Le Fan Fiction di croweitalia

titolo:  Questioni di cuore (uno strano caso) - Prima Parte (leggi la seconda parte)
autrice: AleNash
e-mail: alessandradonnini@yahoo.it
data di edizione: 06/07/2004
argomento della storia: A Wellington, il 7 aprile 1964, nasce un bambino; a Canberra il 7 aprile 1964 ne nasce un altro…
riassunto breve: Due bimbi che nascono, due destini, un incontro, tante magiche coincidenze.
lettura vietata ai minori di anni: Come al solito, la lettura è adatta a tutti
note: La trama di questa “fiaba” mi è venuta in mente durante uno dei miei tanti viaggi in treno. Qui, Russell Crowe, è molto poco divo e molto, molto ‘uomo’. L’aspetto umano-emotivo che lui incarna in questa storia, potrebbe appartenere a qualsiasi persona … il fatto è, molto semplicemente, come diceva l’Angelo Della Morte nel famoso film Vi presento Joe Black, che “mi serviva un corpo”, e lui faceva proprio al caso mio. Ci tengo a citare una scrittrice per me fonte di inesauribile ispirazione: Banana Yoshimoto, che con i suoi romanzi mi da sempre delle risposte, anche alle domande che devo ancora fare. Come sempre, dal mio cuore al vostro.

AleNash


 

QUESTIONI DI CUORE

(Uno strano caso)

 

7 aprile 1964 - Wellington

 

Un vagito debole fu seguito in pochi istanti da uno più forte e vigoroso. L’ormai esperta levatrice teneva tra le braccia il neonato e sorrideva soddisfatta, come se quell’improvviso rigoglio fosse stato per lei la conferma di qualcosa che aveva letto nelle fessurine verdi azzurre degli occhi che gli aveva intravisto. Lo strinse una volta ancora.

“Tutto bene, piccino, sta’ tranquillo … sì, lo so, vuoi la tua mamma, vero?”

La donna si avvicinò al letto di una madre molto ansiosa, già pronta con le braccia tese.

“È un bimbo sanissimo, è fortunata, e a giudicare da come strilla mostra già di avere un bel caratterino.”

Orgogliosa oltre ogni dire, la madre prese finalmente in braccio il suo bambino, guardò l’infermiera con gratitudine; ore di travaglio precedentemente trascorse come se fossero dovute durare in eterno, scomparvero come per magia.

“Ce l’ha già un nome?”

“Russell …” disse la mamma guardandolo “ormai è deciso.”

“ ‘Russell’” , ripeté la nutrice “ … scorre sangue Maori nelle sue vene.”

La madre la guardò con un guizzo di curiosità e stupore.

“È vero, ma … come lo sa? Voglio dire, la sua bisnonna era Maori”.

“Perché lo sono anch’io e l’ho sentito quando l’ho preso in braccio. Ha sprigionato un vigore che ho sentito famigliare.”

Mamma Joe era sempre rimasta affascinata dalla magia della cultura Maori e lasciandosi trasportare dalla sua curiosità, dopo un’esitazione iniziale, si lasciò andare.

“C’è qualcos’altro che sente? - precisò - sarà … un bambino felice? Me lo può dire?”

L’anziana infermiera sorrise con tenerezza, prese nuovamente il bambino fra le braccia e chiuse gli occhi. Dopo un lungo istante parlò.

“Farà grandi cose, questo bambino. E sarà molto amato, ma …”

“Ma cosa?!” disse, lo sguardo lievemente allarmato.

“… dovrà imparare a non chiudere il suo cuore, o le persone non lo capiranno.”

Il bambino tornò tra le braccia della mamma, l’infermiera non disse nulla di più, prima di uscire e lasciare entrare chi era impaziente di vedere il nascituro. Un uomo emozionato, il padre, teneva per mano un altro bambino, di poco più grande. Entrambi si strinsero attorno al nuovo arrivato. Il marito baciò sulla fronte sua moglie. Prese per mano il primogenito intimidito e lo guidò.

“Figliolo, vieni qui, vieni, guarda, Terry, questo è il tuo fratellino, si chiama Russell, di ‘ciao’ a Russell…”

Il bambino si avvicinò guardando incuriosito. Allungò la manina e gli toccò un orecchio con una smorfia di incertezza. La madre sorrise, il padre intervenne.

“Devi fare piano, è delicato.”

Guidò con le sue mani le carezze di Terry sulle minuscole manine di Russell. Di sfuggita incrociò lo sguardo della moglie che sembrava perso altrove.

“Che cos’hai, Joe? Sei stanca, vuoi che ti lasciamo riposare?”

“No, non ho nulla.”

Le parole dell’anziana infermiera Maori le risuonavano nella testa, non le avrebbe mai dimenticate, lo sapeva. Ma in quel momento di profonda gioia famigliare voleva solo pensare a quelle migliori. Sorrise a suo marito prendendolo per mano.

“Il nostro bimbo farà grandi cose, amore.”

 

**

Canberra - 7 aprile 1964 - stessa ora.

Seduta in camicia da notte davanti all’incubatrice, una madre giovanissima guardava il suo viso riflesso nel vetro e pensava. Tutti quei mesi aspettando e sperando, facendo progetti e sognando. Sentì le lacrime affiorare, ‘il suo bambino è nato con uno scompenso cardiaco, dovrà stare sotto osservazione, dobbiamo aspettare ….’ ‘Aspettare’ … ancora? Dopo nove mesi, ancora aspettare? Vedere il suo bimbo chiuso in una scatola di vetro era qualcosa che andava oltre l’immaginazione di una madre. ‘No, il suo piccino doveva vivere. Si asciugò in fretta le lacrime per non farsi vedere da una suora infermiera che le si avvicinò.

“È molto stanca, perché non va a riposare?” Le disse accarezzandola premurosamente.

“No.”

L’infermiera si sedette accanto a lei, la osservava mentre teneva la manina del suo piccolo nella sua, infilata nelle apposite fessure dell’incubatrice.

“Lei non è madre, sorella. Non può capire.”

“Ma sono donna e posso provare.”

“La prego di scusarmi per il mio tono. Sono stanca e ho paura. Che cosa farebbe … al posto mio?”

Dopo un attimo di silenzio la giovane suora parlò. Osservò il bambino e poi sua madre. Le prese la mano.

“Pregherei. Lei crede?”

“Non lo so.”

“Non è mai tardi per cominciare a farlo. Ci sono angeli speciali per i bambini, parli con loro.”

La neomamma rivolse uno sguardo al suo bambino. Era bellissimo, così indifeso … poco dopo la sua nascita aveva appena fatto in tempo a intravedere le fessure color smeraldo dei suoi piccolissimi occhi, prima che i dottori glielo portassero via per poi dirle che forse non sarebbe riuscito a superare la notte. Nulla avrebbe potuto farle più male.

 

E fu così che quella notte del 7 aprile 1964 due madri passarono la notte innalzando un pensiero a chiunque potesse sentirle.

A Wellington una pregava intensamente perché il suo bambino crescesse imparando a non chiudere il suo cuore. A Canberra, invece, un’altra, per la prima volta nella sua vita, pregava. Pregava affinché il cuore del suo non cessasse di battere. Sussurri nella notte che si alzarono portati da un vento protettivo. Le voci del cuore di due madri lontane sembrarono fondersi in una sola. Il bimbo di Wellington superò quella notte e molte altre ancora … e così pure il bimbo di Canberra.

 

**

 

7 aprile 2004 Isole Fiji - Hotel dei sogni

 

Kat era entusiasta, non vedeva l’ora che arrivassero le cinque quando finalmente suo marito, l’amore della sua vita, l’avrebbe raggiunto in quello che era stato il luogo dove avevano trascorso la luna di miele sette anni prima. Kat era eccitata perché proprio lì avrebbero festeggiato il 40° compleanno del suo ciccino, suo marito, per l’appunto e non vedeva letteralmente l’ora. Erano ben tre settimane che non lo vedeva perché il suo lavoro lo portava a trasferte improvvise e un po’ lunghe. Suo marito era un eroe, così lo descriveva sempre Kat ogni volta che parlava di lui. Era un dottore delle squadre speciali. Pilotava gli elicotteri dell’unità operativa di pronto soccorso. Quelli che trasportano gli organi da un posto all’altro quando vanno trapiantati, per esempio, o che prestano soccorso alle vittime di incidenti che vanno trasferite con estrema rapidità.

“L’amore mio è un vero eroe, come non ce ne sono nemmeno nei film!” Così diceva sempre Kat pensando a lui, troppo spesso così lontano da lei. Mentre si preparava per la serata, desiderosa di essere bellissima solo per i suoi occhi, pensava a quanto fosse bello. Si soffermò con il pennello dell’ombretto in mano ridendo e guardando nel vuoto. Le succedeva sempre, dopo un po’ che lui era lontano da lei; Kat provava la stessa confusione mentale dei primi tempi in cui avevano cominciato ad uscire insieme, quando lei era bell’e che cotta e forse lui pensava solo ad un’avventura tra tante. Del resto, pensava Kat, un bel ragazzo così non poteva che avere ciurme di ragazze ai suoi piedi: quei meravigliosi occhi chiari, tra il verde e l’azzurro, fonte inesauribile di miliardi di espressioni diverse, una più intrigante dell’altra. Capelli castano-chiaro con soffici riflessi color miele, che Kat amava osservare illuminati dal sole, probabilmente invidioso della loro luce. Un fisico massiccio, tonico e, come Kat aveva sempre pensato senza dirglielo prima che non fosse certa che lui con lei facesse sul serio, terribilmente sexy.

Ma lui, nonostante lo sguardo da canaglia, alla sua Kat, ci teneva davvero, più che a tutte quelle che gli gironzolavano intorno. Si erano conosciuti al liceo. Kat era al primo anno, lui all’ultimo. Lei lo aveva notato subito alla mensa ed era rimasta folgorata, lui nemmeno l’aveva vista perché quel giorno aveva dimenticato di mettersi le lenti a contatto e vedere da lontano era sempre stata per lui un’impresa titanica. Kat aveva incominciato ad organizzare degli appostamenti strategici, spalleggiata da un gruppo di amiche alleate che l’aggiornavano su ogni sua mossa: dove si trovasse, a fare cosa e con chi. Davanti allo specchio Kat rideva ricordando quei momenti e con essi i meravigliosi primi appuntamenti quando, accecata dalla sua cotta stratosferica, non si ricordava bene come fosse fatto, il che aveva anche un risvolto positivo, dal momento che, ogni volta che lui passava a prenderla per uscire, lei provava lo stesso identico arricciamento-budellare della prima volta che lo aveva visto. Tra non molto lo avrebbe rivisto, dopo tre settimane! Quante cose aveva da dirgli e quanto poco lo avrebbe fatto respirare nell’intento di soffocarlo di baci. Gli avrebbe fatto passare un 40° compleanno indimenticabile, poteva starne certo. Mentre le sue fantasie giocherellavano nella sua mente, le squillò il cellulare.

 

“Pronto!”

“Kat?”

“Amore dimmi! Dove sei?”

“Amore ti prego scusami, c’è un problema…”

“No!”

“Piccola, è un’emergenza, hanno bisogno di me!”

“Amore, non puoi farmi questo, avevi promesso, non possono mandarci qualcun altro? Anch’io ho bisogno di te!”

“Ciccia, no. È proprio urgente, non posso dire loro di no. Ma prenderò il volo successivo, è una promessa.”

“Con il volo successivo sarai qui domani! Il tuo compleanno è oggi! Avevi detto che saresti venuto, non puoi rovinare tutto ora, non puoi!”

“Amore…”

“No!”

“Amore…”

“Non chiamarmi ‘amore’!”

“Piccina…”

“Non chiamarmi ‘piccina’!”

“Ascoltami, non posso fare diversamente … ti prometto, ti giuro, che mi faccio perdonare, domani festeggiamo doppiamente. Promesso, promesso.

Kat si rassegnò; la sua voce, così profonda e rassicurante, come sempre, ebbe la meglio e sapeva che non sarebbe riuscita a restare arrabbiata a lungo. Non dipendeva certo da lui. E poi gli eroi sono portati a fare tanti sacrifici.

“Uffi …”

“Non fare così, domani è dietro l’angolo, e tu inizia a scaldare anche il mio lato del letto, amore.”

“Va bene, va bene, ora vai.”

 

**

 

Sceso dall’auto che dall’aeroporto lo aveva portato fino all’albergo, in tenuta sportiva, Russell provò istantaneamente una sensazione famigliare: nostalgia mista a ricordi che ormai gli sembravano irreali tanto erano lontani.

Certo che trascorrere il 40° compleanno senza nessun festeggiamento non era certo quello che si sarebbe aspettato, ma le Fiji sono un luogo spettacolare e l’albergo che aveva scelto, in particolare, per Russell significava molto, e per quanto in quel momento desiderasse stare solo aveva comunque scelto un posto che gli ricordava il momento in cui aveva smesso di esserlo. Forse qualche giorno di vacanza gli avrebbe fatto bene e in fondo quello, anche se giorno del suo 40° compleanno, poteva esser visto come un giorno uguale agli altri.

Fattosi doccia e capelli, cambiatosi dopo il viaggio in aereo, Russell si preparò ad andare a cena. Camminando per il corridoio che portava alla hall dell’albergo ogni tanto qualcuno faceva chiaramente capire di averlo riconosciuto, la cosa spesso gli faceva piacere, non poche volte lo irritava, a volte lo lasciava indifferente. Salutando con un sorriso appena accennato dalla bocca e accentuato dagli occhi il direttore dell’albergo, entrò nella sala da pranzo dove aveva prenotato un tavolo.

 

**

 

Finito che ebbe di asciugarsi le lacrime nervose, Kat pensò alle alternative che le si prospettavano. Cenare senza l’amore suo le pareva così squallido e senza senso, sarebbe voluta andare a letto a frignare solamente per i suoi piani andati in fumo, ma sapeva che avrebbe finito con il passare la notte a rigirarsi come un arrosto insoddisfatto privo delle sue patate. Rifletté un attimo; in fondo il suo patatone non avrebbe certo voluto saperla rinchiusa in camera in una serata così bella. Alla fine decise di andare ugualmente a cena, stretta nell’abitino celeste che si era comprata per l’occasione, si sedette da sola al tavolo riservato per lei e suo marito. La testa le girava un po’; poco dopo aver messo giù il telefono, infatti, Kat si era scolata quasi tutto quello che c’era nel minibar: una pessima idea dal momento che era a stomaco vuoto e che di Martini, per dare il meglio di sé, ne sarebbero bastati uno invece di otto. Indecisa se ordinare prima un caffè o al più presto qualcosa per riempire lo stomaco, Kat sollevò lo sguardo per fare un cenno al cameriere e i suoi occhi si illuminarono in un magnifico sorriso; lui, il suo meraviglioso, stupendo, meraviglioso marito aveva appena varcato la soglia. Era proprio tipico di Dave, quella dell’emergenza … lo scherzo dell’ultimo minuto per farle una sorpresa ancora più grande. Erano tre settimane che non lo vedeva e le sembrava che fossero passati tre secoli, caspita, ogni volta che lo rivedeva le sembrava ancora più bello. Con un guizzo di gioia scattò dalla sedia come una molla e si diresse verso di lui. Incurante del fatto che la sala fosse piena di gente Kat gli gettò le braccia al collo ricoprendolo di baci.

“Auguri! Auguri! Auguri! Buon compleanno amore”.

Due occhi verde smeraldo alquanto perplessi cercarono i suoi; immediata fu la reazione del direttore dell’hotel poco distante da loro, che, assistito alla scena, si diresse prontamente verso di lei. Kat sorrise, forse lievemente colta da imbarazzo, in effetti in tutta la sala era calato il silenzio più totale. D’accordo, era pur sempre l’hotel più lussuoso delle Fiji, ma non poteva credere che un direttore, seppur attento all’etichetta del luogo che li ospitava, potesse mostrarsi talmente rigido di fronte all’entusiasmo forse un po’ adolescenziale di una donna felice di rivedere suo marito. Gli rivolse uno sguardo cortese senza lasciare la mano di suo marito stretta tra le sue.

 

“Mi scusi, sono mortificata, non volevo saltellare per tutta la sala come ho fatto poco fa, ma … sono tre settimane che non lo vedo e oggi è il suo compleanno quindi …”

“Sì, certo, so del compleanno”, ribatté l’uomo severamente.”

“Lo sa? …” Kat fu nuovamente interrotta.

“Ma non credo che al Signor….”

Kat si sentiva sempre più umiliata e non sapeva come reagire, in fondo tutto quel rimprovero le pareva eccessivo, per non parlare poi di quanto poco collaborativo si stava mostrando Dave, le sembrava quasi che fosse su un altro pianeta, probabilmente era stanco del viaggio, probabilmente era così. Mentre la voce incessante del direttore le appariva sempre più distante finalmente a parlare non fu più lui. Kat si sentì subito sollevata.

“Sa che le dico, direttore, ha ragione, queste non sono scene da sala da pranzo, chiedo scusa. Ce ne andiamo subito.”

“Ma Signor..”

Kat fu presa per mano e trascinata altrove. Camminando senza dire una parola ad un tratto Kat ruppe il ghiaccio tirando suo marito verso di sé.

“Amore …”

“Senti … solo una parola, capisco l’entusiasmo, ma …posso parlare solo per un minuto?”

Lo sguardo di Kat, così dolce e innamorato, si piantò in quello dell’uomo che aveva tanto aspettato e che sembrava avere in mente, in quel momento, tutt’altro che lei. I suoi occhi si fecero lievemente tristi fino a toccare la vulnerabilità di quelli di colui che aveva davanti che rimase in silenzio per ascoltarla.

“E cos’hai da dirmi di tanto urgente da impedirti di darmi almeno un bacio per dirmi che sei contento di vedermi?”

Per tutta risposta ricevette uno sguardo perplesso, un timido sorriso ad occhi abbassati che sciolsero Kat come un gelato nel microonde.

Baciarlo cogliendolo di sorpresa era una cosa che Kat aveva sempre amato fare e, come sempre in quei casi, ci vollero solo pochi istanti per ricevere generosa risposta.

“Vieni amore-ciccio, che adesso te lo do io il regalo di compleanno!”

Totalmente disinibita tanta era la gioia di quella sorpresa, Kat si trascinò il marito in camera; con le labbra appiccicate a ventosa sulle se, chiuse la porta alle loro spalle con un piede.

 

**

 

Buon compleanno, amore.’ tra tutte le cose che Russell si sarebbe aspettato per il suo 40° compleanno, quella di essere trascinato in camera da una donna convinta di essere sposata con lui, era decisamente l’ultima. Buona poi quella del compleanno, per un attimo aveva pensato ad una fan … ma questa doveva proprio essere ubriaca fradicia per non riuscire a riconoscere nemmeno suo marito. Forse era un’attrice, perché no? Che tentava di dare una prova estrema di talento e improvvisazione insieme, quasi come in un reality show. Mille pensieri attraversarono in un lampo la mente di Russell, mentre pensava a come agire in una circostanza simile. C’era però qualcosa che lo bloccava. Per quanto lui fosse conoscitore esperto di ruoli da interpretare, c’era qualcosa di così profondo nello sguardo e nella voce di quella giovane donna, che lo stavano confondendo. E gli venne in mente quale tecnica usava lui quando, in qualche film, gli capitava di dover esprimere un sentimento d’amore … gli bastava pensare all’amore vero che qualche volta gli era capitato di provare, non spesso, ma per davvero. Qualunque persona lei pensasse che lui fosse, Russell aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro quando l’aveva chiamato ‘amore’. Ma cosa diavolo sarebbe stato di quella notte? Stava compiendo 40 anni, era libero e indipendente. Poteva essere chi voleva. Sorrise nel vedere rispuntare la donna da un’altra stanza. Le premesse erano allettanti.

“Come sto?”

In pochi secondi Kat era uscita dal suo abitino serale per entrare nel più sexy completino di Victoria Secrets che avesse mai avuto occasione di sfoggiare con suo marito.

Russell deglutì sonoramente.

“Amore, per il tuo compleanno, fa’ di me ciò che vuoi.”

La cosa bella di Kat e suo marito era che, nonostante si conoscessero da tempi immemorabili, erano innamorati ancora come due ragazzini, e Kat era pronta a riconfermare una volta di più quell’incontestabile dato di fatto. Presa dal suo solito, incontenibile entusiasmo, gli buttò le braccia al collo. Con grande stupore fu fermata.

“Amore mio, ma che c’è? Che cos’hai? Sei strano stasera, non ti capisco.”

Russell fu preso da un insolito scrupolo … poteva approfittare così spudoratamente e sfacciatamente della situazione? Ma quanto era attraente questa ragazza di cui nemmeno immaginava il nome e che per ovvie e assurde ragioni non poteva chiedere? Erano occhi pieni di desiderio, piantati nei suoi, che in men che non si dica risvegliarono il suo.

Brancatola con foga animale, Kat gli si avvinghiò come un Koala e, fuori da ogni controllo umano, piombarono sul letto come due pesi morti; i vestiti buttati un po’ ovunque, la sua camicia semi-sbottonata e grossolanamente sfilata per la fretta di non perdere l’attimo fuggente. Russell aveva l’impressione di esser stato preso per un pezzo di cioccolata, tanta era la foga con cui Kat si era avventata su ogni centimetro del suo corpo. Lui non era certo da meno, Kat non se lo ricordava così focoso da

‘oh dio … oh mio dio … dai tempi del liceo…

Sopraffatti dal loro stesso incontenibile desiderio, nel bel mezzo di un indimenticabile amplesso, così com’erano planati sul letto, rotolarono rovinosamente, uno sull’altro, sul pavimento della camera da letto. Ma nemmeno questo scoraggiò l’intraprendenza della donna, intenzionata a rendere felice suo marito per ogni ora di quella indimenticabile notte.

 

**

La luce della notte illuminò la camera da letto. Con un braccio piegato dietro la testa e l’altra mano sul petto, Russell guardava il soffitto pensieroso e sfinito. Tanto sesso tutto insieme e così inaspettato non gli era mai capitato di sperimentarlo. Se la generosità sessuale fosse stato possibile quantificarla in denaro, quella donna era senz’altro quattro volte più ricca di lui. I pensieri di Russell scorrevano rapidissimi negli occhi e su tratti del viso. Un attimo prima era approdato in quell’albergo senza prospettive particolari, un attimo dopo si trovava tra le braccia una donna senza nome, ma che gli aveva restituito una vitalità tale da smuoverlo al di là dei semplici istinti. D’accordo, era solo sesso; d’accordo, probabilmente lei era la classica pazza fanatica alla ricerca di chissà che da una notte che non avrebbe avuto seguito, però lui stesso aveva provato un certo gusto a farsi coinvolgere. Ora dormiva accanto a lei. Diede una sbirciatina con la coda dell’occhio inclinando lievemente il viso. Fosse stata la sua donna sarebbe stato opportuno avvicinarsi un po’ e prenderla tra le sue braccia, dopo tutto quello che lei gli aveva dato, ma non era così, non era la sua donna. Uno strano sussulto interiore lo colse impreparato mentre capiva che il suo desiderio era proprio quello. Stringerla forte; ma era sempre così, poi lei si sarebbe fatta strane idee, avrebbe sperato in chissà che cosa di più … come per tutte le altre, ma lui era un’anima libera, legarsi non era in caso, per cosa poi? Il rischio di crollare nella solita abitudine, o peggio, di incappare nella donna sbagliata. Diede un’altra sbirciatina, però era proprio carina … chissà come si chiamava? Addormentata così tranquilla e serena, con un’aria, ne era certo, totalmente appagata, non riusciva a immaginarsi che una fanciulla dal viso così minuto, fosse in possesso di tali energie.

D’improvviso la vide muoversi nel sonno o in dormiveglia, chissà. Gli si avvicinò e per un attimo si sentì spiazzato non sapendo come reagire. Di ricominciare non se ne parlava, ma più che altro lei sembrava cercarlo e basta. Che fare se si fosse lasciata andare in tenerezze per le quali non si sentiva tanto in vena? Accompagnandosi con un braccio, Kat appoggiò il viso sul suo petto, con l’orecchio all’altezza del cuore. Amava sentirne i battiti, regolari o accelerati, eccitati e rassicuranti, erano sempre stati un rifugio per la sua mente. Il cuore più bello che le fosse capitato di incontrare.

“Grazie, amore mio” disse piano. “Non sai quanto desidererei che il tuo lavoro non ti portasse così spesso lontano da me.”

Russell si sentì gelare dentro. Come se quelle parole gliele avesse scovate in qualche angolo della sua memoria che lui tentava di allontanare sempre di più.

“A volte vorrei che fosse come all’inizio, quando ci eravamo conosciuti da poco; quando sopra ad ognuno eri indispensabile a me e a nessun altro.” Fece una pausa, lo accarezzava e sorrise.

“Ma il fatto che tu sia indispensabile anche a tutte queste persone mi riempie di orgoglio.”

Russell non diceva una sola parola, se lei avesse visto il suo sguardo avrebbe letto solo molta confusione. Fortunatamente il buio gli era complice. Forse per istinto o per una reale intenzione, Russell le sfiorò la schiena. Le sue parole le risuonavano in testa, ma chi diavolo era questa donna, così intenta ad ascoltare i battiti di un cuore confuso che parlava di un uomo che non era certo in quella stanza? Kat lo guardò.

“Che cos’hai? Sei così silenzioso, così … strano.”

“ … in che senso … strano?”

“Nel senso di strano. Qualcosa ti preoccupa? Sei stanco dal lavoro?”

“Sì, sì sono … stanco dal lavoro … in effetti vorrei dormire un po’ … se non ti dispiace.”

Kat lo guardava, senza nessuna particolare reazione dipinta sul visto. Ebbe quasi la sensazione di non sentire più sotto la mano appoggiata sul suo petto, battere lo stesso cuore di sempre. Però … illuminata dalla luna il suo sorriso dai riflessi un po’ argentati, era ancora più bello. Per un desiderio più che per istinto, la baciò sperando di addolcire la sua frase di poco prima. Kat rispose, ma fu per poco.

“Ma certo, amore, riposati, ne hai tutti i diritti.”

Gli si sdraiò accanto lasciandolo libero. Russell aggrottò per un attimo le sopracciglia e poi si addormentò.

Girata di spalle, Kat, aprì gli occhi nel buio, si sentiva un po’ strana e volle attribuire il suo stato d’animo all’alcol.

 

**

 

Russell aprì gli occhi di soprassalto, mai che riuscisse a fare tutta una tirata, erano mesi ormai che andava avanti così. Stavolta a svegliarlo fu il rumore della doccia. Si girò e notò che la sua donna nel letto no c’era ‘la sua donna?!?’ Ma che diavolo stava pensando? Tutta la vicenda del giorno prima gli tornò in mente. Bel casino che aveva messo su, complimenti! Nudo nel letto di chissà chi per aver dato retta al bieco istinto di una che magari era una pazza fanatica, con crisi di identità che vedeva persone e credeva che fossero altre … sintomi del genere, ormai, li conosceva tutti. Lei, qualunque fosse il suo nome, era sotto la doccia, il tempo di raccogliere i suoi vestiti sparsi un po’ ovunque e andarsene senza dover dare alcuna spiegazione. Mentre si aggirava per la stanza raccattando calzini, camicia, cintura, pantaloni e accessori vari non fu più la doccia a farlo sussultare; qualcuno aveva infilato le chiavi nella serratura per entrare. Ancora in mutande e con un fagotto di effetti personali mal raccattati, Russell barcollava a destra e sinistra con l’andatura di un primate, lievemente curvo su se stesso, per evitare che cadesse tutto per terra, alla ricerca di un posto dove nascondersi. Le chiavi girarono nella toppa che si aprì dopo un scatto, Russell si lanciò dietro la tenda, unico apparente rifugio.

“Amore! Amore … dove sei? Sono riuscito a tornare prima!”

‘Cielo … cazzo … porca puttana … SUO MARITO!’

Distratto e terrorizzato insieme, Russell fece cadere la cintura.

‘Cazzo, no! Proprio quella con la fibbia pesante!’

“Ah, ma sei qui…”

Mai l’apertura di un sipario aveva portato ad un tale colpo di teatro: il nuovo arrivato si avvicinò alla tenda scostandola di scatto. Un paio di occhi verde-azzurri - identici ai suoi - capelli color miele, lievemente mossi - identici ai suoi - belle spalle, fisico possente e ben piantato, la bocca, piccola con un accenno di barba sul viso - proprio come lui. Sguardo enigmatico, mille espressioni, mille reazioni a disposizione, solo una possibile. I due uomini, identici come due gocce d’acqua, dopo cinque secondi, all’unisono, riuscirono a pronunciarsi.

“AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!”

Atterriti, increduli, forse immaginando di essere vittime di qualche scherzo si girarono attorno, fissandosi per qualche minuto come se stessero camminando davanti ad uno specchio.

Il rumore della doccia era cessato. Kat comparve dal bagno avvolta in un candido asciugamano di spugna, bianca, ad attirare la sua attenzione era stato lo scambio di battute alquanto bizzarro.

“E tu chi … cazzo sei?” Russell non riuscì a pensare ad altro modo di formulare la sua domanda.

“No! Chi cazzo sei tu?”

“No, credimi, posso spiegarti ogni cosa. È tutto un gran casino!”

“Chi cazzo sei? E che cazzo ci fai nella mia stanza in mutande?!”

Russell in una situazione del genere non si era mai trovato in vita sua. Di mondo ne aveva visto, ma mai avrebbe immaginato di trovarsi faccia a faccia con un suo sosia. Nessuna differenza; a prima vista pareva irascibile ameno quanto lui in alcuni dei suoi momenti migliori. Sua … moglie, dedusse, non era una pazza squilibrata, la sera prima aveva davvero creduto di trovarsi davanti a suo marito. Sì … ma come andarlo a spiegare al marito vero, che tutto pareva avere negli occhi tranne il desiderio di ragionare?

Con la coda dell’occhio Russell intravide Kat: un sollievo, solo in parte.

Entrambi gli uomini si girarono verso di lei, Kat cercò di aprire bocca e di emettere un qualche suono.

“D. … ave, amore … ma … Oddio.”

Rapidamente i suoi occhi rimbalzarono tra il primo e il secondo, poi più nulla, solo un tonfo mentre entrambi gli uomini si precipitarono verso di lei.

Russell e Dave erano entrambi chini su di lei, entrambi scossi.

“Amore, tesoro, mi senti?” Dave guardò Russell che subito reagì.

“Dobbiamo fare qualcosa, chiama un dottore!”

“Sono io il dottore!”

“E allora fai qualcosa! … Svegliala!”

“Tu pensa a passarmi la valigetta invece di dare ordini!”

Russell, sentendosi terribilmente in colpa, e non avendo dimenticato di essere ancora in mutande, obbedì nonostante a nessuno avrebbe permesso di parlargli con quel tono.

Passatagli la valigetta, Dave l’aprì prendendo gli attrezzi necessari. Mentre si apprestava ad agire di sali, Kat aprì gli occhi.

“Hey, hey, si sta svegliando!” Russell era di nuovo pimpante.

“Lo vedo anch’io, idiota!”

Dave sollevò il viso di sua moglie e la prese tra le braccia.

“Amore mio … ma che mi combini?”

Kat sembrava disorientata mente guardava negli occhi il suo unico bene.

“Amore non lo so, devo aver bevuto tr…” fece una pausa “ma che ci fai vestito di tutto punto? Dove devi andare?”

Qualche istante più tardi aveva ripreso coscienza del luogo in cui si trovava e anche dell’altra presenza nella stanza. Kat guardò Russell, sussultò tra le braccia di suo marito, tra due uomini, solo la differenza di vestiario poteva distinguerli, nient’altro. Era spaventoso, non credeva ai suoi occhi, mentre lei e Russell si guardarono e tutto, in un flash di immagini a ritroso, si ricompose in un assurdo puzzle - ‘Buon compleanno. Amore’ - La sorpresa - la telefonata ‘non posso venire’ il volo successivo, otto martini, la camera da letto, loro due, ovunque e in ogni modo.

Kat sentì il sangue salirle alla testa e mentre Russell sembrava leggerla dentro, lei di scatto corse in bagno, presa da conati irrefrenabili.

Nuovamente i due uomini rimasero soli: Dave guardava Russell in cagnesco, Russell stava pregando di uscirne vivo. Ripreso il controllo di sé stessa Kat tornò in camera.

Con calma si sedette ai piedi del letto cercando mentalmente le parole.

“Dave, amore, ti devo dire un paio di cose …”

“Ne voglio sapere solo una. Chi cazzo è sto tizio?”

“Amore, senti.”

“Scusate, posso?...” Russell cercò di intervenire.

Dave gli lanciò uno sguardo torvo e bloccò il suo tentativo sul nascere.

“TU fatti i cazzi tuoi! Kat, chi è, e che cazzo ci fa qui?”

Kat trovò il coraggio.

“Credevo fossi tu e per rispondere alla seconda domanda … è qui perché pensavo che fossi tu.”

“Come hai potuto pensare che fossi io, ti avevo telefonato dicendo che non potevo venire.”

“Quando ho visto lui pensavo … che mi avessi fatto uno scherzo, una sorpresa!”

“Dico, stai scherzando? … Uno scherzo?”

“Dave, cerca di metterti nei miei panni!” Presa da disperazione indicò Russell alzando la voce. “Come facevo a sapere che non eri tu? Siete identici!”

“Identici?” Dave reagì stizzito.

“Io con quello non c’entro un cazzo!”

Russell sogghignò … da un punto di vista caratteriale, doveva ammetterlo, avevano molto in comune.

“Che cazzo hai da ridere e che cazzo ci fai in mutande?”

Russell si trovò nuovamente spiazzato e sperando in un appiglio guardò verso Kat che sembrava più confusa di lui.

“Che cazzo ci fa in mutande?” stavolta si rivolse alla moglie.

“Te l’ho detto, pensavo che fossi tu e …”

Non visto, Russell alzò gli occhi al cielo. Non era di certo incamminandosi su quella strada che lei avrebbe reso le cose più facili.

Dave proseguì alzando la voce.

“E …?!”

“È salito con me in camera …”

‘Oddio’ Russell iniziò a sudare freddo.

“E si è approfittato di te?! EH?

Rivolse un dito e sguardo minacciosi a Russell.

“Ti sei sbattuto mia moglie?”

Kat cercò di intervenire.

“Dave, non è quello che credi tu.”

“Ma sì, è chiaro che ho ragione! Si è approfittato di te! Ti sei scopato mia moglie, vero? Ammettilo.”

“Dave, ora basta!”

“Ma è chiaro, con questa faccia che altro poteva fare? Riconosco un porco quando ne vedo uno!”

Considerando quanto speculari fossero i due la battuta risuonò alquanto ridicola.

Afferrò Russell chiedendogli la stessa cosa una volta di più. Spalle al muro, Russell guardò Kat che con la testa gli fece cenno di ‘no’.

“Ti sei sbattuto mia moglie, sì, o no?”

Russell ritrovò la sua lucidità e pur non riuscendo ancora a credere di trovarsi davanti alla copia di se stesso, in un attimo riacquistò il controllo di tutte le sue facoltà fisiche e mentali.

“No, e se non mi togli le mani di dosso ti pentirai di avermi anche solo sfiorato.” … per le parole che aggiunse poi, tentò disperatamente di fare la faccia più credibile che avesse mai dovuto interpretare … “e sono in mutande perché quando dormo ho un caldo del cazzo.”

Kat si avvicinò a Dave, staccò le sue braccia da Russell e lo calmò con un abbraccio pensando alla mossa successiva. Con un cenno degli occhi ringraziò Russell.

(Fine Prima Parte)


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