Provviste, cavalli, e una carretta
trainata da un somaro macilento per trasportare le
vettovaglie e la monaca. Certo, l’esimio professor
Marek sa bene dove andare a parare anche nel
Medioevo,al contrario di me, penso, mentre mi struggo
dal desiderio di fumarmi una bella sigaretta. E pure
il povero Terry è angustiato dall’identico
problema, penso mentre incrocio il suo sguardo da cane
bastonato.
Marek non ha impiegato molto a
tornare, giusto il tanto che basta a innervosirmi,
mentre ancora non ho deciso se mi fanno più paura i
levrieri alti in metro al garrese e con certe zanne
degne di Christopher Lee in versione Dracula o i
sinistri beduini intabarrati di nero e armati di
scimitarra a cui si suppone i cagnacci appartengano.
Non so che farci, ma nel Medioevo non c’ero mai
stata prima e quel che vedo non dico che non mi piace,
ma di certo non mi mette a mio agio. Mi tormento il
saio, mentre lui, con un sorriso che va da un orecchio
all’altro, porge la mano alla dama per aiutarla a
sbarcare dalla carretta. E io , nel frattempo, me la
squadro ben bene con uno sguardo da cui non trapela
certo la carità cristiana per la quale Madre
Redegonda da Gorgonzola ha conquistato fama di
santità anche oltremare. Piccola, finta bionda, la
faccia impiastricciata di belletto e un abbigliamento
che va ben oltre i canoni della decenza, quelli dell’epoca,
almeno. Tanfa di sudore e profumo dolciastro da
quattro soldi. Una cristiana che, come carità
comanda, il boyscout venuto dal futuro ha liberato
dalla triste condizione della schiavitù. E che,
essendo originaria di Venezia, parla un italico
idioma, ragion per cui diventerà la mia servente.
Marek ha pianificato tutto quanto, anche se il
soggetto su cui è caduta la scelta ben poco mi
convince e non solo perché il veneto stretto in cui
si esprime mi riesce ostico se non incomprensibile. Si
chiama Gustava Dandolo. Nomen omen, dicevano i latini:
nel nome di ognuno sta scritto il suo destino.
Vabbè che mi necessitava una
servente, ma proprio quella zoccola dovevi
ingaggiare?sibilo, mentre la guardo civettare senza
vergogna con il Signore di Baskerville. Voglio
illudermi che Terry sia una riserva nella quale solo
la sottoscritta può cacciare e, se non me lo
impedissero l’abito e le circostanze, la strozzerei
volentieri con le mie mani. Gustava Dandolo. Che razza
di professione poteva esercitare, se non la più
antica del mondo, con un nome di quel genere?
“Ella, schiava degli infedeli
Saraceni, cadde nel meretricio, ma si pentì della sua
vita scellerata ed è pronta ad espiare i suoi peccati
mettendosi al vostro servizio, o pia Madre Redegonda…”
Mi riesce difficile crederci ma
sono costretta ad ammettere che, per essere figlio di
madre contestatrice e marxista, il buon Marek si è
adattato davvero bene alla mentalità corrente del
Medioevo arrivando perfino ad esprimersi con un
linguaggio degno di Brancaleone alle Crociate. Per
quanto riguarda Gustava Dandolo, mi auguro di non
doverla sopportare troppo a lungo. Ci tornasse almeno
utile, in qualità di esca, nella ricerca finora
infruttuosa del Cantacesso il quale, notoriamente, per
le finte bionde alte un metro e una Vigorsol nutre una
passione che ha del morboso!
ODOR DI SANTITA’
Se la buonanima di nonna
Concettina, che era tanto devota, potesse vedermi nell’esercizio
delle mie funzioni, non dubito che sarebbe orgogliosa
di me. Fuor dai cancelli della modesta abitazione che
divido con la mia servente, la folla dei pellegrini
venuti a domandarmi consiglio e conforto è
strabocchevole. E siccome mai in vita mia ho avuto la
vocazione della dispensatrice di sermoni, il più
delle volte mi ritrovo a non saper che pesci prendere.
Sembrerebbe comunque che le quattro scemenze che
farfuglio siano tenute in gran conto da quelle povere
anime tormentate e la fama della mia santità si
accresce di pari passo con l’odore che il caldo, la
carenza di acqua e la medioevale avversione per le
abluzioni non fanno che incrementare. Certo, è dura
conservare l’aria di devozione impostami dalle
circostanze con le domande che mi tenzonano in testa:
quando potrò tornare in mezzo al consorzio civile? E
dove cazzo si sarà cacciato quel coglione di un
Cantacesso?
La fama della pia monaca che
lasciò il convento di San Pampurio in Gorgonzola per
recarsi in Terrasanta a dispensar consigli
evidentemente è giunta anche ad orecchie altolocate,
mi dico guardando colei che mi sta dinanzi. Non dubito
che sia cristiana, anche se si presenta al mio
cospetto velata come le native. Il velo potrebbe
essere un espediente per celare la sua identità o,
più semplicemente, per difendere la pelle dall’affronto
del sole. Gli abiti ricercati e i gioielli preziosi la
identificano ad ogni buon conto come una gentildonna
di altissimo lignaggio. Giunta al mio cospetto, si
inginocchia e si scopre il viso. E’ molto giovane, e
anche molto graziosa: bruna, la pelle diafana
spruzzata di delicate lentiggini, i lineamenti fini,
gli occhi grandi e bellissimi luccicanti di lacrime.
Trattenendo a stento i singhiozzi, mi racconta del suo
matrimonio infelice con un uomo che le fu imposto dai
genitori, un bruto egoista e insensibile e del suo
peccaminoso amore per un cavaliere bello e gentile,
tal Baliano, che pagherà con il prezzo dell’eterna
dannazione. Mi chiede un consiglio.
-Vostro marito? Fossi in voi lo
avrei già mandato affanc…pardon, a quel paese.
La bella dama mi spalanca in faccia
i suoi occhioni di giada e mi domanda ingenuamente a
quale paese dovrebbe mandalo. Seguite il vostro cuore,
le rispondo cercando di riguadagnare un contegno
decoroso, anche se il consiglio che le do è più
adeguato a Barbara Alberti sulle pagine di Annabella
che a una pia monaca del Dodicesimo Secolo. E lei,
dopo avermi ringraziata, mi domanda licenza e,
baciatami la mano, si presenta. “Sibilla di
Lusignano, regina di Gerusalemme”. Sotto la tonaca,
le gambe mi tremano.
E ancor più mi tremano l’indomani
quando al mio cospetto si presenta in carne, ossa,
boria e arroganza, il Re di Gerusalemme, Guido di
Lusignano. E’ un omaccione bruno e barbuto, dal
ghigno antipatico. Non mi sembra tenga le donne,
monache comprese, in gran considerazione e saettandomi
uno sguardo che pare una smitragliata, si dice
profondamente in collera con “quella baldracca che
ha osato tradirmi con un millantatore, disonorando e
vilipendendo il suo ed il mio buon nome di fronte a
tutti.” Prima che possa aprir bocca, il bruto mi
sciorina una serie di disgrazie coniugali che neanche
a Beautiful se ne vedono di simili, per concludere
gongolante di aver appena ricevuto un dispaccio dalla
Santa Sede, che gli comunica come le infauste nozze
siano state annullate dal Pontefice in persona, in
quanto l’unione coniugale non fu consumata.
Più che sbirciarlo di straforo non
oso fare. Ma un attimo mi è sufficiente a commiserare
la sorte della povera Sibilla, il cui destino sarà
sicuramente quello di trascorrere il resto della vita
reclusa in un convento; e perfino a domandarmi come
mai il matrimonio non fu consumato, considerando che l’infame
Signore di Lusignano avrà un ghigno antipatico, ma ha
ricevuto in dono dalla sorte un fisicaccio che nulla
ha da invidiare a quello dei miei prestanti e
palestratissimi compagni d’avventura.
-Fu il demone della lussuria a
indurre in tentazione e in colpa la povera Monna
Sibilla, per la quale invoco da voi clemenza,
magnanimo sire…
Il sire in questione sghignazza
come una iena e non stento a credere che la mia
interpretazione sia tra le cause della sua ilarità.
Sarò clemente, mi fa. E invece di rinchiuderla in un
monastero di clausura fino al termine dei suoi giorni
come meriterebbe, le ho trovato un nobile sposo con
cui convolare a nozze…Il cavalier Baliano.
-Il cavalier Baliano? Iddio vi
renderà merito della vostra magnanimità,
clementissimo sire…
Guido di Lusignano ha gli occhi
come carboni e il ghigno di uno squalo. Il vero
cavalier Baliano, mi fa scandendo ogni parola. L’impostore,
colui che indusse la mia sposa nel peccato, un
ignobile villico, è stato messo in condizioni di non
nuocere e recluso nella fortezza di Kerak, affidato al
Gran Maestro dei Poveri Fratelli di Gesù e del Tempio
di Re Salomone in persona, Reginaldo di Chatillon.
Non vorrei essere nei panni del
poveraccio, penso deglutendo a fatica. E mentre il
Sire di Gerusalemme continua con i suoi sproloqui, la
testa mi si snebbia. Il vero cavalier Baliano ha animo
nobile, eloquio facondo e ama la musica. Suona con
perizia un minuscolo strumento musicale, da cui riesce
a far sortire sublimi melodie…Non ne dubito, penso
annuendo: ho identificato il cellulare del Cantacesso
e la sua suoneria cafona, Romagna miaaa!!! Romagna
in fiooore!!!
Habemus Cantacessum.
Finalmente. Per inciso, il disgraziato si fa chiamare
Baliano Du Belin.
Con la memoria, ritorno indietro al
tempo della mia infanzia. Io e mio fratello eravamo un
po’ gracilini sicché il pediatra ci aveva
prescritto aria di mare. E papà, a prezzo di
sacrifici non indifferenti, aveva affittato per un
mese una villetta a Spotorno. Bimbetta di sei anni,
ignoravo il significato dell’intercalare che i
locali usavano a ogni piè sospinto: “Belin,
belin, belin…” Ma il suono di quella parola mi
piaceva assai, e fu così che decisi di battezzare il
bambolotto nuovo di zecca. Quando la faccenda giunse
alle orecchie di mamma, ci guadagnai una sonora sberla
con andata e ritorno e nessuna spiegazione, visto che
quarant’anni orsono l’educazione sessuale e il
Telefono Azzurro erano ben aldilà da venire. A
chiarirmi il dubbio fu, una bella manciata di anni
dopo, il mio primo ragazzo, che vantava origini
genovesi. E adesso, esule in un’epoca che non è la
mia, infagottata in vesti monacali a dispensar
consigli a nobili e plebei, non oso pensare allo
stemma che il nobile Balian Cantacesso reca inciso
sullo scudo e ricamato sulle vesti. Come non oso
pensare ai guai ai quali l’incauto potrebbe andare
incontro non appena la batteria del suo infernale
marchingegno si scaricherà e “Romagna miaaaa!!!”
non delizierà più le regali orecchie del sir di
Lusignano. Ignorando, ovviamente, il mare di guai che
il destino ha in serbo per me.
CIGARETTES AND COFFEE
(Dove il coffee non c’entra,
però suona bene)
Ci crediate o no, dispensar
consigli è un lavoro stancante. Sicché quando il
sole comincia a calare dietro le dune, colgo la palla
al balzo e me ne vado. Oltretutto ho una fame che non
ci vedo e la voglia disperata di fumarmi una bella
sigaretta. Purtroppo l’America e il tabacco sono
ancora ignoti nel Vecchio Mondo, e ci sono attività
che a Gustava Dandolo riescono molto meglio della
cucina. Non mi resta che rassegnarmi, sperando in un
pronto ritrovamento del Cantacesso e un rientro
ultrarapido nel consorzio civile, dove spaghetti,
pizza e marlboro sono realtà e non miraggi.
Strano a dirsi, il tanfo dell’unica
pietanza che la Dandolo riesca a cucinare, un osceno
zuppone dall’aspetto e dall’odore inqualificabili,
non mi solletica le narici appena metto piede nei miei
modesti quartieri. Le mie orecchie colgono invece i
mugolii inconfondibili di un amplesso. Chi osa
fornicare bestialmente nell’abitazione di una pia
monaca? Non mi occorre molto tempo per dar risposta
alla domanda, dopo che i miei occhi vedono quel che
vedono. A gemere come un porco scannato è il Sire di
Baskerville, che vedo giacere completamente ignudo su
un pagliericcio. Sopra di lui, quella schifosa della
Dandolo, che per inciso bene farebbe a cambiare il suo
nome in Prendendolo, invece di starsene in cucina a
preparare il suo abominevole zuppone, sollazza il
negoziatore in modo tale da non poter mugolare,
essendo la sua boccaccia di rana completamente
occupata, non specifico da che cosa per ragioni di
decenza.
In preda a furiosa gelosia, mi
precipito come un’erinni sui due, afferro il troione
per la stoppa gialla che ha in testa e la strappo
letteralmente di dosso a Terry senza neppur pensare ai
danni che la sua tagliola potrebbe arrecare ai di lui
gloriosi attributi. Le rovescio addosso un profluvio
di contumelie irripetibili e, quasi sicuramente,
astruse per il grado di comprensione del suo
medioevale cervello. Ma le quattro sberle con andata e
ritorno che le stampo in faccia quelle le capisce
eccome. Anche se, indubbiamente, li attribuisce al mio
casto orrore per i peccati della carne e non certo
alla gelosia.
-E tu…tu, figlio di una gran
puttana…
Non si scompone più di tanto. Ma
quando, con aria serafica, mi risponde che lui non ha
fatto voto di castità, decido di fargliela pagare.
Adesso ti aggiusto io, brutto porco, bofonchio a bassa
voce, mentre mi sovviene che, dal Terzo Millennio, il
gentiluomo ha portato con sé ben nascosti sotto la
tunica due pacchetti di marlboro e un vasetto di
Nutella.
PAN PER FOCACCIA
Forse è più semplice a dirsi che
non a farsi, ma debbo convincermi che il dannato
mandrillo degli Antipodi e la pompinara del Dodicesimo
Secolo non possono mandare a monte la nostra delicata
missione e che, al momento la priorità è il recupero
del Cantacesso possibilmente prima che la batteria del
cellulare gli si scarichi. Tutto il resto non conta. D’altronde
, non ho mai pensato di costruirmi una vita con un
uomo che ha dieci anni suonati in meno di me, un
curriculum d’avventuriero sciupafemmine e con ogni
probabilità non avrò altre occasioni di incontrare,
ma tant’è…L’orgoglio è orgoglio. Vorrei vedere
un po’ voi, se vi capitasse la disgrazia di
sorprendere il vostro lui più o meno provvisorio e
clandestino mentre si sollazza di gusto con una che
sembra la brutta copia di Maria Giovanna Elmi sull’Isola
dei Famosi!
Ingoio il moccio e le lacrime,
cerco di darmi un minimo di contegno e mi reco con le
notizie fresche nei quartieri di lord Marek di Assen.
Evidentemente non aspetta visite,
visto che si è messo in libertà e, con uno
straccetto bagnato, sta cercando di togliersi di dosso
almeno un po’ di medioevale sudiciume. Convengo
comunque che il suo torso mascolinamente villoso è
uno spettacolo oltremodo degno di nota e un pensiero
stupendo nasce un poco strisciando…Via, siamo nel
Dodicesimo Secolo e Patty Pravo, per quanto agée sia,
è ancora ben aldilà da venire.
-Recate nuove, pia Madre Redegonda?
-Buone nuove, mio signore.
Ma come siamo entrati bene in parte
tutti quanti, penso, mentre gli sciorino le ultime sul
Cantacesso. E’ a Gerusalemme, sotto le mentite
spoglie del barone Balian Du Belin, ospite di Guido Da
Lusignano. Il carognone, avrebbe in animo di
costringere la sua ex moglie a sposarlo.
-Poveretta, una ragazza così dolce
e carina…Meriterebbe di molto meglio.
Di fronte alla mia espressione
acida quanto un rigurgito di neonato, Marek cambia
discorso. Non sapete, o pia Madre, dove si trovi
BALIAN D’IBELIN, quello vero? Recluso nella fortezza
di Kerak, guardato a vista dal Gran Maestro dei
Templari in persona, sbotto io prima di gettarmi tra
le sue braccia piangendo come una fontana. Gli dico di
Terry. E lui, con mia grande soddisfazione, da
perfetto cavaliere qual è, si sente in dovere di
consolarmi. Subito.
Nuda, ancora imbrattata qua e là
di Nutella, mi fumo con voluttuosa goduria la mia
marlboro post coitale contemplando le grazie di colui
che mi giace accanto mezzo addormentato e più bello
di un Apollo…Alla faccia di Terry e della brutta
copia di Maria Giovanna Elmi sull’isola dei famosi.
La giornata cominciata male ha preso una piega
decisamente favorevole…Non faccio in tempo neppure a
pensarlo che un tanfo atroce e un urlo lacerante mi
riportano alla squallida realtà.
E’ lì. In fronte a me. E, manco
a dirlo, non si tratta di o sole mio, bensì di
Gustava Dandolo. La pompinara sta in fronte a me,
dicevo, con il paiolo pieno del suo zuppone puzzolente
e una faccia su cui leggo dapprima stupore, quindi una
maligna soddisfazione che non mi dice nulla di buono.
Per non farla troppo lunga, la puttanaccia sarebbe
stata forse disposta ad accettare le geremiadi e i
manrovesci di una santa monaca sdegnata dai suoi
costumi lascivi, ma scoprire che la santa monaca è in
realtà ancor più lasciva di lei e, non bastasse
quello, le piace imbrattarsi negli escrementi e
sgranocchiare la brace a tocchetti…Eggià, perché
lei non può sapere cosa siano il tabacco della
Virginia e la sublime nutella a base di cacao
boliviano! Ergo, poiché non si rotola nella merda e
non divora carbonella chi non sia in combutta con
tutti i satanassi dell’inferno, posso arguire di
essere nei guai. In guai belli grossi, se la pompinara
spiffererà a chi di dovere quel che ha visto. Ma
grazie a tutti i Numi, Marek ha intuizioni rapide e
riflessi pronti. Prima che possa tagliare la corda,
Gustava Dandolo viene legata,, imbavagliata e reclusa
nello sgabuzzino, sotto la sorveglianza occhiuta del
servitore del sire di Assen il quale, essendo
sordomuto, non se ne andrà in giro a spifferare
dettagli scottanti sul conto di una falsa monaca e di
un gentiluomo taroccato in trasferta dal Terzo
Millennio.
IL FEROCE SALADINO
E adesso che si fa?
In verità, la mia specializzazione
è la storia antica, ma ben ricordo come andò l’assalto
alla fortezza di Kerak. Ne parlo ad André Marek e
insieme decidiamo di fare una capatina all’accampamento
saraceno. Il Saladino, che contrariamente a quanto le
figurine Liebig hanno tramandato, è molto meno feroce
di certi pii e devoti condottieri cristiani, ci darà
una mano, in nome dell’amicizia che lo lega al
valoroso Balian, da quel gentiluomo prode e magnanimo
che ha fama di essere. Mi tenzona in testa il dubbio
che potremmo intenderci con difficoltà, ma
solitamente i levantini hanno buona disposizione all’apprendimento
delle lingue e se anche cosi non fosse quel farabutto
di Terry mastica un po’ di arabo…Non c’è che
dire, per una zitella cornuta e disperata ho
architettato un piano coi fiocchi. E ne sono
giustamente orgogliosa.
Purtroppo il farabutto è di tutt’altro
avviso. Tanto per cominciare, la capatina all’accampamento
saraceno potrebbe costarci l’accusa di intelligenza
col nemico, dice, e due storici come voialtri
dovrebbero sapere quale fine veniva riservata ai
traditori. Lo sappiamo benissimo: condanna a morte per
squartamento. Tuttavia l’ammennicolo che porto al
collo dovrebbe garantirci un repentino rientro nel
Terzo Millennio qualora le cose si mettessero male, il
che mi fa sentire in una botte di ferro. Inoltre ho
fiducia nella lealtà del Saladino. Brava, continua
imperterrito il mandrillo, lui sarà anche un
galantuomo, ma se quelli del suo entourage fossero una
massa di beghini fanatici? L’integralismo islamico
sicuramente non è una scoperta dei tempi moderni.
Posso rispondere soltanto, secondo la migliore
tradizione avventuroso salgariana che si tratta d’un
rischio che dobbiamo correre…Ma lo stronzo vuole
avere sempre l’ultima parola. E se la puttana taglia
la corda e spiffera tutto quanto? Sporco maschilista,
gli rispondo, prima ti ci sollazzi, poi la insulti? E
gli stampo il segno delle mie cinque dita sopra la
guancia ispida di barba. Dopodiché gli spiego come
Gustava Dandolo sia stata definitivamente messa in
condizioni di non nuocere. Non dirmi che l’hai fatta
fuori. Non preoccuparti, mi sono limitata a comprarla.
A quale prezzo? Le nozze con un gentiluomo ricco e
potente. Non se l’è fatto ripetere due volte. E
dormi sonni tranquilli, Ciccio, quello non sei tu.
Di prim’acchito del Saladino mi
spaventa un po’ l’aspetto: alto, ascetico, una
gran barba e occhi scuri dallo sguardo penetrante,
rassomiglia come una goccia d’acqua a Osama Bin
Laden. Ma ascoltarlo parlare mi rassicura. Manterrà
le sue promesse, di questo ne sono certa. Dopodiché
gli rifilo un pacco contenente gli abiti che
dovrebbero celare l’identità di Baliano quando,
finalmente libero, potrà tornare a Gerusalemme per
poi involarsi con la dolce Sibilla, lasciando il bieco
Signor di Lusignano con un bel palmo di naso.
NOBLESSE OBLIGE
Dopo il fattaccio dell’altro
giorno ho, mi pare ovvio, rimpiazzato la servente. La
neoassunta è una novizia a nome Gerberga: una
spilungona segaligna che cucina anche peggio di
Gustava Dandolo ma, al contrario di colei che tanto
danno fece alla mia bile e al mio orgoglio, è
creatura di rara e specchiata virtù. Non bastassero a
tutelarla le qualità e l’abito, suor Gerberga ha il
labbro e il mento ombreggiati da una fitta peluria
scura, di cui poco le cale, malgrado l’esistenza di
qualsiasi donna sia funestata, in qualsiasi epoca e
paese, dall’età della ragione a quella della
demenza senile, dalla lotta senza quartiere al pelo
superfluo e la ceretta sia nata con Eva, visto che
ella non ama indulgere in siffatte frivolezze. E ciò
sicuramente la metterà al sicuro dalle lubriche
attenzioni di quel porco del Sire di Baskerville.
Anzi, dirò di più: qualora l’ormone della pia
monachella dovesse cominciare a dare i numeri e il
pelo non suscitasse nel lussurioso barone la
ripugnanza dovuta, costui finirebbe per ritrovarsi in
mano una grossa patata bollente e non solo in senso
metaforico. Il che ben gli starebbe.
Ma non divaghiamo. Oggi è il
Grande Giorno. Il Signor di Lusignano ci ha
comunicato, o meglio ingiunto che saremo noi i
testimoni della sua ormai ex moglie, a sentir lui in
preda a delirio mistico, e che toccherà al barone di
Baskerville l’incombenza d’accompagnarla, volente
o nolente, all’altare. A guidare la scorta d’onore
del nobile Du Belin sarà invece lui in persona. Forse
per assicurarsi che tutto proceda secondo i suoi
piani. Ma ignora, il poveretto, che la responsabilità
della cucina se l’è accollata suor Gerberga e che
la pia monachella s’è procurata in precedenza un
consistente quantitativo d’una spezia africana
piccantissima denominata piri piri, che si spera
cagionerà al padrone di casa la comparsa di emorroidi
grosse quanto il sartiame dell’Amerigo Vespucci. In
preda a una certa preoccupazione, mi tasto l’ammennicolo
ben nascosto sotto il saio che dovrebbe riportarci al
presente, augurandomi che funzioni ancora.
Avvolto in un candido mantello
dalle cui pieghe baluginano i riflessi dorati della
corazza, la testa completamente occultata, parrucchino
e dentiera compresi, da una sorta di pentola a
pressione Lagostina sormontata da un vistoso
pennacchio, le gambette storte inguainate nella
calzamaglia*, il Cantacesso più che un principe
azzurro sembra un’aragostella lessa, gli manca solo
qualche ricciolo di maionese. I suoi garcons d’honneur
lo trascinano mezzo morto di paura in groppa a un
cavallaccio da tiro alto come un carrogrù, dopodiché
lo guidano al cospetto del Vescovo che officerà il
rito. Lì, in ginocchio, i menischi ormai in briciole,
attende per una buona mezz’ora l’arrivo della
sposa. Grazie al Cielo è velata, secondo l’usanza
orientale adottata anche dalle donne dei Franchi, e
più che a un essere umano rassomiglia a un incrocio
tra un polpo e un profiterol. Speriamo che la
differenza tra il carciofo nascosto sotto innumerevoli
stratificazioni di seta e la bellissima Sibilla non
salti troppo all’occhio e, soprattutto che il
perfido sir di Lusignano non s’accorga del
trucchetto, penso con un fremito, mentre le note di Romagna
miaaaa!!!! berciate dal cellulare del Cantacesso
guidano i suoi passi esitanti verso l’altare. Il
momento è arrivato. Nervosamente, cerco a tastoni l’ammennicolo,
conto fino a tre, spingo…Una nuvola di fumo ci
avvolge e faccio appena in tempo a pensare a quel che
ci lasceremo dietro: Gustava Dandolo delusa per
essersi vista sfuggire proprio sotto il naso un
partito racchio quanto si vuole ma facoltoso
abbastanza da garantirle un’invidiabile
sistemazione; il bieco signor di Lusignano che
bestemmia come gli odiati turchi, perché ha il culo
in fiamme e la sua aristocratica ormai ex consorte ha
appena tagliato la corda con l’amante proletario…Perché
ormai più nessuno, lui men che meno, è disposto a
credere che la baffuta Gerberga fosse davvero una
suora e la ripudiata e negletta Sibilla avesse
veramente in animo di dedicarsi, dietro esortazione
della tanto pia quanto fasulla monachella, alla vita
contemplativa tra le mura di un convento.