Le Fan Fiction di croweitalia

titolo:  Oscurità e Luce (titolo originale: Darkness And Light- novembre 2002) leggi la prima parte - leggi la seconda parte - per leggere altre storie scritte da Ilaria, consulta l'elenco delle fanfic qui.
autrice: Ilaria Dotti
e-mail: droit_et_loyal@telvia.it
data di edizione: 08/11/2003
argomento della storia: Massimo Decimo Meridio
riassunto breve: durante il periodo più buio della sua vita, Massimo incontra un’altra anima disperata ed insieme troveranno la luce che pensavano persa per sempre.
lettura vietata ai minori di anni: SI!! SI SCONSIGLIA LA LETTURA AI MINORI DI 18 ANNI E ALLE PERSONE PUDICHE. Come qualcuno ha detto a riguardo di un mio precedente lavoro, questa è una HARD FICTION destinata AD UN PUBBLICO ADULTO.
note:  Io scrivo in prevalenza per il “mercato” anglosassone, dove molti sono puritani (vedi gli Americani), ma solo a parole, perché le scene hard, non solo sono molto apprezzate, ma quasi un obbligo. Ed un autore da ai lettori ciò che desiderano… spero che ciò sia gradito anche al pubblico italiano. J
ringraziamenti a: Hebe (che mi ha aiutato a “pepare” questa storia) e a Lalla e AleNash per l’incoraggiamento.

OSCURITA’ E LUCE

 

terza parte

 

By Ilaria

 

 

Ariadne si sedette con disagio sulla sedia assegnatale nella stanza padronale del Colosseo. Aveva sperato di non tornare mai più in quel posto, ma la Dea non aveva ascoltato le sue preghiere. Saettò un lungo sguardo inquisitore a suo padre, che era appena arrivato dai sotterranei della costruzione, con il fiato corto come se avesse corso per giungere in tempo ad assistere all'inizio dei combattimenti.

"Che succede?"gli domandò, cercando di mantenere un tono leggero ed evitando di guardare l'arena. Proximo non rispose subito, facendo accigliare sua figlia.

"C'è qualcosa che non va?"domandò lei, lanciando un'altrettanto veloce occhiata alla tribuna imperiale dove stavano seduti Commodo e i suoi amici. Quindi soggiunse,"Chi è che combatte oggi? Juba? Haken?"

"Oggi combatte Massimo." Rispose piano suo padre, evitando di guardarla in faccia.

Ariadne sbottò, prima sconvolta, poi al culmine dell'indignazione. "Ma hai detto che lui aveva terminato...Che volevi affrancarlo, che..."

Il padre abbassò la voce e alzando la mano la interruppe. "E'un ordine dell'imperatore."

Il viso di Ariadne impallidì all'istante, "Gli ha ingiunto di combattere?" Il cuore le galoppava all'impazzata. Aveva creduto che, non essendo i pretoriani andati a uccidere il suo amante nel cuore della notte, in qualche modo loro l’avessero scampata. Di certo l’imperatore non poteva temere un semplice schiavo? Che cosa poteva fare l’ex generale contro di lui? Suo padre le aveva promesso di liberarlo! Glielo aveva detto un paio di sere prima. Aveva intenzione di comprare per entrambi un piccolo podere che aveva adocchiato in Mauritania e lasciare che su di loro cadesse l'oblio."Perché l’ha fatto?"domandò Ariadne con voce tremante, "Hai detto tu stesso che non esiste gladiatore in grado di batterlo."

“L’ho detto,” precisò Proximo, “Ma c'è un nuovo gladiatore...anzi, uno che ha ripreso l'attività…”

Non ci fu bisogno di altre spiegazioni quando il misterioso contendente comparve al centro dell'arena. Il cuore di Ariadne sobbalzò. Nonostante la distanza, aveva notato le sembianze feline della sua maschera d'argento.

Tigris. Aveva sentito il suo ex padrone parlare di lui proposito dei “vecchi tempi” quando Tigris delle Gallie era in attività. Diceva che quello non si limitava a uccidere i suoi avversari, ma li faceva soffrire…Ariadne provò a scacciare quei pensieri, serrando le mani a pugno contro fianchi. Massimo avrebbe potuto batterlo. Massimo l’avrebbe battuto.

Un clangore di catene proveniente da sotto la loro tribuna le fece aprire gli occhi un’altra volta. Lei abbassò lo sguardo. Tre schiavi tenevano in mano una pesante catena d’acciaio. Essa scompariva giù per una botola nascosta dalla sabbia.

“Che stanno facendo?” si domandò a voce alta, “Sembrano i montacarichi usati per i leoni…Ma le esibizioni degli animali hanno avuto luogo alcune ore fa…”

Al suo fianco Proximo aveva le labbra serrata in una linea dura. “Gli animali non combattono solo tra di loro.”

Ariadne aprì la bocca per domandare spiegazioni mentre i suoi occhi scrutavano l’arena. Vide altri tre gruppi di schiavi trascinare delle catene in altri punti della pista. Le lacrime cominciarono a scenderle dagli occhi appena vide Massimo incamminarsi tra di loro per portarsi al centro.

C’era qualcosa di strano nell’atteggiamento di Tigris, quando annuì all’avversario, prima di pronunciare il saluto rituale all’imperatore. Sembrava anche troppo attento al luogo in si trovava. Ariadne respirò affannosamente quando l’ultima tessera del mosaico andò a posto: ricordò un aneddoto che il suo padrone aveva raccontato a un ospite, una notte in cui si era ubriacato: durante uno dei suoi memorabili combattimenti, Tigris aveva massacrato quattro etiopi, dando poi in pasto i corpi smembrati ad alcune tigri incatenate agli angoli della pista.

“Lo uccideranno!” Gridò lei, alzandosi di scatto dalla sedia.

Proximo, con la mano, le fece segno di sedersi. Certo, era proprio quello il punto. Commodo voleva Massimo morto, ad ogni costo.

“Siediti,” le ingiunse, “Non attirare l’attenzione.”

“Non attirare l’attenzione?! Padre! Il combattimento non è leale! Devi salvarlo!”

“Non hai capito, ragazzina?” tuonò il lanista, ed era la prima volta che lo faceva, con lei, “Questo è aldilà delle mie e delle tue possibilità. Anche se potessi, non ci sarebbe alcun modo per intervenire.”

“Ma devi fare qualcosa…”supplicò fremendo tra le lacrime. Quindi distolse gli occhi dall’arena, incapace di reggere anche solo un altro secondo di quella farsa, che non era una solo gara ma un’esecuzione capitale. Infilò la porta.

“Dove stai andando?” le chiese il padre.

Troppo tardi. Era già scomparsa.

Ariadne corse lungo i corridoi e le scale del Colosseo, cercando di non sentire quel che accadeva in pista, finché non trovò il passaggio che collegava l’arena al Ludus. Era sottoterra e i rumori della folla non vi giungevano. Si fermò a riprendere fiato e il suo pensiero andò a Massimo che stava in quel momento combattendo sopra la sua testa. Forse era già morto, la tormentò una piccola voce, aumentando la sua paura e facendole rivoltare lo stomaco. Doveva tornare indietro? Era indecisa. La Battaglia di Cartagine era stata un’agonia. Tutto ciò che riusciva a pensare era quanto terribile sarebbe stato vedere il solo uomo che avesse mai amato essere ucciso come un cane. Ma non sarebbe stato anche peggio lasciarlo morire da solo? Un conato di nausea decise per lei, dato che si sentì gelare e le gambe le tremarono da non reggerla. Non le era possibile fare le scale per tornare nell’anfiteatro…La sola cosa che potesse fare era andarsene a casa.

Pochi minuti dopo raggiunse la sua camera e crollò sul letto, massaggiandosi con una mano il ventre…e la creatura che cominciava a sospettare di portare dentro di sé. Il figlio di Massimo. Ariadne chiuse gli occhi per frenare le lacrime e quasi a livello inconscio il suo udito percepì un rumore proveniente dalla vicina arena; fuori dalla finestra, la folla stava facendo chiasso, entusiasta per lo spettacolo. A dispetto del mal di testa e dello stomaco sottosopra, Ariadne si alzò dal letto per chiudere le finestre e attutire quelle grida. Lui non sarebbe morto! Suo padre, entrando in città, aveva avuto sentore di fortuna. Tutta la sua fortuna era legata al suo schiavo ispanico…al quel generale in cerca di vendetta. Di certo la dea non li avrebbe abbandonati proprio ora? Si chiese, tornando a sdraiarsi.

Il tempo sembrò trascorrere lentissimo e pesante, man mano che i minuti passavano. L’inattività la stava facendo impazzire. Provò a distrarsi contando le tessere dei mosaici sul pavimento, ma fu inutile. Forse avrebbe dovuto leggere un papiro. Le era stato insegnato a leggere e a scrivere a casa di uno dei suoi primi padroni, che voleva un’altra bambina per fare compagnia alla sua unica figlia durante le lezioni, e in seguito aveva utilizzato ogni ritaglio di tempo per esercitare le competenze acquisite. Ma le lettere le si accavallavano davanti agli occhi. Non era il caso. Arrotolò il papiro con cura, lo sistemò al suo posto sotto il comodino, prese la sua palla. Aveva deciso di tornare al Colosseo.

Quindi, come se questo dipendesse dalla sua decisione, il mondo riprese a girare. Fuori, nel cortile, i cancelli si spalancarono mentre alcune voci chiamavano i servi. Voci felici.

Dimenticando la sua palla, Ariadne corse alla finestra, spalancò gli scuri e si affacciò. Freneticamente, percorse ognuna di quelle facce con il suo sguardo. Lui c’era: stanco e coperto di sangue, ma c’era. Massimo era riuscito a sopravvivere.

 

*****

Massimo stava ancora carezzando le statuette di sua moglie e suo figlio con la punta delle dita quando la porta della cella si aprì cigolando. Chi disturbava la sua pace e quel momento dedicato ai ricordi? Si chiese stancamente, ma il suo disappunto scomparve nel vedere la piccola sagoma di Ariadne mentre entrava nella stanza. Erano passati oltre dieci giorni da quando l'aveva vista in privato per l'ultima volta e dovette ammettere che la quieta, confortante presenza di lei gli era mancata. Gli era mancata davvero tanto. Lei era più di un'amante...Era un'amica. Le sorrise, per mostrarle quanto fosse felice di vederla, e la ragazza mosse qualche passo verso di lui, avendo i curiosi occhi scuri già notato le figurine di legno nelle sue mani.

"Buona sera, Ariane," la salutò alzandosi e posando le statuette sul tavolo.

"Buona sera Massimo, Juba..." rispose lei voltandosi un attimo verso il compagno di cella, prima di tornare a concentrarsi su di lui. Massimo la guardò e notò che sembrava molto stanca, addirittura pallida nonostante l'abbronzatura. Ricordò quel che gli aveva detto di essere svenuta durante ‘La battaglia di Cartagine’ e non poté non sentirsi preoccupato per lei.

"Stai bene, Ariadne?" le chiese gentilmente.

"Sì. Sono solo stanca...E molto tesa e nervosa. Non riesco a dormire e ho lo stomaco sempre un po' in subbuglio..." Ariadne sorrise a fatica. "Ma sono venuta a vedere come stai...non ho visto il combattimento di oggi, ma ho saputo che sei stato assalito da una tigre...Ti ha fatto del male?"

"Solo alcuni graffietti sul collo, niente di serio." La rassicurò. Egli poteva vedere che lei avrebbe voluto toccarlo, e controllare di persona le ferite, ma era come se qualcosa le facesse temere che lui non avrebbe gradito le sue attenzioni. Era come.. come se avesse percepito la presenza di Selene in quella stanza. Ma Massimo era sicuro che sua moglie non avrebbe provato risentimento se lui avesse dato conforto a una povera ragazza spaventata, per cui spalancò le braccia sussurrando, "Vieni qui." Ariadne non perse tempo a stringersi contro il suo petto, seppellendo il viso nell’incavo del suo collo e scoppiando in lacrime. "Ho tanta paura, Massimo. Paura per te, per mio padre, per me...Mio padre voleva liberarti ma adesso è terribilmente spaventato. Viviamo in costante pericolo.. Non sappiamo di chi possiamo fidarci...La città è piena di spie di Commodo..." Stava parlando tra i singhiozzi, e il suo piccolo corpo tremava così tanto che Massimo sospettò fosse solo il suo abbraccio ad impedirle di crollare.

La condusse pieno e con delicatezza verso il suo letto, cercando di farla sdraiare, ma lei rifiutò di staccarsi da lui, pregandolo di non lasciarla e la sola cosa che lui poté fare fu sedersi al suo fianco. Quando furono sul materasso, lei gli allacciò un gamba attorno ai fianchi, stringendosi a lui ancora più forte. Ma non era un adescamento erotico, solo il gesto disperato di una donna bisognosa di rassicurazione e conforto. E Massimo seppe di non poterlo negare.. né a lei, né tanto meno a se stesso. . Era solo un uomo e il continuo pericolo e la tensione in cui viveva stavano logorando i suoi nervi. Nemmeno i lunghi anni trascorsi a combattere lo avevano preparato ad una simile esistenza. Alla frontiera c'erano stati momenti di quiete, durante i quali aveva potuto allentare la guardia, ma adesso, a Roma, non era possibile, perché non sapeva da dove il pericolo sarebbe giunto. Proprio quel giorno aveva quasi rifiutato il cibo per paura che fosse avvelenato...Aveva tanto bisogno rilassarsi. Aveva bisogno di una lunga, ininterrotta notte di sonno...Disperatamente. Così sistemò il corpo in una posizione più comoda, si liberò dei sandali, chiuse gli occhi e crollò addormentato quasi senza accorgersene, cullato dal respiro caldo e regolare di Ariane.

*****

Massimo sedeva nella sua cella, la mente perduta nei pensieri, ponderando ancora le parole dette al senatore Gracco e a Lucilla. Aveva detto loro che era pronto a marciare su Roma alla testa dei suoi soldati ed intendeva farlo davvero, ma non poteva evitare di pensare ai danni per la popolazione civile se lui avesse dovuto combattere contro i pretoriani per le strade. Ma sfortunatamente non c'era altro modo per uccidere Commodo senza coinvolgere l'esercito.

Massimo sospirò e guardò fuori dalla finestra. "Dammi due giorni." aveva detto il senatore Gracco, e l'ex generale sapeva che sarebbero stati i due giorni più lunghi della sua vita. Per distrarsi, lasciò vagare la mente e un'immagine di Ariadne addormentata e giovanissima, così come l'aveva vista quella mattina, gli si formò davanti agli occhi e gli provocò un sorriso. Era stata una gran cosa dormire con lei, e si era svegliato fresco e ben riposato come mai gli era accaduto dal suo arrivo a Roma. Per pochi momenti, guardandola dormire, aveva provato il desiderio di svegliarla e fare l'amore, ma aveva presto cambiato idea. Non era quello né il momento né il luogo adatto. Forse, se e quando quell'incubo sarebbe finito, per loro ci sarebbe stato un futuro insieme. Forse...

Massimo s'irrigidì e smise di pensarci. Non era il caso di fare progetti e di guardare ad un futuro troppo lontano. Doveva concentrarsi solo sul presente e sperare che ogni cosa, dallo scambio di denaro fra Gracco e Proximo alla sua cavalcata verso Ostia, andasse come previsto. Egli era così vicino al compimento della sua vendetta e non poteva permettersi di fallire un’altra volta.

*****

 

Era tarda notte al Ludus Magnus, ma la casa di Proximo era nel pieno di ferventi, anche se silenziose, attività.

Lui, la sua concubina Cassandra e Ariadne stavano stipando in fretta e furia i loro averi nelle sacche da viaggio in vista della fuga verso Ostia. Sembrava sapessero bene quel che dovevano portare con loro e quello che avrebbero dovuto lasciare indietro andarsene e l'unico sintomo che tradiva il loro nervosismo era un leggero tremito delle mani.

Proximo guardò fuori dalla finestra la posizione della luna. Presto sarebbe stata mezzanotte e lui, la sua famiglia e Massimo avrebbero lasciato Roma, come l'Augusta Lucilla, sorella di Commodo, aveva organizzato. Il lanista non era sicuro del perché stesse facendo tutto ciò, rischiando la vita in quel modo. Non era completamente certo che fosse a causa dell’enorme somma di danaro che l'Augusta gli aveva dato per comprare Massimo e per convincerlo ad aiutarlo nella fuga. Ma se non era per i soldi, perché lo stava facendo? Perché sua figlia l’aveva supplicato di aiutare Massimo, dopo che il primo tentativo di affrancare l'Ispanico era fallito quando le spie di Commodo lo avevano seguito vanificando l'incontro con gli uomini del senatore Gracco per la consegna della somma pattuita? O era perché le parole del Generale riguardanti Marco Aurelio avevano risvegliato il suo a lungo sopito senso dell'onore? Non lo sapeva, e non era sicuro di volerne conoscere i motivi.

"Avete finito?" Si voltò a chiedere alle sue donne ed esse annuirono in risposta.

"Perfetto, è quasi ora." egli serrò le chiusure della sua borsa e l'avvicinò alle altre, controllando che il peso non fosse eccessivo da portare per Ariadne e Cassandra. Non lo era ed egli annuì in segno d'approvazione.

All’improvviso, un forte rumore entrò dalle finestre aperte e tutte le teste si voltarono in quella direzione...Che cosa stava succedendo? Proximo corse a guardare fuori e il suo cuore mancò un battito quando vide un manipolo di pretoriani marcia nella loro direzione. Erano armati fino ai denti e seguiti da alcuni uomini a cavallo che tenevano in mano delle torce. Comprese in un attimo quel che era accaduto: l'imperatore aveva scoperto il loro piano e mandato le guardie ad arrestarli o a ucciderli. Guardò i cancelli della scuola dei gladiatori e vide che erano chiusi...avrebbero resistito per qualche minuto, dando loro il tempo di scappare.

"Svelte!"disse alla figlia e alla concubina, "Prendete le sacche e seguitemi... useremo il passaggio della servitù." Si mosse in quella direzione ma Ariadne gli si parò davanti.

"Che ne sarà di Massimo?"domandò, gli occhi spalancati per la preoccupazione.

"Non posso fare niente per lui...Quelli sono quasi arrivati."

"Non puoi lasciarlo chiuso laggiù! Lo uccideranno!" gridò la ragazza mentre le lacrime scendevano dai suoi occhi.

"Mi dispiace, ma non posso aiutarlo," insistette lui prendendo la sua sacca.

"Allora lo farò io." Disse lei risoluta, correndo verso il gancio nel muro al quale erano appese le chiavi delle celle. Proximo la bloccò afferrandola per un braccio."Che cosa stai facendo?" sibilò.

"Sto andando dabbasso ad aprire le celle. Non voglio che l'uomo che amo, il padre di mio figlio, muoia in una gabbia. Gli darò almeno la possibilità di salvarsi."

"Il padre di tuo figlio..." Proximo la fissò con occhi selvaggi e lei annuì, gli confermandogli di essere incinta.

Il vecchio prese un profondo respiro, quindi afferrò le chiavi dalle mani di lei e disse, "Lo farò io. Tu e Cassandra andatevene attraverso i passaggi della servitù mentre io vado sotto a liberare gli uomini. Andate al tempio di Giove, sul Colle Capitolino e aspettatemi. Sarò lì appena possibile, intesi?"

"Intesi." Proximo diede ad Ariadne la borsa che conteneva il loro denaro, un pugnale per difendersi, quindi accompagnò lei e Cassandra al passaggio segreto.

“E adesso andate,” sussurrò baciando la guancia della figlia, "e non fermatevi finché non avrete raggiunto il tempio." Poi, chiuse risolutola porta dietro di loro e tornò alla finestra.

I pretoriani avevano quasi raggiunto i cancelli. Aveva poco temo per agire. Scese rapidamente le scale e uscì nel cortile appena prima che le guardie arrivassero e si mettessero a sbraitare, "Aprite, in nome dell'Imperatore!"

Proximo li ignorò e, stringendo il mazzo di chiavi, attraversò a lunghi passi il cortile, raggiungendo le celle. Il viso di Massimo era premuto contro le sbarre, e i suoi occhi esperti stavano valutando la situazione.

L'uomo più anziano si fermò di fronte a lui e disse piano "E' tutto pronto. Sembra che tu abbia vinto la tua libertà." E allungò le chiavi a Massimo che le prese replicando con un, "Proximo, non rischierai di diventare un uomo buono?"

"Ahh!" rispose lui a voce alta, ma dentro di sé pensò “no, non sono un uomo buono, ma farei di tutto per mia figlia”, quindi girò spalle alla porta della cella che si era aperta sbattendo, alla precipitosa ricerca d'una via di fuga.

Proprio in quel momento, i cancelli del Ludus cedettero, abbattuti dai cavalli dei pretoriani e poco dopo tutto lo spiazzo si riempì di guardie vestite di nero che bloccarono l’accesso all’abitazione di Proximo. Svelto, egli si nascose dietro una colonna e da quella posizione vide i soldati allinearsi di fronte alle celle ed essere attaccati dai suoi gladiatori. La gola gli si contrasse vedendoli battersi a mani nude, cercando di difendersi con semplici pezzi di legno e si meravigliò della lealtà che Massimo era riuscito a suscitare in loro. Massimo…Dov’era finito? Proximo scrutò tutta l’area e vide un’ombra muoversi veloce lungo il muro, quindi abbassarsi per nascondersi dietro alcuni cavalli legati. Nemmeno per un attimo fu sfiorato dal dubbio che quello non fosse lui, ma si chiese se sarebbe stato capace di fare altrettanto. L’Ispanico era un uomo nel pieno del vigore fisico, mentre Proximo sapeva che i suoi giorni migliori erano ormai lontani. Tuttavia doveva raggiungere Ariadne e Cassandra e sembrava che quella fosse l’unica via d’uscita dal cortile. Lentamente e stando attento a nascondersi tra le ombre degli edifici, cominciò a muoversi lungo i muri, gettando frequenti occhiate alla battaglia che si stava svolgendo dietro di lui. Vide anche un gruppo di pretoriani dirigersi verso casa sua e seppe di dover fare in fretta, perché presto avrebbero incominciato a cercarlo. Finalmente, dopo quella che gli era sembrata un’eternità sebbene si fosse trattato solo di pochi minuti, raggiunse le scale e imboccò il passaggio sotterraneo che portava appena fuori dalle mura della città, dove il servo di Massimo era pronto con i cavalli. Proximo corse giù, lungo gli scalini e il passaggio rivestito di mattoni, cercando di raggiungere Massimo e forse anche di domandargli consiglio su quello che doveva fare per Ariadne, ma quando il tunnel ebbe infine termine, il suono di diverse voci lo fermò gelandogli il sangue. Che cosa stava accadendo? Sporse la testa e vide un gran numero di pretoriani circondare l’area e tre di essi trascinare via un uomo che cercava di divincolarsi. Massimo! Proximo pensò inorridendo, ma non ebbe il tempo di preoccuparsi troppo per lui, perché udì dei passi dirigersi nella sua direzione: i pretoriani avevano invaso la galleria. Si guardò intorno alla frenetica ricerca di un rifugio e lo trovò in un grosso cespuglio spinoso. Incurante del dolore, ci si infilò sotto, coprendo i capelli bianchi con un lembo del mantello e si preparò ad aspettare, indirizzando con la mente una preghiera agli dei affinché proteggessero sua figlia.

*****

Pallidi, rossi e gialli raggi di sole brillavano su Roma, annunciando l'arrivo del nuovo giorno. La luce carezzava le basiliche, i fori e le piazze del mercato svegliando la città. Quando essi finalmente toccò il Colle Capitolino, il suo bagliore sul candido marmo e le colonne del tempio di Giove obbligò Ariadne a distogliere la testa per bloccarli. Si era addormentata seduta, con la schiena appoggiata in un recesso del muro, la sacca stretta al petto, la mano contratta sul pugnale.

I raggi continuarono ad avanzare e presto per Ariadne non vi fu più la possibilità di evitarli, così aprì gli occhi insonnoliti e si guardò intorno. Cassandra le stava vicina, anche lei si era appena svegliata dal breve sonno di cui avevano goduto, dopo aver trascorso una notte terribile vagabondando per le strade di Roma, terrorizzate dai pretoriani e dai ladri e tremando al pensiero di quel che era accaduto al Ludus Magnus. A lungo avevano atteso l'arrivo di Proximo ma, alla fine, la stanchezza aveva avuto il sopravvento ed esse erano crollate.

Ariane sospirò sollevata; sembrava che nonostante i rischi che avevano corso, dormendo praticamente per strada, stessero entrambe bene e che i loro preziosi averi fossero ancora con loro. Lei e Cassandra si interrogarono brevemente sulle rispettive condizioni, quindi provarono a decidere il da farsi. Stavano ancora discutendo le loro opzioni, ben sapendo che presto la loro presenza sarebbe stata notata, quando videro un uomo andare verso di loro muovendosi con grande circospezione. Entrambe le donne si strinsero conto il muro afferrando i loro pugnali finché, con sollievo, riconobbero le fattezze di Proximo.

"Padre!" esclamò Ariadne correndogli incontro e abbracciandolo forte. "Eravamo così preoccupate..."

Proximo rispose con calore al suo abbraccio, quindi sussurrò svelto, "Dobbiamo andarcene da qui. Abbiamo urgente bisogno di un nascondiglio sicuro."

"Di un nascondiglio? E perchè?”cominciò a domandare lei ma le sue parole si trasformarono in un gemito quando vide i graffi che lui aveva sul viso e sulle braccia e i suoi vestiti strappati. “Che ti è successo?”

“I pretoriani hanno fatto irruzione nel Ludus Magnus. Ho provato a usare il passaggio segreto per raggiungere le porte della città, ma quando vi sono giunto, ho trovato l’area circondata da altre guardie. Così mi sono nascosto in un cespuglio e ho aspettato che se ne andassero, dopodiché sono venuto qui.”

“Oh…E…E che ne è stato di Massimo?” domandò Ariadne, temendo la risposta ma sapendo di non poter evitarla. Proximo scosse la testa. “L’hanno preso, figliola. Ho visto i pretoriani che lo trascinavano via.”

“Ma…Ma era ancora vivo, non è vero?”

“Lo era, ma non so ancora per quanto…Commodo vorrà certamente punirlo insieme alla gente che ha partecipato al complotto contro di lui. Ho visto molte case bruciare, mentre venivo qui, troppe per essere solo una coincidenza.” Proximo era rattristato dal dover dare simili notizie alla sua bambina, ma sapeva che la possibilità di rivedere ancora Massimo vivo era uguale a zero, e credeva che Ariadne andasse adeguatamente preparata.

La giovane apprese male le notizie, impallidì, cominciando a tremare e il vecchio temette che svenisse. Le sue braccia circondarono l’esile figuretta per sorreggerla. “Non possiamo stare qui, tesoro, forse ci stanno cercando. Abbiamo bisogno di rifugiarci in qualche locanda e starcene nascosti per un po’.”

“Non possiamo abbandonare la città?” chiese Cassandra avvicinandosi a loro.

“No, le porte sono state chiuse. Nessuno può entrare o uscire, l’ho constatato prima di venire qui. Siamo prigionieri, almeno per il momento.”

Il gruppetto si scambiò uno sguardo disperato, quindi presero le loro sacche e cominciarono a scendere il colle in cerca di una locanda. Fortunatamente avevano del denaro, ma questa fu una ben magra consolazione per Ariadne la cui mente e il cui cuore andarono a Massimo e si chiese con disperazione se l’avrebbe più rivisto.

*****

Massimo sentì le ultime forze abbandonare il suo corpo e crollò sulla sabbia del Colosseo come un albero schiantato, senza provare in alcun modo ad attutire la caduta. Guardò davanti a sé; il sole gli scintillava in faccia, ma non sentiva caldo. In effetti quasi non si sentiva più le gambe, ma non gliene importava. Commodo era morto, lui aveva fatto il suo dovere e adesso era libero di andarsene, di raggiungere la sua casa e i suoi cari. Una figura oscurò il sole ed egli vide Lucilla inginocchiata accanto a lui. Il suo viso era rigato di lacrime ed egli seppe che erano per lui. Gli dispiaceva essere causa del suo dolore, ma almeno lei e suo figlio erano salvi. Glielo disse ad alta voce e lei annuì tristemente con un impercettibile gesto di gratitudine. "Và da loro." gli sussurrò e Massimo provò ad annuire, ma non fu in grado di farlo, mentre gli occhi si chiudevano e la testa gli cadde all'indietro sulla sabbia.

Di fronte ai suoi occhi apparve la distesa dei suoi campi in tutta la loro vastità. Sua moglie e suo figlio erano lì, ma Massimo non corse loro incontro. Camminò lentamente tra il grano ondeggiante, le mani che accarezzavano le spighe, ma la sua mente era lontana...egli sapeva di dover fare qualcosa...vedere qualcuno...ma non ricordava chi fosse. I suoi passi diventarono sempre più lenti, fino ad arrestarsi del tutto e lui rimase lì, nel mezzo del campo, senza saper cosa fare, mentre laggiù, sulla strada, suo figlio, che gli stava correndo incontro, si fermò con un'espressione confusa sul faccino...

Sulla sabbia del Colosseo un uomo, un greco dai capelli bianchi e la pelle olivastra, stava lavorando in modo veloce e competente per salvare la vita del grande generale, sotto lo sguardo preoccupato di Lucilla e del senatore Gracco. Il sangue continuava a uscire da una ferita piccola ma profonda e pericolosa, all’altezza dei reni, ma Galeno, medico imperiale e amico fidato di Marco Aurelio, era deciso a lottare con le unghie e coi denti per salvare l’uomo ferito che il defunto imperatore aveva tanto amato. Sembrava trattarsi di un’impresa quasi disperata, ma il vecchio chirurgo non aveva mai rinunciato a una sfida, per quanto difficile fosse. Finché c’è vita c’è speranza e Galeno le avrebbe tentate tutte per salvare la vita di Massimo, perché la vita di un uomo giusto non ha prezzo, è un dono degli dei e va preservato.

All’improvviso Massimo, che era rimasto incosciente fino a quel momento, tossì e genette, facendo sorridere il chirurgo. Il suo paziente aveva interrotto il viaggio verso l’Aldilà e sembrava deciso ad aiutarlo a combattere la sua battaglia…Bene, molto bene davvero.

“Non arrenderti, Generale,” gli disse a voce alta prima di ordinare a un barelliere di portare Massimo in un posto più appropriato, mentre alle sue spalle Lucilla e Gracco si scambiavano sguardi carichi di speranza.

*****

Lo stomaco di Massimo si contrasse quando egli vide i cancelli della villa che aveva chiamato casa. Voleva affondare i piedi nella terra morbida, impedendo a se stesso di voltare l'angolo. Sapeva quel che avrebbe trovato: Selene e Marco, la sua casa, i suoi terreni. Tutto ciò che egli aveva amato e aveva posseduto bruciato e distrutto, perduto nei venti del destino.

"Non voglio andare," disse a nessuno in particolare, "non posso farlo da solo".

Ma ancora una volta gli dei rifiutarono di ascoltarlo. Sebbene i suoi piedi fossero fermi, egli continuava ad avanzare, muoversi lentamente sempre più vicino alla vista temuta.

"Aspetta."

Sobbalzò sentendo la vocina dietro di lui.

Non poteva voltare la testa, ma sentì una mano minuscola infilarsi nella sua. Sfiorò con le dita callose quelle nocche, senza riuscire a riconoscerle…Avevano qualcosa di familiare, tuttavia sconosciuto.

“No!” si lamentò Massimo in agonia perché il paesaggio, nonostante la sua distrazione, continuava a corrergli davanti agli occhi. Ora era fermo nel loggiato. Tutt’intorno a lui c’erano delle pietre cadute. Il puzzo forte del fumo ammorbava l’aria. Due corpi dondolavano contro il cielo.

“Non posso farlo…Non posso affrontare nuovamente tutto questo!” Disse, implorando pietà.

Le dita sconosciute strinsero più forte la loro presa. “Sì che puoi. Lo affronteremo insieme.”

“Massimo. Massimo.”

“Generale Massimo?”

“Massimo?”

L’Ispanico provò un senso di vertigine mentre il paesaggio che lo circondava si dissolveva nell’oscurità.

“Massimo! Parlami, per favore!”

C’erano delle voci tutt’intorno a lui. Erano vicine e molto più reali dell’estraneo che gli aveva afferrato la mano.

“Lascialo riposare, mia signora.”

Mia signora? Mia signora…certamente, una di quelle voci apparteneva a una donna…E i due uomini?

Il generale si concentrò sulla conversazione.

“Vivrà?”chiese la donna.

Rispose un uomo, “E’ ancora troppo presto per dirlo.”

Ci fu un momento di silenzio, quindi un suono di passi che s’allontanavano. Affascinato, voltò la testa per seguire quel suono.

“Massimo?” La voce della donna era vicinissima al suo viso. Era alta ed eccitata.

L’ex generale aprì gli occhi e fu abbagliato da una lampada ad olio.

“Massimo!”

Era Lucilla. Perché non sembrava strano trovarla seduta sul suo letto? Dov’era? Era ancora un legato sul fronte settentrionale? La principessa era ancora la sua amante? No. Non era così. Si sforzò di ricordare.

Accanto a lui, Lucilla sorrideva teneramente. “Stavi sognando,” sussurrò, “Sei rimasto ferito durante un combattimento. Presto starai meglio, la febbre è quasi passata.”

“Sognando?” Massimo faticava a parlare. La lingua era pesante e impastata. Le parole sembravano…sbagliate, in qualche modo.

“Sì. Hai sognato la tua famiglia per quattro giorni. Ti ho sentito parlare di loro.”

Sognando. Era impossibile. “Io non sogno mai.”

Rapidamente, i ricordi di Massimo andarono indietro. Ricordò l’arena, Commodo, Marco e Selene…E c’era dell’altro. Il respiro gli divenne affannoso, ripensando a una notte sulla nave, durante il viaggio verso Roma, quando aveva tenuto la figlia di Proximo tra le braccia. “Tu non sogni mai.” Ariane aveva commentato. E poi aveva continuato dicendogli che, col tempo, se sarebbe tornato a farlo… “Quando sarai pronto,” aveva detto.

L’Ispanico provò a sedersi. Avrebbe voluto saltar giù dal letto, ma i muscoli si lamentarono e il dolore lo fece nuovamente crollare sui materassi.

“Stai giù!” lo rimproverò Lucilla.

Remissivo e troppo malconcio per protestare, l’ex generale ubbidì. “Ariadne…” sussurrò.

“Chi?” Il viso dell’imperatrice assunse un’espressione vagamente contrariata.

“Ariadne…” Massimo volse alla finestra gli occhi azzurri. Egli non poteva vedere niente attraverso gli scuri appena socchiusi, ma immaginava il fervore della città. Lei e suo padre erano salvi? Era ancora viva? Sentiva un disperato bisogno di essere con lei. Finalmente sveglio, sapeva che la mano nel sogno apparteneva a lei.

“Che cosa stai dicendo?” Gli occhi di Lucilla provarono a seguire lo sguardo dell'uomo, osservando chi affreschi sul muro e chiedendosi se una di quelle figure fosse la principessa del passato il paziente faceva riferimento.

“Devo trovarla…”

"Trovarla?" Lo sguardo di disappunto sul viso della donna era adesso inequivocabile. Tuttavia ella si ricompose, "Stai parlando di una ragazza? Una schiava forse."

"No, non una schiava." Il sollievo sui tratti di Lucilla fu di breve durata. "Non più." Usando le sue ultime forze, lui afferrò la mano della vecchia amica. "E'la figlia di Proximo...Devi aiutarmi a ritrovarla...Per favore..."

Lucilla si irrigidì. Era evidente che avrebbe preferito che la conversazione prendesse un'altra piega. Ma in ogni caso, lei era la figlia di Marco Aurelio. Si ricompose, portandosi la ruvida mano dell'ex generale alla guancia.

"Ti aiuterò, Massimo. Lo prometto."

"Grazie." sussurrò lui, sollevato, gli occhi che si chiudevano mentre il sonno tornava a visitarlo.

*****

Il tempo sembrava non passare mai per il gruppetto alloggiato in una locanda nei pressi del Colle Aventino. Essi stavano sempre rinchiusi nelle loro stanze, e solo Cassandra occasionalmente usciva ad ordinare il cibo e a pagare l'affitto. Lei aveva spiegato al padrone del locale che erano mercanti in partenza per Ostia e che non uscivano perché preoccupati dallo stato di salute della più giovane di loro. E non era una bugia.

Ariadne stava male sul serio, consumata com'era dalla preoccupazione,e Proximo era molto preoccupato per lei e per il bambino che portava in grembo. Considerata la loro situazione un aborto era molto probabile...e molto rischioso.

Il quinto giorno dacché si erano trasferiti nella locanda, Cassandra ritornò recando grandi notizie: Commodo era stato ucciso, sgozzato da Massimo al Colosseo!

Sia Ariadne sia Proximo si alzarono di scatto dalle rispettive sedie e quasi si precipitarono sulla donna, pressandola per avere maggiori informazioni, ma l'espressione speranzosa della ragazza si spense quando Cassandra si voltò verso di lei dicendole piano, "Mi dispiace, ma sembra che Massimo sia rimasto ferito molto seriamente e sia crollato sulla sabbia. E'stato portato al palazzo imperiale, ma nessuno sa se ci sono novità sulle sue condizioni."

Proximo posò il braccio sulle spalle della figlia. "Mi dispiace, cara. Ma non è detto che sia morto. E'sopravissuto senza conseguenze a una brutta infezione...E'molto forte, e bisogna continuare a pregare gli dei perché veglino su di lui.

Ariadne alzò su di lui gli occhi bagnati di pianto e il vecchio si sentì stringere il cuore. Sapendo quanto importante fosse tranquillizzarla le disse, “Dato che ormai Commodo è morto, penso che potrei recarmi al foro senza rischi e cercare di ottenere ulteriori informazioni su Massimo. Mi piacerebbe anche controllare se le porte della città sono ancora bloccate o se adesso possiamo considerarci liberi.”

“Voglio venire con te,” esclamò decisa Ariadne, spostandosi dalla sedia per prendere la palla. Proximo aprì la bocca per dirle che avrebbe fatto meglio ad attenderlo lì, ma la sua espressione determinata e testarda gli fece capire che avrebbe solo sprecato il fiato.

“Bene, andiamo, ma prometti che resterai vicino a me.”

“Certo.” Un sorriso, “Grazie, padre mio.” E gli baciò la guancia.

“E adesso andiamo, che abbiamo già perso abbastanza tempo.” le disse con voce burbera ma con il cuore pieno di gioia.

*****

Proximo e Ariadne stavano camminando tra le numerose bancarelle dei Mercati Traianei, verso l’uscita. Avevano scelto di andare lì piuttosto che al foro perché mercanti e venditori che ci lavoravano, data la loro necessità di merci e prodotti freschi sicuramente sapevano se le porte della città erano ancora chiuse o no. Una rapida occhiata ai banchi mezzi vuoti, indisse Proximo a pensare che le porte fossero ancora chiuse e un commerciante di vino dall’aria rassegnata glielo confermò. Roma era ancora inaccessibile, le sue mura erano sorvegliate dall’esercito, una legione giunta da Ostia.

La legione di Massimo? Ariadne si chiese mentre si dirigevano all’uscita dei mercati. Era metà pomeriggio, tempo di tornare alla locanda dove Cassandra li stava aspettando. I passi della ragazza erano energici e leggeri, l’ansia e la stanchezza che l’avevano afflitta nei giorni precedenti un ricordo lontano dopo aver saputo che Massimo era salvo e le sue ferite in via di guarigione. Adesso la mente di Ariadne era concentrata su come avrebbe potuto rivedere il suo amore, non poteva certo andare a palazzo e bussare alla porta…Persa nei suoi pensieri, non notò il padre che si fermava e quasi gli andò a sbattere contro. Scosse la testa per schiarirsi le idee e il cuore le si strinse quando vide un manipolo di pretoriani che li circondavano.

“Elio Proximo?” domandò una voce.

“Sì?”replicò il lanista, non essendoci motivo di negarlo, visto che l’uomo che gli stava davanti era il Prefetto del Pretorio in persona, che spesso avevano incontrato al Colosseo.

“Questa è tua figlia Ariadne?”

“Sì.”

“La vostra presenza è richiesta al palazzo. Seguiteci, per favore.”

Non che abbiamo molta scelta, pensò Ariadne guardando le guardie che li circondavano. Si strinse a suo padre, con il conforto del suo braccio intorno alle spalle, e cominciò a dirigersi verso dove le era stato ordinato, domandandosi che cosa potessero volere da loro.

 

*****

Proximo e Ariadne furono scortati attraverso Roma fino al Colle Palatino, e all’imponente palazzo che ivi sorgeva. La costruzione era talmente maestosa che padre e figlia se ne sentirono intimoriti. I pretoriani sembravano conoscere bene dove dovevano portarli perché non avevano esitato un attimo a condurli attraverso una delle molte porte che si aprivano dinanzi a loro. Ariadne restò sorpresa nel notare, osservando le sale e i corridoi in cui stavano passando, che quella non era l’area del Palazzo aperta al pubblico e sede frequente d’incontri e di appuntamenti, ma il settore privato, in cui viveva la famiglia imperiale. Era il luogo più bello che avesse mai visto, ma non era nello stato d’animo di ammirarlo. Per tutto l’itinerario, gli uomini che li scortavano si erano rifiutati di pronunciare una sola parola di spiegazione e la tensione aumentava con ogni passo che facevano.

I pretoriani si fermarono e Proximo e sua figlia si ritrovarono in un ampio salone, da cui si dipartivano numerosi corridoi. Si guardarono intorno mentre il Prefetto scambiava qualche parola con uno degli uomini di guardia.

La conversazione ebbe termine, il pretoriano corse via, quindi il Prefetto tornò vicino ad Ariadne e a Proximo indicando lo stesso corridoio nel quale era appena scomparsa la sentinella.

“Da questa parte,”disse. Proximo e Ariadne si mossero insieme ma l’ufficiale ordinò, “Solo la ragazza.”

Gli occhi spaventati di Ariadne fissarono suo padre che le accennò, “Vai.”

“Sì, vieni con me,” disse il Prefetto più gentilmente. “Non ti accadrà nulla. E non accadrà nulla a tuo padre. Te lo prometto.

La giovane annuì, rassicurata, e seguì l’ufficiale lungo il corridoio e i loro passi echeggiarono sul pavimento di marmo finché non raggiunsero una porta chiusa sorvegliata da due pretoriani. La sentinella che prima era corsa avanti era anch’essa lì e annuì al suo comandante, prima di bussare.

“Avanti.” Disse una voce maschile e Ariadne fu invitata a entrare per incontrare un uomo con i capelli e la barba bianchi che non aveva mai visto prima. Era molto distinto e indossava la toga bianca adorna del laticlavio dei senatori. Sulle sue labbra c’era un sorriso gentile.

“La mia signora Ariadne, figliola di Proximo?”

Lei annuì, sorpresa dall’appellativo con cui le si era rivolto. Chi era?

“Sono il senatore Gracco,” disse lui inchinandosi per salutarla.

Lei annuì ancora, non sapendo come comportarsi in presenza di un personaggio tanto importante.

“Abbiamo cercato te e tuo padre per due giorni.”

“Oh.”Ariadne riprese coraggio, “Posso sapere perché?” si azzardò a chiedere.

“Certo. Qualcuno che entrambi conosciamo era molto in pena per te.”

“Qualcuno che conosciamo, signore?”

“Il generale Massimo. Era molto preoccupato.”

“Massimo? E’qui?” Ariadne si guardò intorno con occhi eccitati ed ansiosi, facendo nascere un sorriso sulle labbra di Gracco.

“Sì, è qui. Sta riposando nella stanza alle mie spalle. Adesso ti lascerò andare da lui, ma ricordati che è stato ferito in modo molto grave e non deve stancarsi troppo.”

Ariadne annuì frettolosamente, aggirando il senatore per raggiungere la porta indicatele, e dandogli a malapena il tempo di aprirla. Si ritrovò in una grande, lussuosa camera con pavimento di marmo verde e rosa, le pareti coperte di affreschi e mobilio elegante, ma niente era più bello dell’uomo che giaceva sul grande letto al centro della stanza, la schiena appoggiata a una pila di cuscini. Era pallido, aveva profonde occhiaie e la barba incolta, ma gli occhi scintillavano dalla voglia di vivere.

Ariadne gli si avvicinò piano, cosciente dello sguardo di Massimo su di lei. Infine, quando fu abbastanza vicina, egli allungò la mano destra e tutta la compostezza di lei si dissolse, mentre si affrettava a baciargliela con amore.

“Massimo,” sussurrò con gli occhi pieni di lacrime, “Ero tanto in pena per te…Temevo che non ti avrei più rivisto.”

“Anch’io l’ho temuto,” mormorò lui a voce bassissima, “Temevo che vi fosse capitata qualcosa di brutto quando i pretoriani hanno fatto irruzione nel Ludus Magnus.” Lei annuì con la testa, gli occhi fissi al suo viso, come ipnotizzata, le dita che gli carezzavano il dorso della mano. Massimo gentilmente liberò il suo braccio, ma solo per indicare il materasso. “Vieni qui.” Era un invito che Ariadne aveva sperato di sentire da quando aveva messo piede lì dentro e lo accolse correndo ma cercando di controllare il suo ardore per non provocargli sofferenza. Si sedette sul letto e lo abbracciò, percorrendo con una mano la fine tunica di lino bianco e fermandosi proprio sopra il suo cuore. Le dita sentirono lo spesso bendaggio che gli fasciava il torace e questo la spinse a domandarsi se non stava rischiando di fargli male. Massimo percepì la sua esitazione, la circondò con le braccia, le fece posare la testa sulla sua spalla e le sussurrò, “La ferita è sulla schiena. Ed sta già guarendo.”

“E’ meraviglioso…Tutti dicevano che eri rimasto ferito in maniera molto grave e io ho temuto di perderti.”

“Invece no, e adesso dovrai sopportarmi per un molto tempo…Per il resto della tua vita se lo vorrai.”

Il cuore di Ariadne a momenti schizzò via e lei sollevò la testa per contemplarlo a occhi spalancati. Intendeva davvero quel che lei aveva sempre sperato?”

Massimo comprese la sua muta domanda e annuì, “Come la tua omonima della mitologia, che diede a Teseo un gomitolo di lana per aiutarlo a uscire dal labirinto del Minotauro, anche tu mi hai aiutato a trovare la giusta direzione nella mia vita.” Prese un profondo respiro per calmare l’emozione che quasi lo stava soffocando, quindi aggiunse, “Ho sognato, quando avevo la febbre…e ricordato quel che mi avevi detto, che i sogni sarebbero stati il segno della mia guarigione…”

Ariadne annuì, sollecitandolo a continuare."Tu eri nel mio sogno Ariadne...mi prendevi per mano e mi dicevi che avremmo affrontato insieme in faccia il passato...e il futuro." Massimo sospirò e continuò, "Io credo di amarti...No, non è esatto. Io so di amarti, Ariadne. Ero convinto che non avrei mai più amato dopo che trovai i miei cari sterminati, ma sbagliavo: il mio cuore è guarito...Tu lo hai guarito e spero tanto che accetterai di diventare mia moglie." Dopo questo,si fermò a riprendere fiato e ad aspettare la sua risposta.

Per lunghi, interminabili secondi Ariadne non fu capace di parlare, poiché lacrime di incontenibile felicità le scorrevano sulle guance, quindi sussurrò, "Mai avrei pensato che un giorno tutti i miei sogni sarebbero divenuti realtà...fino ad ora. Mi è stato detto che per uno schiavo è pericoloso desiderare cose impossibili, ma anche nei miei momenti più cupi ho sognato. Ho sognato che un giorno un uomo sarebbe venuto a salvarmi da una vita infame. Ed egli è venuto. Era mio padre. Quindi ho sognato che un giorno avrei incontrato un uomo che infine mi avrebbe resa felice. E l'ho incontrato: tu, Massimo." Lui sorrise e lei si portò una delle sue mani sulle labbra, baciandogliela, mentre si godeva l’espressione rapita con cui lui la stava ascoltando. “E poi ho sognato che un giorno avrei avuto molti bambini e anche quel sogno sta per diventare realtà..."

Gli occhi di Massimo si spalancarono in una silenziosa, sorpresa domanda e, al cenno di assenso di lei, si riempirono di lacrime di gioia. Abbracciò Ariadne con tutta la sua forza, senza badare al corpo dolorante,e mormorò, "Amore mio, amore mio," tante e tante volte. Quindi le prese il mento e le sollevò il viso per un lungo, profondo bacio appassionato. Le loro lingue danzarono insieme, stuzzicante premessa a quel che sarebbe accaduto quando lui si fosse completamente rimesso. Quando si separarono, erano entrambi senza fiato e sorridevano felici. Pieni di gioia, rimasero a lungo l'uno accanto all'altra, lasciando parlare gli occhi, finché Massimo diresse il suo sguardo verso la porta.

"Tuo padre è qui con te?"

"Sì."

Sospirò, quindi tornò a guardarla."Quindi sarebbe meglio chiamarlo per dargli le belle notizie." Ariadne annuì, ma non si alzò dal letto, continuando a guardargli le labbra con occhi bramosi."Ma non ancora."

"Esattamente. Non ancora."

E così dicendo, lei abbassò la testa per catturare la sua bocca in un altro bacio, scordando completamente suo padre.

EPILOGO - Tergillium, Hispania.

Elio Proximo alzò alle labbra la coppa e bevve un lungo sorso di vino mentre con lo sguardo accarezzava la vasta distesa di fertili campi che lo circondava. Per un attimo ebbe la tentazione di chiedersi quanto potesse valere tutta quella terra, ma scacciò subito via quei pensieri. Non era per la sua ricchezza che era stato felice di vedere Ariadne sposata a Massimo. Era stato per la felicità che l’Ispanico aveva saputo darle. Il viso sorridente, gli occhi brillanti e la pelle luminosa di sua figlia erano molto più preziosi per lui di tutte i tesori dell'impero.

Un piccolo grido attrasse la sua attenzione e abbassò gli occhi per guardare il bimbetto di due anni, bruno e dagli occhi azzurri, che giocava su un mucchio di sabbia con sua moglie Cassandra sotto lo sguardo attento di una serva e sorrise. Mai, neppure nei suoi sogni più frenati, Proximo aveva immaginato che un giorno il suo nipotino sarebbe appartenuto alla classe senatoriale, perché ai senatori non era permesso sposare le ex schiave. Ma una speciale deroga era stata concessa a Massimo, insieme al ripristino del suo stato sociale di origine, consentendogli di sposare Ariadne e riconoscere il bambino come suo figlio legittimo. Elio. Beh, il nome completo era Massimo Decimo Meridio Elio, ma Proximo pensava a lui come Elio. Il suo piccolo Elio.

Il vecchio sorrise e riprese a guardare l’orizzonte, cercando Ariadne e Massimo. Quando lui e Cassandra erano giunti dalla loro casa ad Emerita Augusta alla fattoria per una visita inaspettata, essi erano stati informati dai servi che la figlia e suo marito erano usciti per una cavalcata ed egli sperava che tornassero presto. Erano passati alcuni mesi dall'ultima volta che aveva visto Ariadne e voleva abbracciarla.

In quel momento, un movimento vicino al ruscello che attraversava la proprietà attirò il suo sguardo e Proximo strizzò gli occhi per vederci meglio.

Erano Ariadne e Massimo. Ma non stavano cavalcando.. Anzi, per meglio dire, invece dei cavalli, si cavalcavano reciprocamente...

Proximo distolse lo sguardo, un po’ imbarazzato, e si chiese come avrebbe reagito Massimo alla notizia che la sua vista fosse ancora molto buona, malgrado l'età e il tempo trascorso nel deserto.

Proximo ammirava e rispettava l'ex generale, ma qualche volta provava la voglia di provocarlo, desiderando di veder lampeggiare i suoi occhi blu dello stesso fuoco che li aveva animati nell'arena e sentire ancora il brivido del pericolo... Ma ogni volta decideva che non era il caso di forzare il destino.

L'ex lanista scosse la testa alzando la coppa in un silenzioso brindisi alla coppia che faceva l'amore vicino all'acqua quindi raggiunse la moglie e il nipotino, decidendo di dimenticare ogni cosa a proposito dei giochi gladiatorii e di pensare a passatempi più allegri.

Fine

 

 

 

 

Ariadne si sedette con disagio sulla sedia assegnatale nella stanza padronale del Colosseo. Aveva sperato di non tornare mai più in quel posto, ma la Dea non aveva ascoltato le sue preghiere. Saettò un lungo sguardo inquisitore a suo padre, che era appena arrivato dai sotterranei della costruzione, con il fiato corto come se avesse corso per giungere in tempo ad assistere all'inizio dei combattimenti.

"Che succede?"gli domandò, cercando di mantenere un tono leggero ed evitando di guardare l'arena. Proximo non rispose subito, facendo accigliare sua figlia.

"C'è qualcosa che non va?"domandò lei, lanciando un'altrettanto veloce occhiata alla tribuna imperiale dove stavano seduti Commodo e i suoi amici. Quindi soggiunse,"Chi è che combatte oggi? Juba? Haken?"

"Oggi combatte Massimo." Rispose piano suo padre, evitando di guardarla in faccia.

Ariadne sbottò, prima sconvolta, poi al culmine dell'indignazione. "Ma hai detto che lui aveva terminato...Che volevi affrancarlo, che..."

Il padre abbassò la voce e alzando la mano la interruppe. "E'un ordine dell'imperatore."

Il viso di Ariadne impallidì all'istante, "Gli ha ingiunto di combattere?" Il cuore le galoppava all'impazzata. Aveva creduto che, non essendo i pretoriani andati a uccidere il suo amante nel cuore della notte, in qualche modo loro l’avessero scampata. Di certo l’imperatore non poteva temere un semplice schiavo? Che cosa poteva fare l’ex generale contro di lui? Suo padre le aveva promesso di liberarlo! Glielo aveva detto un paio di sere prima. Aveva intenzione di comprare per entrambi un piccolo podere che aveva adocchiato in Mauritania e lasciare che su di loro cadesse l'oblio."Perché l’ha fatto?"domandò Ariadne con voce tremante, "Hai detto tu stesso che non esiste gladiatore in grado di batterlo."

“L’ho detto,” precisò Proximo, “Ma c'è un nuovo gladiatore...anzi, uno che ha ripreso l'attività…”

Non ci fu bisogno di altre spiegazioni quando il misterioso contendente comparve al centro dell'arena. Il cuore di Ariadne sobbalzò. Nonostante la distanza, aveva notato le sembianze feline della sua maschera d'argento.

Tigris. Aveva sentito il suo ex padrone parlare di lui proposito dei “vecchi tempi” quando Tigris delle Gallie era in attività. Diceva che quello non si limitava a uccidere i suoi avversari, ma li faceva soffrire…Ariadne provò a scacciare quei pensieri, serrando le mani a pugno contro fianchi. Massimo avrebbe potuto batterlo. Massimo l’avrebbe battuto.

Un clangore di catene proveniente da sotto la loro tribuna le fece aprire gli occhi un’altra volta. Lei abbassò lo sguardo. Tre schiavi tenevano in mano una pesante catena d’acciaio. Essa scompariva giù per una botola nascosta dalla sabbia.

“Che stanno facendo?” si domandò a voce alta, “Sembrano i montacarichi usati per i leoni…Ma le esibizioni degli animali hanno avuto luogo alcune ore fa…”

Al suo fianco Proximo aveva le labbra serrata in una linea dura. “Gli animali non combattono solo tra di loro.”

Ariadne aprì la bocca per domandare spiegazioni mentre i suoi occhi scrutavano l’arena. Vide altri tre gruppi di schiavi trascinare delle catene in altri punti della pista. Le lacrime cominciarono a scenderle dagli occhi appena vide Massimo incamminarsi tra di loro per portarsi al centro.

C’era qualcosa di strano nell’atteggiamento di Tigris, quando annuì all’avversario, prima di pronunciare il saluto rituale all’imperatore. Sembrava anche troppo attento al luogo in si trovava. Ariadne respirò affannosamente quando l’ultima tessera del mosaico andò a posto: ricordò un aneddoto che il suo padrone aveva raccontato a un ospite, una notte in cui si era ubriacato: durante uno dei suoi memorabili combattimenti, Tigris aveva massacrato quattro etiopi, dando poi in pasto i corpi smembrati ad alcune tigri incatenate agli angoli della pista.

“Lo uccideranno!” Gridò lei, alzandosi di scatto dalla sedia.

Proximo, con la mano, le fece segno di sedersi. Certo, era proprio quello il punto. Commodo voleva Massimo morto, ad ogni costo.

“Siediti,” le ingiunse, “Non attirare l’attenzione.”

“Non attirare l’attenzione?! Padre! Il combattimento non è leale! Devi salvarlo!”

“Non hai capito, ragazzina?” tuonò il lanista, ed era la prima volta che lo faceva, con lei, “Questo è aldilà delle mie e delle tue possibilità. Anche se potessi, non ci sarebbe alcun modo per intervenire.”

“Ma devi fare qualcosa…”supplicò fremendo tra le lacrime. Quindi distolse gli occhi dall’arena, incapace di reggere anche solo un altro secondo di quella farsa, che non era una solo gara ma un’esecuzione capitale. Infilò la porta.

“Dove stai andando?” le chiese il padre.

Troppo tardi. Era già scomparsa.

Ariadne corse lungo i corridoi e le scale del Colosseo, cercando di non sentire quel che accadeva in pista, finché non trovò il passaggio che collegava l’arena al Ludus. Era sottoterra e i rumori della folla non vi giungevano. Si fermò a riprendere fiato e il suo pensiero andò a Massimo che stava in quel momento combattendo sopra la sua testa. Forse era già morto, la tormentò una piccola voce, aumentando la sua paura e facendole rivoltare lo stomaco. Doveva tornare indietro? Era indecisa. La Battaglia di Cartagine era stata un’agonia. Tutto ciò che riusciva a pensare era quanto terribile sarebbe stato vedere il solo uomo che avesse mai amato essere ucciso come un cane. Ma non sarebbe stato anche peggio lasciarlo morire da solo? Un conato di nausea decise per lei, dato che si sentì gelare e le gambe le tremarono da non reggerla. Non le era possibile fare le scale per tornare nell’anfiteatro…La sola cosa che potesse fare era andarsene a casa.

Pochi minuti dopo raggiunse la sua camera e crollò sul letto, massaggiandosi con una mano il ventre…e la creatura che cominciava a sospettare di portare dentro di sé. Il figlio di Massimo. Ariadne chiuse gli occhi per frenare le lacrime e quasi a livello inconscio il suo udito percepì un rumore proveniente dalla vicina arena; fuori dalla finestra, la folla stava facendo chiasso, entusiasta per lo spettacolo. A dispetto del mal di testa e dello stomaco sottosopra, Ariadne si alzò dal letto per chiudere le finestre e attutire quelle grida. Lui non sarebbe morto! Suo padre, entrando in città, aveva avuto sentore di fortuna. Tutta la sua fortuna era legata al suo schiavo ispanico…al quel generale in cerca di vendetta. Di certo la dea non li avrebbe abbandonati proprio ora? Si chiese, tornando a sdraiarsi.

Il tempo sembrò trascorrere lentissimo e pesante, man mano che i minuti passavano. L’inattività la stava facendo impazzire. Provò a distrarsi contando le tessere dei mosaici sul pavimento, ma fu inutile. Forse avrebbe dovuto leggere un papiro. Le era stato insegnato a leggere e a scrivere a casa di uno dei suoi primi padroni, che voleva un’altra bambina per fare compagnia alla sua unica figlia durante le lezioni, e in seguito aveva utilizzato ogni ritaglio di tempo per esercitare le competenze acquisite. Ma le lettere le si accavallavano davanti agli occhi. Non era il caso. Arrotolò il papiro con cura, lo sistemò al suo posto sotto il comodino, prese la sua palla. Aveva deciso di tornare al Colosseo.

Quindi, come se questo dipendesse dalla sua decisione, il mondo riprese a girare. Fuori, nel cortile, i cancelli si spalancarono mentre alcune voci chiamavano i servi. Voci felici.

Dimenticando la sua palla, Ariadne corse alla finestra, spalancò gli scuri e si affacciò. Freneticamente, percorse ognuna di quelle facce con il suo sguardo. Lui c’era: stanco e coperto di sangue, ma c’era. Massimo era riuscito a sopravvivere.

 

*****

Massimo stava ancora carezzando le statuette di sua moglie e suo figlio con la punta delle dita quando la porta della cella si aprì cigolando. Chi disturbava la sua pace e quel momento dedicato ai ricordi? Si chiese stancamente, ma il suo disappunto scomparve nel vedere la piccola sagoma di Ariadne mentre entrava nella stanza. Erano passati oltre dieci giorni da quando l'aveva vista in privato per l'ultima volta e dovette ammettere che la quieta, confortante presenza di lei gli era mancata. Gli era mancata davvero tanto. Lei era più di un'amante...Era un'amica. Le sorrise, per mostrarle quanto fosse felice di vederla, e la ragazza mosse qualche passo verso di lui, avendo i curiosi occhi scuri già notato le figurine di legno nelle sue mani.

"Buona sera, Ariane," la salutò alzandosi e posando le statuette sul tavolo.

"Buona sera Massimo, Juba..." rispose lei voltandosi un attimo verso il compagno di cella, prima di tornare a concentrarsi su di lui. Massimo la guardò e notò che sembrava molto stanca, addirittura pallida nonostante l'abbronzatura. Ricordò quel che gli aveva detto di essere svenuta durante ‘La battaglia di Cartagine’ e non poté non sentirsi preoccupato per lei.

"Stai bene, Ariadne?" le chiese gentilmente.

"Sì. Sono solo stanca...E molto tesa e nervosa. Non riesco a dormire e ho lo stomaco sempre un po' in subbuglio..." Ariadne sorrise a fatica. "Ma sono venuta a vedere come stai...non ho visto il combattimento di oggi, ma ho saputo che sei stato assalito da una tigre...Ti ha fatto del male?"

"Solo alcuni graffietti sul collo, niente di serio." La rassicurò. Egli poteva vedere che lei avrebbe voluto toccarlo, e controllare di persona le ferite, ma era come se qualcosa le facesse temere che lui non avrebbe gradito le sue attenzioni. Era come.. come se avesse percepito la presenza di Selene in quella stanza. Ma Massimo era sicuro che sua moglie non avrebbe provato risentimento se lui avesse dato conforto a una povera ragazza spaventata, per cui spalancò le braccia sussurrando, "Vieni qui." Ariadne non perse tempo a stringersi contro il suo petto, seppellendo il viso nell’incavo del suo collo e scoppiando in lacrime. "Ho tanta paura, Massimo. Paura per te, per mio padre, per me...Mio padre voleva liberarti ma adesso è terribilmente spaventato. Viviamo in costante pericolo.. Non sappiamo di chi possiamo fidarci...La città è piena di spie di Commodo..." Stava parlando tra i singhiozzi, e il suo piccolo corpo tremava così tanto che Massimo sospettò fosse solo il suo abbraccio ad impedirle di crollare.

La condusse pieno e con delicatezza verso il suo letto, cercando di farla sdraiare, ma lei rifiutò di staccarsi da lui, pregandolo di non lasciarla e la sola cosa che lui poté fare fu sedersi al suo fianco. Quando furono sul materasso, lei gli allacciò un gamba attorno ai fianchi, stringendosi a lui ancora più forte. Ma non era un adescamento erotico, solo il gesto disperato di una donna bisognosa di rassicurazione e conforto. E Massimo seppe di non poterlo negare.. né a lei, né tanto meno a se stesso. . Era solo un uomo e il continuo pericolo e la tensione in cui viveva stavano logorando i suoi nervi. Nemmeno i lunghi anni trascorsi a combattere lo avevano preparato ad una simile esistenza. Alla frontiera c'erano stati momenti di quiete, durante i quali aveva potuto allentare la guardia, ma adesso, a Roma, non era possibile, perché non sapeva da dove il pericolo sarebbe giunto. Proprio quel giorno aveva quasi rifiutato il cibo per paura che fosse avvelenato...Aveva tanto bisogno rilassarsi. Aveva bisogno di una lunga, ininterrotta notte di sonno...Disperatamente. Così sistemò il corpo in una posizione più comoda, si liberò dei sandali, chiuse gli occhi e crollò addormentato quasi senza accorgersene, cullato dal respiro caldo e regolare di Ariane.

*****

Massimo sedeva nella sua cella, la mente perduta nei pensieri, ponderando ancora le parole dette al senatore Gracco e a Lucilla. Aveva detto loro che era pronto a marciare su Roma alla testa dei suoi soldati ed intendeva farlo davvero, ma non poteva evitare di pensare ai danni per la popolazione civile se lui avesse dovuto combattere contro i pretoriani per le strade. Ma sfortunatamente non c'era altro modo per uccidere Commodo senza coinvolgere l'esercito.

Massimo sospirò e guardò fuori dalla finestra. "Dammi due giorni." aveva detto il senatore Gracco, e l'ex generale sapeva che sarebbero stati i due giorni più lunghi della sua vita. Per distrarsi, lasciò vagare la mente e un'immagine di Ariadne addormentata e giovanissima, così come l'aveva vista quella mattina, gli si formò davanti agli occhi e gli provocò un sorriso. Era stata una gran cosa dormire con lei, e si era svegliato fresco e ben riposato come mai gli era accaduto dal suo arrivo a Roma. Per pochi momenti, guardandola dormire, aveva provato il desiderio di svegliarla e fare l'amore, ma aveva presto cambiato idea. Non era quello né il momento né il luogo adatto. Forse, se e quando quell'incubo sarebbe finito, per loro ci sarebbe stato un futuro insieme. Forse...

Massimo s'irrigidì e smise di pensarci. Non era il caso di fare progetti e di guardare ad un futuro troppo lontano. Doveva concentrarsi solo sul presente e sperare che ogni cosa, dallo scambio di denaro fra Gracco e Proximo alla sua cavalcata verso Ostia, andasse come previsto. Egli era così vicino al compimento della sua vendetta e non poteva permettersi di fallire un’altra volta.

*****

 

Era tarda notte al Ludus Magnus, ma la casa di Proximo era nel pieno di ferventi, anche se silenziose, attività.

Lui, la sua concubina Cassandra e Ariadne stavano stipando in fretta e furia i loro averi nelle sacche da viaggio in vista della fuga verso Ostia. Sembrava sapessero bene quel che dovevano portare con loro e quello che avrebbero dovuto lasciare indietro andarsene e l'unico sintomo che tradiva il loro nervosismo era un leggero tremito delle mani.

Proximo guardò fuori dalla finestra la posizione della luna. Presto sarebbe stata mezzanotte e lui, la sua famiglia e Massimo avrebbero lasciato Roma, come l'Augusta Lucilla, sorella di Commodo, aveva organizzato. Il lanista non era sicuro del perché stesse facendo tutto ciò, rischiando la vita in quel modo. Non era completamente certo che fosse a causa dell’enorme somma di danaro che l'Augusta gli aveva dato per comprare Massimo e per convincerlo ad aiutarlo nella fuga. Ma se non era per i soldi, perché lo stava facendo? Perché sua figlia l’aveva supplicato di aiutare Massimo, dopo che il primo tentativo di affrancare l'Ispanico era fallito quando le spie di Commodo lo avevano seguito vanificando l'incontro con gli uomini del senatore Gracco per la consegna della somma pattuita? O era perché le parole del Generale riguardanti Marco Aurelio avevano risvegliato il suo a lungo sopito senso dell'onore? Non lo sapeva, e non era sicuro di volerne conoscere i motivi.

"Avete finito?" Si voltò a chiedere alle sue donne ed esse annuirono in risposta.

"Perfetto, è quasi ora." egli serrò le chiusure della sua borsa e l'avvicinò alle altre, controllando che il peso non fosse eccessivo da portare per Ariadne e Cassandra. Non lo era ed egli annuì in segno d'approvazione.

All’improvviso, un forte rumore entrò dalle finestre aperte e tutte le teste si voltarono in quella direzione...Che cosa stava succedendo? Proximo corse a guardare fuori e il suo cuore mancò un battito quando vide un manipolo di pretoriani marcia nella loro direzione. Erano armati fino ai denti e seguiti da alcuni uomini a cavallo che tenevano in mano delle torce. Comprese in un attimo quel che era accaduto: l'imperatore aveva scoperto il loro piano e mandato le guardie ad arrestarli o a ucciderli. Guardò i cancelli della scuola dei gladiatori e vide che erano chiusi...avrebbero resistito per qualche minuto, dando loro il tempo di scappare.

"Svelte!"disse alla figlia e alla concubina, "Prendete le sacche e seguitemi... useremo il passaggio della servitù." Si mosse in quella direzione ma Ariadne gli si parò davanti.

"Che ne sarà di Massimo?"domandò, gli occhi spalancati per la preoccupazione.

"Non posso fare niente per lui...Quelli sono quasi arrivati."

"Non puoi lasciarlo chiuso laggiù! Lo uccideranno!" gridò la ragazza mentre le lacrime scendevano dai suoi occhi.

"Mi dispiace, ma non posso aiutarlo," insistette lui prendendo la sua sacca.

"Allora lo farò io." Disse lei risoluta, correndo verso il gancio nel muro al quale erano appese le chiavi delle celle. Proximo la bloccò afferrandola per un braccio."Che cosa stai facendo?" sibilò.

"Sto andando dabbasso ad aprire le celle. Non voglio che l'uomo che amo, il padre di mio figlio, muoia in una gabbia. Gli darò almeno la possibilità di salvarsi."

"Il padre di tuo figlio..." Proximo la fissò con occhi selvaggi e lei annuì, gli confermandogli di essere incinta.

Il vecchio prese un profondo respiro, quindi afferrò le chiavi dalle mani di lei e disse, "Lo farò io. Tu e Cassandra andatevene attraverso i passaggi della servitù mentre io vado sotto a liberare gli uomini. Andate al tempio di Giove, sul Colle Capitolino e aspettatemi. Sarò lì appena possibile, intesi?"

"Intesi." Proximo diede ad Ariadne la borsa che conteneva il loro denaro, un pugnale per difendersi, quindi accompagnò lei e Cassandra al passaggio segreto.

“E adesso andate,” sussurrò baciando la guancia della figlia, "e non fermatevi finché non avrete raggiunto il tempio." Poi, chiuse risolutola porta dietro di loro e tornò alla finestra.

I pretoriani avevano quasi raggiunto i cancelli. Aveva poco temo per agire. Scese rapidamente le scale e uscì nel cortile appena prima che le guardie arrivassero e si mettessero a sbraitare, "Aprite, in nome dell'Imperatore!"

Proximo li ignorò e, stringendo il mazzo di chiavi, attraversò a lunghi passi il cortile, raggiungendo le celle. Il viso di Massimo era premuto contro le sbarre, e i suoi occhi esperti stavano valutando la situazione.

L'uomo più anziano si fermò di fronte a lui e disse piano "E' tutto pronto. Sembra che tu abbia vinto la tua libertà." E allungò le chiavi a Massimo che le prese replicando con un, "Proximo, non rischierai di diventare un uomo buono?"

"Ahh!" rispose lui a voce alta, ma dentro di sé pensò “no, non sono un uomo buono, ma farei di tutto per mia figlia”, quindi girò spalle alla porta della cella che si era aperta sbattendo, alla precipitosa ricerca d'una via di fuga.

Proprio in quel momento, i cancelli del Ludus cedettero, abbattuti dai cavalli dei pretoriani e poco dopo tutto lo spiazzo si riempì di guardie vestite di nero che bloccarono l’accesso all’abitazione di Proximo. Svelto, egli si nascose dietro una colonna e da quella posizione vide i soldati allinearsi di fronte alle celle ed essere attaccati dai suoi gladiatori. La gola gli si contrasse vedendoli battersi a mani nude, cercando di difendersi con semplici pezzi di legno e si meravigliò della lealtà che Massimo era riuscito a suscitare in loro. Massimo…Dov’era finito? Proximo scrutò tutta l’area e vide un’ombra muoversi veloce lungo il muro, quindi abbassarsi per nascondersi dietro alcuni cavalli legati. Nemmeno per un attimo fu sfiorato dal dubbio che quello non fosse lui, ma si chiese se sarebbe stato capace di fare altrettanto. L’Ispanico era un uomo nel pieno del vigore fisico, mentre Proximo sapeva che i suoi giorni migliori erano ormai lontani. Tuttavia doveva raggiungere Ariadne e Cassandra e sembrava che quella fosse l’unica via d’uscita dal cortile. Lentamente e stando attento a nascondersi tra le ombre degli edifici, cominciò a muoversi lungo i muri, gettando frequenti occhiate alla battaglia che si stava svolgendo dietro di lui. Vide anche un gruppo di pretoriani dirigersi verso casa sua e seppe di dover fare in fretta, perché presto avrebbero incominciato a cercarlo. Finalmente, dopo quella che gli era sembrata un’eternità sebbene si fosse trattato solo di pochi minuti, raggiunse le scale e imboccò il passaggio sotterraneo che portava appena fuori dalle mura della città, dove il servo di Massimo era pronto con i cavalli. Proximo corse giù, lungo gli scalini e il passaggio rivestito di mattoni, cercando di raggiungere Massimo e forse anche di domandargli consiglio su quello che doveva fare per Ariadne, ma quando il tunnel ebbe infine termine, il suono di diverse voci lo fermò gelandogli il sangue. Che cosa stava accadendo? Sporse la testa e vide un gran numero di pretoriani circondare l’area e tre di essi trascinare via un uomo che cercava di divincolarsi. Massimo! Proximo pensò inorridendo, ma non ebbe il tempo di preoccuparsi troppo per lui, perché udì dei passi dirigersi nella sua direzione: i pretoriani avevano invaso la galleria. Si guardò intorno alla frenetica ricerca di un rifugio e lo trovò in un grosso cespuglio spinoso. Incurante del dolore, ci si infilò sotto, coprendo i capelli bianchi con un lembo del mantello e si preparò ad aspettare, indirizzando con la mente una preghiera agli dei affinché proteggessero sua figlia.

*****

Pallidi, rossi e gialli raggi di sole brillavano su Roma, annunciando l'arrivo del nuovo giorno. La luce carezzava le basiliche, i fori e le piazze del mercato svegliando la città. Quando essi finalmente toccò il Colle Capitolino, il suo bagliore sul candido marmo e le colonne del tempio di Giove obbligò Ariadne a distogliere la testa per bloccarli. Si era addormentata seduta, con la schiena appoggiata in un recesso del muro, la sacca stretta al petto, la mano contratta sul pugnale.

I raggi continuarono ad avanzare e presto per Ariadne non vi fu più la possibilità di evitarli, così aprì gli occhi insonnoliti e si guardò intorno. Cassandra le stava vicina, anche lei si era appena svegliata dal breve sonno di cui avevano goduto, dopo aver trascorso una notte terribile vagabondando per le strade di Roma, terrorizzate dai pretoriani e dai ladri e tremando al pensiero di quel che era accaduto al Ludus Magnus. A lungo avevano atteso l'arrivo di Proximo ma, alla fine, la stanchezza aveva avuto il sopravvento ed esse erano crollate.

Ariane sospirò sollevata; sembrava che nonostante i rischi che avevano corso, dormendo praticamente per strada, stessero entrambe bene e che i loro preziosi averi fossero ancora con loro. Lei e Cassandra si interrogarono brevemente sulle rispettive condizioni, quindi provarono a decidere il da farsi. Stavano ancora discutendo le loro opzioni, ben sapendo che presto la loro presenza sarebbe stata notata, quando videro un uomo andare verso di loro muovendosi con grande circospezione. Entrambe le donne si strinsero conto il muro afferrando i loro pugnali finché, con sollievo, riconobbero le fattezze di Proximo.

"Padre!" esclamò Ariadne correndogli incontro e abbracciandolo forte. "Eravamo così preoccupate..."

Proximo rispose con calore al suo abbraccio, quindi sussurrò svelto, "Dobbiamo andarcene da qui. Abbiamo urgente bisogno di un nascondiglio sicuro."

"Di un nascondiglio? E perchè?”cominciò a domandare lei ma le sue parole si trasformarono in un gemito quando vide i graffi che lui aveva sul viso e sulle braccia e i suoi vestiti strappati. “Che ti è successo?”

“I pretoriani hanno fatto irruzione nel Ludus Magnus. Ho provato a usare il passaggio segreto per raggiungere le porte della città, ma quando vi sono giunto, ho trovato l’area circondata da altre guardie. Così mi sono nascosto in un cespuglio e ho aspettato che se ne andassero, dopodiché sono venuto qui.”

“Oh…E…E che ne è stato di Massimo?” domandò Ariadne, temendo la risposta ma sapendo di non poter evitarla. Proximo scosse la testa. “L’hanno preso, figliola. Ho visto i pretoriani che lo trascinavano via.”

“Ma…Ma era ancora vivo, non è vero?”

“Lo era, ma non so ancora per quanto…Commodo vorrà certamente punirlo insieme alla gente che ha partecipato al complotto contro di lui. Ho visto molte case bruciare, mentre venivo qui, troppe per essere solo una coincidenza.” Proximo era rattristato dal dover dare simili notizie alla sua bambina, ma sapeva che la possibilità di rivedere ancora Massimo vivo era uguale a zero, e credeva che Ariadne andasse adeguatamente preparata.

La giovane apprese male le notizie, impallidì, cominciando a tremare e il vecchio temette che svenisse. Le sue braccia circondarono l’esile figuretta per sorreggerla. “Non possiamo stare qui, tesoro, forse ci stanno cercando. Abbiamo bisogno di rifugiarci in qualche locanda e starcene nascosti per un po’.”

“Non possiamo abbandonare la città?” chiese Cassandra avvicinandosi a loro.

“No, le porte sono state chiuse. Nessuno può entrare o uscire, l’ho constatato prima di venire qui. Siamo prigionieri, almeno per il momento.”

Il gruppetto si scambiò uno sguardo disperato, quindi presero le loro sacche e cominciarono a scendere il colle in cerca di una locanda. Fortunatamente avevano del denaro, ma questa fu una ben magra consolazione per Ariadne la cui mente e il cui cuore andarono a Massimo e si chiese con disperazione se l’avrebbe più rivisto.

*****

Massimo sentì le ultime forze abbandonare il suo corpo e crollò sulla sabbia del Colosseo come un albero schiantato, senza provare in alcun modo ad attutire la caduta. Guardò davanti a sé; il sole gli scintillava in faccia, ma non sentiva caldo. In effetti quasi non si sentiva più le gambe, ma non gliene importava. Commodo era morto, lui aveva fatto il suo dovere e adesso era libero di andarsene, di raggiungere la sua casa e i suoi cari. Una figura oscurò il sole ed egli vide Lucilla inginocchiata accanto a lui. Il suo viso era rigato di lacrime ed egli seppe che erano per lui. Gli dispiaceva essere causa del suo dolore, ma almeno lei e suo figlio erano salvi. Glielo disse ad alta voce e lei annuì tristemente con un impercettibile gesto di gratitudine. "Và da loro." gli sussurrò e Massimo provò ad annuire, ma non fu in grado di farlo, mentre gli occhi si chiudevano e la testa gli cadde all'indietro sulla sabbia.

Di fronte ai suoi occhi apparve la distesa dei suoi campi in tutta la loro vastità. Sua moglie e suo figlio erano lì, ma Massimo non corse loro incontro. Camminò lentamente tra il grano ondeggiante, le mani che accarezzavano le spighe, ma la sua mente era lontana...egli sapeva di dover fare qualcosa...vedere qualcuno...ma non ricordava chi fosse. I suoi passi diventarono sempre più lenti, fino ad arrestarsi del tutto e lui rimase lì, nel mezzo del campo, senza saper cosa fare, mentre laggiù, sulla strada, suo figlio, che gli stava correndo incontro, si fermò con un'espressione confusa sul faccino...

Sulla sabbia del Colosseo un uomo, un greco dai capelli bianchi e la pelle olivastra, stava lavorando in modo veloce e competente per salvare la vita del grande generale, sotto lo sguardo preoccupato di Lucilla e del senatore Gracco. Il sangue continuava a uscire da una ferita piccola ma profonda e pericolosa, all’altezza dei reni, ma Galeno, medico imperiale e amico fidato di Marco Aurelio, era deciso a lottare con le unghie e coi denti per salvare l’uomo ferito che il defunto imperatore aveva tanto amato. Sembrava trattarsi di un’impresa quasi disperata, ma il vecchio chirurgo non aveva mai rinunciato a una sfida, per quanto difficile fosse. Finché c’è vita c’è speranza e Galeno le avrebbe tentate tutte per salvare la vita di Massimo, perché la vita di un uomo giusto non ha prezzo, è un dono degli dei e va preservato.

All’improvviso Massimo, che era rimasto incosciente fino a quel momento, tossì e genette, facendo sorridere il chirurgo. Il suo paziente aveva interrotto il viaggio verso l’Aldilà e sembrava deciso ad aiutarlo a combattere la sua battaglia…Bene, molto bene davvero.

“Non arrenderti, Generale,” gli disse a voce alta prima di ordinare a un barelliere di portare Massimo in un posto più appropriato, mentre alle sue spalle Lucilla e Gracco si scambiavano sguardi carichi di speranza.

*****

Lo stomaco di Massimo si contrasse quando egli vide i cancelli della villa che aveva chiamato casa. Voleva affondare i piedi nella terra morbida, impedendo a se stesso di voltare l'angolo. Sapeva quel che avrebbe trovato: Selene e Marco, la sua casa, i suoi terreni. Tutto ciò che egli aveva amato e aveva posseduto bruciato e distrutto, perduto nei venti del destino.

"Non voglio andare," disse a nessuno in particolare, "non posso farlo da solo".

Ma ancora una volta gli dei rifiutarono di ascoltarlo. Sebbene i suoi piedi fossero fermi, egli continuava ad avanzare, muoversi lentamente sempre più vicino alla vista temuta.

"Aspetta."

Sobbalzò sentendo la vocina dietro di lui.

Non poteva voltare la testa, ma sentì una mano minuscola infilarsi nella sua. Sfiorò con le dita callose quelle nocche, senza riuscire a riconoscerle…Avevano qualcosa di familiare, tuttavia sconosciuto.

“No!” si lamentò Massimo in agonia perché il paesaggio, nonostante la sua distrazione, continuava a corrergli davanti agli occhi. Ora era fermo nel loggiato. Tutt’intorno a lui c’erano delle pietre cadute. Il puzzo forte del fumo ammorbava l’aria. Due corpi dondolavano contro il cielo.

“Non posso farlo…Non posso affrontare nuovamente tutto questo!” Disse, implorando pietà.

Le dita sconosciute strinsero più forte la loro presa. “Sì che puoi. Lo affronteremo insieme.”

“Massimo. Massimo.”

“Generale Massimo?”

“Massimo?”

L’Ispanico provò un senso di vertigine mentre il paesaggio che lo circondava si dissolveva nell’oscurità.

“Massimo! Parlami, per favore!”

C’erano delle voci tutt’intorno a lui. Erano vicine e molto più reali dell’estraneo che gli aveva afferrato la mano.

“Lascialo riposare, mia signora.”

Mia signora? Mia signora…certamente, una di quelle voci apparteneva a una donna…E i due uomini?

Il generale si concentrò sulla conversazione.

“Vivrà?”chiese la donna.

Rispose un uomo, “E’ ancora troppo presto per dirlo.”

Ci fu un momento di silenzio, quindi un suono di passi che s’allontanavano. Affascinato, voltò la testa per seguire quel suono.

“Massimo?” La voce della donna era vicinissima al suo viso. Era alta ed eccitata.

L’ex generale aprì gli occhi e fu abbagliato da una lampada ad olio.

“Massimo!”

Era Lucilla. Perché non sembrava strano trovarla seduta sul suo letto? Dov’era? Era ancora un legato sul fronte settentrionale? La principessa era ancora la sua amante? No. Non era così. Si sforzò di ricordare.

Accanto a lui, Lucilla sorrideva teneramente. “Stavi sognando,” sussurrò, “Sei rimasto ferito durante un combattimento. Presto starai meglio, la febbre è quasi passata.”

“Sognando?” Massimo faticava a parlare. La lingua era pesante e impastata. Le parole sembravano…sbagliate, in qualche modo.

“Sì. Hai sognato la tua famiglia per quattro giorni. Ti ho sentito parlare di loro.”

Sognando. Era impossibile. “Io non sogno mai.”

Rapidamente, i ricordi di Massimo andarono indietro. Ricordò l’arena, Commodo, Marco e Selene…E c’era dell’altro. Il respiro gli divenne affannoso, ripensando a una notte sulla nave, durante il viaggio verso Roma, quando aveva tenuto la figlia di Proximo tra le braccia. “Tu non sogni mai.” Ariane aveva commentato. E poi aveva continuato dicendogli che, col tempo, se sarebbe tornato a farlo… “Quando sarai pronto,” aveva detto.

L’Ispanico provò a sedersi. Avrebbe voluto saltar giù dal letto, ma i muscoli si lamentarono e il dolore lo fece nuovamente crollare sui materassi.

“Stai giù!” lo rimproverò Lucilla.

Remissivo e troppo malconcio per protestare, l’ex generale ubbidì. “Ariadne…” sussurrò.

“Chi?” Il viso dell’imperatrice assunse un’espressione vagamente contrariata.

“Ariadne…” Massimo volse alla finestra gli occhi azzurri. Egli non poteva vedere niente attraverso gli scuri appena socchiusi, ma immaginava il fervore della città. Lei e suo padre erano salvi? Era ancora viva? Sentiva un disperato bisogno di essere con lei. Finalmente sveglio, sapeva che la mano nel sogno apparteneva a lei.

“Che cosa stai dicendo?” Gli occhi di Lucilla provarono a seguire lo sguardo dell'uomo, osservando chi affreschi sul muro e chiedendosi se una di quelle figure fosse la principessa del passato il paziente faceva riferimento.

“Devo trovarla…”

"Trovarla?" Lo sguardo di disappunto sul viso della donna era adesso inequivocabile. Tuttavia ella si ricompose, "Stai parlando di una ragazza? Una schiava forse."

"No, non una schiava." Il sollievo sui tratti di Lucilla fu di breve durata. "Non più." Usando le sue ultime forze, lui afferrò la mano della vecchia amica. "E'la figlia di Proximo...Devi aiutarmi a ritrovarla...Per favore..."

Lucilla si irrigidì. Era evidente che avrebbe preferito che la conversazione prendesse un'altra piega. Ma in ogni caso, lei era la figlia di Marco Aurelio. Si ricompose, portandosi la ruvida mano dell'ex generale alla guancia.

"Ti aiuterò, Massimo. Lo prometto."

"Grazie." sussurrò lui, sollevato, gli occhi che si chiudevano mentre il sonno tornava a visitarlo.

*****

Il tempo sembrava non passare mai per il gruppetto alloggiato in una locanda nei pressi del Colle Aventino. Essi stavano sempre rinchiusi nelle loro stanze, e solo Cassandra occasionalmente usciva ad ordinare il cibo e a pagare l'affitto. Lei aveva spiegato al padrone del locale che erano mercanti in partenza per Ostia e che non uscivano perché preoccupati dallo stato di salute della più giovane di loro. E non era una bugia.

Ariadne stava male sul serio, consumata com'era dalla preoccupazione,e Proximo era molto preoccupato per lei e per il bambino che portava in grembo. Considerata la loro situazione un aborto era molto probabile...e molto rischioso.

Il quinto giorno dacché si erano trasferiti nella locanda, Cassandra ritornò recando grandi notizie: Commodo era stato ucciso, sgozzato da Massimo al Colosseo!

Sia Ariadne sia Proximo si alzarono di scatto dalle rispettive sedie e quasi si precipitarono sulla donna, pressandola per avere maggiori informazioni, ma l'espressione speranzosa della ragazza si spense quando Cassandra si voltò verso di lei dicendole piano, "Mi dispiace, ma sembra che Massimo sia rimasto ferito molto seriamente e sia crollato sulla sabbia. E'stato portato al palazzo imperiale, ma nessuno sa se ci sono novità sulle sue condizioni."

Proximo posò il braccio sulle spalle della figlia. "Mi dispiace, cara. Ma non è detto che sia morto. E'sopravissuto senza conseguenze a una brutta infezione...E'molto forte, e bisogna continuare a pregare gli dei perché veglino su di lui.

Ariadne alzò su di lui gli occhi bagnati di pianto e il vecchio si sentì stringere il cuore. Sapendo quanto importante fosse tranquillizzarla le disse, “Dato che ormai Commodo è morto, penso che potrei recarmi al foro senza rischi e cercare di ottenere ulteriori informazioni su Massimo. Mi piacerebbe anche controllare se le porte della città sono ancora bloccate o se adesso possiamo considerarci liberi.”

“Voglio venire con te,” esclamò decisa Ariadne, spostandosi dalla sedia per prendere la palla. Proximo aprì la bocca per dirle che avrebbe fatto meglio ad attenderlo lì, ma la sua espressione determinata e testarda gli fece capire che avrebbe solo sprecato il fiato.

“Bene, andiamo, ma prometti che resterai vicino a me.”

“Certo.” Un sorriso, “Grazie, padre mio.” E gli baciò la guancia.

“E adesso andiamo, che abbiamo già perso abbastanza tempo.” le disse con voce burbera ma con il cuore pieno di gioia.

*****

Proximo e Ariadne stavano camminando tra le numerose bancarelle dei Mercati Traianei, verso l’uscita. Avevano scelto di andare lì piuttosto che al foro perché mercanti e venditori che ci lavoravano, data la loro necessità di merci e prodotti freschi sicuramente sapevano se le porte della città erano ancora chiuse o no. Una rapida occhiata ai banchi mezzi vuoti, indisse Proximo a pensare che le porte fossero ancora chiuse e un commerciante di vino dall’aria rassegnata glielo confermò. Roma era ancora inaccessibile, le sue mura erano sorvegliate dall’esercito, una legione giunta da Ostia.

La legione di Massimo? Ariadne si chiese mentre si dirigevano all’uscita dei mercati. Era metà pomeriggio, tempo di tornare alla locanda dove Cassandra li stava aspettando. I passi della ragazza erano energici e leggeri, l’ansia e la stanchezza che l’avevano afflitta nei giorni precedenti un ricordo lontano dopo aver saputo che Massimo era salvo e le sue ferite in via di guarigione. Adesso la mente di Ariadne era concentrata su come avrebbe potuto rivedere il suo amore, non poteva certo andare a palazzo e bussare alla porta…Persa nei suoi pensieri, non notò il padre che si fermava e quasi gli andò a sbattere contro. Scosse la testa per schiarirsi le idee e il cuore le si strinse quando vide un manipolo di pretoriani che li circondavano.

“Elio Proximo?” domandò una voce.

“Sì?”replicò il lanista, non essendoci motivo di negarlo, visto che l’uomo che gli stava davanti era il Prefetto del Pretorio in persona, che spesso avevano incontrato al Colosseo.

“Questa è tua figlia Ariadne?”

“Sì.”

“La vostra presenza è richiesta al palazzo. Seguiteci, per favore.”

Non che abbiamo molta scelta, pensò Ariadne guardando le guardie che li circondavano. Si strinse a suo padre, con il conforto del suo braccio intorno alle spalle, e cominciò a dirigersi verso dove le era stato ordinato, domandandosi che cosa potessero volere da loro.

 

*****

Proximo e Ariadne furono scortati attraverso Roma fino al Colle Palatino, e all’imponente palazzo che ivi sorgeva. La costruzione era talmente maestosa che padre e figlia se ne sentirono intimoriti. I pretoriani sembravano conoscere bene dove dovevano portarli perché non avevano esitato un attimo a condurli attraverso una delle molte porte che si aprivano dinanzi a loro. Ariadne restò sorpresa nel notare, osservando le sale e i corridoi in cui stavano passando, che quella non era l’area del Palazzo aperta al pubblico e sede frequente d’incontri e di appuntamenti, ma il settore privato, in cui viveva la famiglia imperiale. Era il luogo più bello che avesse mai visto, ma non era nello stato d’animo di ammirarlo. Per tutto l’itinerario, gli uomini che li scortavano si erano rifiutati di pronunciare una sola parola di spiegazione e la tensione aumentava con ogni passo che facevano.

I pretoriani si fermarono e Proximo e sua figlia si ritrovarono in un ampio salone, da cui si dipartivano numerosi corridoi. Si guardarono intorno mentre il Prefetto scambiava qualche parola con uno degli uomini di guardia.

La conversazione ebbe termine, il pretoriano corse via, quindi il Prefetto tornò vicino ad Ariadne e a Proximo indicando lo stesso corridoio nel quale era appena scomparsa la sentinella.

“Da questa parte,”disse. Proximo e Ariadne si mossero insieme ma l’ufficiale ordinò, “Solo la ragazza.”

Gli occhi spaventati di Ariadne fissarono suo padre che le accennò, “Vai.”

“Sì, vieni con me,” disse il Prefetto più gentilmente. “Non ti accadrà nulla. E non accadrà nulla a tuo padre. Te lo prometto.

La giovane annuì, rassicurata, e seguì l’ufficiale lungo il corridoio e i loro passi echeggiarono sul pavimento di marmo finché non raggiunsero una porta chiusa sorvegliata da due pretoriani. La sentinella che prima era corsa avanti era anch’essa lì e annuì al suo comandante, prima di bussare.

“Avanti.” Disse una voce maschile e Ariadne fu invitata a entrare per incontrare un uomo con i capelli e la barba bianchi che non aveva mai visto prima. Era molto distinto e indossava la toga bianca adorna del laticlavio dei senatori. Sulle sue labbra c’era un sorriso gentile.

“La mia signora Ariadne, figliola di Proximo?”

Lei annuì, sorpresa dall’appellativo con cui le si era rivolto. Chi era?

“Sono il senatore Gracco,” disse lui inchinandosi per salutarla.

Lei annuì ancora, non sapendo come comportarsi in presenza di un personaggio tanto importante.

“Abbiamo cercato te e tuo padre per due giorni.”

“Oh.”Ariadne riprese coraggio, “Posso sapere perché?” si azzardò a chiedere.

“Certo. Qualcuno che entrambi conosciamo era molto in pena per te.”

“Qualcuno che conosciamo, signore?”

“Il generale Massimo. Era molto preoccupato.”

“Massimo? E’qui?” Ariadne si guardò intorno con occhi eccitati ed ansiosi, facendo nascere un sorriso sulle labbra di Gracco.

“Sì, è qui. Sta riposando nella stanza alle mie spalle. Adesso ti lascerò andare da lui, ma ricordati che è stato ferito in modo molto grave e non deve stancarsi troppo.”

Ariadne annuì frettolosamente, aggirando il senatore per raggiungere la porta indicatele, e dandogli a malapena il tempo di aprirla. Si ritrovò in una grande, lussuosa camera con pavimento di marmo verde e rosa, le pareti coperte di affreschi e mobilio elegante, ma niente era più bello dell’uomo che giaceva sul grande letto al centro della stanza, la schiena appoggiata a una pila di cuscini. Era pallido, aveva profonde occhiaie e la barba incolta, ma gli occhi scintillavano dalla voglia di vivere.

Ariadne gli si avvicinò piano, cosciente dello sguardo di Massimo su di lei. Infine, quando fu abbastanza vicina, egli allungò la mano destra e tutta la compostezza di lei si dissolse, mentre si affrettava a baciargliela con amore.

“Massimo,” sussurrò con gli occhi pieni di lacrime, “Ero tanto in pena per te…Temevo che non ti avrei più rivisto.”

“Anch’io l’ho temuto,” mormorò lui a voce bassissima, “Temevo che vi fosse capitata qualcosa di brutto quando i pretoriani hanno fatto irruzione nel Ludus Magnus.” Lei annuì con la testa, gli occhi fissi al suo viso, come ipnotizzata, le dita che gli carezzavano il dorso della mano. Massimo gentilmente liberò il suo braccio, ma solo per indicare il materasso. “Vieni qui.” Era un invito che Ariadne aveva sperato di sentire da quando aveva messo piede lì dentro e lo accolse correndo ma cercando di controllare il suo ardore per non provocargli sofferenza. Si sedette sul letto e lo abbracciò, percorrendo con una mano la fine tunica di lino bianco e fermandosi proprio sopra il suo cuore. Le dita sentirono lo spesso bendaggio che gli fasciava il torace e questo la spinse a domandarsi se non stava rischiando di fargli male. Massimo percepì la sua esitazione, la circondò con le braccia, le fece posare la testa sulla sua spalla e le sussurrò, “La ferita è sulla schiena. Ed sta già guarendo.”

“E’ meraviglioso…Tutti dicevano che eri rimasto ferito in maniera molto grave e io ho temuto di perderti.”

“Invece no, e adesso dovrai sopportarmi per un molto tempo…Per il resto della tua vita se lo vorrai.”

Il cuore di Ariadne a momenti schizzò via e lei sollevò la testa per contemplarlo a occhi spalancati. Intendeva davvero quel che lei aveva sempre sperato?”

Massimo comprese la sua muta domanda e annuì, “Come la tua omonima della mitologia, che diede a Teseo un gomitolo di lana per aiutarlo a uscire dal labirinto del Minotauro, anche tu mi hai aiutato a trovare la giusta direzione nella mia vita.” Prese un profondo respiro per calmare l’emozione che quasi lo stava soffocando, quindi aggiunse, “Ho sognato, quando avevo la febbre…e ricordato quel che mi avevi detto, che i sogni sarebbero stati il segno della mia guarigione…”

Ariadne annuì, sollecitandolo a continuare."Tu eri nel mio sogno Ariadne...mi prendevi per mano e mi dicevi che avremmo affrontato insieme in faccia il passato...e il futuro." Massimo sospirò e continuò, "Io credo di amarti...No, non è esatto. Io so di amarti, Ariadne. Ero convinto che non avrei mai più amato dopo che trovai i miei cari sterminati, ma sbagliavo: il mio cuore è guarito...Tu lo hai guarito e spero tanto che accetterai di diventare mia moglie." Dopo questo,si fermò a riprendere fiato e ad aspettare la sua risposta.

Per lunghi, interminabili secondi Ariadne non fu capace di parlare, poiché lacrime di incontenibile felicità le scorrevano sulle guance, quindi sussurrò, "Mai avrei pensato che un giorno tutti i miei sogni sarebbero divenuti realtà...fino ad ora. Mi è stato detto che per uno schiavo è pericoloso desiderare cose impossibili, ma anche nei miei momenti più cupi ho sognato. Ho sognato che un giorno un uomo sarebbe venuto a salvarmi da una vita infame. Ed egli è venuto. Era mio padre. Quindi ho sognato che un giorno avrei incontrato un uomo che infine mi avrebbe resa felice. E l'ho incontrato: tu, Massimo." Lui sorrise e lei si portò una delle sue mani sulle labbra, baciandogliela, mentre si godeva l’espressione rapita con cui lui la stava ascoltando. “E poi ho sognato che un giorno avrei avuto molti bambini e anche quel sogno sta per diventare realtà..."

Gli occhi di Massimo si spalancarono in una silenziosa, sorpresa domanda e, al cenno di assenso di lei, si riempirono di lacrime di gioia. Abbracciò Ariadne con tutta la sua forza, senza badare al corpo dolorante,e mormorò, "Amore mio, amore mio," tante e tante volte. Quindi le prese il mento e le sollevò il viso per un lungo, profondo bacio appassionato. Le loro lingue danzarono insieme, stuzzicante premessa a quel che sarebbe accaduto quando lui si fosse completamente rimesso. Quando si separarono, erano entrambi senza fiato e sorridevano felici. Pieni di gioia, rimasero a lungo l'uno accanto all'altra, lasciando parlare gli occhi, finché Massimo diresse il suo sguardo verso la porta.

"Tuo padre è qui con te?"

"Sì."

Sospirò, quindi tornò a guardarla."Quindi sarebbe meglio chiamarlo per dargli le belle notizie." Ariadne annuì, ma non si alzò dal letto, continuando a guardargli le labbra con occhi bramosi."Ma non ancora."

"Esattamente. Non ancora."

E così dicendo, lei abbassò la testa per catturare la sua bocca in un altro bacio, scordando completamente suo padre.

EPILOGO - Tergillium, Hispania.

Elio Proximo alzò alle labbra la coppa e bevve un lungo sorso di vino mentre con lo sguardo accarezzava la vasta distesa di fertili campi che lo circondava. Per un attimo ebbe la tentazione di chiedersi quanto potesse valere tutta quella terra, ma scacciò subito via quei pensieri. Non era per la sua ricchezza che era stato felice di vedere Ariadne sposata a Massimo. Era stato per la felicità che l’Ispanico aveva saputo darle. Il viso sorridente, gli occhi brillanti e la pelle luminosa di sua figlia erano molto più preziosi per lui di tutte i tesori dell'impero.

Un piccolo grido attrasse la sua attenzione e abbassò gli occhi per guardare il bimbetto di due anni, bruno e dagli occhi azzurri, che giocava su un mucchio di sabbia con sua moglie Cassandra sotto lo sguardo attento di una serva e sorrise. Mai, neppure nei suoi sogni più frenati, Proximo aveva immaginato che un giorno il suo nipotino sarebbe appartenuto alla classe senatoriale, perché ai senatori non era permesso sposare le ex schiave. Ma una speciale deroga era stata concessa a Massimo, insieme al ripristino del suo stato sociale di origine, consentendogli di sposare Ariadne e riconoscere il bambino come suo figlio legittimo. Elio. Beh, il nome completo era Massimo Decimo Meridio Elio, ma Proximo pensava a lui come Elio. Il suo piccolo Elio.

Il vecchio sorrise e riprese a guardare l’orizzonte, cercando Ariadne e Massimo. Quando lui e Cassandra erano giunti dalla loro casa ad Emerita Augusta alla fattoria per una visita inaspettata, essi erano stati informati dai servi che la figlia e suo marito erano usciti per una cavalcata ed egli sperava che tornassero presto. Erano passati alcuni mesi dall'ultima volta che aveva visto Ariadne e voleva abbracciarla.

In quel momento, un movimento vicino al ruscello che attraversava la proprietà attirò il suo sguardo e Proximo strizzò gli occhi per vederci meglio.

Erano Ariadne e Massimo. Ma non stavano cavalcando.. Anzi, per meglio dire, invece dei cavalli, si cavalcavano reciprocamente...

Proximo distolse lo sguardo, un po’ imbarazzato, e si chiese come avrebbe reagito Massimo alla notizia che la sua vista fosse ancora molto buona, malgrado l'età e il tempo trascorso nel deserto.

Proximo ammirava e rispettava l'ex generale, ma qualche volta provava la voglia di provocarlo, desiderando di veder lampeggiare i suoi occhi blu dello stesso fuoco che li aveva animati nell'arena e sentire ancora il brivido del pericolo... Ma ogni volta decideva che non era il caso di forzare il destino.

L'ex lanista scosse la testa alzando la coppa in un silenzioso brindisi alla coppia che faceva l'amore vicino all'acqua quindi raggiunse la moglie e il nipotino, decidendo di dimenticare ogni cosa a proposito dei giochi gladiatorii e di pensare a passatempi più allegri.

Fine

 

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