terza parte
By Ilaria
Ariadne si sedette con disagio sulla sedia assegnatale nella stanza
padronale del Colosseo. Aveva sperato di non tornare mai più in quel
posto, ma la Dea non aveva ascoltato le sue preghiere. Saettò un lungo
sguardo inquisitore a suo padre, che era appena arrivato dai sotterranei
della costruzione, con il fiato corto come se avesse corso per giungere in
tempo ad assistere all'inizio dei combattimenti.
"Che succede?"gli domandò, cercando di mantenere un tono
leggero ed evitando di guardare l'arena. Proximo non rispose subito,
facendo accigliare sua figlia.
"C'è qualcosa che non va?"domandò lei, lanciando
un'altrettanto veloce occhiata alla tribuna imperiale dove stavano seduti
Commodo e i suoi amici. Quindi soggiunse,"Chi è che combatte oggi?
Juba? Haken?"
"Oggi combatte Massimo." Rispose piano suo padre, evitando di
guardarla in faccia.
Ariadne sbottò, prima sconvolta, poi al culmine dell'indignazione.
"Ma hai detto che lui aveva terminato...Che volevi affrancarlo,
che..."
Il padre abbassò la voce e alzando la mano la interruppe. "E'un
ordine dell'imperatore."
Il viso di Ariadne impallidì all'istante, "Gli ha ingiunto di
combattere?" Il cuore le galoppava all'impazzata. Aveva creduto che,
non essendo i pretoriani andati a uccidere il suo amante nel cuore della
notte, in qualche modo loro l’avessero scampata. Di certo l’imperatore
non poteva temere un semplice schiavo? Che cosa poteva fare l’ex
generale contro di lui? Suo padre le aveva promesso di liberarlo! Glielo
aveva detto un paio di sere prima. Aveva intenzione di comprare per
entrambi un piccolo podere che aveva adocchiato in Mauritania e lasciare
che su di loro cadesse l'oblio."Perché l’ha fatto?"domandò
Ariadne con voce tremante, "Hai detto tu stesso che non esiste
gladiatore in grado di batterlo."
“L’ho detto,” precisò Proximo, “Ma c'è un nuovo
gladiatore...anzi, uno che ha ripreso l'attività…”
Non ci fu bisogno di altre spiegazioni quando il misterioso contendente
comparve al centro dell'arena. Il cuore di Ariadne sobbalzò. Nonostante
la distanza, aveva notato le sembianze feline della sua maschera
d'argento.
Tigris. Aveva sentito il suo ex padrone parlare di lui proposito dei
“vecchi tempi” quando Tigris delle Gallie era in attività. Diceva che
quello non si limitava a uccidere i suoi avversari, ma li faceva soffrire…Ariadne
provò a scacciare quei pensieri, serrando le mani a pugno contro fianchi.
Massimo avrebbe potuto batterlo. Massimo l’avrebbe battuto.
Un clangore di catene proveniente da sotto la loro tribuna le fece
aprire gli occhi un’altra volta. Lei abbassò lo sguardo. Tre schiavi
tenevano in mano una pesante catena d’acciaio. Essa scompariva giù per
una botola nascosta dalla sabbia.
“Che stanno facendo?” si domandò a voce alta, “Sembrano i
montacarichi usati per i leoni…Ma le esibizioni degli animali hanno
avuto luogo alcune ore fa…”
Al suo fianco Proximo aveva le labbra serrata in una linea dura. “Gli
animali non combattono solo tra di loro.”
Ariadne aprì la bocca per domandare spiegazioni mentre i suoi occhi
scrutavano l’arena. Vide altri tre gruppi di schiavi trascinare delle
catene in altri punti della pista. Le lacrime cominciarono a scenderle
dagli occhi appena vide Massimo incamminarsi tra di loro per portarsi al
centro.
C’era qualcosa di strano nell’atteggiamento di Tigris, quando
annuì all’avversario, prima di pronunciare il saluto rituale all’imperatore.
Sembrava anche troppo attento al luogo in si trovava. Ariadne respirò
affannosamente quando l’ultima tessera del mosaico andò a posto:
ricordò un aneddoto che il suo padrone aveva raccontato a un ospite, una
notte in cui si era ubriacato: durante uno dei suoi memorabili
combattimenti, Tigris aveva massacrato quattro etiopi, dando poi in pasto
i corpi smembrati ad alcune tigri incatenate agli angoli della pista.
“Lo uccideranno!” Gridò lei, alzandosi di scatto dalla sedia.
Proximo, con la mano, le fece segno di sedersi. Certo, era proprio
quello il punto. Commodo voleva Massimo morto, ad ogni costo.
“Siediti,” le ingiunse, “Non attirare l’attenzione.”
“Non attirare l’attenzione?! Padre! Il combattimento non è leale!
Devi salvarlo!”
“Non hai capito, ragazzina?” tuonò il lanista, ed era la
prima volta che lo faceva, con lei, “Questo è aldilà delle mie e delle
tue possibilità. Anche se potessi, non ci sarebbe alcun modo per
intervenire.”
“Ma devi fare qualcosa…”supplicò fremendo tra le lacrime. Quindi
distolse gli occhi dall’arena, incapace di reggere anche solo un altro
secondo di quella farsa, che non era una solo gara ma un’esecuzione
capitale. Infilò la porta.
“Dove stai andando?” le chiese il padre.
Troppo tardi. Era già scomparsa.
Ariadne corse lungo i corridoi e le scale del Colosseo, cercando di non
sentire quel che accadeva in pista, finché non trovò il passaggio che
collegava l’arena al Ludus. Era sottoterra e i rumori della folla
non vi giungevano. Si fermò a riprendere fiato e il suo pensiero andò a
Massimo che stava in quel momento combattendo sopra la sua testa. Forse
era già morto, la tormentò una piccola voce, aumentando la sua paura e
facendole rivoltare lo stomaco. Doveva tornare indietro? Era indecisa. La
Battaglia di Cartagine era stata un’agonia. Tutto ciò che riusciva a
pensare era quanto terribile sarebbe stato vedere il solo uomo che avesse
mai amato essere ucciso come un cane. Ma non sarebbe stato anche peggio
lasciarlo morire da solo? Un conato di nausea decise per lei, dato che si
sentì gelare e le gambe le tremarono da non reggerla. Non le era
possibile fare le scale per tornare nell’anfiteatro…La sola cosa che
potesse fare era andarsene a casa.
Pochi minuti dopo raggiunse la sua camera e crollò sul letto,
massaggiandosi con una mano il ventre…e la creatura che cominciava a
sospettare di portare dentro di sé. Il figlio di Massimo. Ariadne chiuse
gli occhi per frenare le lacrime e quasi a livello inconscio il suo udito
percepì un rumore proveniente dalla vicina arena; fuori dalla finestra,
la folla stava facendo chiasso, entusiasta per lo spettacolo. A dispetto
del mal di testa e dello stomaco sottosopra, Ariadne si alzò dal letto
per chiudere le finestre e attutire quelle grida. Lui non sarebbe morto!
Suo padre, entrando in città, aveva avuto sentore di fortuna. Tutta la
sua fortuna era legata al suo schiavo ispanico…al quel generale in cerca
di vendetta. Di certo la dea non li avrebbe abbandonati proprio ora? Si
chiese, tornando a sdraiarsi.
Il tempo sembrò trascorrere lentissimo e pesante, man mano che i
minuti passavano. L’inattività la stava facendo impazzire. Provò a
distrarsi contando le tessere dei mosaici sul pavimento, ma fu inutile.
Forse avrebbe dovuto leggere un papiro. Le era stato insegnato a leggere e
a scrivere a casa di uno dei suoi primi padroni, che voleva un’altra
bambina per fare compagnia alla sua unica figlia durante le lezioni, e in
seguito aveva utilizzato ogni ritaglio di tempo per esercitare le
competenze acquisite. Ma le lettere le si accavallavano davanti agli
occhi. Non era il caso. Arrotolò il papiro con cura, lo sistemò al suo
posto sotto il comodino, prese la sua palla. Aveva deciso di
tornare al Colosseo.
Quindi, come se questo dipendesse dalla sua decisione, il mondo riprese
a girare. Fuori, nel cortile, i cancelli si spalancarono mentre alcune
voci chiamavano i servi. Voci felici.
Dimenticando la sua palla, Ariadne corse alla finestra,
spalancò gli scuri e si affacciò. Freneticamente, percorse ognuna di
quelle facce con il suo sguardo. Lui c’era: stanco e coperto di sangue,
ma c’era. Massimo era riuscito a sopravvivere.
*****
Massimo stava ancora carezzando le statuette di sua moglie e suo figlio
con la punta delle dita quando la porta della cella si aprì cigolando.
Chi disturbava la sua pace e quel momento dedicato ai ricordi? Si chiese
stancamente, ma il suo disappunto scomparve nel vedere la piccola sagoma
di Ariadne mentre entrava nella stanza. Erano passati oltre dieci giorni
da quando l'aveva vista in privato per l'ultima volta e dovette ammettere
che la quieta, confortante presenza di lei gli era mancata. Gli era
mancata davvero tanto. Lei era più di un'amante...Era un'amica. Le
sorrise, per mostrarle quanto fosse felice di vederla, e la ragazza mosse
qualche passo verso di lui, avendo i curiosi occhi scuri già notato le
figurine di legno nelle sue mani.
"Buona sera, Ariane," la salutò alzandosi e posando le
statuette sul tavolo.
"Buona sera Massimo, Juba..." rispose lei voltandosi un
attimo verso il compagno di cella, prima di tornare a concentrarsi su di
lui. Massimo la guardò e notò che sembrava molto stanca, addirittura
pallida nonostante l'abbronzatura. Ricordò quel che gli aveva detto di
essere svenuta durante ‘La battaglia di Cartagine’ e non poté non
sentirsi preoccupato per lei.
"Stai bene, Ariadne?" le chiese gentilmente.
"Sì. Sono solo stanca...E molto tesa e nervosa. Non riesco a
dormire e ho lo stomaco sempre un po' in subbuglio..." Ariadne
sorrise a fatica. "Ma sono venuta a vedere come stai...non ho visto
il combattimento di oggi, ma ho saputo che sei stato assalito da una
tigre...Ti ha fatto del male?"
"Solo alcuni graffietti sul collo, niente di serio." La
rassicurò. Egli poteva vedere che lei avrebbe voluto toccarlo, e
controllare di persona le ferite, ma era come se qualcosa le facesse
temere che lui non avrebbe gradito le sue attenzioni. Era come.. come se
avesse percepito la presenza di Selene in quella stanza. Ma Massimo era
sicuro che sua moglie non avrebbe provato risentimento se lui avesse dato
conforto a una povera ragazza spaventata, per cui spalancò le braccia
sussurrando, "Vieni qui." Ariadne non perse tempo a stringersi
contro il suo petto, seppellendo il viso nell’incavo del suo collo e
scoppiando in lacrime. "Ho tanta paura, Massimo. Paura per te, per
mio padre, per me...Mio padre voleva liberarti ma adesso è terribilmente
spaventato. Viviamo in costante pericolo.. Non sappiamo di chi possiamo
fidarci...La città è piena di spie di Commodo..." Stava parlando
tra i singhiozzi, e il suo piccolo corpo tremava così tanto che Massimo
sospettò fosse solo il suo abbraccio ad impedirle di crollare.
La condusse pieno e con delicatezza verso il suo letto, cercando di
farla sdraiare, ma lei rifiutò di staccarsi da lui, pregandolo di non
lasciarla e la sola cosa che lui poté fare fu sedersi al suo fianco.
Quando furono sul materasso, lei gli allacciò un gamba attorno ai
fianchi, stringendosi a lui ancora più forte. Ma non era un adescamento
erotico, solo il gesto disperato di una donna bisognosa di rassicurazione
e conforto. E Massimo seppe di non poterlo negare.. né a lei, né tanto
meno a se stesso. . Era solo un uomo e il continuo pericolo e la tensione
in cui viveva stavano logorando i suoi nervi. Nemmeno i lunghi anni
trascorsi a combattere lo avevano preparato ad una simile esistenza. Alla
frontiera c'erano stati momenti di quiete, durante i quali aveva potuto
allentare la guardia, ma adesso, a Roma, non era possibile, perché non
sapeva da dove il pericolo sarebbe giunto. Proprio quel giorno aveva quasi
rifiutato il cibo per paura che fosse avvelenato...Aveva tanto bisogno
rilassarsi. Aveva bisogno di una lunga, ininterrotta notte di
sonno...Disperatamente. Così sistemò il corpo in una posizione più
comoda, si liberò dei sandali, chiuse gli occhi e crollò addormentato
quasi senza accorgersene, cullato dal respiro caldo e regolare di Ariane.
*****
Massimo sedeva nella sua cella, la mente perduta nei pensieri,
ponderando ancora le parole dette al senatore Gracco e a Lucilla. Aveva
detto loro che era pronto a marciare su Roma alla testa dei suoi soldati
ed intendeva farlo davvero, ma non poteva evitare di pensare ai danni per
la popolazione civile se lui avesse dovuto combattere contro i pretoriani
per le strade. Ma sfortunatamente non c'era altro modo per uccidere
Commodo senza coinvolgere l'esercito.
Massimo sospirò e guardò fuori dalla finestra. "Dammi due
giorni." aveva detto il senatore Gracco, e l'ex generale sapeva che
sarebbero stati i due giorni più lunghi della sua vita. Per distrarsi,
lasciò vagare la mente e un'immagine di Ariadne addormentata e
giovanissima, così come l'aveva vista quella mattina, gli si formò
davanti agli occhi e gli provocò un sorriso. Era stata una gran cosa
dormire con lei, e si era svegliato fresco e ben riposato come mai gli era
accaduto dal suo arrivo a Roma. Per pochi momenti, guardandola dormire,
aveva provato il desiderio di svegliarla e fare l'amore, ma aveva presto
cambiato idea. Non era quello né il momento né il luogo adatto. Forse,
se e quando quell'incubo sarebbe finito, per loro ci sarebbe stato un
futuro insieme. Forse...
Massimo s'irrigidì e smise di pensarci. Non era il caso di fare
progetti e di guardare ad un futuro troppo lontano. Doveva concentrarsi
solo sul presente e sperare che ogni cosa, dallo scambio di denaro fra
Gracco e Proximo alla sua cavalcata verso Ostia, andasse come previsto.
Egli era così vicino al compimento della sua vendetta e non poteva
permettersi di fallire un’altra volta.
*****
Era tarda notte al Ludus Magnus, ma la casa di Proximo era nel
pieno di ferventi, anche se silenziose, attività.
Lui, la sua concubina Cassandra e Ariadne stavano stipando in fretta e
furia i loro averi nelle sacche da viaggio in vista della fuga verso
Ostia. Sembrava sapessero bene quel che dovevano portare con loro e quello
che avrebbero dovuto lasciare indietro andarsene e l'unico sintomo che
tradiva il loro nervosismo era un leggero tremito delle mani.
Proximo guardò fuori dalla finestra la posizione della luna. Presto
sarebbe stata mezzanotte e lui, la sua famiglia e Massimo avrebbero
lasciato Roma, come l'Augusta Lucilla, sorella di Commodo, aveva
organizzato. Il lanista non era sicuro del perché stesse facendo
tutto ciò, rischiando la vita in quel modo. Non era completamente certo
che fosse a causa dell’enorme somma di danaro che l'Augusta gli aveva
dato per comprare Massimo e per convincerlo ad aiutarlo nella fuga. Ma se
non era per i soldi, perché lo stava facendo? Perché sua figlia l’aveva
supplicato di aiutare Massimo, dopo che il primo tentativo di affrancare
l'Ispanico era fallito quando le spie di Commodo lo avevano seguito
vanificando l'incontro con gli uomini del senatore Gracco per la consegna
della somma pattuita? O era perché le parole del Generale riguardanti
Marco Aurelio avevano risvegliato il suo a lungo sopito senso dell'onore?
Non lo sapeva, e non era sicuro di volerne conoscere i motivi.
"Avete finito?" Si voltò a chiedere alle sue donne ed esse
annuirono in risposta.
"Perfetto, è quasi ora." egli serrò le chiusure della sua
borsa e l'avvicinò alle altre, controllando che il peso non fosse
eccessivo da portare per Ariadne e Cassandra. Non lo era ed egli annuì in
segno d'approvazione.
All’improvviso, un forte rumore entrò dalle finestre aperte e tutte
le teste si voltarono in quella direzione...Che cosa stava succedendo?
Proximo corse a guardare fuori e il suo cuore mancò un battito quando
vide un manipolo di pretoriani marcia nella loro direzione. Erano armati
fino ai denti e seguiti da alcuni uomini a cavallo che tenevano in mano
delle torce. Comprese in un attimo quel che era accaduto: l'imperatore
aveva scoperto il loro piano e mandato le guardie ad arrestarli o a
ucciderli. Guardò i cancelli della scuola dei gladiatori e vide che erano
chiusi...avrebbero resistito per qualche minuto, dando loro il tempo di
scappare.
"Svelte!"disse alla figlia e alla concubina, "Prendete
le sacche e seguitemi... useremo il passaggio della servitù." Si
mosse in quella direzione ma Ariadne gli si parò davanti.
"Che ne sarà di Massimo?"domandò, gli occhi spalancati per
la preoccupazione.
"Non posso fare niente per lui...Quelli sono quasi arrivati."
"Non puoi lasciarlo chiuso laggiù! Lo uccideranno!" gridò
la ragazza mentre le lacrime scendevano dai suoi occhi.
"Mi dispiace, ma non posso aiutarlo," insistette lui
prendendo la sua sacca.
"Allora lo farò io." Disse lei risoluta, correndo verso il
gancio nel muro al quale erano appese le chiavi delle celle. Proximo la
bloccò afferrandola per un braccio."Che cosa stai facendo?"
sibilò.
"Sto andando dabbasso ad aprire le celle. Non voglio che l'uomo
che amo, il padre di mio figlio, muoia in una gabbia. Gli darò almeno la
possibilità di salvarsi."
"Il padre di tuo figlio..." Proximo la fissò con occhi
selvaggi e lei annuì, gli confermandogli di essere incinta.
Il vecchio prese un profondo respiro, quindi afferrò le chiavi dalle
mani di lei e disse, "Lo farò io. Tu e Cassandra andatevene
attraverso i passaggi della servitù mentre io vado sotto a liberare gli
uomini. Andate al tempio di Giove, sul Colle Capitolino e aspettatemi.
Sarò lì appena possibile, intesi?"
"Intesi." Proximo diede ad Ariadne la borsa che conteneva il
loro denaro, un pugnale per difendersi, quindi accompagnò lei e Cassandra
al passaggio segreto.
“E adesso andate,” sussurrò baciando la guancia della figlia,
"e non fermatevi finché non avrete raggiunto il tempio." Poi,
chiuse risolutola porta dietro di loro e tornò alla finestra.
I pretoriani avevano quasi raggiunto i cancelli. Aveva poco temo per
agire. Scese rapidamente le scale e uscì nel cortile appena prima che le
guardie arrivassero e si mettessero a sbraitare, "Aprite, in nome
dell'Imperatore!"
Proximo li ignorò e, stringendo il mazzo di chiavi, attraversò a
lunghi passi il cortile, raggiungendo le celle. Il viso di Massimo era
premuto contro le sbarre, e i suoi occhi esperti stavano valutando la
situazione.
L'uomo più anziano si fermò di fronte a lui e disse piano "E'
tutto pronto. Sembra che tu abbia vinto la tua libertà." E allungò
le chiavi a Massimo che le prese replicando con un, "Proximo, non
rischierai di diventare un uomo buono?"
"Ahh!" rispose lui a voce alta, ma dentro di sé pensò “no,
non sono un uomo buono, ma farei di tutto per mia figlia”, quindi girò
spalle alla porta della cella che si era aperta sbattendo, alla
precipitosa ricerca d'una via di fuga.
Proprio in quel momento, i cancelli del Ludus cedettero,
abbattuti dai cavalli dei pretoriani e poco dopo tutto lo spiazzo si
riempì di guardie vestite di nero che bloccarono l’accesso all’abitazione
di Proximo. Svelto, egli si nascose dietro una colonna e da quella
posizione vide i soldati allinearsi di fronte alle celle ed essere
attaccati dai suoi gladiatori. La gola gli si contrasse vedendoli battersi
a mani nude, cercando di difendersi con semplici pezzi di legno e si
meravigliò della lealtà che Massimo era riuscito a suscitare in loro.
Massimo…Dov’era finito? Proximo scrutò tutta l’area e vide un’ombra
muoversi veloce lungo il muro, quindi abbassarsi per nascondersi dietro
alcuni cavalli legati. Nemmeno per un attimo fu sfiorato dal dubbio che
quello non fosse lui, ma si chiese se sarebbe stato capace di fare
altrettanto. L’Ispanico era un uomo nel pieno del vigore fisico, mentre
Proximo sapeva che i suoi giorni migliori erano ormai lontani. Tuttavia
doveva raggiungere Ariadne e Cassandra e sembrava che quella fosse l’unica
via d’uscita dal cortile. Lentamente e stando attento a nascondersi tra
le ombre degli edifici, cominciò a muoversi lungo i muri, gettando
frequenti occhiate alla battaglia che si stava svolgendo dietro di lui.
Vide anche un gruppo di pretoriani dirigersi verso casa sua e seppe di
dover fare in fretta, perché presto avrebbero incominciato a cercarlo.
Finalmente, dopo quella che gli era sembrata un’eternità sebbene si
fosse trattato solo di pochi minuti, raggiunse le scale e imboccò il
passaggio sotterraneo che portava appena fuori dalle mura della città,
dove il servo di Massimo era pronto con i cavalli. Proximo corse giù,
lungo gli scalini e il passaggio rivestito di mattoni, cercando di
raggiungere Massimo e forse anche di domandargli consiglio su quello che
doveva fare per Ariadne, ma quando il tunnel ebbe infine termine, il suono
di diverse voci lo fermò gelandogli il sangue. Che cosa stava accadendo?
Sporse la testa e vide un gran numero di pretoriani circondare l’area e
tre di essi trascinare via un uomo che cercava di divincolarsi. Massimo!
Proximo pensò inorridendo, ma non ebbe il tempo di preoccuparsi troppo
per lui, perché udì dei passi dirigersi nella sua direzione: i
pretoriani avevano invaso la galleria. Si guardò intorno alla frenetica
ricerca di un rifugio e lo trovò in un grosso cespuglio spinoso.
Incurante del dolore, ci si infilò sotto, coprendo i capelli bianchi con
un lembo del mantello e si preparò ad aspettare, indirizzando con la
mente una preghiera agli dei affinché proteggessero sua figlia.
*****
Pallidi, rossi e gialli raggi di sole brillavano su Roma, annunciando
l'arrivo del nuovo giorno. La luce carezzava le basiliche, i fori e le
piazze del mercato svegliando la città. Quando essi finalmente toccò il
Colle Capitolino, il suo bagliore sul candido marmo e le colonne del
tempio di Giove obbligò Ariadne a distogliere la testa per bloccarli. Si
era addormentata seduta, con la schiena appoggiata in un recesso del muro,
la sacca stretta al petto, la mano contratta sul pugnale.
I raggi continuarono ad avanzare e presto per Ariadne non vi fu più la
possibilità di evitarli, così aprì gli occhi insonnoliti e si guardò
intorno. Cassandra le stava vicina, anche lei si era appena svegliata dal
breve sonno di cui avevano goduto, dopo aver trascorso una notte terribile
vagabondando per le strade di Roma, terrorizzate dai pretoriani e dai
ladri e tremando al pensiero di quel che era accaduto al Ludus Magnus.
A lungo avevano atteso l'arrivo di Proximo ma, alla fine, la stanchezza
aveva avuto il sopravvento ed esse erano crollate.
Ariane sospirò sollevata; sembrava che nonostante i rischi che avevano
corso, dormendo praticamente per strada, stessero entrambe bene e che i
loro preziosi averi fossero ancora con loro. Lei e Cassandra si
interrogarono brevemente sulle rispettive condizioni, quindi provarono a
decidere il da farsi. Stavano ancora discutendo le loro opzioni, ben
sapendo che presto la loro presenza sarebbe stata notata, quando videro un
uomo andare verso di loro muovendosi con grande circospezione. Entrambe le
donne si strinsero conto il muro afferrando i loro pugnali finché, con
sollievo, riconobbero le fattezze di Proximo.
"Padre!" esclamò Ariadne correndogli incontro e
abbracciandolo forte. "Eravamo così preoccupate..."
Proximo rispose con calore al suo abbraccio, quindi sussurrò svelto,
"Dobbiamo andarcene da qui. Abbiamo urgente bisogno di un
nascondiglio sicuro."
"Di un nascondiglio? E perchè?”cominciò a domandare lei ma le
sue parole si trasformarono in un gemito quando vide i graffi che lui
aveva sul viso e sulle braccia e i suoi vestiti strappati. “Che ti è
successo?”
“I pretoriani hanno fatto irruzione nel Ludus Magnus. Ho
provato a usare il passaggio segreto per raggiungere le porte della
città, ma quando vi sono giunto, ho trovato l’area circondata da altre
guardie. Così mi sono nascosto in un cespuglio e ho aspettato che se ne
andassero, dopodiché sono venuto qui.”
“Oh…E…E che ne è stato di Massimo?” domandò Ariadne, temendo
la risposta ma sapendo di non poter evitarla. Proximo scosse la testa. “L’hanno
preso, figliola. Ho visto i pretoriani che lo trascinavano via.”
“Ma…Ma era ancora vivo, non è vero?”
“Lo era, ma non so ancora per quanto…Commodo vorrà certamente
punirlo insieme alla gente che ha partecipato al complotto contro di lui.
Ho visto molte case bruciare, mentre venivo qui, troppe per essere solo
una coincidenza.” Proximo era rattristato dal dover dare simili notizie
alla sua bambina, ma sapeva che la possibilità di rivedere ancora Massimo
vivo era uguale a zero, e credeva che Ariadne andasse adeguatamente
preparata.
La giovane apprese male le notizie, impallidì, cominciando a tremare e
il vecchio temette che svenisse. Le sue braccia circondarono l’esile
figuretta per sorreggerla. “Non possiamo stare qui, tesoro, forse ci
stanno cercando. Abbiamo bisogno di rifugiarci in qualche locanda e
starcene nascosti per un po’.”
“Non possiamo abbandonare la città?” chiese Cassandra
avvicinandosi a loro.
“No, le porte sono state chiuse. Nessuno può entrare o uscire, l’ho
constatato prima di venire qui. Siamo prigionieri, almeno per il momento.”
Il gruppetto si scambiò uno sguardo disperato, quindi presero le loro
sacche e cominciarono a scendere il colle in cerca di una locanda.
Fortunatamente avevano del denaro, ma questa fu una ben magra consolazione
per Ariadne la cui mente e il cui cuore andarono a Massimo e si chiese con
disperazione se l’avrebbe più rivisto.
*****
Massimo sentì le ultime forze abbandonare il suo corpo e crollò sulla
sabbia del Colosseo come un albero schiantato, senza provare in alcun modo
ad attutire la caduta. Guardò davanti a sé; il sole gli scintillava in
faccia, ma non sentiva caldo. In effetti quasi non si sentiva più le
gambe, ma non gliene importava. Commodo era morto, lui aveva fatto il suo
dovere e adesso era libero di andarsene, di raggiungere la sua casa e i
suoi cari. Una figura oscurò il sole ed egli vide Lucilla inginocchiata
accanto a lui. Il suo viso era rigato di lacrime ed egli seppe che erano
per lui. Gli dispiaceva essere causa del suo dolore, ma almeno lei e suo
figlio erano salvi. Glielo disse ad alta voce e lei annuì tristemente con
un impercettibile gesto di gratitudine. "Và da loro." gli
sussurrò e Massimo provò ad annuire, ma non fu in grado di farlo, mentre
gli occhi si chiudevano e la testa gli cadde all'indietro sulla sabbia.
Di fronte ai suoi occhi apparve la distesa dei suoi campi in tutta la
loro vastità. Sua moglie e suo figlio erano lì, ma Massimo non corse
loro incontro. Camminò lentamente tra il grano ondeggiante, le mani che
accarezzavano le spighe, ma la sua mente era lontana...egli sapeva di
dover fare qualcosa...vedere qualcuno...ma non ricordava chi fosse. I suoi
passi diventarono sempre più lenti, fino ad arrestarsi del tutto e lui
rimase lì, nel mezzo del campo, senza saper cosa fare, mentre laggiù,
sulla strada, suo figlio, che gli stava correndo incontro, si fermò con
un'espressione confusa sul faccino...
Sulla sabbia del Colosseo un uomo, un greco dai capelli bianchi e la
pelle olivastra, stava lavorando in modo veloce e competente per salvare
la vita del grande generale, sotto lo sguardo preoccupato di Lucilla e del
senatore Gracco. Il sangue continuava a uscire da una ferita piccola ma
profonda e pericolosa, all’altezza dei reni, ma Galeno, medico imperiale
e amico fidato di Marco Aurelio, era deciso a lottare con le unghie e coi
denti per salvare l’uomo ferito che il defunto imperatore aveva tanto
amato. Sembrava trattarsi di un’impresa quasi disperata, ma il vecchio
chirurgo non aveva mai rinunciato a una sfida, per quanto difficile fosse.
Finché c’è vita c’è speranza e Galeno le avrebbe tentate tutte per
salvare la vita di Massimo, perché la vita di un uomo giusto non ha
prezzo, è un dono degli dei e va preservato.
All’improvviso Massimo, che era rimasto incosciente fino a quel
momento, tossì e genette, facendo sorridere il chirurgo. Il suo paziente
aveva interrotto il viaggio verso l’Aldilà e sembrava deciso ad
aiutarlo a combattere la sua battaglia…Bene, molto bene davvero.
“Non arrenderti, Generale,” gli disse a voce alta prima di ordinare
a un barelliere di portare Massimo in un posto più appropriato, mentre
alle sue spalle Lucilla e Gracco si scambiavano sguardi carichi di
speranza.
*****
Lo stomaco di Massimo si contrasse quando egli vide i cancelli della
villa che aveva chiamato casa. Voleva affondare i piedi nella terra
morbida, impedendo a se stesso di voltare l'angolo. Sapeva quel che
avrebbe trovato: Selene e Marco, la sua casa, i suoi terreni. Tutto ciò
che egli aveva amato e aveva posseduto bruciato e distrutto, perduto nei
venti del destino.
"Non voglio andare," disse a nessuno in particolare,
"non posso farlo da solo".
Ma ancora una volta gli dei rifiutarono di ascoltarlo. Sebbene i suoi
piedi fossero fermi, egli continuava ad avanzare, muoversi lentamente
sempre più vicino alla vista temuta.
"Aspetta."
Sobbalzò sentendo la vocina dietro di lui.
Non poteva voltare la testa, ma sentì una mano minuscola infilarsi
nella sua. Sfiorò con le dita callose quelle nocche, senza riuscire a
riconoscerle…Avevano qualcosa di familiare, tuttavia sconosciuto.
“No!” si lamentò Massimo in agonia perché il paesaggio,
nonostante la sua distrazione, continuava a corrergli davanti agli occhi.
Ora era fermo nel loggiato. Tutt’intorno a lui c’erano delle pietre
cadute. Il puzzo forte del fumo ammorbava l’aria. Due corpi dondolavano
contro il cielo.
“Non posso farlo…Non posso affrontare nuovamente tutto questo!”
Disse, implorando pietà.
Le dita sconosciute strinsero più forte la loro presa. “Sì che
puoi. Lo affronteremo insieme.”
“Massimo. Massimo.”
“Generale Massimo?”
“Massimo?”
L’Ispanico provò un senso di vertigine mentre il paesaggio che lo
circondava si dissolveva nell’oscurità.
“Massimo! Parlami, per favore!”
C’erano delle voci tutt’intorno a lui. Erano vicine e molto più
reali dell’estraneo che gli aveva afferrato la mano.
“Lascialo riposare, mia signora.”
Mia signora? Mia signora…certamente, una di quelle voci apparteneva a
una donna…E i due uomini?
Il generale si concentrò sulla conversazione.
“Vivrà?”chiese la donna.
Rispose un uomo, “E’ ancora troppo presto per dirlo.”
Ci fu un momento di silenzio, quindi un suono di passi che s’allontanavano.
Affascinato, voltò la testa per seguire quel suono.
“Massimo?” La voce della donna era vicinissima al suo viso. Era
alta ed eccitata.
L’ex generale aprì gli occhi e fu abbagliato da una lampada ad olio.
“Massimo!”
Era Lucilla. Perché non sembrava strano trovarla seduta sul suo letto?
Dov’era? Era ancora un legato sul fronte settentrionale? La principessa
era ancora la sua amante? No. Non era così. Si sforzò di ricordare.
Accanto a lui, Lucilla sorrideva teneramente. “Stavi sognando,”
sussurrò, “Sei rimasto ferito durante un combattimento. Presto starai
meglio, la febbre è quasi passata.”
“Sognando?” Massimo faticava a parlare. La lingua era pesante e
impastata. Le parole sembravano…sbagliate, in qualche modo.
“Sì. Hai sognato la tua famiglia per quattro giorni. Ti ho sentito
parlare di loro.”
Sognando. Era impossibile. “Io non sogno mai.”
Rapidamente, i ricordi di Massimo andarono indietro. Ricordò l’arena,
Commodo, Marco e Selene…E c’era dell’altro. Il respiro gli divenne
affannoso, ripensando a una notte sulla nave, durante il viaggio verso
Roma, quando aveva tenuto la figlia di Proximo tra le braccia. “Tu
non sogni mai.” Ariane aveva commentato. E poi aveva continuato
dicendogli che, col tempo, se sarebbe tornato a farlo… “Quando
sarai pronto,” aveva detto.
L’Ispanico provò a sedersi. Avrebbe voluto saltar giù dal letto, ma
i muscoli si lamentarono e il dolore lo fece nuovamente crollare sui
materassi.
“Stai giù!” lo rimproverò Lucilla.
Remissivo e troppo malconcio per protestare, l’ex generale ubbidì.
“Ariadne…” sussurrò.
“Chi?” Il viso dell’imperatrice assunse un’espressione
vagamente contrariata.
“Ariadne…” Massimo volse alla finestra gli occhi azzurri. Egli
non poteva vedere niente attraverso gli scuri appena socchiusi, ma
immaginava il fervore della città. Lei e suo padre erano salvi? Era
ancora viva? Sentiva un disperato bisogno di essere con lei. Finalmente
sveglio, sapeva che la mano nel sogno apparteneva a lei.
“Che cosa stai dicendo?” Gli occhi di Lucilla provarono a seguire
lo sguardo dell'uomo, osservando chi affreschi sul muro e chiedendosi se
una di quelle figure fosse la principessa del passato il paziente faceva
riferimento.
“Devo trovarla…”
"Trovarla?" Lo sguardo di disappunto sul viso della donna era
adesso inequivocabile. Tuttavia ella si ricompose, "Stai parlando di
una ragazza? Una schiava forse."
"No, non una schiava." Il sollievo sui tratti di Lucilla fu
di breve durata. "Non più." Usando le sue ultime forze, lui
afferrò la mano della vecchia amica. "E'la figlia di Proximo...Devi
aiutarmi a ritrovarla...Per favore..."
Lucilla si irrigidì. Era evidente che avrebbe preferito che la
conversazione prendesse un'altra piega. Ma in ogni caso, lei era la figlia
di Marco Aurelio. Si ricompose, portandosi la ruvida mano dell'ex generale
alla guancia.
"Ti aiuterò, Massimo. Lo prometto."
"Grazie." sussurrò lui, sollevato, gli occhi che si
chiudevano mentre il sonno tornava a visitarlo.
*****
Il tempo sembrava non passare mai per il gruppetto alloggiato in una
locanda nei pressi del Colle Aventino. Essi stavano sempre rinchiusi nelle
loro stanze, e solo Cassandra occasionalmente usciva ad ordinare il cibo e
a pagare l'affitto. Lei aveva spiegato al padrone del locale che erano
mercanti in partenza per Ostia e che non uscivano perché preoccupati
dallo stato di salute della più giovane di loro. E non era una bugia.
Ariadne stava male sul serio, consumata com'era dalla preoccupazione,e
Proximo era molto preoccupato per lei e per il bambino che portava in
grembo. Considerata la loro situazione un aborto era molto probabile...e
molto rischioso.
Il quinto giorno dacché si erano trasferiti nella locanda, Cassandra
ritornò recando grandi notizie: Commodo era stato ucciso, sgozzato da
Massimo al Colosseo!
Sia Ariadne sia Proximo si alzarono di scatto dalle rispettive sedie e
quasi si precipitarono sulla donna, pressandola per avere maggiori
informazioni, ma l'espressione speranzosa della ragazza si spense quando
Cassandra si voltò verso di lei dicendole piano, "Mi dispiace, ma
sembra che Massimo sia rimasto ferito molto seriamente e sia crollato
sulla sabbia. E'stato portato al palazzo imperiale, ma nessuno sa se ci
sono novità sulle sue condizioni."
Proximo posò il braccio sulle spalle della figlia. "Mi dispiace,
cara. Ma non è detto che sia morto. E'sopravissuto senza conseguenze a
una brutta infezione...E'molto forte, e bisogna continuare a pregare gli
dei perché veglino su di lui.
Ariadne alzò su di lui gli occhi bagnati di pianto e il vecchio si
sentì stringere il cuore. Sapendo quanto importante fosse
tranquillizzarla le disse, “Dato che ormai Commodo è morto, penso che
potrei recarmi al foro senza rischi e cercare di ottenere ulteriori
informazioni su Massimo. Mi piacerebbe anche controllare se le porte della
città sono ancora bloccate o se adesso possiamo considerarci liberi.”
“Voglio venire con te,” esclamò decisa Ariadne, spostandosi dalla
sedia per prendere la palla. Proximo aprì la bocca per dirle che
avrebbe fatto meglio ad attenderlo lì, ma la sua espressione determinata
e testarda gli fece capire che avrebbe solo sprecato il fiato.
“Bene, andiamo, ma prometti che resterai vicino a me.”
“Certo.” Un sorriso, “Grazie, padre mio.” E gli baciò la
guancia.
“E adesso andiamo, che abbiamo già perso abbastanza tempo.” le
disse con voce burbera ma con il cuore pieno di gioia.
*****
Proximo e Ariadne stavano camminando tra le numerose bancarelle dei
Mercati Traianei, verso l’uscita. Avevano scelto di andare lì piuttosto
che al foro perché mercanti e venditori che ci lavoravano, data la loro
necessità di merci e prodotti freschi sicuramente sapevano se le porte
della città erano ancora chiuse o no. Una rapida occhiata ai banchi mezzi
vuoti, indisse Proximo a pensare che le porte fossero ancora chiuse e un
commerciante di vino dall’aria rassegnata glielo confermò. Roma era
ancora inaccessibile, le sue mura erano sorvegliate dall’esercito, una
legione giunta da Ostia.
La legione di Massimo? Ariadne si chiese mentre si dirigevano all’uscita
dei mercati. Era metà pomeriggio, tempo di tornare alla locanda dove
Cassandra li stava aspettando. I passi della ragazza erano energici e
leggeri, l’ansia e la stanchezza che l’avevano afflitta nei giorni
precedenti un ricordo lontano dopo aver saputo che Massimo era salvo e le
sue ferite in via di guarigione. Adesso la mente di Ariadne era
concentrata su come avrebbe potuto rivedere il suo amore, non poteva certo
andare a palazzo e bussare alla porta…Persa nei suoi pensieri, non notò
il padre che si fermava e quasi gli andò a sbattere contro. Scosse la
testa per schiarirsi le idee e il cuore le si strinse quando vide un
manipolo di pretoriani che li circondavano.
“Elio Proximo?” domandò una voce.
“Sì?”replicò il lanista, non essendoci motivo di negarlo,
visto che l’uomo che gli stava davanti era il Prefetto del Pretorio in
persona, che spesso avevano incontrato al Colosseo.
“Questa è tua figlia Ariadne?”
“Sì.”
“La vostra presenza è richiesta al palazzo. Seguiteci, per favore.”
Non che abbiamo molta scelta, pensò Ariadne guardando le guardie che
li circondavano. Si strinse a suo padre, con il conforto del suo braccio
intorno alle spalle, e cominciò a dirigersi verso dove le era stato
ordinato, domandandosi che cosa potessero volere da loro.
*****
Proximo e Ariadne furono scortati attraverso Roma fino al Colle
Palatino, e all’imponente palazzo che ivi sorgeva. La costruzione era
talmente maestosa che padre e figlia se ne sentirono intimoriti. I
pretoriani sembravano conoscere bene dove dovevano portarli perché non
avevano esitato un attimo a condurli attraverso una delle molte porte che
si aprivano dinanzi a loro. Ariadne restò sorpresa nel notare, osservando
le sale e i corridoi in cui stavano passando, che quella non era l’area
del Palazzo aperta al pubblico e sede frequente d’incontri e di
appuntamenti, ma il settore privato, in cui viveva la famiglia imperiale.
Era il luogo più bello che avesse mai visto, ma non era nello stato d’animo
di ammirarlo. Per tutto l’itinerario, gli uomini che li scortavano si
erano rifiutati di pronunciare una sola parola di spiegazione e la
tensione aumentava con ogni passo che facevano.
I pretoriani si fermarono e Proximo e sua figlia si ritrovarono in un
ampio salone, da cui si dipartivano numerosi corridoi. Si guardarono
intorno mentre il Prefetto scambiava qualche parola con uno degli uomini
di guardia.
La conversazione ebbe termine, il pretoriano corse via, quindi il
Prefetto tornò vicino ad Ariadne e a Proximo indicando lo stesso
corridoio nel quale era appena scomparsa la sentinella.
“Da questa parte,”disse. Proximo e Ariadne si mossero insieme ma l’ufficiale
ordinò, “Solo la ragazza.”
Gli occhi spaventati di Ariadne fissarono suo padre che le accennò,
“Vai.”
“Sì, vieni con me,” disse il Prefetto più gentilmente. “Non ti
accadrà nulla. E non accadrà nulla a tuo padre. Te lo prometto.
La giovane annuì, rassicurata, e seguì l’ufficiale lungo il
corridoio e i loro passi echeggiarono sul pavimento di marmo finché non
raggiunsero una porta chiusa sorvegliata da due pretoriani. La sentinella
che prima era corsa avanti era anch’essa lì e annuì al suo comandante,
prima di bussare.
“Avanti.” Disse una voce maschile e Ariadne fu invitata a entrare
per incontrare un uomo con i capelli e la barba bianchi che non aveva mai
visto prima. Era molto distinto e indossava la toga bianca adorna del
laticlavio dei senatori. Sulle sue labbra c’era un sorriso gentile.
“La mia signora Ariadne, figliola di Proximo?”
Lei annuì, sorpresa dall’appellativo con cui le si era rivolto. Chi
era?
“Sono il senatore Gracco,” disse lui inchinandosi per salutarla.
Lei annuì ancora, non sapendo come comportarsi in presenza di un
personaggio tanto importante.
“Abbiamo cercato te e tuo padre per due giorni.”
“Oh.”Ariadne riprese coraggio, “Posso sapere perché?” si
azzardò a chiedere.
“Certo. Qualcuno che entrambi conosciamo era molto in pena per te.”
“Qualcuno che conosciamo, signore?”
“Il generale Massimo. Era molto preoccupato.”
“Massimo? E’qui?” Ariadne si guardò intorno con occhi eccitati
ed ansiosi, facendo nascere un sorriso sulle labbra di Gracco.
“Sì, è qui. Sta riposando nella stanza alle mie spalle. Adesso ti
lascerò andare da lui, ma ricordati che è stato ferito in modo molto
grave e non deve stancarsi troppo.”
Ariadne annuì frettolosamente, aggirando il senatore per raggiungere
la porta indicatele, e dandogli a malapena il tempo di aprirla. Si
ritrovò in una grande, lussuosa camera con pavimento di marmo verde e
rosa, le pareti coperte di affreschi e mobilio elegante, ma niente era
più bello dell’uomo che giaceva sul grande letto al centro della
stanza, la schiena appoggiata a una pila di cuscini. Era pallido, aveva
profonde occhiaie e la barba incolta, ma gli occhi scintillavano dalla
voglia di vivere.
Ariadne gli si avvicinò piano, cosciente dello sguardo di Massimo su
di lei. Infine, quando fu abbastanza vicina, egli allungò la mano destra
e tutta la compostezza di lei si dissolse, mentre si affrettava a
baciargliela con amore.
“Massimo,” sussurrò con gli occhi pieni di lacrime, “Ero tanto
in pena per te…Temevo che non ti avrei più rivisto.”
“Anch’io l’ho temuto,” mormorò lui a voce bassissima, “Temevo
che vi fosse capitata qualcosa di brutto quando i pretoriani hanno fatto
irruzione nel Ludus Magnus.” Lei annuì con la testa, gli occhi
fissi al suo viso, come ipnotizzata, le dita che gli carezzavano il dorso
della mano. Massimo gentilmente liberò il suo braccio, ma solo per
indicare il materasso. “Vieni qui.” Era un invito che Ariadne aveva
sperato di sentire da quando aveva messo piede lì dentro e lo accolse
correndo ma cercando di controllare il suo ardore per non provocargli
sofferenza. Si sedette sul letto e lo abbracciò, percorrendo con una mano
la fine tunica di lino bianco e fermandosi proprio sopra il suo cuore. Le
dita sentirono lo spesso bendaggio che gli fasciava il torace e questo la
spinse a domandarsi se non stava rischiando di fargli male. Massimo
percepì la sua esitazione, la circondò con le braccia, le fece posare la
testa sulla sua spalla e le sussurrò, “La ferita è sulla schiena. Ed
sta già guarendo.”
“E’ meraviglioso…Tutti dicevano che eri rimasto ferito in maniera
molto grave e io ho temuto di perderti.”
“Invece no, e adesso dovrai sopportarmi per un molto tempo…Per il
resto della tua vita se lo vorrai.”
Il cuore di Ariadne a momenti schizzò via e lei sollevò la testa per
contemplarlo a occhi spalancati. Intendeva davvero quel che lei aveva
sempre sperato?”
Massimo comprese la sua muta domanda e annuì, “Come la tua omonima
della mitologia, che diede a Teseo un gomitolo di lana per aiutarlo a
uscire dal labirinto del Minotauro, anche tu mi hai aiutato a trovare la
giusta direzione nella mia vita.” Prese un profondo respiro per calmare
l’emozione che quasi lo stava soffocando, quindi aggiunse, “Ho
sognato, quando avevo la febbre…e ricordato quel che mi avevi detto, che
i sogni sarebbero stati il segno della mia guarigione…”
Ariadne annuì, sollecitandolo a continuare."Tu eri nel mio sogno
Ariadne...mi prendevi per mano e mi dicevi che avremmo affrontato insieme
in faccia il passato...e il futuro." Massimo sospirò e continuò,
"Io credo di amarti...No, non è esatto. Io so di amarti, Ariadne.
Ero convinto che non avrei mai più amato dopo che trovai i miei cari
sterminati, ma sbagliavo: il mio cuore è guarito...Tu lo hai guarito e
spero tanto che accetterai di diventare mia moglie." Dopo questo,si
fermò a riprendere fiato e ad aspettare la sua risposta.
Per lunghi, interminabili secondi Ariadne non fu capace di parlare,
poiché lacrime di incontenibile felicità le scorrevano sulle guance,
quindi sussurrò, "Mai avrei pensato che un giorno tutti i miei sogni
sarebbero divenuti realtà...fino ad ora. Mi è stato detto che per uno
schiavo è pericoloso desiderare cose impossibili, ma anche nei miei
momenti più cupi ho sognato. Ho sognato che un giorno un uomo sarebbe
venuto a salvarmi da una vita infame. Ed egli è venuto. Era mio padre.
Quindi ho sognato che un giorno avrei incontrato un uomo che infine mi
avrebbe resa felice. E l'ho incontrato: tu, Massimo." Lui sorrise e
lei si portò una delle sue mani sulle labbra, baciandogliela, mentre si
godeva l’espressione rapita con cui lui la stava ascoltando. “E poi ho
sognato che un giorno avrei avuto molti bambini e anche quel sogno sta per
diventare realtà..."
Gli occhi di Massimo si spalancarono in una silenziosa, sorpresa
domanda e, al cenno di assenso di lei, si riempirono di lacrime di gioia.
Abbracciò Ariadne con tutta la sua forza, senza badare al corpo
dolorante,e mormorò, "Amore mio, amore mio," tante e tante
volte. Quindi le prese il mento e le sollevò il viso per un lungo,
profondo bacio appassionato. Le loro lingue danzarono insieme, stuzzicante
premessa a quel che sarebbe accaduto quando lui si fosse completamente
rimesso. Quando si separarono, erano entrambi senza fiato e sorridevano
felici. Pieni di gioia, rimasero a lungo l'uno accanto all'altra,
lasciando parlare gli occhi, finché Massimo diresse il suo sguardo verso
la porta.
"Tuo padre è qui con te?"
"Sì."
Sospirò, quindi tornò a guardarla."Quindi sarebbe meglio
chiamarlo per dargli le belle notizie." Ariadne annuì, ma non si
alzò dal letto, continuando a guardargli le labbra con occhi
bramosi."Ma non ancora."
"Esattamente. Non ancora."
E così dicendo, lei abbassò la testa per catturare la sua bocca in un
altro bacio, scordando completamente suo padre.
EPILOGO - Tergillium, Hispania.
Elio Proximo alzò alle labbra la coppa e bevve un lungo sorso di vino
mentre con lo sguardo accarezzava la vasta distesa di fertili campi che lo
circondava. Per un attimo ebbe la tentazione di chiedersi quanto potesse
valere tutta quella terra, ma scacciò subito via quei pensieri. Non era
per la sua ricchezza che era stato felice di vedere Ariadne sposata a
Massimo. Era stato per la felicità che l’Ispanico aveva saputo darle.
Il viso sorridente, gli occhi brillanti e la pelle luminosa di sua figlia
erano molto più preziosi per lui di tutte i tesori dell'impero.
Un piccolo grido attrasse la sua attenzione e abbassò gli occhi per
guardare il bimbetto di due anni, bruno e dagli occhi azzurri, che giocava
su un mucchio di sabbia con sua moglie Cassandra sotto lo sguardo attento
di una serva e sorrise. Mai, neppure nei suoi sogni più frenati, Proximo
aveva immaginato che un giorno il suo nipotino sarebbe appartenuto alla
classe senatoriale, perché ai senatori non era permesso sposare le ex
schiave. Ma una speciale deroga era stata concessa a Massimo, insieme al
ripristino del suo stato sociale di origine, consentendogli di sposare
Ariadne e riconoscere il bambino come suo figlio legittimo. Elio. Beh, il
nome completo era Massimo Decimo Meridio Elio, ma Proximo pensava a lui
come Elio. Il suo piccolo Elio.
Il vecchio sorrise e riprese a guardare l’orizzonte, cercando Ariadne
e Massimo. Quando lui e Cassandra erano giunti dalla loro casa ad Emerita
Augusta alla fattoria per una visita inaspettata, essi erano stati
informati dai servi che la figlia e suo marito erano usciti per una
cavalcata ed egli sperava che tornassero presto. Erano passati alcuni mesi
dall'ultima volta che aveva visto Ariadne e voleva abbracciarla.
In quel momento, un movimento vicino al ruscello che attraversava la
proprietà attirò il suo sguardo e Proximo strizzò gli occhi per vederci
meglio.
Erano Ariadne e Massimo. Ma non stavano cavalcando.. Anzi, per meglio
dire, invece dei cavalli, si cavalcavano reciprocamente...
Proximo distolse lo sguardo, un po’ imbarazzato, e si chiese come
avrebbe reagito Massimo alla notizia che la sua vista fosse ancora molto
buona, malgrado l'età e il tempo trascorso nel deserto.
Proximo ammirava e rispettava l'ex generale, ma qualche volta provava
la voglia di provocarlo, desiderando di veder lampeggiare i suoi occhi blu
dello stesso fuoco che li aveva animati nell'arena e sentire ancora il
brivido del pericolo... Ma ogni volta decideva che non era il caso di
forzare il destino.
L'ex lanista scosse la testa alzando la coppa in un silenzioso brindisi
alla coppia che faceva l'amore vicino all'acqua quindi raggiunse la moglie
e il nipotino, decidendo di dimenticare ogni cosa a proposito dei giochi
gladiatorii e di pensare a passatempi più allegri.
Fine
Ariadne si sedette con disagio sulla sedia assegnatale nella stanza
padronale del Colosseo. Aveva sperato di non tornare mai più in quel
posto, ma la Dea non aveva ascoltato le sue preghiere. Saettò un lungo
sguardo inquisitore a suo padre, che era appena arrivato dai sotterranei
della costruzione, con il fiato corto come se avesse corso per giungere in
tempo ad assistere all'inizio dei combattimenti.
"Che succede?"gli domandò, cercando di mantenere un tono
leggero ed evitando di guardare l'arena. Proximo non rispose subito,
facendo accigliare sua figlia.
"C'è qualcosa che non va?"domandò lei, lanciando
un'altrettanto veloce occhiata alla tribuna imperiale dove stavano seduti
Commodo e i suoi amici. Quindi soggiunse,"Chi è che combatte oggi?
Juba? Haken?"
"Oggi combatte Massimo." Rispose piano suo padre, evitando di
guardarla in faccia.
Ariadne sbottò, prima sconvolta, poi al culmine dell'indignazione.
"Ma hai detto che lui aveva terminato...Che volevi affrancarlo,
che..."
Il padre abbassò la voce e alzando la mano la interruppe. "E'un
ordine dell'imperatore."
Il viso di Ariadne impallidì all'istante, "Gli ha ingiunto di
combattere?" Il cuore le galoppava all'impazzata. Aveva creduto che,
non essendo i pretoriani andati a uccidere il suo amante nel cuore della
notte, in qualche modo loro l’avessero scampata. Di certo l’imperatore
non poteva temere un semplice schiavo? Che cosa poteva fare l’ex
generale contro di lui? Suo padre le aveva promesso di liberarlo! Glielo
aveva detto un paio di sere prima. Aveva intenzione di comprare per
entrambi un piccolo podere che aveva adocchiato in Mauritania e lasciare
che su di loro cadesse l'oblio."Perché l’ha fatto?"domandò
Ariadne con voce tremante, "Hai detto tu stesso che non esiste
gladiatore in grado di batterlo."
“L’ho detto,” precisò Proximo, “Ma c'è un nuovo
gladiatore...anzi, uno che ha ripreso l'attività…”
Non ci fu bisogno di altre spiegazioni quando il misterioso contendente
comparve al centro dell'arena. Il cuore di Ariadne sobbalzò. Nonostante
la distanza, aveva notato le sembianze feline della sua maschera
d'argento.
Tigris. Aveva sentito il suo ex padrone parlare di lui proposito dei
“vecchi tempi” quando Tigris delle Gallie era in attività. Diceva che
quello non si limitava a uccidere i suoi avversari, ma li faceva soffrire…Ariadne
provò a scacciare quei pensieri, serrando le mani a pugno contro fianchi.
Massimo avrebbe potuto batterlo. Massimo l’avrebbe battuto.
Un clangore di catene proveniente da sotto la loro tribuna le fece
aprire gli occhi un’altra volta. Lei abbassò lo sguardo. Tre schiavi
tenevano in mano una pesante catena d’acciaio. Essa scompariva giù per
una botola nascosta dalla sabbia.
“Che stanno facendo?” si domandò a voce alta, “Sembrano i
montacarichi usati per i leoni…Ma le esibizioni degli animali hanno
avuto luogo alcune ore fa…”
Al suo fianco Proximo aveva le labbra serrata in una linea dura. “Gli
animali non combattono solo tra di loro.”
Ariadne aprì la bocca per domandare spiegazioni mentre i suoi occhi
scrutavano l’arena. Vide altri tre gruppi di schiavi trascinare delle
catene in altri punti della pista. Le lacrime cominciarono a scenderle
dagli occhi appena vide Massimo incamminarsi tra di loro per portarsi al
centro.
C’era qualcosa di strano nell’atteggiamento di Tigris, quando
annuì all’avversario, prima di pronunciare il saluto rituale all’imperatore.
Sembrava anche troppo attento al luogo in si trovava. Ariadne respirò
affannosamente quando l’ultima tessera del mosaico andò a posto:
ricordò un aneddoto che il suo padrone aveva raccontato a un ospite, una
notte in cui si era ubriacato: durante uno dei suoi memorabili
combattimenti, Tigris aveva massacrato quattro etiopi, dando poi in pasto
i corpi smembrati ad alcune tigri incatenate agli angoli della pista.
“Lo uccideranno!” Gridò lei, alzandosi di scatto dalla sedia.
Proximo, con la mano, le fece segno di sedersi. Certo, era proprio
quello il punto. Commodo voleva Massimo morto, ad ogni costo.
“Siediti,” le ingiunse, “Non attirare l’attenzione.”
“Non attirare l’attenzione?! Padre! Il combattimento non è leale!
Devi salvarlo!”
“Non hai capito, ragazzina?” tuonò il lanista, ed era la
prima volta che lo faceva, con lei, “Questo è aldilà delle mie e delle
tue possibilità. Anche se potessi, non ci sarebbe alcun modo per
intervenire.”
“Ma devi fare qualcosa…”supplicò fremendo tra le lacrime. Quindi
distolse gli occhi dall’arena, incapace di reggere anche solo un altro
secondo di quella farsa, che non era una solo gara ma un’esecuzione
capitale. Infilò la porta.
“Dove stai andando?” le chiese il padre.
Troppo tardi. Era già scomparsa.
Ariadne corse lungo i corridoi e le scale del Colosseo, cercando di non
sentire quel che accadeva in pista, finché non trovò il passaggio che
collegava l’arena al Ludus. Era sottoterra e i rumori della folla
non vi giungevano. Si fermò a riprendere fiato e il suo pensiero andò a
Massimo che stava in quel momento combattendo sopra la sua testa. Forse
era già morto, la tormentò una piccola voce, aumentando la sua paura e
facendole rivoltare lo stomaco. Doveva tornare indietro? Era indecisa. La
Battaglia di Cartagine era stata un’agonia. Tutto ciò che riusciva a
pensare era quanto terribile sarebbe stato vedere il solo uomo che avesse
mai amato essere ucciso come un cane. Ma non sarebbe stato anche peggio
lasciarlo morire da solo? Un conato di nausea decise per lei, dato che si
sentì gelare e le gambe le tremarono da non reggerla. Non le era
possibile fare le scale per tornare nell’anfiteatro…La sola cosa che
potesse fare era andarsene a casa.
Pochi minuti dopo raggiunse la sua camera e crollò sul letto,
massaggiandosi con una mano il ventre…e la creatura che cominciava a
sospettare di portare dentro di sé. Il figlio di Massimo. Ariadne chiuse
gli occhi per frenare le lacrime e quasi a livello inconscio il suo udito
percepì un rumore proveniente dalla vicina arena; fuori dalla finestra,
la folla stava facendo chiasso, entusiasta per lo spettacolo. A dispetto
del mal di testa e dello stomaco sottosopra, Ariadne si alzò dal letto
per chiudere le finestre e attutire quelle grida. Lui non sarebbe morto!
Suo padre, entrando in città, aveva avuto sentore di fortuna. Tutta la
sua fortuna era legata al suo schiavo ispanico…al quel generale in cerca
di vendetta. Di certo la dea non li avrebbe abbandonati proprio ora? Si
chiese, tornando a sdraiarsi.
Il tempo sembrò trascorrere lentissimo e pesante, man mano che i
minuti passavano. L’inattività la stava facendo impazzire. Provò a
distrarsi contando le tessere dei mosaici sul pavimento, ma fu inutile.
Forse avrebbe dovuto leggere un papiro. Le era stato insegnato a leggere e
a scrivere a casa di uno dei suoi primi padroni, che voleva un’altra
bambina per fare compagnia alla sua unica figlia durante le lezioni, e in
seguito aveva utilizzato ogni ritaglio di tempo per esercitare le
competenze acquisite. Ma le lettere le si accavallavano davanti agli
occhi. Non era il caso. Arrotolò il papiro con cura, lo sistemò al suo
posto sotto il comodino, prese la sua palla. Aveva deciso di
tornare al Colosseo.
Quindi, come se questo dipendesse dalla sua decisione, il mondo riprese
a girare. Fuori, nel cortile, i cancelli si spalancarono mentre alcune
voci chiamavano i servi. Voci felici.
Dimenticando la sua palla, Ariadne corse alla finestra,
spalancò gli scuri e si affacciò. Freneticamente, percorse ognuna di
quelle facce con il suo sguardo. Lui c’era: stanco e coperto di sangue,
ma c’era. Massimo era riuscito a sopravvivere.
*****
Massimo stava ancora carezzando le statuette di sua moglie e suo figlio
con la punta delle dita quando la porta della cella si aprì cigolando.
Chi disturbava la sua pace e quel momento dedicato ai ricordi? Si chiese
stancamente, ma il suo disappunto scomparve nel vedere la piccola sagoma
di Ariadne mentre entrava nella stanza. Erano passati oltre dieci giorni
da quando l'aveva vista in privato per l'ultima volta e dovette ammettere
che la quieta, confortante presenza di lei gli era mancata. Gli era
mancata davvero tanto. Lei era più di un'amante...Era un'amica. Le
sorrise, per mostrarle quanto fosse felice di vederla, e la ragazza mosse
qualche passo verso di lui, avendo i curiosi occhi scuri già notato le
figurine di legno nelle sue mani.
"Buona sera, Ariane," la salutò alzandosi e posando le
statuette sul tavolo.
"Buona sera Massimo, Juba..." rispose lei voltandosi un
attimo verso il compagno di cella, prima di tornare a concentrarsi su di
lui. Massimo la guardò e notò che sembrava molto stanca, addirittura
pallida nonostante l'abbronzatura. Ricordò quel che gli aveva detto di
essere svenuta durante ‘La battaglia di Cartagine’ e non poté non
sentirsi preoccupato per lei.
"Stai bene, Ariadne?" le chiese gentilmente.
"Sì. Sono solo stanca...E molto tesa e nervosa. Non riesco a
dormire e ho lo stomaco sempre un po' in subbuglio..." Ariadne
sorrise a fatica. "Ma sono venuta a vedere come stai...non ho visto
il combattimento di oggi, ma ho saputo che sei stato assalito da una
tigre...Ti ha fatto del male?"
"Solo alcuni graffietti sul collo, niente di serio." La
rassicurò. Egli poteva vedere che lei avrebbe voluto toccarlo, e
controllare di persona le ferite, ma era come se qualcosa le facesse
temere che lui non avrebbe gradito le sue attenzioni. Era come.. come se
avesse percepito la presenza di Selene in quella stanza. Ma Massimo era
sicuro che sua moglie non avrebbe provato risentimento se lui avesse dato
conforto a una povera ragazza spaventata, per cui spalancò le braccia
sussurrando, "Vieni qui." Ariadne non perse tempo a stringersi
contro il suo petto, seppellendo il viso nell’incavo del suo collo e
scoppiando in lacrime. "Ho tanta paura, Massimo. Paura per te, per
mio padre, per me...Mio padre voleva liberarti ma adesso è terribilmente
spaventato. Viviamo in costante pericolo.. Non sappiamo di chi possiamo
fidarci...La città è piena di spie di Commodo..." Stava parlando
tra i singhiozzi, e il suo piccolo corpo tremava così tanto che Massimo
sospettò fosse solo il suo abbraccio ad impedirle di crollare.
La condusse pieno e con delicatezza verso il suo letto, cercando di
farla sdraiare, ma lei rifiutò di staccarsi da lui, pregandolo di non
lasciarla e la sola cosa che lui poté fare fu sedersi al suo fianco.
Quando furono sul materasso, lei gli allacciò un gamba attorno ai
fianchi, stringendosi a lui ancora più forte. Ma non era un adescamento
erotico, solo il gesto disperato di una donna bisognosa di rassicurazione
e conforto. E Massimo seppe di non poterlo negare.. né a lei, né tanto
meno a se stesso. . Era solo un uomo e il continuo pericolo e la tensione
in cui viveva stavano logorando i suoi nervi. Nemmeno i lunghi anni
trascorsi a combattere lo avevano preparato ad una simile esistenza. Alla
frontiera c'erano stati momenti di quiete, durante i quali aveva potuto
allentare la guardia, ma adesso, a Roma, non era possibile, perché non
sapeva da dove il pericolo sarebbe giunto. Proprio quel giorno aveva quasi
rifiutato il cibo per paura che fosse avvelenato...Aveva tanto bisogno
rilassarsi. Aveva bisogno di una lunga, ininterrotta notte di
sonno...Disperatamente. Così sistemò il corpo in una posizione più
comoda, si liberò dei sandali, chiuse gli occhi e crollò addormentato
quasi senza accorgersene, cullato dal respiro caldo e regolare di Ariane.
*****
Massimo sedeva nella sua cella, la mente perduta nei pensieri,
ponderando ancora le parole dette al senatore Gracco e a Lucilla. Aveva
detto loro che era pronto a marciare su Roma alla testa dei suoi soldati
ed intendeva farlo davvero, ma non poteva evitare di pensare ai danni per
la popolazione civile se lui avesse dovuto combattere contro i pretoriani
per le strade. Ma sfortunatamente non c'era altro modo per uccidere
Commodo senza coinvolgere l'esercito.
Massimo sospirò e guardò fuori dalla finestra. "Dammi due
giorni." aveva detto il senatore Gracco, e l'ex generale sapeva che
sarebbero stati i due giorni più lunghi della sua vita. Per distrarsi,
lasciò vagare la mente e un'immagine di Ariadne addormentata e
giovanissima, così come l'aveva vista quella mattina, gli si formò
davanti agli occhi e gli provocò un sorriso. Era stata una gran cosa
dormire con lei, e si era svegliato fresco e ben riposato come mai gli era
accaduto dal suo arrivo a Roma. Per pochi momenti, guardandola dormire,
aveva provato il desiderio di svegliarla e fare l'amore, ma aveva presto
cambiato idea. Non era quello né il momento né il luogo adatto. Forse,
se e quando quell'incubo sarebbe finito, per loro ci sarebbe stato un
futuro insieme. Forse...
Massimo s'irrigidì e smise di pensarci. Non era il caso di fare
progetti e di guardare ad un futuro troppo lontano. Doveva concentrarsi
solo sul presente e sperare che ogni cosa, dallo scambio di denaro fra
Gracco e Proximo alla sua cavalcata verso Ostia, andasse come previsto.
Egli era così vicino al compimento della sua vendetta e non poteva
permettersi di fallire un’altra volta.
*****
Era tarda notte al Ludus Magnus, ma la casa di Proximo era nel
pieno di ferventi, anche se silenziose, attività.
Lui, la sua concubina Cassandra e Ariadne stavano stipando in fretta e
furia i loro averi nelle sacche da viaggio in vista della fuga verso
Ostia. Sembrava sapessero bene quel che dovevano portare con loro e quello
che avrebbero dovuto lasciare indietro andarsene e l'unico sintomo che
tradiva il loro nervosismo era un leggero tremito delle mani.
Proximo guardò fuori dalla finestra la posizione della luna. Presto
sarebbe stata mezzanotte e lui, la sua famiglia e Massimo avrebbero
lasciato Roma, come l'Augusta Lucilla, sorella di Commodo, aveva
organizzato. Il lanista non era sicuro del perché stesse facendo
tutto ciò, rischiando la vita in quel modo. Non era completamente certo
che fosse a causa dell’enorme somma di danaro che l'Augusta gli aveva
dato per comprare Massimo e per convincerlo ad aiutarlo nella fuga. Ma se
non era per i soldi, perché lo stava facendo? Perché sua figlia l’aveva
supplicato di aiutare Massimo, dopo che il primo tentativo di affrancare
l'Ispanico era fallito quando le spie di Commodo lo avevano seguito
vanificando l'incontro con gli uomini del senatore Gracco per la consegna
della somma pattuita? O era perché le parole del Generale riguardanti
Marco Aurelio avevano risvegliato il suo a lungo sopito senso dell'onore?
Non lo sapeva, e non era sicuro di volerne conoscere i motivi.
"Avete finito?" Si voltò a chiedere alle sue donne ed esse
annuirono in risposta.
"Perfetto, è quasi ora." egli serrò le chiusure della sua
borsa e l'avvicinò alle altre, controllando che il peso non fosse
eccessivo da portare per Ariadne e Cassandra. Non lo era ed egli annuì in
segno d'approvazione.
All’improvviso, un forte rumore entrò dalle finestre aperte e tutte
le teste si voltarono in quella direzione...Che cosa stava succedendo?
Proximo corse a guardare fuori e il suo cuore mancò un battito quando
vide un manipolo di pretoriani marcia nella loro direzione. Erano armati
fino ai denti e seguiti da alcuni uomini a cavallo che tenevano in mano
delle torce. Comprese in un attimo quel che era accaduto: l'imperatore
aveva scoperto il loro piano e mandato le guardie ad arrestarli o a
ucciderli. Guardò i cancelli della scuola dei gladiatori e vide che erano
chiusi...avrebbero resistito per qualche minuto, dando loro il tempo di
scappare.
"Svelte!"disse alla figlia e alla concubina, "Prendete
le sacche e seguitemi... useremo il passaggio della servitù." Si
mosse in quella direzione ma Ariadne gli si parò davanti.
"Che ne sarà di Massimo?"domandò, gli occhi spalancati per
la preoccupazione.
"Non posso fare niente per lui...Quelli sono quasi arrivati."
"Non puoi lasciarlo chiuso laggiù! Lo uccideranno!" gridò
la ragazza mentre le lacrime scendevano dai suoi occhi.
"Mi dispiace, ma non posso aiutarlo," insistette lui
prendendo la sua sacca.
"Allora lo farò io." Disse lei risoluta, correndo verso il
gancio nel muro al quale erano appese le chiavi delle celle. Proximo la
bloccò afferrandola per un braccio."Che cosa stai facendo?"
sibilò.
"Sto andando dabbasso ad aprire le celle. Non voglio che l'uomo
che amo, il padre di mio figlio, muoia in una gabbia. Gli darò almeno la
possibilità di salvarsi."
"Il padre di tuo figlio..." Proximo la fissò con occhi
selvaggi e lei annuì, gli confermandogli di essere incinta.
Il vecchio prese un profondo respiro, quindi afferrò le chiavi dalle
mani di lei e disse, "Lo farò io. Tu e Cassandra andatevene
attraverso i passaggi della servitù mentre io vado sotto a liberare gli
uomini. Andate al tempio di Giove, sul Colle Capitolino e aspettatemi.
Sarò lì appena possibile, intesi?"
"Intesi." Proximo diede ad Ariadne la borsa che conteneva il
loro denaro, un pugnale per difendersi, quindi accompagnò lei e Cassandra
al passaggio segreto.
“E adesso andate,” sussurrò baciando la guancia della figlia,
"e non fermatevi finché non avrete raggiunto il tempio." Poi,
chiuse risolutola porta dietro di loro e tornò alla finestra.
I pretoriani avevano quasi raggiunto i cancelli. Aveva poco temo per
agire. Scese rapidamente le scale e uscì nel cortile appena prima che le
guardie arrivassero e si mettessero a sbraitare, "Aprite, in nome
dell'Imperatore!"
Proximo li ignorò e, stringendo il mazzo di chiavi, attraversò a
lunghi passi il cortile, raggiungendo le celle. Il viso di Massimo era
premuto contro le sbarre, e i suoi occhi esperti stavano valutando la
situazione.
L'uomo più anziano si fermò di fronte a lui e disse piano "E'
tutto pronto. Sembra che tu abbia vinto la tua libertà." E allungò
le chiavi a Massimo che le prese replicando con un, "Proximo, non
rischierai di diventare un uomo buono?"
"Ahh!" rispose lui a voce alta, ma dentro di sé pensò “no,
non sono un uomo buono, ma farei di tutto per mia figlia”, quindi girò
spalle alla porta della cella che si era aperta sbattendo, alla
precipitosa ricerca d'una via di fuga.
Proprio in quel momento, i cancelli del Ludus cedettero,
abbattuti dai cavalli dei pretoriani e poco dopo tutto lo spiazzo si
riempì di guardie vestite di nero che bloccarono l’accesso all’abitazione
di Proximo. Svelto, egli si nascose dietro una colonna e da quella
posizione vide i soldati allinearsi di fronte alle celle ed essere
attaccati dai suoi gladiatori. La gola gli si contrasse vedendoli battersi
a mani nude, cercando di difendersi con semplici pezzi di legno e si
meravigliò della lealtà che Massimo era riuscito a suscitare in loro.
Massimo…Dov’era finito? Proximo scrutò tutta l’area e vide un’ombra
muoversi veloce lungo il muro, quindi abbassarsi per nascondersi dietro
alcuni cavalli legati. Nemmeno per un attimo fu sfiorato dal dubbio che
quello non fosse lui, ma si chiese se sarebbe stato capace di fare
altrettanto. L’Ispanico era un uomo nel pieno del vigore fisico, mentre
Proximo sapeva che i suoi giorni migliori erano ormai lontani. Tuttavia
doveva raggiungere Ariadne e Cassandra e sembrava che quella fosse l’unica
via d’uscita dal cortile. Lentamente e stando attento a nascondersi tra
le ombre degli edifici, cominciò a muoversi lungo i muri, gettando
frequenti occhiate alla battaglia che si stava svolgendo dietro di lui.
Vide anche un gruppo di pretoriani dirigersi verso casa sua e seppe di
dover fare in fretta, perché presto avrebbero incominciato a cercarlo.
Finalmente, dopo quella che gli era sembrata un’eternità sebbene si
fosse trattato solo di pochi minuti, raggiunse le scale e imboccò il
passaggio sotterraneo che portava appena fuori dalle mura della città,
dove il servo di Massimo era pronto con i cavalli. Proximo corse giù,
lungo gli scalini e il passaggio rivestito di mattoni, cercando di
raggiungere Massimo e forse anche di domandargli consiglio su quello che
doveva fare per Ariadne, ma quando il tunnel ebbe infine termine, il suono
di diverse voci lo fermò gelandogli il sangue. Che cosa stava accadendo?
Sporse la testa e vide un gran numero di pretoriani circondare l’area e
tre di essi trascinare via un uomo che cercava di divincolarsi. Massimo!
Proximo pensò inorridendo, ma non ebbe il tempo di preoccuparsi troppo
per lui, perché udì dei passi dirigersi nella sua direzione: i
pretoriani avevano invaso la galleria. Si guardò intorno alla frenetica
ricerca di un rifugio e lo trovò in un grosso cespuglio spinoso.
Incurante del dolore, ci si infilò sotto, coprendo i capelli bianchi con
un lembo del mantello e si preparò ad aspettare, indirizzando con la
mente una preghiera agli dei affinché proteggessero sua figlia.
*****
Pallidi, rossi e gialli raggi di sole brillavano su Roma, annunciando
l'arrivo del nuovo giorno. La luce carezzava le basiliche, i fori e le
piazze del mercato svegliando la città. Quando essi finalmente toccò il
Colle Capitolino, il suo bagliore sul candido marmo e le colonne del
tempio di Giove obbligò Ariadne a distogliere la testa per bloccarli. Si
era addormentata seduta, con la schiena appoggiata in un recesso del muro,
la sacca stretta al petto, la mano contratta sul pugnale.
I raggi continuarono ad avanzare e presto per Ariadne non vi fu più la
possibilità di evitarli, così aprì gli occhi insonnoliti e si guardò
intorno. Cassandra le stava vicina, anche lei si era appena svegliata dal
breve sonno di cui avevano goduto, dopo aver trascorso una notte terribile
vagabondando per le strade di Roma, terrorizzate dai pretoriani e dai
ladri e tremando al pensiero di quel che era accaduto al Ludus Magnus.
A lungo avevano atteso l'arrivo di Proximo ma, alla fine, la stanchezza
aveva avuto il sopravvento ed esse erano crollate.
Ariane sospirò sollevata; sembrava che nonostante i rischi che avevano
corso, dormendo praticamente per strada, stessero entrambe bene e che i
loro preziosi averi fossero ancora con loro. Lei e Cassandra si
interrogarono brevemente sulle rispettive condizioni, quindi provarono a
decidere il da farsi. Stavano ancora discutendo le loro opzioni, ben
sapendo che presto la loro presenza sarebbe stata notata, quando videro un
uomo andare verso di loro muovendosi con grande circospezione. Entrambe le
donne si strinsero conto il muro afferrando i loro pugnali finché, con
sollievo, riconobbero le fattezze di Proximo.
"Padre!" esclamò Ariadne correndogli incontro e
abbracciandolo forte. "Eravamo così preoccupate..."
Proximo rispose con calore al suo abbraccio, quindi sussurrò svelto,
"Dobbiamo andarcene da qui. Abbiamo urgente bisogno di un
nascondiglio sicuro."
"Di un nascondiglio? E perchè?”cominciò a domandare lei ma le
sue parole si trasformarono in un gemito quando vide i graffi che lui
aveva sul viso e sulle braccia e i suoi vestiti strappati. “Che ti è
successo?”
“I pretoriani hanno fatto irruzione nel Ludus Magnus. Ho
provato a usare il passaggio segreto per raggiungere le porte della
città, ma quando vi sono giunto, ho trovato l’area circondata da altre
guardie. Così mi sono nascosto in un cespuglio e ho aspettato che se ne
andassero, dopodiché sono venuto qui.”
“Oh…E…E che ne è stato di Massimo?” domandò Ariadne, temendo
la risposta ma sapendo di non poter evitarla. Proximo scosse la testa. “L’hanno
preso, figliola. Ho visto i pretoriani che lo trascinavano via.”
“Ma…Ma era ancora vivo, non è vero?”
“Lo era, ma non so ancora per quanto…Commodo vorrà certamente
punirlo insieme alla gente che ha partecipato al complotto contro di lui.
Ho visto molte case bruciare, mentre venivo qui, troppe per essere solo
una coincidenza.” Proximo era rattristato dal dover dare simili notizie
alla sua bambina, ma sapeva che la possibilità di rivedere ancora Massimo
vivo era uguale a zero, e credeva che Ariadne andasse adeguatamente
preparata.
La giovane apprese male le notizie, impallidì, cominciando a tremare e
il vecchio temette che svenisse. Le sue braccia circondarono l’esile
figuretta per sorreggerla. “Non possiamo stare qui, tesoro, forse ci
stanno cercando. Abbiamo bisogno di rifugiarci in qualche locanda e
starcene nascosti per un po’.”
“Non possiamo abbandonare la città?” chiese Cassandra
avvicinandosi a loro.
“No, le porte sono state chiuse. Nessuno può entrare o uscire, l’ho
constatato prima di venire qui. Siamo prigionieri, almeno per il momento.”
Il gruppetto si scambiò uno sguardo disperato, quindi presero le loro
sacche e cominciarono a scendere il colle in cerca di una locanda.
Fortunatamente avevano del denaro, ma questa fu una ben magra consolazione
per Ariadne la cui mente e il cui cuore andarono a Massimo e si chiese con
disperazione se l’avrebbe più rivisto.
*****
Massimo sentì le ultime forze abbandonare il suo corpo e crollò sulla
sabbia del Colosseo come un albero schiantato, senza provare in alcun modo
ad attutire la caduta. Guardò davanti a sé; il sole gli scintillava in
faccia, ma non sentiva caldo. In effetti quasi non si sentiva più le
gambe, ma non gliene importava. Commodo era morto, lui aveva fatto il suo
dovere e adesso era libero di andarsene, di raggiungere la sua casa e i
suoi cari. Una figura oscurò il sole ed egli vide Lucilla inginocchiata
accanto a lui. Il suo viso era rigato di lacrime ed egli seppe che erano
per lui. Gli dispiaceva essere causa del suo dolore, ma almeno lei e suo
figlio erano salvi. Glielo disse ad alta voce e lei annuì tristemente con
un impercettibile gesto di gratitudine. "Và da loro." gli
sussurrò e Massimo provò ad annuire, ma non fu in grado di farlo, mentre
gli occhi si chiudevano e la testa gli cadde all'indietro sulla sabbia.
Di fronte ai suoi occhi apparve la distesa dei suoi campi in tutta la
loro vastità. Sua moglie e suo figlio erano lì, ma Massimo non corse
loro incontro. Camminò lentamente tra il grano ondeggiante, le mani che
accarezzavano le spighe, ma la sua mente era lontana...egli sapeva di
dover fare qualcosa...vedere qualcuno...ma non ricordava chi fosse. I suoi
passi diventarono sempre più lenti, fino ad arrestarsi del tutto e lui
rimase lì, nel mezzo del campo, senza saper cosa fare, mentre laggiù,
sulla strada, suo figlio, che gli stava correndo incontro, si fermò con
un'espressione confusa sul faccino...
Sulla sabbia del Colosseo un uomo, un greco dai capelli bianchi e la
pelle olivastra, stava lavorando in modo veloce e competente per salvare
la vita del grande generale, sotto lo sguardo preoccupato di Lucilla e del
senatore Gracco. Il sangue continuava a uscire da una ferita piccola ma
profonda e pericolosa, all’altezza dei reni, ma Galeno, medico imperiale
e amico fidato di Marco Aurelio, era deciso a lottare con le unghie e coi
denti per salvare l’uomo ferito che il defunto imperatore aveva tanto
amato. Sembrava trattarsi di un’impresa quasi disperata, ma il vecchio
chirurgo non aveva mai rinunciato a una sfida, per quanto difficile fosse.
Finché c’è vita c’è speranza e Galeno le avrebbe tentate tutte per
salvare la vita di Massimo, perché la vita di un uomo giusto non ha
prezzo, è un dono degli dei e va preservato.
All’improvviso Massimo, che era rimasto incosciente fino a quel
momento, tossì e genette, facendo sorridere il chirurgo. Il suo paziente
aveva interrotto il viaggio verso l’Aldilà e sembrava deciso ad
aiutarlo a combattere la sua battaglia…Bene, molto bene davvero.
“Non arrenderti, Generale,” gli disse a voce alta prima di ordinare
a un barelliere di portare Massimo in un posto più appropriato, mentre
alle sue spalle Lucilla e Gracco si scambiavano sguardi carichi di
speranza.
*****
Lo stomaco di Massimo si contrasse quando egli vide i cancelli della
villa che aveva chiamato casa. Voleva affondare i piedi nella terra
morbida, impedendo a se stesso di voltare l'angolo. Sapeva quel che
avrebbe trovato: Selene e Marco, la sua casa, i suoi terreni. Tutto ciò
che egli aveva amato e aveva posseduto bruciato e distrutto, perduto nei
venti del destino.
"Non voglio andare," disse a nessuno in particolare,
"non posso farlo da solo".
Ma ancora una volta gli dei rifiutarono di ascoltarlo. Sebbene i suoi
piedi fossero fermi, egli continuava ad avanzare, muoversi lentamente
sempre più vicino alla vista temuta.
"Aspetta."
Sobbalzò sentendo la vocina dietro di lui.
Non poteva voltare la testa, ma sentì una mano minuscola infilarsi
nella sua. Sfiorò con le dita callose quelle nocche, senza riuscire a
riconoscerle…Avevano qualcosa di familiare, tuttavia sconosciuto.
“No!” si lamentò Massimo in agonia perché il paesaggio,
nonostante la sua distrazione, continuava a corrergli davanti agli occhi.
Ora era fermo nel loggiato. Tutt’intorno a lui c’erano delle pietre
cadute. Il puzzo forte del fumo ammorbava l’aria. Due corpi dondolavano
contro il cielo.
“Non posso farlo…Non posso affrontare nuovamente tutto questo!”
Disse, implorando pietà.
Le dita sconosciute strinsero più forte la loro presa. “Sì che
puoi. Lo affronteremo insieme.”
“Massimo. Massimo.”
“Generale Massimo?”
“Massimo?”
L’Ispanico provò un senso di vertigine mentre il paesaggio che lo
circondava si dissolveva nell’oscurità.
“Massimo! Parlami, per favore!”
C’erano delle voci tutt’intorno a lui. Erano vicine e molto più
reali dell’estraneo che gli aveva afferrato la mano.
“Lascialo riposare, mia signora.”
Mia signora? Mia signora…certamente, una di quelle voci apparteneva a
una donna…E i due uomini?
Il generale si concentrò sulla conversazione.
“Vivrà?”chiese la donna.
Rispose un uomo, “E’ ancora troppo presto per dirlo.”
Ci fu un momento di silenzio, quindi un suono di passi che s’allontanavano.
Affascinato, voltò la testa per seguire quel suono.
“Massimo?” La voce della donna era vicinissima al suo viso. Era
alta ed eccitata.
L’ex generale aprì gli occhi e fu abbagliato da una lampada ad olio.
“Massimo!”
Era Lucilla. Perché non sembrava strano trovarla seduta sul suo letto?
Dov’era? Era ancora un legato sul fronte settentrionale? La principessa
era ancora la sua amante? No. Non era così. Si sforzò di ricordare.
Accanto a lui, Lucilla sorrideva teneramente. “Stavi sognando,”
sussurrò, “Sei rimasto ferito durante un combattimento. Presto starai
meglio, la febbre è quasi passata.”
“Sognando?” Massimo faticava a parlare. La lingua era pesante e
impastata. Le parole sembravano…sbagliate, in qualche modo.
“Sì. Hai sognato la tua famiglia per quattro giorni. Ti ho sentito
parlare di loro.”
Sognando. Era impossibile. “Io non sogno mai.”
Rapidamente, i ricordi di Massimo andarono indietro. Ricordò l’arena,
Commodo, Marco e Selene…E c’era dell’altro. Il respiro gli divenne
affannoso, ripensando a una notte sulla nave, durante il viaggio verso
Roma, quando aveva tenuto la figlia di Proximo tra le braccia. “Tu
non sogni mai.” Ariane aveva commentato. E poi aveva continuato
dicendogli che, col tempo, se sarebbe tornato a farlo… “Quando
sarai pronto,” aveva detto.
L’Ispanico provò a sedersi. Avrebbe voluto saltar giù dal letto, ma
i muscoli si lamentarono e il dolore lo fece nuovamente crollare sui
materassi.
“Stai giù!” lo rimproverò Lucilla.
Remissivo e troppo malconcio per protestare, l’ex generale ubbidì.
“Ariadne…” sussurrò.
“Chi?” Il viso dell’imperatrice assunse un’espressione
vagamente contrariata.
“Ariadne…” Massimo volse alla finestra gli occhi azzurri. Egli
non poteva vedere niente attraverso gli scuri appena socchiusi, ma
immaginava il fervore della città. Lei e suo padre erano salvi? Era
ancora viva? Sentiva un disperato bisogno di essere con lei. Finalmente
sveglio, sapeva che la mano nel sogno apparteneva a lei.
“Che cosa stai dicendo?” Gli occhi di Lucilla provarono a seguire
lo sguardo dell'uomo, osservando chi affreschi sul muro e chiedendosi se
una di quelle figure fosse la principessa del passato il paziente faceva
riferimento.
“Devo trovarla…”
"Trovarla?" Lo sguardo di disappunto sul viso della donna era
adesso inequivocabile. Tuttavia ella si ricompose, "Stai parlando di
una ragazza? Una schiava forse."
"No, non una schiava." Il sollievo sui tratti di Lucilla fu
di breve durata. "Non più." Usando le sue ultime forze, lui
afferrò la mano della vecchia amica. "E'la figlia di Proximo...Devi
aiutarmi a ritrovarla...Per favore..."
Lucilla si irrigidì. Era evidente che avrebbe preferito che la
conversazione prendesse un'altra piega. Ma in ogni caso, lei era la figlia
di Marco Aurelio. Si ricompose, portandosi la ruvida mano dell'ex generale
alla guancia.
"Ti aiuterò, Massimo. Lo prometto."
"Grazie." sussurrò lui, sollevato, gli occhi che si
chiudevano mentre il sonno tornava a visitarlo.
*****
Il tempo sembrava non passare mai per il gruppetto alloggiato in una
locanda nei pressi del Colle Aventino. Essi stavano sempre rinchiusi nelle
loro stanze, e solo Cassandra occasionalmente usciva ad ordinare il cibo e
a pagare l'affitto. Lei aveva spiegato al padrone del locale che erano
mercanti in partenza per Ostia e che non uscivano perché preoccupati
dallo stato di salute della più giovane di loro. E non era una bugia.
Ariadne stava male sul serio, consumata com'era dalla preoccupazione,e
Proximo era molto preoccupato per lei e per il bambino che portava in
grembo. Considerata la loro situazione un aborto era molto probabile...e
molto rischioso.
Il quinto giorno dacché si erano trasferiti nella locanda, Cassandra
ritornò recando grandi notizie: Commodo era stato ucciso, sgozzato da
Massimo al Colosseo!
Sia Ariadne sia Proximo si alzarono di scatto dalle rispettive sedie e
quasi si precipitarono sulla donna, pressandola per avere maggiori
informazioni, ma l'espressione speranzosa della ragazza si spense quando
Cassandra si voltò verso di lei dicendole piano, "Mi dispiace, ma
sembra che Massimo sia rimasto ferito molto seriamente e sia crollato
sulla sabbia. E'stato portato al palazzo imperiale, ma nessuno sa se ci
sono novità sulle sue condizioni."
Proximo posò il braccio sulle spalle della figlia. "Mi dispiace,
cara. Ma non è detto che sia morto. E'sopravissuto senza conseguenze a
una brutta infezione...E'molto forte, e bisogna continuare a pregare gli
dei perché veglino su di lui.
Ariadne alzò su di lui gli occhi bagnati di pianto e il vecchio si
sentì stringere il cuore. Sapendo quanto importante fosse
tranquillizzarla le disse, “Dato che ormai Commodo è morto, penso che
potrei recarmi al foro senza rischi e cercare di ottenere ulteriori
informazioni su Massimo. Mi piacerebbe anche controllare se le porte della
città sono ancora bloccate o se adesso possiamo considerarci liberi.”
“Voglio venire con te,” esclamò decisa Ariadne, spostandosi dalla
sedia per prendere la palla. Proximo aprì la bocca per dirle che
avrebbe fatto meglio ad attenderlo lì, ma la sua espressione determinata
e testarda gli fece capire che avrebbe solo sprecato il fiato.
“Bene, andiamo, ma prometti che resterai vicino a me.”
“Certo.” Un sorriso, “Grazie, padre mio.” E gli baciò la
guancia.
“E adesso andiamo, che abbiamo già perso abbastanza tempo.” le
disse con voce burbera ma con il cuore pieno di gioia.
*****
Proximo e Ariadne stavano camminando tra le numerose bancarelle dei
Mercati Traianei, verso l’uscita. Avevano scelto di andare lì piuttosto
che al foro perché mercanti e venditori che ci lavoravano, data la loro
necessità di merci e prodotti freschi sicuramente sapevano se le porte
della città erano ancora chiuse o no. Una rapida occhiata ai banchi mezzi
vuoti, indisse Proximo a pensare che le porte fossero ancora chiuse e un
commerciante di vino dall’aria rassegnata glielo confermò. Roma era
ancora inaccessibile, le sue mura erano sorvegliate dall’esercito, una
legione giunta da Ostia.
La legione di Massimo? Ariadne si chiese mentre si dirigevano all’uscita
dei mercati. Era metà pomeriggio, tempo di tornare alla locanda dove
Cassandra li stava aspettando. I passi della ragazza erano energici e
leggeri, l’ansia e la stanchezza che l’avevano afflitta nei giorni
precedenti un ricordo lontano dopo aver saputo che Massimo era salvo e le
sue ferite in via di guarigione. Adesso la mente di Ariadne era
concentrata su come avrebbe potuto rivedere il suo amore, non poteva certo
andare a palazzo e bussare alla porta…Persa nei suoi pensieri, non notò
il padre che si fermava e quasi gli andò a sbattere contro. Scosse la
testa per schiarirsi le idee e il cuore le si strinse quando vide un
manipolo di pretoriani che li circondavano.
“Elio Proximo?” domandò una voce.
“Sì?”replicò il lanista, non essendoci motivo di negarlo,
visto che l’uomo che gli stava davanti era il Prefetto del Pretorio in
persona, che spesso avevano incontrato al Colosseo.
“Questa è tua figlia Ariadne?”
“Sì.”
“La vostra presenza è richiesta al palazzo. Seguiteci, per favore.”
Non che abbiamo molta scelta, pensò Ariadne guardando le guardie che
li circondavano. Si strinse a suo padre, con il conforto del suo braccio
intorno alle spalle, e cominciò a dirigersi verso dove le era stato
ordinato, domandandosi che cosa potessero volere da loro.
*****
Proximo e Ariadne furono scortati attraverso Roma fino al Colle
Palatino, e all’imponente palazzo che ivi sorgeva. La costruzione era
talmente maestosa che padre e figlia se ne sentirono intimoriti. I
pretoriani sembravano conoscere bene dove dovevano portarli perché non
avevano esitato un attimo a condurli attraverso una delle molte porte che
si aprivano dinanzi a loro. Ariadne restò sorpresa nel notare, osservando
le sale e i corridoi in cui stavano passando, che quella non era l’area
del Palazzo aperta al pubblico e sede frequente d’incontri e di
appuntamenti, ma il settore privato, in cui viveva la famiglia imperiale.
Era il luogo più bello che avesse mai visto, ma non era nello stato d’animo
di ammirarlo. Per tutto l’itinerario, gli uomini che li scortavano si
erano rifiutati di pronunciare una sola parola di spiegazione e la
tensione aumentava con ogni passo che facevano.
I pretoriani si fermarono e Proximo e sua figlia si ritrovarono in un
ampio salone, da cui si dipartivano numerosi corridoi. Si guardarono
intorno mentre il Prefetto scambiava qualche parola con uno degli uomini
di guardia.
La conversazione ebbe termine, il pretoriano corse via, quindi il
Prefetto tornò vicino ad Ariadne e a Proximo indicando lo stesso
corridoio nel quale era appena scomparsa la sentinella.
“Da questa parte,”disse. Proximo e Ariadne si mossero insieme ma l’ufficiale
ordinò, “Solo la ragazza.”
Gli occhi spaventati di Ariadne fissarono suo padre che le accennò,
“Vai.”
“Sì, vieni con me,” disse il Prefetto più gentilmente. “Non ti
accadrà nulla. E non accadrà nulla a tuo padre. Te lo prometto.
La giovane annuì, rassicurata, e seguì l’ufficiale lungo il
corridoio e i loro passi echeggiarono sul pavimento di marmo finché non
raggiunsero una porta chiusa sorvegliata da due pretoriani. La sentinella
che prima era corsa avanti era anch’essa lì e annuì al suo comandante,
prima di bussare.
“Avanti.” Disse una voce maschile e Ariadne fu invitata a entrare
per incontrare un uomo con i capelli e la barba bianchi che non aveva mai
visto prima. Era molto distinto e indossava la toga bianca adorna del
laticlavio dei senatori. Sulle sue labbra c’era un sorriso gentile.
“La mia signora Ariadne, figliola di Proximo?”
Lei annuì, sorpresa dall’appellativo con cui le si era rivolto. Chi
era?
“Sono il senatore Gracco,” disse lui inchinandosi per salutarla.
Lei annuì ancora, non sapendo come comportarsi in presenza di un
personaggio tanto importante.
“Abbiamo cercato te e tuo padre per due giorni.”
“Oh.”Ariadne riprese coraggio, “Posso sapere perché?” si
azzardò a chiedere.
“Certo. Qualcuno che entrambi conosciamo era molto in pena per te.”
“Qualcuno che conosciamo, signore?”
“Il generale Massimo. Era molto preoccupato.”
“Massimo? E’qui?” Ariadne si guardò intorno con occhi eccitati
ed ansiosi, facendo nascere un sorriso sulle labbra di Gracco.
“Sì, è qui. Sta riposando nella stanza alle mie spalle. Adesso ti
lascerò andare da lui, ma ricordati che è stato ferito in modo molto
grave e non deve stancarsi troppo.”
Ariadne annuì frettolosamente, aggirando il senatore per raggiungere
la porta indicatele, e dandogli a malapena il tempo di aprirla. Si
ritrovò in una grande, lussuosa camera con pavimento di marmo verde e
rosa, le pareti coperte di affreschi e mobilio elegante, ma niente era
più bello dell’uomo che giaceva sul grande letto al centro della
stanza, la schiena appoggiata a una pila di cuscini. Era pallido, aveva
profonde occhiaie e la barba incolta, ma gli occhi scintillavano dalla
voglia di vivere.
Ariadne gli si avvicinò piano, cosciente dello sguardo di Massimo su
di lei. Infine, quando fu abbastanza vicina, egli allungò la mano destra
e tutta la compostezza di lei si dissolse, mentre si affrettava a
baciargliela con amore.
“Massimo,” sussurrò con gli occhi pieni di lacrime, “Ero tanto
in pena per te…Temevo che non ti avrei più rivisto.”
“Anch’io l’ho temuto,” mormorò lui a voce bassissima, “Temevo
che vi fosse capitata qualcosa di brutto quando i pretoriani hanno fatto
irruzione nel Ludus Magnus.” Lei annuì con la testa, gli occhi
fissi al suo viso, come ipnotizzata, le dita che gli carezzavano il dorso
della mano. Massimo gentilmente liberò il suo braccio, ma solo per
indicare il materasso. “Vieni qui.” Era un invito che Ariadne aveva
sperato di sentire da quando aveva messo piede lì dentro e lo accolse
correndo ma cercando di controllare il suo ardore per non provocargli
sofferenza. Si sedette sul letto e lo abbracciò, percorrendo con una mano
la fine tunica di lino bianco e fermandosi proprio sopra il suo cuore. Le
dita sentirono lo spesso bendaggio che gli fasciava il torace e questo la
spinse a domandarsi se non stava rischiando di fargli male. Massimo
percepì la sua esitazione, la circondò con le braccia, le fece posare la
testa sulla sua spalla e le sussurrò, “La ferita è sulla schiena. Ed
sta già guarendo.”
“E’ meraviglioso…Tutti dicevano che eri rimasto ferito in maniera
molto grave e io ho temuto di perderti.”
“Invece no, e adesso dovrai sopportarmi per un molto tempo…Per il
resto della tua vita se lo vorrai.”
Il cuore di Ariadne a momenti schizzò via e lei sollevò la testa per
contemplarlo a occhi spalancati. Intendeva davvero quel che lei aveva
sempre sperato?”
Massimo comprese la sua muta domanda e annuì, “Come la tua omonima
della mitologia, che diede a Teseo un gomitolo di lana per aiutarlo a
uscire dal labirinto del Minotauro, anche tu mi hai aiutato a trovare la
giusta direzione nella mia vita.” Prese un profondo respiro per calmare
l’emozione che quasi lo stava soffocando, quindi aggiunse, “Ho
sognato, quando avevo la febbre…e ricordato quel che mi avevi detto, che
i sogni sarebbero stati il segno della mia guarigione…”
Ariadne annuì, sollecitandolo a continuare."Tu eri nel mio sogno
Ariadne...mi prendevi per mano e mi dicevi che avremmo affrontato insieme
in faccia il passato...e il futuro." Massimo sospirò e continuò,
"Io credo di amarti...No, non è esatto. Io so di amarti, Ariadne.
Ero convinto che non avrei mai più amato dopo che trovai i miei cari
sterminati, ma sbagliavo: il mio cuore è guarito...Tu lo hai guarito e
spero tanto che accetterai di diventare mia moglie." Dopo questo,si
fermò a riprendere fiato e ad aspettare la sua risposta.
Per lunghi, interminabili secondi Ariadne non fu capace di parlare,
poiché lacrime di incontenibile felicità le scorrevano sulle guance,
quindi sussurrò, "Mai avrei pensato che un giorno tutti i miei sogni
sarebbero divenuti realtà...fino ad ora. Mi è stato detto che per uno
schiavo è pericoloso desiderare cose impossibili, ma anche nei miei
momenti più cupi ho sognato. Ho sognato che un giorno un uomo sarebbe
venuto a salvarmi da una vita infame. Ed egli è venuto. Era mio padre.
Quindi ho sognato che un giorno avrei incontrato un uomo che infine mi
avrebbe resa felice. E l'ho incontrato: tu, Massimo." Lui sorrise e
lei si portò una delle sue mani sulle labbra, baciandogliela, mentre si
godeva l’espressione rapita con cui lui la stava ascoltando. “E poi ho
sognato che un giorno avrei avuto molti bambini e anche quel sogno sta per
diventare realtà..."
Gli occhi di Massimo si spalancarono in una silenziosa, sorpresa
domanda e, al cenno di assenso di lei, si riempirono di lacrime di gioia.
Abbracciò Ariadne con tutta la sua forza, senza badare al corpo
dolorante,e mormorò, "Amore mio, amore mio," tante e tante
volte. Quindi le prese il mento e le sollevò il viso per un lungo,
profondo bacio appassionato. Le loro lingue danzarono insieme, stuzzicante
premessa a quel che sarebbe accaduto quando lui si fosse completamente
rimesso. Quando si separarono, erano entrambi senza fiato e sorridevano
felici. Pieni di gioia, rimasero a lungo l'uno accanto all'altra,
lasciando parlare gli occhi, finché Massimo diresse il suo sguardo verso
la porta.
"Tuo padre è qui con te?"
"Sì."
Sospirò, quindi tornò a guardarla."Quindi sarebbe meglio
chiamarlo per dargli le belle notizie." Ariadne annuì, ma non si
alzò dal letto, continuando a guardargli le labbra con occhi
bramosi."Ma non ancora."
"Esattamente. Non ancora."
E così dicendo, lei abbassò la testa per catturare la sua bocca in un
altro bacio, scordando completamente suo padre.
EPILOGO - Tergillium, Hispania.
Elio Proximo alzò alle labbra la coppa e bevve un lungo sorso di vino
mentre con lo sguardo accarezzava la vasta distesa di fertili campi che lo
circondava. Per un attimo ebbe la tentazione di chiedersi quanto potesse
valere tutta quella terra, ma scacciò subito via quei pensieri. Non era
per la sua ricchezza che era stato felice di vedere Ariadne sposata a
Massimo. Era stato per la felicità che l’Ispanico aveva saputo darle.
Il viso sorridente, gli occhi brillanti e la pelle luminosa di sua figlia
erano molto più preziosi per lui di tutte i tesori dell'impero.
Un piccolo grido attrasse la sua attenzione e abbassò gli occhi per
guardare il bimbetto di due anni, bruno e dagli occhi azzurri, che giocava
su un mucchio di sabbia con sua moglie Cassandra sotto lo sguardo attento
di una serva e sorrise. Mai, neppure nei suoi sogni più frenati, Proximo
aveva immaginato che un giorno il suo nipotino sarebbe appartenuto alla
classe senatoriale, perché ai senatori non era permesso sposare le ex
schiave. Ma una speciale deroga era stata concessa a Massimo, insieme al
ripristino del suo stato sociale di origine, consentendogli di sposare
Ariadne e riconoscere il bambino come suo figlio legittimo. Elio. Beh, il
nome completo era Massimo Decimo Meridio Elio, ma Proximo pensava a lui
come Elio. Il suo piccolo Elio.
Il vecchio sorrise e riprese a guardare l’orizzonte, cercando Ariadne
e Massimo. Quando lui e Cassandra erano giunti dalla loro casa ad Emerita
Augusta alla fattoria per una visita inaspettata, essi erano stati
informati dai servi che la figlia e suo marito erano usciti per una
cavalcata ed egli sperava che tornassero presto. Erano passati alcuni mesi
dall'ultima volta che aveva visto Ariadne e voleva abbracciarla.
In quel momento, un movimento vicino al ruscello che attraversava la
proprietà attirò il suo sguardo e Proximo strizzò gli occhi per vederci
meglio.
Erano Ariadne e Massimo. Ma non stavano cavalcando.. Anzi, per meglio
dire, invece dei cavalli, si cavalcavano reciprocamente...
Proximo distolse lo sguardo, un po’ imbarazzato, e si chiese come
avrebbe reagito Massimo alla notizia che la sua vista fosse ancora molto
buona, malgrado l'età e il tempo trascorso nel deserto.
Proximo ammirava e rispettava l'ex generale, ma qualche volta provava
la voglia di provocarlo, desiderando di veder lampeggiare i suoi occhi blu
dello stesso fuoco che li aveva animati nell'arena e sentire ancora il
brivido del pericolo... Ma ogni volta decideva che non era il caso di
forzare il destino.
L'ex lanista scosse la testa alzando la coppa in un silenzioso brindisi
alla coppia che faceva l'amore vicino all'acqua quindi raggiunse la moglie
e il nipotino, decidendo di dimenticare ogni cosa a proposito dei giochi
gladiatorii e di pensare a passatempi più allegri.
Fine