebbe dovuto capire, dopo così tanto tempo, come farsi troppe domande su come mai Russell fosse in un modo o nell’altro, fosse cosa inutile. Una volta, quando lui l’aveva invitata nella sua fattoria, aveva avuto modo di parlare a lungo con Jocelyn, sua madre. Erano subito andate molto d’accordo. Lei adorava suo figlio, ma si rendeva anche conto della difficoltà di saper gestire alcuni aspetti del suo carattere. A Susan era rimasta impressa una frase in particolare: “Russell è quello che tu sai bene”. Sorrise stringendo la tazza di caffè fra le mani. Era vero, Russell era così, e lei non poteva che volergli bene, in qualunque modo lui fosse.

Decise di andare da Sabrina, era da un po’ di tempo, date le circostanze, che loro due non avevano avuto l’opportunità di passare del tempo insieme, chiacchierando in tutta tranquillità. Le mancavano molto le loro conversazioni tutte al femminile; in fondo Sabrina era una delle più care amiche che avesse avuto modo di conoscere in quegli anni. In parte doveva anche a lei quello che era in quel momento e non avrebbe mai smesso di esserle grata per averla spronata a partecipare a quel concorso.

“Allora, come va?”

“Che dirti? Grazie al cielo è Sabato. Certe volte vorrei che Marlon fosse già indipendente e senza compiti da fargli fare previa minaccia … ma per il resto tutto bene … tu che mi dici? Come sta Russell?”

“Bene, credo … è uscito, ha scritto che andava a farsi un giro.”

“Strano … le fa spesso queste cose?” Sabrina la guardò incuriosita.

“A Russell piace camminare, di solito lo scenario che cerca è un po’ diverso, ma penso che Central Park possa essere un sostituto quasi degno.”

“Alle praterie australiane?” Chiese Sabrina guardandola con ironia. Entrambi si sorrisero e si risposero all’unisono scoppiando in una risata divertita.

“Non credo proprio!”

“A parte gli scherzi … ieri era un po’ arrabbiato, gli ha telefonato non so chi che lo ha irritato non poco, sono volate parole a dizionari interi!”

Sabrina osservò lo sguardo di Susan perso nel vuoto mentre ripensava e le raccontava gli avvenimenti della sera precedente.

“E fra voi due … come va?”

“Bene …” sorrise “…se penso … che erano quasi…accidenti, sei anni che non lo vedevo. Se me lo avessero detto non ci avrei mai creduto. E poi con lui … è come se il tempo non fosse mai passato … che c’è?”

“No, scusa se rido, ma … voi due siete la coppia più strana che mi sia mai capitato di incontrare.”

“Sabrina, finiscila, io e Russ siamo buoni amici. Ti rendi conto che lo conosco da quando io avevo diciannove anni? È come se fosse un fratello per me e credimi, io non sono più che una sorella per lui.”

“Senti, raccontala a un’altra e non farmi incazzare!”

“Ma … senti…”

“No, senti tu, mi sarò anche fatta mettere incinta a sedici anni, ma del tutto cogliona non sono, se permetti!”

Susan prese a guardarla, divertita, come sempre, dai suoi modi tutt’altro che eufemistici di esprimere la sua opinione.

“E vedi di non ridere! No, dico, ma vi siete visti? Vi siete mai onestamente fermati a osservarvi un attimo a vicenda?”

“Sabri …”

“Fammi finire! … Cazzo … sono anni che io e Jeremy cerchiamo di accasarti, ma tu no! Mai una volta che abbia rivolto uno sguardo a quei disgraziati che solo vagamente si avvicinasse a quello che ti ho visto rivolgere a Russell in quel locale! Per non parlare poi di lui … l’altro tonto d’oltreoceano!”

“Che c’entra lui, adesso?”

“D’accordo che l’amore non ti fa vedere le cose in modo molto chiaro, … ma voi viaggiate con fodere di prosciutto sugli occhi! Forse non ci avrai fatto caso alle volte in cui siamo usciti tutti insieme a cena …”

Susan si stava pian piano facendo accompagnare per mano su una strada che fino a quel momento aveva scelto di evitare; lasciò che Sabrina parlasse e le riempisse la mente solo delle parole che più di tutte le altre avrebbe voluto sentirsi dire.

“…o alle volte in cui tu e lui eravate qui e lui giocava con Marlon, ma ogni tanto buttava l’occhio verso di te … Tesoro mio, amo Edward alla follia, ma se un uomo mi avesse guardato come lui ha guardato te in quel momento, mi sarei spogliata in meno di un nano secondo!”

“Ma … Sabrina!!!”

Susan arrossì imbarazzata, poi scoppiò a ridere ripensando a quell’ultima frase.

“C’è poco da ridere! È la verità!” La guardò con aria affettuosamente provocatoria. “No, dico, forse tu in tremila anni che lo conosci sei stata lì a raccontargli barzellette, ma io ti consiglio di dare un’occhiata al suo fondoschiena la prossima volta che esce dalla doccia!”

“Sabrina, vergognati … se ti sentisse Edward!”

“Come se Edward le altre non le guardasse! Stare con un uomo ti può rendere felice e magari completa, ma non ti tappa gli occhi davanti alle meraviglie del mondo.” Disse strizzandole un occhio.”

Il tono amichevole, divertente, affettuoso e complice di quella conversazione aveva aiutato Susan a leggere più profondamente dentro sé stessa. Era come se all’improvviso si sentisse libera di esprimere quello che sentiva e che forse da troppo tempo teneva dentro di sé. Forse parlarne con Sabrina le avrebbe fatto bene e forse sarebbe riuscita a vedere più chiaro in quel vortice di totale confusione. Sorrise guardandola con sguardo da adolescente alle prese con la prima cotta.

“I suoi capelli … mi fanno letteralmente impazzire!”

“E tu con tutto quello che hai a disposizione stai a guardare i capelli?”

“Sabri … “

“Dimmi”

“Tu che faresti?”

“Te la posso raccontare una cosa? Non l’ho mai detta a nessuno, nemmeno a Jeremy … ma penso che a te potrebbe servire.”

“Cosa …”

“C’è stato un momento in cui ho creduto di essermi innamorata di lui, di Jeremy intendo … è stato tanto tempo fa, nei primi tempi dopo la nascita di Marlon. Lui era sempre da me, per un motivo o per un altro, c’era sempre; mi aiutava, mi distraeva dal fatto che fossi incazzata con quello stronzo del padre … grazie a lui ho imparato a concentrarmi su quanto bene volessi a mio figlio, su come volevo che diventasse una persona diversa da quella che era stata suo padre. Dopo tanto tempo trascorso con una persona arriva il momento in cui cominci a chiederti di che natura sia il vostro legame.”

“Ma non gliene hai mai parlato?”

“No, perché ho capito dopo che non era amore il mio, ma il desiderio di proiettare, su di lui, ciò che avrei desiderato fosse il padre di Marlon. Mi crederai pazza nell’affermare questo, ma … nonostante io ami Edward e benedica ogni giorno l’istante in cui ci siamo incontrati, la persona che non smetterò mai di amare, e che amerò più di ogni altra, sarà sempre il padre di Marlon.”

“Ma perché…”

“Credi che non me lo sia chiesto? Forse perché c’è una parte di noi che continua a rimanere aggrappata all’illusione che una persona sia come te la sei voluta dipingere quando ancora era tutto perfetto. Forse, paradossalmente, se non fosse stato per il padre di Marlon non sarei mai stata in grado di essere la persona che sono e di innamorarmi di Eddy. Grazie all’esperienza che ho avuto ho ritrovato la vera me stessa, capisci quello che intendo? Guardati, sei una persona completamente diversa da quando tu e lui vi siete rincontrati. Non negare il sentimento che provi, vivilo e basta, ma voi due non lo state facendo Vi girate intorno come due … insomma, lui è un uomo, ma tu, che scusa hai?”

“Non so che cosa pensare, non so nemmeno se abbia senso fare questi discorsi dal momento che sono l’unica a farsi questi … è proprio il caso di dirlo, ‘film in testa’, mentre lui tra qualche giorno andrà a Los Angeles a girarne uno vero!”

“Ma di che cosa avete paura?”

“Se non fosse vero? Se non funzionasse? …” Susan aveva un tono della voce quasi spazientito, stupita lei stessa di come quelle parole le fossero uscite dalla bocca. “… anche la nostra amicizia finirebbe e io non potrei sopportare di perderlo!”

“Di perderlo?! Lascia che ti dica quello che penso! Due persone che non si vedono da sei anni, che hanno smesso di avere contatti di alcun genere, uno con la sua vita in Australia e l’altra con la sua a New York e che in una sera qualunque decidono di andare, tra le migliaia di locali che ci sono in questa città, proprio nello stesso … bè … sono destinate solo a ritrovarsi, sempre e comunque e non a perdersi!”.


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