Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Ritrovarsi (Seconda parte) (leggi la prima parte) (leggi la terza parte) (leggi la quarta parte) (leggi la quinta parte) (leggi la sesta parte) (leggi la settima parte) (leggi l'epilogo)
autrice: AleNash
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 29 agosto 2003
argomento della storia: Susan Mc Arthur sogna di diventare scrittrice, il suo migliore amico di fare l'attore. Lei parte per l'America, lui rimane in Australia. Ma i loro cammini sono destinati a incrociarsi.
riassunto breve: In sei anni la carriera di Susan come scrittrice ha conosciuto svolte promettenti. Si sente molto felice, ma sente la mancanza del suo migliore amico e casualmente una sera …
immagini: Ely
note:  Vorrei ringraziare di cuore prima di tutto Ely che con le sue bellissime immagini ha dato vita ai personaggi di questa storia più di quanto le parole che li descrivono avrebbero potuto fare; in secondo luogo ringrazio tutte coloro che mi hanno spronato a non smettere di scrivere. Ciccine, siete grandi … e nel caso la storia non sia di vostro gradimento, di sicuro lo saranno le figure. Ho iniziato a scrivere questa storia ormai quasi un anno fa, riferimenti a cose dette da persone casualmente note, lo giuro, sono assolutamente causali. (AleNash)

RITROVARSI

PARTE 2

Los Angeles, 1996: una notte qualunque.

 

Saranno state le tre del mattino, forse le quattro. Nella suite di un hotel di cui non si ricordava neanche più il nome, Russell si rigirò nel letto di un altrettanto anonimo hotel americano. Chiuse e riaprì pigramente gli occhi a fatica. Tutto l’alcol bevuto la sera precedente si stava ribellando dentro al suo corpo impedendogli di tenere i suoi movimenti sotto controllo. La testa era pesante, le braccia erano pesanti, le gambe erano pesanti, persino sollevarsi dal materasso gli sembrava un’impresa impossibile da compiere. Provò ad alzarsi e si ritrovò di nuovo seduto con la testa tra le mani e la stanza che girava attorno a lui. Si sdraiò nuovamente guardando il soffitto con una mano sulla fronte. Era meglio aspettare che la stanza smettesse di girare. Girò la testa da un lato: anche la donna sdraiata accanto a lui, nuda, come lui, non era meno anonima di quella stanza d’albergo di una notte qualunque. Si accese una sigaretta e rimase a guardare verso l’alto con un braccio appoggiato sulla fronte; la luce che filtrava dalle tende formava degli strani disegni sul soffitto, seguirli con lo sguardo … impossibile. La donna si rigirò nel letto e un suo braccio lo cercò, forse per un abbraccio o forse, molto più probabilmente, per continuare a fare quello che poche ore di sonno avevano interrotto. La guardò illuminata dalla luce della notte, era molto bella, come del resto tutte quelle che in quegli anni gli era capitato di conoscere, o magari anche di non conoscere, ma di portarsi a letto comunque. In un modo o nell'altro le cose, ‘quelle’ cose, erano diventate sempre più semplici, fottutamente semplici; non avrebbe mai pensato di arrivarci: il successo gli aveva portato anche questo, ma forse non era lui, erano quelli dentro ai quali lui entrava, a "fare il miracolo", ma aveva forse importanza? Forse no, se alla fine riusciva a sentirsi bravo, desiderato, voluto e … sì, preso … come a chiunque altro sarebbe piaciuto essere preso. Sorrise al nulla, al silenzio; quanti ne erano passati? Cinque, sei di anni? E chi l'avrebbe detto che sarebbe piaciuto tanto? Chi avrebbe puntato tanto su di lui? Forse una persona sì, Susie… lei sì che glielo aveva sempre detto, ma ora non c'era a festeggiare con lui quel successo. Avrebbe voluto, ma lei non lo avrebbe di certo perdonato per essere sparito. Che razza di amico era stato … lei era una persona speciale e sicuramente aveva realizzato il suo sogno, del resto se lo meritava, più di ogni altra che lui avesse mai conosciuto, e si meritava anche di trovare persone senz'altro migliori di lui, che potessero essere presenti e mantenere le promesse che facevano. Lui era lì, e lei … chissà, forse era ancora a New York. Aveva il suo numero di telefono … prese la cornetta in mano, ma riattaccò subito, come era accaduto numerose altre volte, e sorrise nel sentirsi un idiota. Chi mai avrebbe accettato delle scuse cinque anni dopo e soprattutto ... fatte a quell'ora del mattino? Probabilmente non viveva nemmeno più a New York … che idea gli era venuta in mente? Anche lui in fondo aveva seguito la strada che stava cercando da tempo. Un ingaggio dopo l'altro, a spasso per l'Australia e adesso lì, in America. Le riprese, il lavoro dalla mattina alla sera, i primi successi, i soldi, le ragazze. Chi non avrebbe firmato un assegno in bianco per una vita del genere? Buttò fuori un'altra boccata di fumo. Si diresse verso la finestra, questa volta, per fortuna, la stanza si era fermata, guardò fuori: che spettacolo orrendo … solo cemento, nient'altro. La festa di quella sera non era stata poi male … o, data l'ora, forse sarebbe stato meglio dire della sera prima; tutta gente che si era comportata come se lo conoscesse da una vita, ma che in realtà di lui non sapeva un bel niente. Come del resto quella donna nel suo letto. Nemmeno lui sapeva nulla di lei, era vero, ma per una buona mezz'ora gli aveva dato quello che lui voleva: dimenticare dove si trovava, dimenticare chi gli mancava., in quello, sì, era stata brava. Ora però era al punto di prima, lui, sé stesso … e basta. Si sdraiò di nuovo nel letto e la donna si svegliò nel sentirlo muoversi accanto a lui.

"Non riesci a dormire, amore?"

"Qualcosa del genere." Le sorrise spegnendo la sigaretta nel portacenere sul comodino.

"Possiamo rimediare alla noia se vuoi." Sorrise con sguardo seducente mettendosi in un solo gesto a cavalcioni sopra di lui. Russell sorrise freddo e non oppose alcun tipo di resistenza alle carezze sensuali sul suo torace e su tutto il suo corpo, fino alle sue parti più intime. Non ci volle molto perché la sua eccitazione arrivò ben oltre il livello di guardia e la donna quasi stava urlando il suo piacere quando lui la penetrò con desiderio rabbioso, ancora una volta, nel tentativo di cercare in chissà chi, dentro alla buia intimità di quella donna, una completezza che ancora non aveva trovato. Chiuse gli occhi e pensò a un'altra, una persona lontana, che ormai non avrebbe più rivisto, una persona che aveva creduto in lui fin dall'inizio, ma che ormai aveva perduto, lo sapeva, e mentre la rivide, innocente, bella e vera, allontanarsi nuovamente da lui, all'aeroporto di Sidney, raggiunse l'apice di un piacere che fu solo fisico, ma non mentale.

 

 

New York: una settimana dopo. h. 7:30

 

La sveglia suonò puntuale come ogni mattina e Susan schizzò quasi in un solo gesto dal letto alla doccia. Fu pronta in un attimo e uscì lasciando un biglietto di buon giorno, come ormai era diventata abitudine fare, sia sulla porta di Jeremy, che su quella di Sabrina. Non avrebbe rinunciato a quell'angolo di paradiso per nulla al mondo, adorava quel palazzo, quel calore, adorava i suoi amici, il piccolo Marlon che ormai aveva preso l'abitudine di chiamarla zia, ma a lei non dispiaceva affatto. Gli si era così affezionata che quasi a volte lo considerava figlio suo. Da quando poi Sabrina aveva iniziato a frequentare Edward, le cose sembravano aver preso una piega positiva anche per lei. Sembrava così felice, di nuovo innamorata quando ormai aveva quasi giurato di dire basta a qualunque essere maschile le si fosse presentato davanti. Ma questa volta sembrava diverso e Susan aveva fatto più che volentieri da babysitter ogni volta che era stato necessario. Amava proprio quel luogo così pieno di piccoli ricordi e non le importava se le sue condizioni le avrebbero anche permesso di vivere in una zona migliore. Lì aveva cominciato e lì desiderava restare, lo considerava il suo "luogo porta fortuna" e non se ne sarebbe andata. Non si era ancora abituata a vedere la sua foto sui giornali e soprattutto nelle librerie più famose. Sorrideva al pensiero di come in pochi anni le cose si erano andate evolvendo. Quasi per scherzo aveva seguito il consiglio di Sabrina e aveva deciso di partecipare ad un concorso indetto dalla casa editrice McDove & Hill e sponsorizzato dal New York Times che avrebbe premiato il racconto più originale, oltre che con una somma in denaro, con la sua pubblicazione. Susan aveva scelto uno dei racconti che tanto avevano entusiasmato Marlon e dopo solo un mese quella telefonata.

"Il suo racconto ci è piaciuto, signorina Mc Arthur"; quelle parole sarebbero per sempre rimaste impresse nella sua memoria come le più belle, le più importanti, perché quel paese, disposto tanto ad accoglierti con calore, quanto a lasciarti per strada con la rapidità di un battito di ciglia, le aveva dato l'opportunità che da tempo immemorabile stava cercando, e le aveva detto che c'era riuscita. In poco tempo un racconto aveva seguito l'altro e nel giro di qualche anno era diventata la scrittrice per l'infanzia più richiesta e nota di tutta New York City. Non c'era bambino e non c'era mamma che non conoscessero i suoi meravigliosi e fantasiosi personaggi, i suoi animali parlanti dell'Australia. Come avrebbe mai potuto lasciare il posto da cui tutto questo aveva avuto inizio?

 

Quello era un giorno importante, Jeremy aveva avuto un nuovo incarico al giornale dove lavorava e bisognava festeggiare. Susan era contenta perché il suo lavoro le permetteva sia di scrivere da casa che dalla biblioteca dove spesso andava per ricerche. Si sentiva piena di energie, scrivere era la sua energia, e ciò le permetteva di essere mattiniera nonostante scrivesse fino a tarda notte. Non aveva perso le vecchie abitudini nonostante la fama: era ancora la ragazzina che se sentiva un'idea improvvisa balenarle nella testa, doveva scriverla, a qualunque ora e in qualunque luogo le si presentasse. Le giornate le volavano sotto il naso, era sempre così: dalla mattina alla sera c'era l'intervallo di un soffio.

 

 

"Ciao zia Susan!" Marlon era sgusciato fuori dalla porta di casa nelle braccia di Susan nel sentirla rientrare.

"Ciao birbante! Dov'è la mamma?"

"Di là che si prepara."

"E la nonna è già arrivata?"

"Sì, è di là in cucina."

Marlon, che non la voleva lasciare, la costrinse ad entrare a casa di Sabrina. Salutati rapidamente tutti, Susan si precipitò poi nel suo appartamento per prepararsi ad uscire. Tutti erano pronti, Jeremy, Sabrina con Edward e Susan. Avevano deciso di darsi alla pazza gioia in un locale vicino alla 57esima. Era uno spettacolo vedere Sabrina insieme a Edward teneramente abbracciati per le strade di New York e Sabrina aveva persino abbandonato il look aggressivo con il quale si era fatta conoscere, per lasciare spazio a quella che Susan aveva sospettato da sempre essere la vera Sabrina: una giovane donna che in fondo aveva ancora tanto desiderio di amare quanto di essere amata e di credere che tutto questo potesse ancora esistere. Susan li osservava contenta, ma provava allo stesso tempo un senso di malinconia, perché avrebbe desiderato avere lo stesso spirito, lo stesso desiderio di amare come lei. Ma sembrava che tra tutte le cose belle che le erano accadute in quegli anni, quella fosse una porta che ancora non le era stata aperta. Frequentava persone, certo, alcune poi, non avevano perso occasione di farle sapere quanto avrebbero desiderato colmare il vuoto che sembrava invaderle gli occhi e lo spirito. Il suo lavoro la rendeva felice, ma le sarebbe piaciuto aver qualcuno con cui condividere quella gioia. A volte si sentiva sbagliata, perché non era riuscita ad innamorarsi di alcune persone che aveva avuto modo di incontrare, persone anche simpatiche ma non quelle giuste, alcune si erano persino innamorate di lei, nonostante il suo essere altrove, chissà dove e a cercare chissà cosa o chissà chi. Ma poteva forse biasimare sé stessa per questo? C'erano momenti in cui sentiva quasi un vuoto incolmabile dentro di sé, come una domanda alla quale nessuno aveva mai risposto o che lei stessa aveva deciso di lasciare in sospeso.

"Qualcosa non va?"

"No, tutt'altro." Sorrise tornando alla realtà.

Jeremy, che aveva imparato a conoscerla bene e che ultimamente la vedeva spesso perdersi in pensieri probabilmente lontanissimi, le si era avvicinata avvolgendola con un braccio intorno alle spalle.

"Entriamo?"

"Certo."

 

La serata trascorse piacevole, tra risate, battute, bevute e brindisi. Si stava facendo tardi, il locale era sempre più affollato di gente che amava molto fare le ore piccole e ascoltare buona musica. Sabrina ed Edward praticamente non si erano persi un ballo e anche Susan e Jeremy si erano scatenati, la musica era così alta e coinvolgente che quasi nessuno si era accorto del trambusto che ad un tratto si era venuto a creare. Rumori di bicchieri rotti nella sala adiacente a quella della musica, passarono inizialmente inosservati. Dopo una prima serie di pezzi rock si passò ai lenti e fu allora che i rumori anonimi di poco prima attirarono maggiormente l'attenzione di tutti. Un tizio dall'aria ridanciana e un po' ubriaca sbucò dall'altra sala.

"Hey, di là se le danno!"

Più d'uno fu subito attratto dalla "notizia", tra questi Edward che trascinò con sé anche Sabrina. Susan e Jeremy si guardarono e quasi automaticamente li seguirono. C'era una gran confusione, non si vedeva praticamente nulla, ma i rumori e le parole volavano alte e sonore. Susan iniziò a sentire un certo disagio nel vedere qualcosa che veniva osservato come un fenomeno da circo.

Sembravano due uomini, se si potevano definire tali, coinvolti in non si capiva che tipo di discussione. Il fumo impediva la visuale e Susan aveva solo voglia di andarsene. Prese per un braccio Jeremy facendogli segno con la testa di andare mentre lanciava uno sguardo verso i due boriosi, uno sopra l'altro, intenti a picchiarsi chissà per che ragione. Dovevano essere certamente ubriachi. Jeremy assecondò la richiesta di Susan che nell'andare via fu colta da una strana sensazione, come di deja-vù, e si fermò. Si voltò un attimo ancora e si fece strada tra la folla che spinta dall'alcol era eccitata da quello spettacolo da saloon di terza classe. Jeremy seguì il suo sguardo, con un gesto della mano Susan gli aveva fatto segno di aspettare, ma vedendola avvicinarsi sempre di più al "ring" si era preoccupato e l'aveva seguita. Susan non credeva ai suoi occhi … no, non poteva essere. C'era un uomo ubriaco fradicio, che non tanto per prestanza fisica, quanto per corporatura, era nettamente superiore all'altro, sotto di lui, che si trovava in quella posizione per aver appena risposto ad un pugno in pieno viso. Lo guardò bene … lo guardò meglio e si girò immediatamente per cercare Jeremy.

"Jeremy, vieni a separarli! "

"Cosa?!"

“È Russell!”

 

Susan andò verso Jeremy e lo trascinò per un braccio. Nel frattempo anche il gestore del locale aveva preso i suoi provvedimenti e due buttafuori si stavano avvicinando per separare i due rissosi. C'era una confusione invivibile e Susan si sentiva nervosa oltre ogni limite, non capiva più nulla, si stava solo affidando al suo istinto, al perché Russell si trovasse lì non aveva pensato e nemmeno voleva pensare, voleva solo che quell'assurdità finisse. Vide i gorilla avvicinarsi e separare i due con modi tutt'altro che gentili. Avrebbe voluto andare subito da lui, ma Jeremy la trattenne.

"Lascia stare, ci stanno pensando già loro!"

Susan si voltò lanciandogli uno sguardo arrabbiato che Jeremy non aveva mai visto, uno sguardo che non ammetteva né repliche né lasciava spazio ad alcuna spiegazione. Il suo sguardo passò rapidamente dagli occhi di Jeremy alla sua mano intenta a trattenerla per un braccio. La lasciò subito e lei si precipitò verso i buttafuori che stavano per far intendere ad uno dei due coinvolti nella rissa, ovvero a Russell, con le 'loro' maniere, cosa ne pensavano del fatto che stesse opponendo resistenza. Spinta da chissà che istinto Susan si mise in mezzo tra l'addetto alla sicurezza e Russell prendendo quest'ultimo per un braccio: lui incredulo e intontito da pugni e alcol, lei senza ancora aver pensato alle parole da dirgli. Lo fece sedere sulla prima sedia che trovò, uno sgabello alto che più che seduto lo lasciava quasi in piedi, ma lei lo teneva per le spalle, o almeno ci provava dato che tendeva a ricadere in avanti appesantito dall'ubriacatura e affaticato dalle botte. Ma che stava combinando … lui non l'avrebbe probabilmente nemmeno riconosciuta.

"Russell, sono io,…guardami, Russ, sono Susan."

Il suo sguardo, perso e alcolizzato, cercava di mettere a fuoco l'immagine di una ragazza davanti a lui che le ricordava tanto una persona che lui conosceva e che diceva di chiamarsi con lo stesso nome. L'istinto di scostarla con un braccio per tornare a quella che era la sua principale preoccupazione svanì quasi all'istante quando la guardò bene e la vide sorridere, e sentì la sua mano sulla fronte intenta ad accarezzargli il viso e i capelli per cercare di calmarlo. Russell portava una leggera barba che Susan non gli aveva mai visto, ma in quel momento era più preoccupata dell'occhio nero e del suo labbro rotto e sanguinante. Ora la riconosceva, ma forse stava solo desiderando di trovarsela davanti. Fece per abbracciarla e chiederle che cosa ci facesse lì, ma quel gesto si trasformò in qualcosa di maldestro e incontrollato. Russell crollò, perdendo in parte i sensi, su Susan che, se non fosse stato per l'intervento di Jeremy ed Edward, sarebbe caduta sotto il suo peso.

 

"Ragazzi non voglio rogne nel mio locale, ok?…Se lo conoscete portatevel … un momento, ma non è quel ... ?"

"No, non è!…Permesso, scusate."

Una voce dietro il proprietario del locale, intervenuto chiaramente troppo tardi, si fece strada e si chinò su Russell per terra con la schiena appoggiata al bancone. Susan lo guardò e riconobbe anche lui.

"Susan! Cazzo … quando si dice la provvidenza … ma tu vivi ancora a New York?"

"Io non mi sono mai mossa da New York! Voi piuttosto, che ci fate qui … che ci fa ‘lui’ qui? … Guarda come l'ha ridotto!"

"Lo vedo, cazzo ... anche se nemmeno quell'altro era messo meglio …" disse con una punta di quasi sadica soddisfazione cameratesca.

"Non mi sembra il momento di fare battute!…" Susan era preoccupata e visibilmente irritata.

"Hey amico, arrivi tardi … lo spettacolo è finito." Russell con la voce impastata dall’alcol si rivolse con sguardo imbambolato a Mark.

"Russ, stai tranquillo che adesso ce ne andiamo."

"Dove andate?"

"Torniamo in albergo, domani ripartiamo per Los Angeles …"

"Nemmeno per sogno, lui viene a casa con me!"

"Susan, … Forse è il caso che ne discutiamo …"

"Non te lo consiglio." Jeremy intervenne con un sorriso eloquente nella discussione dei due.

"E ti assicuro che ha ragione!" Ribatté Susan guardandolo dritto negli occhi.

Mark rimase per un attimo in silenzio a riflettere rapidamente.

"Siete venuti in macchina?"

"Sì, ovvio."

"In effetti forse l'idea non è male … all'albergo daremmo un po' nell'occhio … e non è che abbiamo bisogno di questo genere di pubblicità ..."

"Jeremy, aiutami a tirarlo su."

Sabrina la osservava, non l'aveva mai vista così, mai in sei anni che la conosceva; determinata lo era, ma non avrebbe mai pensato di vederla sfidare lo sguardo né di un buttafuori, né di un manager, o presunto tale, che aveva l'aria di sapere il fatto suo. Ma forse c'erano cose che rendevano le persone in grado di reagire come mai altri si sarebbero aspettati, come ad esempio il ritrovare dopo anni, una persona che si pensava di aver perduto per sempre e alla quale non si era mai smesso di pensare.

 

 

 

Susan fece strada a Mark e Jeremy nell’appartamento e con il loro aiuto riuscì a far sdraiare Russell sul suo letto.

“Ecco, fatto” disse Mark “dormirà fino a domani mattina.”

“Sue, sei sicura di non aver bisogno di una mano?”

“No, davvero, ci penso io.” Rispose già seduta accanto a Russell e voltatasi solo per un attimo.

Sabrina le si avvicinò mettendole una rassicurante mano sulla spalla.

“Allora … se ti serve qualcosa sai dove bussare … buonanotte…”

“Ti ringrazio … e grazie anche a voi ragazzi … Jeremy scusa se la serata …”

Con un gesto della mano e un sorriso la fermò

“Non ti preoccupare … ci serviva qualcosa per movimentarla.”

“Già.”

“Hey Sue, domani ti … faccio arrivare la sua valigia?”

Susan sorrise dopo una breve riflessione, forse sulla domanda o sull’assurdità di quella situazione venutasi a creare da un momento all’altro.

“Sì … grazie, Mark.”

“Dovere … sei sicura che …”

“È tutto a posto, sul serio … adesso è qui con me.”

Quella frase uscitale così spontaneamente dalla bocca l’accompagnò di nuovo, poco più tardi, quando tutti se ne furono andati e lei rimase da sola in quella stanza con Russell. Aveva preso l’occorrente per disinfettargli il labbro e del ghiaccio per alleviare il dolore dell’occhio. Russell dormiva o forse era soltanto molto indebolito e non riusciva a razionalizzare quello che gli era capitato, perché si fosse cacciato in quella situazione, ma poco importava: Susan si stava prendendo cura di lui. Cercava di tamponare delicatamente, col cotone, il labbro che doveva dargli molto fastidio considerate le smorfie di dolore che, nonostante la debolezza, si leggevano accennate chiaramente sul suo viso. Susan lo osservava: era così cambiato, non aveva mai portato la barba quando lo frequentava tanti anni prima, ma gli stava bene, anche i capelli erano diversi, leggermente più lunghi di come se li ricordava. Aveva un aspetto più adulto, ma su quei tratti maturi ritrovava ancora quelli del ragazzo che conosceva. Si domandava che cosa lo avesse spinto a comportarsi così, … lui, in un locale qualunque di New York, invischiato in una rissa con chissà chi. Poteva essere stata una reazione eccessiva causata dall’alcol, ma lei lo conosceva bene; Russell amava sì bere, ma l’alcol lo sapeva reggere … però poteva anche darsi che si sbagliasse, forse non lo conosceva più. Lo osservava dormire e l’unica cosa alla quale riusciva a pensare era all’incredibile gioia che improvvisamente sentì rinascere nel suo cuore. In un modo inaspettato, che non avrebbe mai creduto possibile, lei e Russell, ancora una volta si erano ritrovati, non aveva bisogno di chiedersi il perché, forse era proprio di una cosa del genere di cui aveva bisogno per sentirsi davvero viva. Del resto, era sempre stato così: rincontrarlo in una città così grande che non era mai appartenuta a nessuno dei due, era una cosa tanto assurda quanto speciale nella sua assurdità. Forse non poteva che essere così, forse era segnato da qualche parte che, in un modo o nell’altro, prima o poi, i loro cammini si sarebbero sempre ancora una volta incrociati. Si addormentò serena quella notte, con quei pensieri che la accompagnarono, fino al sonno più profondo, sdraiata sul divano del salotto di casa sua.


segue

 

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