Le Fan Fiction di croweitalia

titolo:  Oscurità e Luce (titolo originale: Darkness And Light- novembre 2002) leggi la prima parte - leggi la terza parte - per leggere altre storie scritte da Ilaria, consulta l'elenco delle fanfic qui.
autrice: Ilaria Dotti
e-mail: droit_et_loyal@telvia.it
data di edizione: 08/11/2003
argomento della storia: Massimo Decimo Meridio
riassunto breve: durante il periodo più buio della sua vita, Massimo incontra un’altra anima disperata ed insieme troveranno la luce che pensavano persa per sempre.
lettura vietata ai minori di anni: SI!! SI SCONSIGLIA LA LETTURA AI MINORI DI 18 ANNI E ALLE PERSONE PUDICHE. Come qualcuno ha detto a riguardo di un mio precedente lavoro, questa è una HARD FICTION destinata AD UN PUBBLICO ADULTO.
note:  Io scrivo in prevalenza per il “mercato” anglosassone, dove molti sono puritani (vedi gli Americani), ma solo a parole, perché le scene hard, non solo sono molto apprezzate, ma quasi un obbligo. Ed un autore da ai lettori ciò che desiderano… spero che ciò sia gradito anche al pubblico italiano. J
ringraziamenti a: Hebe (che mi ha aiutato a “pepare” questa storia) e a Lalla e AleNash per l’incoraggiamento.

OSCURITA’ E LUCE

 

seconda parte

 

By Ilaria

 

 

La ragazza tornò la sera successiva.

Nel momento in cui entrò nella cella dell'Ispanico per la terza volta, Ariadne sapeva già che era inutile cercare di avviare una qualche conversazione con lo scontroso gladiatore. Invece rimase silenziosa, con il fiato sospeso in attesa che lui facesse la prima mossa.

Nel momento in cui lei entrò nella sua cella per la terza volta, Massimo sapeva già che era inutile cercare di negare che lui la stava aspettando… e che temeva non tornasse.

Dopo che lei aveva lasciato la cella la notte precedente, lui non aveva avuto tempo di pensare al dovere, all'onore e al fatto di averli traditi entrambi perché l'oblio lo aveva colto di sorpresa, e lui aveva dormito come non aveva fatto da anni. Per la prima volta dacché aveva visto la sua casa in fiamme e la sua famiglia sterminata, il suo sonno era stato lungo e ininterrotto, tutta la rabbia che aveva in corpo totalmente dimenticata. Si era svegliato fresco e ben riposato, la dolorosa tensione che aveva accompagnato ogni singolo istante della sua vita recente scomparsa, il corpo rilassato e la mente sgombra. Era seguito un momento di rabbia perché egli sapeva che la ragione del suo benessere altro non era che il fatto di essersi abbandonato alla propria lussuria e di essersi perso nel corpo di quella prostituta, come aveva rifiutato di fare per anni, per via della fedeltà a sua moglie.

Ma la rabbia aveva avuto vita breve. Quella ragazza svergognata e spudorata aveva insistito nel recitare la parte della prostituta per le sue meschine ragioni e nel frattempo gli aveva impartito una lezione inattesa: che usando il corpo di lei, egli poteva sconfiggere la sua battaglia interiore contro i demoni che lo tormentavano e a togliere loro la possibilità di portargli via il sonno, rendendolo nervoso, teso, agitato.

Massimo era stato un soldato troppo a lungo per non sapere che, quando infine avesse messo piede a Roma, avrebbe avuto sola una possibilità di colpire Commodo e compiere la sua vendetta. Non poteva permettersi il lusso di fallire i suoi cari un’altra volta.

La guerra e i giochi gli avevano insegnato a utilizzare qualunque risorsa o arma egli capitasse a tiro per mantenersi non solo vivo ma anche forte e sano. La vendetta sarebbe stata la battaglia finale della sua vita e quella puttanella non era che un’altra arma da usare per raggiungere la vittoria. Il suo maledetto padre gli aveva dato una ragione di vivere quando gli aveva prospettato l’ipotesi che, diventando un grande gladiatore a Roma, avrebbe avuto la possibilità di ritrovarsi faccia a faccia con Commodo. Dopodiché la sua maledetta figlia gli aveva offerto la possibilità di liberarsi dei suoi demoni e di mantenersi sano e forte per riuscire nella sua impresa…

E adesso lei era lì, e il suo profumo di puttana gli aleggiava intorno…

L’Ispanico giaceva sul letto, come quando lei aveva lasciato la cella la sera prima. Sembrava non si fosse mosso da allora, ma Ariadne sapeva come stavano le cose. L’aveva spiato mentre si allenava con gli altri gladiatori e si era sentita rimescolare dentro alla vista dei rivoli di sudore che gli scorrevano lungo la pelle, evidenziando splendidamente la sua potente muscolatura.

Quando aveva lasciato la cella con le gambe tremanti e il corpo scosso ancora dalla forza del loro accoppiamento, Ariadne era crollata sul letto e si era addormentata senza riuscire neppure a lavarsi. Aveva dormito fino a tardi e, quando si era svegliata sentendosi addosso l'odore dell'Ispanico, si era raggomitolata, ancora troppo sconvolta da quel che aveva provato tra le braccia di lui... Non era stato dolce e premuroso. L'aveva usata, umiliata, gioendo della sua frustrazione... eppure quell'esperienza l'aveva eccitata. L'aveva presa con estrema durezza, ma lei non si era sentita usata com'era capitato con il suo vecchio padrone. Confusa, Ariadne si era alzata dal letto, e quando si era lavata aveva scoperto che le sue cosce erano ancora irritate dalla violenza degli assalti di lui. Era arrossita, se n'era compiaciuta, dopodiché, sospirando, si era lasciata ricadere sul letto e aveva sognato ad occhi aperti... E nei suoi sogni, l'Ispanico l'aveva presa ancora e ancora ma non era stato freddo e distante, bensì gentile e premuroso com'era stato finché lei non era andata da lui per la prima volta. Lui non si era limitato a usarla, ma l'aveva amata come lei desiderava essere amata, chiamandola per nome, baciandole le labbra con passione ma anche con tenerezza...

"Che cosa stai aspettando?"

La profonda voce tonante di lui la scosse dalle sue fantasie. Questo non era un sogno ma la vera, sgradevole quotidiana realtà. L'Ispanico non l'avrebbe amata, ma semplicemente presa come fosse stata la puttana che credeva lei fosse, e lei lo avrebbe accettato e perfino goduto delle sue rudi attenzioni. Ma quella sera, nonostante l'eccitazione e l'aspettativa che circondavano i loro incontri, Ariadne era triste. Se solo fosse stata capace di parlargli,di convincerlo ad aprirsi con lei... Si stava innamorando, ma lui non le permetteva di dimostrarglielo.

Con dita tremanti, si tolse i vestiti e li lasciò cadere sul freddo, duro pavimento della cella. Quindi s'incamminò, nuda, verso di lui. L'Ispanico non si mosse ma le saettò una gelida occhiata e Ariadne sentì i brividi lungo la schiena. Lui giaceva supino, coperto solo dalla biancheria, una fascia di lino che non riusciva a celare la già vigorosa erezione. La tunica azzurra era accuratamente piegata sulla panca di pietra. Ariadne pensò fosse un particolare curioso. Gli uomini di solito non erano ordinati con la loro roba. Ma lei sapeva che l’Ispanico era un ex legionario e ai soldati di Roma veniva insegnato ad essere ordinati con i loro effetti personali allo stesso modo in cui veniva insegnato loro a combattere.

Esitando, gli toccò la spalla nuda e, malgrado fosse teso, lui la lasciò fare. Ariadne desiderava accarezzarlo tanto quanto desiderava essere accarezzata da lui e passò la punta delle dita sul suo petto, sfiorando dolcemente la pelle abbronzata spruzzata di soffice pelo schiarito dal sole. Sembrava così assurdamente morbido, come seta stesa su marmo scolpito.

Massimo si sentì addosso le dita di lei e il sangue gli si scaldò in istintiva risposta. Era stato duro per lei fin dal primo momento in cui aveva messo piede nella cella, ma le sue carezze lo fecero ardere. Non voleva che lei lo accarezzasse. Non voleva che lei lo sporcasse più di quanto non avesse già fatto. Non era sua moglie, era una puttana, e le puttane non compiono gesti d’amore, si limitano a vendersi per essere usate da uomini libidinosi. Tuttavia c’era un che di strano in quella ragazza. Non era che una cagna vogliosa eppure, ogni tanto, a dispetto del comportamento spudorato, sembrava timida e vulnerabile, come aveva sempre pensato che fosse fino alla sera che si era presentata nella sua cella, mentre quelle come lei erano di solito dure e sfrontate.

Lei continuò ad accarezzargli il torace e lui si sentì cullato dal calore e dai gesti di quella mano… Era bello… Era come… Le afferrò il braccio e l’attirò a sé. La ragazza gli cadde sopra il petto con un gridolino di sorpresa e Massimo se la mise sotto il corpo, dove lei rimase immobile, gli occhi spalancati. Si guardarono l’un l’altra per un attimo, quindi Massimo si tolse la fascia inguinale, liberando il suo membro già palpitante.

Alla sensazione di lui che le premeva caldo e duro contro il ventre, Ariadne dimenticò tutto. Niente aveva più importanza se non che l’Ispanico la prendesse e la facesse dimenticare. Gli si inarcò contro ondeggiando i fianchi, strofinandosi contro di lui, invitandolo ad andarle dentro. Massimo gemette nel profondo del petto. Se non fosse riuscito a frenare i movimenti di lei, avrebbe impiegato poco tempo a perdere completamente il controllo. Sollevandosi sulle ginocchia, evitando le mani con cui lei cercava di afferrarlo per attirarlo di nuovo sopra di sé, Massimo riuscì a manovrare il suo corpo fino a ritrovarsi con le natiche di lei sulle proprie cosce, quindi le alzò le gambe fino al proprio torace tenendole per le caviglie.

Si fermò un attimo a guardarla giacere indifesa, ansimante, incapace di sfuggire alla sua presa. I suoi capezzoli erano duri come piccoli sassi e il seno sinistro dondolava selvaggiamente al ritmo frenetico del suo cuore martellante, le piccole mani si aprivano e si chiudevano sulla ruvida coperta dello stretto letto. L’aveva proprio come voleva: in sua completa balia, aperta per lui, impossibilitata a fuggire, impossibilitata a toccarlo, impossibilitata dall’avere ciò che voleva se lui rifiutava di concederglielo.

La sua virilità era appoggiata contro le cosce di lei ed egli le strofinò il membro eretto contro il sesso. La ragazza si inumidì e Massimo sentì gli umori di lei colargli contro il ventre e lungo i testicoli. Quindi inarcò i lombi e si spinse dentro di lei.

Gridarono insieme e Massimo digrignò i denti, lottando per impedirsi di venire… Era così bello stare sepolto dentro di lei… Dopo un lungo momento, egli affondò ancora di più dentro di lei, spingendo ritmicamente, accarezzando le pareti interne del suo caldo recesso con il membro turgido, aumentando e rallentando la velocità, ruotando i fianchi, gemendo e ansimando.

Intrappolata nella stretta poderosa dell'Ispanico, eccitata dal piacere che i suoi lenti, potenti colpi le procuravano, Ariadne dimenticò ogni cosa e si diede all'uomo che le si dimenava contro. Non esisteva altro se non lui che le torreggiava sopra, lungo, spesso e duro tra le sue gambe. Si inarcò contro di lui cercando di sentirlo ancora più in profondità anche se, ogni volta che glielo piantava dentro, le sfiorava l'apertura dell’utero. Ariadne sospirò, gemette, ed urlò mentre lui la faceva impazzire con i suoi movimenti. Venne una, due, tre volte.

Massimo sentì il corpo di lei contrarsi intorno al suo, stringendolo con spasmi potenti, precipitandolo in una furia di passione, bisogno e disperazione. Il sudore gli scorse lungo il torace e le sgocciolò sui seni eretti e lui raddoppiò le sue spinte, sentendo il corpo tendersi, sentendo le cosce tremare. E quando venne in una vampata di calor bianco, fu con tale intensità che fu piacere e fu dolore e lui non riuscì a distinguere l’uno dall’altro, tanto profondamente erano mescolati.

Esausto, Massimo lasciò andare le caviglie della ragazza, quindi le crollò sopra, riuscendo in qualche modo a rotolare via prima di farle male. Malgrado la stanchezza, Ariadne piagnucolò. Prosciugata, consumata, saziata, avrebbe voluto soltanto rannicchiarsi contro il suo grande corpo caldo e dormire. Ma era chiaro come, ad accoppiamento avvenuto, il gladiatore non la volesse più nel suo letto. Ariadne rimase lì ancora un istante, gli occhi chiusi, il corpo grondante di sudore, in attesa che il respiro si regolasse e le tornasse un po’ di forza. Quindi, silenziosamente, rotolò verso il bordo del piccolo letto e allungò le gambe.

I suoi piedi non avevano ancora toccato terra che sentì il braccio muscoloso dell’Ispanico avvolgerle la vita e sussultò per la sorpresa quando lui se l’attiro contro, il membro un’altra volta rigido premuto contro le sue natiche.

“Non così presto,” le sibilò nell’orecchio, mentre con la grande mano callosa le stringeva forte i seni. Tremando, lei gli permise di farla rotolare sul dorso e di coricarsela sotto.

La usò ancora, le permise di riposare un poco nel soffocante buio della cella, per poi usarla di nuovo.

Ma, dopo la terza volta, quando Ariadne, esausta, provò a raggomitolarsi al suo fianco e a dividere il suo sonno, le ordinò bruscamente di uscire dal suo letto, dalla sua cella e dalla sua vita.

Con gambe tremanti, lei gli ubbidì, ma tornò la sera successiva.

E quella dopo.

E quella dopo ancora.

*****

 

Nei giorni successivi, mentre la scuola di gladiatori di Proximo si preparava per il viaggio a Roma, la ‘relazione’ tra Massimo e Ariadne continuò, anche se le due parti in causa la giudicavano secondo un’ottica molto diversa. Mentre la ragazza vedeva in quegli incontri un’occasione per condividere gioia e piacere, l’Ispanico li considerava solo un breve istante di sollievo dal nero inferno della sua vita, un modo per dimenticare la realtà che lo circondava, per rilassarsi e ritemprare la mente. Lei preferiva pensare che si amassero, mentre rotolavano insieme nel letto, anche se lui continuava a prenderla senza una parola, senza baci e carezze, solamente mera lussuria, ed era adamantino nel pretendere che non dormisse al suo fianco. Egli credeva invece che si usassero a vicenda per soddisfare i propri bisogni e che non gliene importasse niente all’uno dell’altro. Lei lo usava per saziare la sua fame svergognata, lui la usava per spingerle dentro il corpo compiacente il suo desiderio a lungo represso e, ogni volta l’appagamento gli portava la libertà sotto forma di dolce oblio. Erano l’uno la puttana dell’altro. Così aveva detto a Juba, l’unico che fosse al corrente del dramma personale di Massimo, quando il Numida, felice di vedere che l’amico avesse trovato infine un po’ di sollievo, aveva commentato allegramente e con un pizzico di malizia le visite a tarda notte della figlia di Proximo. Il negro rimase sconvolto dal commento crudo e sarcastico dell’Ispanico, giungendo alla conclusione che il compagno d’armi fosse ancora ben lontano dalla via della guarigione.

Quanto a Proximo, egli guardava in silenzio sua figlia diventare ogni giorno più bella ed irraggiare gioia dall’anima, come la luce da una lampada. Sorrideva sempre, cantava mentre svolgeva i lavori domestici, e, una volta l’aveva perfino baciato sulla guancia. Essere innamorata agiva su di lei come un balsamo curativo ma, benché felice per la ragazza, il lanista era anche preoccupato. Gli era chiaro che Ariadne avesse perso la testa per l’Ispanico, ma quell’uomo era uno schiavo, un gladiatore…Un giorno avrebbe potuto non ritornare dall’arena…E allora che ne sarebbe stato di sua figlia? Certo, Proximo avrebbe potuto ritirare l’Ispanico dai combattimenti, ma il gladiatore rappresentava per lui l’unica possibilità di compiere il salto di qualità nella vita, forse addirittura di poter guadagnare abbastanza denaro per diventare un membro dell’ordine equestre, onorato, rispettato ed in grado di offrire ad Ariadne un’esistenza migliore, e non poteva lasciarsi sfuggire una simile occasione… nemmeno per sua figlia.

*****

Quando la porta si aprì quella notte, Massimo era seduto su di uno sgabello, con una ciotola vuota posata vicino ai piedi. Non voltò la testa per accogliere la nuova venuta, ben sapendo chi fosse. Come al solito, la ragazza non fu scoraggiata dal suo gelido atteggiamento e s'incamminò all'interno della cella per poi fermarsi di fronte a lui.

"Buona sera, Ispanico. Ti è piaciuto il cibo?"

Quelle semplici parole gli fecero salire il sangue alla testa e strinse i pugni per cercare di controllarsi, ma la sola vista di quel viso sorridente fu abbastanza da farlo quasi saltare alla sua gola. Lei continuava a guardarlo piena di aspettativa, attendendo ansiosa la sua prossima mossa, ma quella notte quell’atteggiamento lo irritò più del solito. Non voleva darle piacere. Non gliene importava nulla di lei, voleva solo usarla come una puttana per trovare sollievo e dimenticare. Non faceva l’amore con lei come se fosse stata sua moglie, ma quella ragazzetta viziata ovviamente era felicissima delle sue attenzioni ed egli non poteva illudersi che fingesse, non dopo averla vista tornare sera dopo sera.

“Ma stanotte le darò una bella lezione,” pensò con rabbia perché, malgrado il sollievo che gli veniva da quei loro incontri, detestava essere trattato alla stregua di uno stallone da monta.

Massimo si alzò in piedi di scatto e le ordinò, “Spogliati.”

Fece lo stesso, prima di rimettersi a sedere, le gambe divaricate che per accomodare la sua crescente erezione. La ragazza ubbidì senza discutere e, quando fu nuda, lui le abbaiò, “Inginocchiati e succhiamelo.” Ghignò soddisfatto, già assaporando lo sguardo sconvolto di lei a quella richiesta, perché solo le peggiori puttane lo prendevano in bocca ma, con sua grande sorpresa, lei non esitò un istante. Si abbassò fra le sue ginocchia e, dopo una stuzzicante carezza sulla coscia, chinò la testa e lo inghiottì. Ogni pensiero razionale abbandonò Massimo nel sentire la lingua e le labbra lavorarlo con perizia, mentre baciava, leccava e mordicchiava il suo membro come mai nessuna aveva fatto prima e la mano giocherellava delicata con i suoi testicoli, accrescendo ulteriormente il suo piacere. Guardò in basso e quando i loro si incontrarono lei ebbe l’audacia di fargli l’occhiolino, lasciandogli intendere chiaramente che, ben lungi dall’umiliarla come aveva sperato, quello che stava facendo le causava piacere… proprio come a lui, pensò Massimo con un gemito, mentre le labbra e la lingua di lei tracciavano umidi sentieri sulla sua pelle bollente. Egli cominciò a dondolare ritmicamente i fianchi mentre lei succhiava, desiderando perdersi nella caverna della sua bocca, così da negarle qualsiasi piacere, ma quando egli guardò di nuovo in basso per osservare la reazione di lei, vide che una delle sue mani le era scivolata lungo il ventre e stava carezzando la carne umida e gonfia… Cagna! Stava tentando di venire con lui! A quel pensiero, Massimo, furioso, la spinse via con violenza, mandandola a ruzzolare sul pavimento. Ruggendo con rabbia si alzò, le si avvicinò, l’afferrò per un braccio e la costrinse a mettersi in piedi. C’era paura adesso negli occhi della giovane e Massimo sorrise crudelmente, deciso a mostrarle una volta per tutte cosa ne pensasse di lei. La trascinò verso il letto e ce la spinse contro, facendola atterrare sullo stomaco.

“Mettiti a quattro zampe,” le sibilò, le narici frementi. Lo considerava il suo stallone? Bene, perché lui l’avrebbe presa come fa il cavallo con la giumenta, in una posizione che, ne era sicuro, le avrebbe impedito di prendersi il suo appagamento, se così lui avesse desiderato… non l’aveva mai usata con sua moglie proprio per quella ragione.

Sul letto, la ragazza non solo non aveva obbedito, ma stava anche cercando di girarsi.

“Ti ho detto di metterti a quattro zampe,” ordinò, cominciando a perdere la pazienza. La sua erezione stava pulsando dolorosamente e lui voleva cacciarsi subito dentro quella calda, umida intimità. Ma lei provò a voltarsi ancora, supplicandolo con voce piagnucolosa, “Per favore, non obbligarmi… Farò tutto ciò che desideri, ma non questo…”

Massimo sentì un brivido di maligna soddisfazione percorrergli la schiena; finalmente aveva trovato il sistema per spezzala. Bene. Le avrebbe dimostrato che lui non era il suo giocattolo. Le avrebbe mostrato quanto fosse pericoloso il comportamento da lei tenuto ed istigato.

“Tu farai ciò che ti ordino,” abbaiò lui mentre la sua mano le si abbatteva duramente contro la pelle della natica.

La reazione della ragazza fu immediata. Si voltò sul fianco e si raggomitolò, il viso contro le ginocchia serrate, le braccia a proteggere la testa. Scoppiò a piangere e tra le lacrime e i singhiozzi lui la sentì supplicare, “Per favore, padrone… Non farmi del male… farò di tutto ma… non farmi del male…ti prego…”

Massimo rimase impietrito da quella vista, la mano ancora alzata che si abbassava lenta, gli occhi allargati e sconvolti, mentre fissava stordito quella visione allo stesso modo in cui, un’eternità prima, aveva fissato il cadavere di Marco Aurelio.

Quindi la consapevolezza lo sconvolse: aveva alzato le mani su una donna, qualcosa che non aveva mai fatto e mai avrebbe pensato di fare. La sentì lamentarsi e scorse con gli occhi il piccolo corpo nudo, sentendosi assalire dalla vergogna quando vide la pelle arrossata sulla natica. Che cosa aveva fatto? Che razza di animale era diventato per arrivare a picchiare una ragazzina fino a farla piangere? Dov’era andato a finire in quella circostanza il suo prezioso senso dell’onore? Come aveva potuto desiderare di ferirla se lei era sempre tanto gentile con lui? Come aveva potuto trattarla così male volta dopo volta?

Scivolò lentamente sulle ginocchia e si piegò in avanti, toccando quasi il pavimento con la fronte, i pugni premuti contro gli occhi, mentre immagini spaventose comparivano davanti a lui. La sua Selene alla mercé dei pretoriani, mentre implorava e supplicava di lasciar liberi lei e Marco... Mentre gridava di non far loro del male... Massimo sentì calde lacrime di vergogna e di dolore solleticargli le palpebre e si affrettò ad asciugarsele. Quello non era il momento di mettersi a piangere, doveva aiutare la ragazza. Doveva fare ammenda dei suoi errori, sperando di essere in grado di farlo. riuscirci. Si alzò in piedi barcollando, andò verso il letto e si sdraiò su di esso, prendendo tra le braccia il piccolo corpo tremante. La giovane trasalì al suo tocco, ma non tentò di allontanarsi.

"Shh," la blandì, "calmati... Non ti farò più male, lo prometto. Mi dispiace per quello che ho fatto... Shh." Lo ripeté ancora e ancora, parlando piano mentre le carezzava la schiena e i fianchi. Piano piano lei si rilassò, abbassò le braccia, distese le gambe, e si abbandonò contro il suo corpo.

“Così si fa,” le sussurrò continuando a carezzarla, “E’ tutto a posto.” Colto da un subitaneo impulso, Massimo sollevò la testa dal cuscino e le posò un bacio lieve sulla guancia, leccando via il sale delle lacrime. La gentilezza inaspettata del gesto fece voltare la ragazza tra le sue braccia e lei lo guardò con un’espressione confusa che gli fece stringere il cuore; quanto male l’aveva trattata per far sì che un piccolo bacio le causasse tanta sorpresa?

Lui sollevò la mano e le accarezzò delicatamente i capelli e il viso con i polpastrelli. "Mi dispiace," disse ancora fissandola negli occhi con tutta la sua sincerità e non si riferiva solo al fatto che l’aveva picchiata."Non lo farò mai più. Credimi, per favore.”

“Ti credo,” sussurrò lei con convinzione e le sue braccia gli scivolarono dietro la schiena per stringerlo. Quel gesto fece nascere sulle labbra di Massimo un sorriso gentile, il primo che le aveva elargito dal momento il cui era entrata nella sua cella per la prima volta. Era sorpreso ma sollevato che lei non solo non lo temesse, ma sembrasse anche aver già perdonato la sua esplosione di violenza. Quanto a lui, ci sarebbe voluto molto tempo prima che potesse perdonare se stesso, di quello ne era certo.

Gli occhi della ragazza scintillarono alla vista del suo sorriso e gli rispose con una timida smorfia prima di premergli il viso contro il collo e di rimanere così, immobile a respirare l'aroma della sua pelle. Quante volte aveva desiderato farlo! E adesso finalmente ci era riuscita.

Lui continuò ad accarezzarle la schiena e le natiche, massaggiando la pelle arrossata, mentre una domanda si faceva strada nella sua mente: la ragazza… Ariadne, si corresse subito, l’aveva chiamato padrone quando l'aveva supplicato di fermarsi, ma perché lo aveva fatto?

Proximo era stato schiavo... era possibile che lo fosse stata anche sua figlia?

"Ariadne?" la chiamò piano, usando per la prima volta il suo nome.

"Sì?"fu la sommessa risposta.

"Perché... perché mi hai chiamato padrone, prima?"

Ariadne sollevò il viso e mormorò guardandolo negli occhi."Perché quello… quello che tu mi hai chiesto di fare era qualcosa che il mio padrone mi faceva sempre... ed era sempre molto violento. Immagino che per un attimo abbia dimenticato dov'ero."

Gli fece un sorriso rassicurante che lo lasciò spiazzato.

"Sei stata schiava?" domandò.

"Sì, lo ero fino a due anni fa, quando mio padre finalmente mi trovò e mi riscattò. Credevo che lo sapessi, dato che lo sanno tutti."

Massimo scosse la testa. Quanto l'aveva giudicata male, credendola solo una ragazzaccia viziata in cerca di piaceri pericolosi! Povera creaturina, quanto doveva aver sofferto per reagire in quel modo! Aumentò l’intensità del suo abbraccio, volendo chiederle perdono per come l'aveva trattata ma non sapendo da che parte cominciare.

Seguì un altro lungo silenzio prima che Massimo lo rompesse ancora con una domanda, "Perché hai continuato a venire da me? Io non sono certo stato gentile con te..."

Ariadne lo fissò con grande serietà. "Perché ti amo, Ispanico. Fin dal primo momento in cui ti ho visto e i tuoi occhi disperati mi hanno parlato, ho capito che c'era qualcosa di speciale tra di noi... Tu sei stato l'unico a trattarmi con rispetto e gentilezza in questo posto.” Sorrise tristemente, "Tu non sai quel che significa essere considerata una puttana da tutti, perfino dai tuoi stessi servitori, e poi trovare qualcuno che ti tratta semplicemente come una donna..."

"Ma io ti ho trattata come una puttana in questi ultimi giorni.." esclamò Massimo consumato dal rimorso, ricordando il comportamento duro e gelido durante le visite di lei.

"Ti ho dato l'occasione di pensare che fossi davvero così... E non mi sono mai risentita con te per questo. Volevo solo avere la possibilità di stare con te, non m'importava a quale prezzo."

La dichiarazione appassionata di Ariadne gli strinse il cuore nel petto. La sua stima per la ragazza era tornata ed egli era davvero felice che la sua prima impressione di lei si fosse rivelata quella giusta, ma nel vedere come lei fosse innamorata, si sentì assalire di nuovo da dubbi e sensi di colpa. Lui non l'amava. Gli era cara e provava piacere ad andarci a letto, per il sollievo che questo dava alla sua mente, ma non sembrava abbastanza per lei... lei meritava molto di più.

Massimo si leccò le labbra e mormorò, "Ariadne, io apprezzo molto le tue parole, ma.. .io non ti amo né potrò mai amarti."

"Lo so," disse lei dolcemente, ma con fermezza.

"Che cosa?"

"La disperazione nei tuoi occhi... Tu non rimpiangi soltanto la libertà perduta... tu piangi qualcuno che hai perso, non è così?"

Massimo annuì piano, non fidandosi della propria voce.

"Ne ero certa." Ariadne sospirò, quindi lo guardò negli occhi con un pizzico di speranza, "Ma forse... t'importa di me.. un pochino?"

"Molto più che un pochino. Tu sei la sola cosa bella della mia vita,” replicò lui, serio.

"Allora per me é abbastanza,"disse lei sincera, sorridendo e sollevando la testa per baciarlo. Era la prima volta che tentava di fare una cosa del genere e quando le loro labbra si toccarono e si unirono, lui aprì la bocca invitandola a esplorarla, mentre se la metteva a giacere sopra e le sue carezze, da tenere che erano, cominciarono a diventare più intime e passionali. Lui la voleva, ma questa volta avrebbero fatto l’amore per davvero. Ariadne percepì che c'era qualcosa di diverso rispetto al passato, e le sue mani solitamente passive cominciarono a carezzarlo di rimando, in una sensuale scoperta che fece gemere Massimo. Rotolò su di un fianco ed invertì le loro posizioni, portandosi sopra di lei, le ginocchia e la mano sinistra che sostenevano il suo peso, mentre la destra esplorava la carne ardente e vogliosa sotto di lui e la bocca continuava a gustare la dolcezza di lei. La decisione di dare piacere ad Ariane gli fece dimenticare tutto fuorché lei, e la pace che ne derivò alla sua mente fu la benvenuta.

“Sei bellissima, Ariadne,” le sussurrò all’orecchio mentre la mano continuava a percorrerle il corpo salendo sopra le montagnole dei seni turgidi, iniziando a giocherellare con i piccoli capezzoli, finché sentì che s’indurivano per lui. Ariadne gemette, affondandogli le dita nei muscoli delle braccia. Massimo sorrise dolcemente a quella reazione, continuando l’assalto ai suoi seni con le labbra e la lingua, succhiando e leccando con tenerezza. Quella notte era tutta per lei, e lui voleva renderla speciale.

Le accarezzò a lungo i seni, perdendosi nei sospiri di beatitudine di Ariadne e godendosi le attenzioni che quelle piccole mani riservavano alla sua schiena, alle spalle e al collo. E quando una di esse gli scivolò lungo il ventre a carezzare la sua mascolinità eretta, Massimo gemette raucamente, ma le permise solo poche carezze prima di rimuovere la mano, baciarle il palmo e posarselo contro il petto.

“E’ abbastanza…” disse affannosamente, cercando di non perdere il controllo perché voleva fare molto di più. Ariadne lo capì e gli fece una piccola smorfia quasi a volergli dire, “Come vuoi, basta che non mi faccia attendere troppo a lungo.” Lui le mordicchiò il seno in giocosa risposta. La sua mano cominciò a percorrerle lenta il corpo, accarezzando i fianchi e il ventre fino a raggiungere la fenditura tra le cosce. Dividendo i riccioli umidi e la carne palpitante, utilizzò il dito medio per toccare il bocciolo rigonfio proprio al centro. Quindi lo inserì nell’umida, calda, compiacente apertura. Ariadne gemette per la sorpresa. Massimo ruotò il pollice contro il febbricitante cuore della sua femminilità, quindi mosse piano il dito medio avanti e indietro, un suggerimento di quel che presto sarebbe accaduto. Ariadne gemette e i suoi fianchi si inarcarono mentre cercava di seguire i movimenti del dito. Massimo la lasciò fare, godendosi il suono dei gemiti gli accarezzavano le orecchie e gli scaldavano il sangue. Quando un nuovo fiotto umido bagnò la mano di lui, Ariadne allargò le gambe e, premendo contro di lui disperata, lo supplicò, “Adesso…”

Capendo che avevano raggiunto entrambi il termine della loro resistenza, Massimo si abbassò su di lei si introdusse nella sua umida apertura, lasciandole un attimo di tempo per adattarsi alla sua presenza, volendo che lei assaporasse la lenta penetrazione, e notasse la differenza rispetto alle volte precedenti. Il suo membro duro la penetrò in profondità, allargandola e riempiendola, mentre lui si preoccupava di angolare il proprio corpo in maniera da stimolare tutti i suoi punti più sensibili. Ariadne rispose alle sue attenzioni afferrandogli le natiche e spingendolo per farlo penetrare ancor più dentro di lei. La lingua di Massimo le invase la bocca imitando con i suoi movimenti le spinte dei suoi fianchi, mozzandole il respiro fino a quando la sentì contorcersi e a irrigidirsi sotto di lui, i muscoli che si contraevano intorno a lui, le unghie gli graffiavano la schiena, ed egli inghiottì le sue grida estatiche.

Egli lottò per non perdere il controllo e non appena lei si fu calmata, iniziò a muoversi di nuovo, dapprima delicatamente, quindi con sempre maggiore forza, facendo in modo che Ariadne gemesse ancora di piacere malgrado fosse sazia. Egli si lamentò a bassa voce, spingendo verso l’alto con movimenti potenti, impalandola ripetutamente con la sua carne turgida mentre si avvicinava all’orgasmo, e i suoi movimenti diventavano scomposti. Non appena si sentì pronto a spargere il suo seme, egli fece scivolare le dita tra di loro e strofinò il centro di lei, facendole perdere ancora una volta il controllo, prima di seguirla nell’estasi, mescolando le proprie grida gioiose a quelle di lei.

Massimo crollò sulla piccola figura sudato, esausto e in pace con se stesso, come non lo era mai stato dopo i loro precedenti, furiosi accoppiamenti. Sentì le mani di lei carezzargli i capelli e le spalle e udì la sua voce sussurrargli “ti amo”. Il cuore gli contorse con dolore al pensiero di un’altra voce femminile che gli aveva detto le stesse parole e lui si sentì in colpa per non essere in grado di ricambiare, ma scacciò via con decisione quei pensieri. Rotolò quindi sulla schiena, l’abbracciò e le sollevò il viso per guardarla negli occhi, con una muta domanda nello sguardo. Ariadne annuì con la testa, a stento capace di credere che lui le avrebbe infine permesso di condividere il suo sonno, ed entrambi allungarono le braccia per prendere la coperta che era ai piedi del letto, coprendo con essa i loro corpi sudati. Il giaciglio era piccolo, e non molto confortevole, ma loro non ci fecero caso mentre, per la prima volta dopo anni, Massimo si addormentava tra le braccia di una donna, con un leggero sorriso che gli aleggiava sulle labbra.

*****

Il sole tardo pomeridiano filtrava nella casa dalle finestre aperte, i suoi raggi non più roventi ma piacevolmente tiepidi, accompagnati com’erano dalla lieve brezza che soffiava dal deserto. Fuori, nel cortile d’allenamento le attività erano quasi cessate, mentre i gladiatori e i servitori si apprestavano a tornare ai loro alloggi per trascorrervi la penultima notte prima della partenza per Roma.

Sola nella sua stanza, Ariadne stava piegando i propri vestiti, sistemandoli sul letto in cumuli ordinati, pronti ad essere sistemati nelle ceste da viaggio appoggiate contro il muro. Poiché suo padre non aveva stabilito un tempo preciso per il rientro a Zucchabar, tutto il letto era coperto di tuniche, pallae, mantelli e accessori vari ma, non dovendo dormire lì, lei non aveva alcuna ragione di sbrigarsi a sgombrare il tutto.

Ariadne ridacchiò e arrossì pensando al motivo per cui non avrebbe dormito lì e, com’era accaduto durante tutto il giorno, la sua mente tornò a quel che era successo la sera prima nella cella dell’Ispanico. Ricordò come l’atteggiamento di lui fosse cambiato, dall’essere gelido e iroso che le aveva ingiunto di mettersi a quattro zampe, all’uomo gentile che l’aveva baciata e accarezzata con tanta tenerezza, e più di una volta, durante la notte. Ariadne semplicemente sapeva che il vero Ispanico non era quello duro e autoritario ma quello dolce e disponibile, ed era felice che la sua vera natura avesse in fine visto la luce, facendoglielo amare ancora di più. Certo, le era piaciuto quando lui l’aveva presa rudemente, ma essere presa con gentilezza e attenzione, così come aveva sempre sognato era molto meglio… e poi le aveva permesso di passare la notte con lui, accoccolata al suo fianco, la testa posata sul suo petto, il battito del cuore che la cullava e scacciava gli incubi che avevano incominciato a turbarle sonno.

L’unico particolare che rovinava quel momento perfetto era il sapere che l’Ispanico non l’amava, ma Ariadne sperava che le cose potessero cambiare, con il trascorrere del tempo e lei era disposta ad aspettarlo. E nel frattempo… Una smorfietta maliziosa apparve sul viso di Ariadne e i suoi piedi quasi danzarono mentre prendeva altri vestiti da piegare, desiderosa di finire presto, il sangue che già le correva più veloce nelle vene pensando all’Ispanico e al modo in cui avrebbero trascorso la serata.

 

*****

“Sei mai stato a Roma, Ispanico?” chiese piano Ariadne, la testa posata sul petto di lui. Era la terza notte che passavano insieme da veri amanti, facendo l’amore e parlando tra di loro, e l’ultima che avrebbero trascorso a Zucchabar, prima della partenza della scuola gladiatoria per la Capitale, il giorno successivo. Massimo si mosse nel letto e rispose, “No, non sono mai stato nella penisola italiana. E tu?”

“Io sono stata concepita a Roma, ma non l’ho mai vista perché sono nata a Bononia (Bologna)…Poi ho lasciato l’Italia quando sono stata venduta in Grecia, tanti anni fa.”

“Oh,” Massimo era curioso del suo passato, ma sapendo come certi ricordi fossero per lei ancora dolorosi, si frenò dal porre ulteriori domande. Tuttavia Ariadne sembrò leggergli nella mente perché gli disse, “Il mio passato non è più così spaventoso, adesso che sono tra tue braccia…” e gli baciò lievemente il torace, mentre lui la stringeva più forte. Qualcosa nel tono di lei gli fece pensare che forse aveva bisogno di parlarne, allora le disse, “Vorrei conoscere la tua storia.”

Ariadne annuì e cominciò a parlare, con un tono calmo e quieto."Mia madre e mio padre si conobbero quando lui combatteva nel Colosseo. Lei apparteneva all'editor dei giochi e lavorava come cuoca per i servi e i gladiatori. Si conobbero proprio come abbiamo fatto noi, quando lei gli portò da mangiare. Mia madre mi disse che il loro fu amore a prima vista.” Lui la sentì sorridere contro la propria pelle, prima che continuasse, "Allora mio padre era considerato un ottimo gladiatore e godeva di maggiore libertà rispetto agli altri, così fu in grado di incontrarsi con mia madre con regolarità. Rimasero insieme per quattro mesi. Mio padre stava mettendo da parte il denaro per comprarsi la libertà ma promise a mia madre che lo avrebbe usato per riscattare lei. Tuttavia, prima che potesse farlo, il padrone lei morì all’improvviso e gli schiavi, come i beni, furono suddivisi fra i suoi eredi.” Ariadne si fermò, deglutendo a fatica. “Non ebbero neppure la possibilità di salutarsi. Un giorno erano insieme, quello dopo mia madre fu mandata a Bononia senza che mio padre ne sapesse niente.”

Massimo strinse il suo abbraccio in segno di silenziosa solidarietà, mentre lei prendeva un profondo respiro prima di continuare. “Ho passato i primi anni della mia vita in un podere, dove mia madre faceva la cuoca. Quindi fummo ancora vendute…e ancora, sempre in posti diversi finché un giorno, avevo dieci anni, ci separarono. E fu l’ultima volta che vidi mia madre. Fui venduta ancora, finché non venni acquistata da un mercante illirico…” Ariadne rabbrividì e Massimo capì che stava parlando dell’uomo che l’aveva brutalizzata.

“Shhh…” la acquietò, “Adesso non è più qui… non può più farti del male…”

“Lo so… Ma delle volte mi sveglio nel mio letto, temendo che questo sia un sogno e io sia ancora nelle sue mani…”

Massimo la sentì rabbrividire e le carezzò gentilmente la schiena finché lei si calmò e continuò a raccontare la sua storia. “Mio padre mi trovò dopo che ebbi passato due anni della mia vita con quell’uomo e mi comprò, portandomi via. Aveva ritrovato e riscattato mia madre tre anni prima, e erano vissuti per qualche tempo insieme, amandosi e cercandomi, finché lei morì per una febbre. Sul suo letto di morte, lui le promise che mi avrebbe ritrovata… e così fece. Agli inizi, lo consideravo come se fosse un altro padrone, ma con il passare del tempo iniziai a calmarmi… e a capire chi fosse lui in realtà per me.” Sorrise, “So che potrebbe riuscirti difficile crederlo, ma è un brav’uomo… almeno con me. Noi…non parliamo molto. Siamo entrambi taciturni e penso che lui si senta in colpa per non avermi trovata prima… Ho provato a dirgli che non deve considerarsi responsabile di quel che è accaduto, ma riesce ad essere talmente testardo…”

“Proprio come te, mia signora,” disse Massimo per alleggerire l’atmosfera.

“Penso di sì.”

Risero un poco insieme, quindi lei gli chiese, timida, “Vorresti raccontarmi… del tuo passato?”

Massimo sospirò pesantemente, “Preferirei non farlo. Vedi, la tua vita è migliorata da quando tuo padre ti ha trovata… ma non è stato altrettanto per me. E il mio passato è ancora troppo vicino… lo sto ancora vivendo.”

“Capisco. Non volevo rivangare brutti ricordi… E’ solo che mi piacerebbe sapere il tuo nome. Non mi sembra più appropriato chiamarti Ispanico.”

Massimo si morse il labbro inferiore. Lei non gli stava domandando molto…Ma era pronto a rivelarle il suo vero nome? Era pronto a sentirlo pronunciare da un’altra voce di donna? A sentirglielo gridare mentre raggiungeva il culmine dell’orgasmo? D’altra parte, lei chiedeva sempre così poco per sé e gli dava così tanto che non se la sentì di negarglielo. “Il mio nome è Massimo.”

La sentì girarsi tra le sue braccia, scivolare lungo il suo corpo per poi baciargli la guancia barbuta. “Grazie, Massimo.”

“Mi piace sentirglielo dire,” pensò, prima di voltare la testa e baciarla, lentamente e appassionatamente, sulla bocca. Poi cominciarono a fare di nuovo l’amore, dimenticando tutto nel calore del loro abbraccio.

*****

Il fasciame della nave gemeva e scricchiolava rollando, man mano che la nave si avvicinava alla meta. I marinai a bordo avevano urlato che c'era una tempesta in arrivo prima del tramonto. Erano riusciti ad evitare la pioggia, ma i cavalloni rabbiosi dell'imminente tempesta giocavano con il piccolo scafo sbatacchiando come panna i suoi occupanti.

La piccola cabina che Massimo occupava, ufficialmente perché Proximo voleva che il più forte dei suoi gladiatori stesse in un posto più sicuro delle stive, ma in realtà perché questo consentiva ad Ariadne di passare le notti con lui, non aveva finestre, il che rendeva l'incessante rollio ancor più fastidioso dato che, ad ogni movimento, egli sentiva il giaciglio sotto di se scivolare a sinistra. Quindi, all’improvviso, sembrava che il pavimento sotto di lui cedesse e poi si sollevasse.

C’era da stupirsi, anche se non gli dispiaceva, tutt’altro, che Ariadne riuscisse a dormire in quella situazione. Era raro che dormisse profondamente. Da quando aveva iniziato a stare con lui fino all’alba, si contavano sulla punta delle dita le notti in cui aveva dormito serena. Era perseguitata dagli incubi, dei quali non si ricordava con precisione, ma lui sapeva che avevano a che fare con il suo passato. Ancora una volta, la pelle di Massimo arrossì di vergogna al pensiero della notte in cui lei l’aveva chiamato padrone, rimproverandosi per essere arrivato a compiere azioni così crudeli e depravate. Da allora lui aveva cercato di cancellare il passato, ma lei era ancora perseguitata dai sogni.

Accanto a lui, Ariadne iniziò a tremare e a gemere ed egli strinse la presa intorno alla sua vita. Accadeva sempre così. Era calma e, all’improvviso, il suo corpo si irrigidiva, come quello di un soldato pronto a parare il colpo. Poi si metteva a piagnucolare sommessamente, come se temesse di farlo a voce alta.

“Shhh,” la scrollò gentilmente Massimo per svegliarla, “E’ solo un sogno… shhh…”

Gli occhi castani si aprirono, disorientati dapprima, quindi pieni di sollievo. La ragazza fece un profondo respiro, quindi si strinse ancora di più al suo petto. “Grazie,” sussurrò nel silenzio. L’Ispanico le rispose con un piccolo bacio sulla punta del naso. “Non è niente. Tu avresti fatto lo stesso per me.”

“Ma tu non sogni mai,” commentò la ragazza.

Massimo fu sconvolto da quella verità.

“Ma lo farai.” La giovane continuò decisa, prima che lui completasse il pensiero. “Un giorno, quando tutto sarà passato. Sognerai.”

“Di che cosa parli?” Gli sarebbe piaciuto squarciare l’oscurità in modo che una piccola luce gli permettesse di guardarla bene in faccia. Andando a tentoni trovò i suoi tratti delicati, e con le mani callose percorse la linea sottile delle sue labbra.

“Volevo dirti, avvertirti che i sogni verranno. Per un certo periodo, dopo che mio padre mi ebbe trovata, ho dormito in pace. Ma dopo che ti ho trovato, i sogni sono cominciati.”

“Quando mi hai trovato?”Ancora una volta, l’Ispanico sentì il peso della vergogna. “Sono stati i miei maltrattamenti a far cominciare i brutti sogni?”

“Mi hai frainteso.” Le piccole dita di Ariadne si chiusero sulle sue, guidandole via dal suo viso e giù lungo il suo fianco. “Sono iniziati quando le cose hanno cominciato ad andare meglio… quando è iniziata la guarigione.” Le sue dita si mossero lungo il braccio di lui fino a raggiunger il punto dove un tempo il suo tatuaggio SPQR era stato. “Una cicatrice.” Massimo rabbrividì.

“Non potrai fuggire sempre il tuo passato,” predisse Ariadne con calma, “Prima o poi, quando sarai abbastanza forte, tornerà.”

Egli poté solo annuire nel buio, prima di posare la testa sul cuscino e chiudere gli occhi, cercando di addormentarsi un’altra volta, anche se la sua mente non cessava di chiedersi se sarebbe vissuto abbastanza a lungo da tornare a sognare.

*****

"Ariadne!" la voce di Proximo, che era tesa ed imitava, non di proposito, il tono del suo ex padrone, fece rabbrividire la ragazza, che si affrettò a sistemarsi i vestiti, voltandosi poi di scatto. Suo padre, notando il suo sconforto addolcì l'espressione e le disse ancora, "Siamo quasi pronti per la partenza. Gli uomini devono smontare la tua tenda."

La ragazza annuì e corse fuori, sbirciando il carrozzone dove sapeva che i servi avrebbero distribuito le razioni mattutine di pane e formaggio e, per la figlia del padrone, qualche frutto e una cucchiaiata di miele. I suoi occhi puntarono le nuvole all'orizzonte, non molto sicura sulle loro intenzioni di trasformarsi in temporale o dissolversi in un giorno sereno. Esse sembravano riflettere il suo stato d'animo. Quel giorno sarebbero infine giunti a Roma. La ragazza non sapeva se guardare alla Capitale con eccitazione o terrore.

"Non mi sembri in gran forma, figliola. Hai forse dormito male?" chiese Proximo indicando con un gesto del mento il mucchio di stoffa che gli schiavi avevano smontato e piegato. Egli aveva permesso ad Ariadne di stare con l'Ispanico sulla nave, ma durante il tragitto dalla costa, circondati da estranei, aveva pensato che stare troppo in sua compagnia sarebbe stato sconveniente. "Andrà meglio in città stanotte. Arriveremo al Ludus Magnus e potrai dormire in un vero letto."

Ariadne si sforzò di sorridere. Suo padre la prese per il braccio e la guidò verso il suo cavallo.

"Potresti non vai avanti con uno dei miei uomini?" Suggerì, “Non c'è ragione perché tu debba mantenere l’andatura lenta del nostro convoglio. La città raccoglie tali meraviglie che nemmeno potresti immaginare. Perché non esplorarla in attesa del mio arrivo?"

La giovane scosse a malapena la testa, lasciando danzare i riccioli neri. "No, padre," disse calma, "Preferisco aspettare."

L'uomo chinò il capo in segno d'assenso quindi si voltò a dare un'ultima occhiata alle masserizie. Smontare l'accampamento era un lungo e complicato lavoraccio. Ariadne lo odiava e avrebbe preferito che la loro nave avesse attraccato ad Ostia, invece che in un porto più meridionale, ma aveva compreso il desiderio di suo padre di fare un ingresso trionfale, con i suoi gladiatori non visti e non fatti oggetto di chiacchiere prima della loro apparizione nell’arena.

Finalmente, venne il momento della partenza. Ariadne cavalcava a fianco di suo padre quanto incontrarono la via Appia e percorsero il tratto finale verso la città. Infine lei la vide, dall’alto di una collina, e la guardò in tutta la sua estensione. Sembrava che si allungasse sotto il suo sguardo, un lenzuolo latteo di candido marmo, un mare di neve.

“Non è magnifica?”Accanto a lei, Proximo pronunciò parole quasi reverenti. “Noi saremo i suoi padroni, Ariadne. Io e te. Ero in catene quando vi entrai per la prima volta, ma adesso… adesso noi rientriamo da padroni.”

Lei voltò la testa, domandandosi quali emozioni gli si agitassero in petto. Lui sollevò lo sguardo e le sorrise, anticipando i suoi pensieri, “Sento che avremo fortuna.” Le disse.

Dopo un momento di pausa, i carri ripresero la marcia. Sembrava che i cavalli sentissero la vicinanza delle lettiere di fieno fresco e secchi colmi di avena. Sembravano diventare più veloci, man mano che le porte della città si avvicinavano. L’imperatore aveva garantito particolari permessi ai convogli che trasportavano i gladiatori, concedendo loro di attraversare la città di giorno, ma Ariadne e suo padre furono costretti a smontare di sella e a lasciare i cavalli nelle scuderie fuori le mura.

“Numerio ti accompagnerà al tuo alloggio,” Proximo disse alla figlia, una volta giunti al Ludus Magnus. Poi le mise in mano una moneta. “Puoi farti un giretto al mercato, se t’interessa. Comprati qualcosa di carino.” E ammiccò felice, come se la città avesse infuso nuova vita alla sua faccia corrucciata e bruciata dal sole. “Ma sii di rientro prima del crepuscolo, per cena.”

Ariadne annuì con un cenno del capo quindi si voltò e si incamminò, non senza aver prima lanciato un’occhiata al carrozzone. Vide che Massimo stava parlando con Juba e Haken. Sembravano tesi e si guardavano intorno. Forse, come aveva fatto lei, si domandavano se la fortuna avrebbe sorriso loro…O se le intenzioni segrete della Dea nei loro confronti erano altre.

 

*****

La notte era già scesa su Roma e Massimo era sul punto di ritirarsi nel suo giaciglio quando udì la porta aprirsi e Ariadne entrò nella cella. Juba stava già dormendo e inconsciamente si coprì gli occhi con la coperta per proteggersi dalla luce della lampada di lei. Ariadne lo guardò con un leggero senso di colpa, quindi si voltò verso Massimo. "Non volevo disturbarti ma desideravo augurarti buona fortuna per domani." Lui le sorrise gentile, ma non le disse di quanta fortuna avrebbe avuto bisogno per essere in grado di fare quel che doveva. Il suo cuore era pesante per i sensi di colpa, perché sapeva che lei avrebbe sofferto tanto quando lui fosse morto. Avrebbe voluto evitarle un simile dolore, poiché sapeva, fin troppo bene, cosa significasse perdere le persone che ami. Ma non poteva cambiare il corso della sua vita. La sua famiglia e il suo imperatore gridavano vendetta e lui avrebbe fatto tutto quello che poteva per dar loro la pace. Era questo il suo destino; non avrebbe potuto cambiarlo. Allora, semplicemente, le disse, "Grazie."

Ariadne abbassò la testa e si mise a giocherellare con il ciondolo di cuoio che lui portava al collo. "Vorrei tanto rimanere qui con te, ma penso che sia meglio tu riposi tutta la notte." Il suo tono indicava che stava sperando che lui la contraddicesse, ma così non fu.

"Sì, Ariadne, è vero. Domani sarà una giornata pesante, e ho bisogno di dormire..." ‘E concentrarmi su ciò che dovrò fare…’ All’improvviso Massimo la prese per le spalle, a l’attirò a sé, stringendola forte tra le braccia. "Per favore, ricorda sempre che mai scorderò la tua gentilezza e il conforto che mi hai dato." Le sussurrò tra i capelli con voce bassa e urgente.

Un brivido le corse lungo la schiena e lei fece un passo indietro per guardarlo con occhi confusi e un po'spaventati. "Massimo? Stai bene? Perché parli così? Sembra quasi un addio..."

‘Lo era,’ pensò lui. ‘Domani proverò ad uccidere Commodo e potrebbe essere la mia ultima azione...’ Ma di certo non glielo disse a voce alta. Si sforzò invece di sorriderle e sussurrò, "Sono solo molto preoccupato per domani. Non volevo spaventarti."

Ariadne si rilassò un poco."Mio padre dice che tu sei il miglior gladiatore che abbia mai visto e perciò non devi temere niente. Tu vincerai."

"Beh, questo mi rassicura parecchio!" Sorrise, "E adesso andiamo a dormire, Ariadne. Ho davvero bisogno di riposarmi."

Lei annuì, "Hai ragione. Ti ho tenuto sveglio troppo a lungo. Buonanotte, Massimo, e gli dei siano con te, domani."

"Buonanotte, Ariadne." Si baciarono a lungo e con passione, e Massimo mise tutti i suoi sentimenti in quel bacio. Quindi lei se ne andò, lasciandolo con le sue speranze di vendetta e i suoi molti rimpianti.

 

*****

Ariadne stava passeggiando avanti e indietro nelle stanza del Colosseo dove i proprietari dei gladiatori osservavano i combattimenti e dove suo padre l’avrebbe presto raggiunta dopo aver parlato con Cassio, l'editor dei giochi.

La ragazza era meravigliata dalla vastità dell'arena che, vista da dentro, sembrava ancora più grande che da fuori, dal lusso della tribuna imperale e dall'impressionante seguito che circondava l'imperatore, ma ben presto i suoi occhi tornarono alla pista coperta di sabbia dove Massimo e i suoi compagni gladiatori erano appena entrati, portandosi al centro e fermandosi lì. A causa del rumore della folla, Ariadne non era in grado di comprendere ciò che Cassio stava dicendo, ma sobbalzò quando i cancelli dell'arena si spalancarono e alcuni carri da guerra irruppero in pista, circondando gli uomini di suo padre. In quel preciso momento, Proximo entrò nella stanza con un'espressione corrucciata sulla faccia, e fu accolto dai commenti sarcastici di altri due uomini, forse proprietari dei gladiatori che combattevano sui carri. "I tuoi uomini saranno trucidati tutti! Non hanno alcuna possibilità!"

Ariadne impallidì, fu assalita dalla nausea e suo padre le prese la mano ghiacciata, stringendola e dicendo, "Abbi fede." Lei annuì con la testa e gettò un'occhiata alla pista; due uomini giacevano già nella sabbia con i corpi trafitti dalle frecce, e comprese che non sarebbe stata capace di assistere all’intero combattimento. Era così preoccupata per Massimo che stava tremando; così decise di fare come a Zucchabar, e voltò le spalle alla carneficina, pregando per la salvezza dell’uomo che amava e dei suoi compagni.

Ariadne non seppe quanto tempo fosse passato, ma all’improvviso udì il padre ridere ed esclamare eccitato, "Guardalo! Guardalo!"

Lei si fece coraggio e si voltò, appena in tempo per assistere agli ultimi istanti della battaglia e guardare Massimo, inconfondibile nella sua armatura nera, guidare il suo piccolo gruppo alla vittoria. Un largo sorriso compiaciuto le apparve sul viso prima che lei e il padre si scambiassero un lungo abbraccio di felicità.

Tuttavia, pochi minuti dopo, Proximo s'irrigidì vedendo un gruppo di pretoriani marciare dentro la pista e circondare i suoi uomini, ordinando loro di deporre le armi.

"Che sta succedendo?" domandò Ariadne, sentendo la tensione e la nausea assalirla di nuovo.

"Non lo so. Forse l’imperatore vuol incontrare l'Ispanico. Dopotutto, ha dato spettacolo.”

"Capisco.” Ariadne tornò a guardare il centro dell'arena e presto si rese conto che c'era qualcosa che non andava. Come suo padre aveva predetto, l'imperatore stava parlando con Massimo, ma la conversazione non sembrava procedere pacatamente. Dopodiché l'Ispanico si voltò, mostrando la schiena a Cesare.

"Che stai facendo, pazzo? " sibilò Proximo, "Vuoi farti ammazzare?"

Un silenzio sconvolto cadde sul Colosseo alla vista di gesto, e così, quando Massimo si voltò dopo essersi tolto l’elmo, le sue parole risuonarono forti e chiare...e irose.

"Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell'esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo fedele dell’unico vero imperatore, Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa e avrò la mia vendetta, in questa o nell'altra vita."

Padre e figlia si cambiarono uno sguardo sconvolto. Massimo...un generale delle legioni! Era davvero possibile? E perché aveva osato parlare in quel modo a Cesare? I loro occhi tornarono sulla pista dove Commodo aveva ordinato alle guardie di sguainare le spade. Per un lungo, interminabile istante, Ariadne credette di dover assistere alla morte di Massimo, ma poi la folla cominciò a scandire, "GRAZIA! GRAZIA! GRAZIA!" con tale veemenza che Commodo non poté ignorarla.

L'ultima cosa che Ariadne vide prima che il buio la cogliesse e si lei afflosciasse tra le braccia di suo padre, fu Cesare che alzava il pollice verso Massimo, prima di voltarsi e scomparire nei corridoi del Colosseo.

*****

Massimo era seduto al tavolo della sua cella, tentando di allentare la tensione. Di fronte a lui c'erano alcuni gusci di noce e ci stava giocherellando, muovendoli con la punta di freccia che aveva raccolto al Colosseo, la stessa che avrebbe voluto piantare nel collo di Commodo ma non aveva potuto farlo per la presenza del figlio di Lucilla.

"Ispanico, hai visite!" sbraitò una guardia prima di aprire la porta e lasciar entrare qualcuno. Si trattava di Ariadne.

Sembrava molto pallida e stanca ma forse era solo la poca luce della stanza che la faceva sembrare così. Non appena la porta si chiuse, la ragazza gli corse tra le braccia e Massimo fece appena in tempo ad alzarsi in piedi e ad afferrarla. Se la strinse al petto e lei si nascose singhiozzando contro il suo collo, del tutto indifferente alla presenza di Juba. "Ero così preoccupata per te! Sono perfino svenuta al Colosseo."

"Davvero? E adesso come ti senti?" Le mani di la sfiorarono con delicatezza, mentre gli occhi studiavano il suo viso.

"Sto meglio, ma Massimo, ho tanta paura per te! Ho sentito delle chiacchiere nel corridoio... Dicono che l'imperatore ti odia... E' vero? E' vero che eri un generale?"

Massimo annuì lentamente. "Sì, ero davvero un generale. In quanto a Commodo, ha tentato di farmi fuori in Germania e non dubito che ci proverà anche qui." Era un dato di fatto, non era il caso di negare l'evidenza ed era meglio prepararla all'eventualità della sua morte.

Ariadne si morse il labbro inferiore per impedirsi di piangere. Aveva sperato di essere rassicurata, ma vide che questo non sarebbe accaduto."E... Cesare è responsabile anche della morte di tua moglie e di tuo figlio?" Massimo annuì. "E' per questo che vuoi ucciderlo... E' per questo che volevi trovarti di fronte all'imperatore... Tu non hai mai cercato la libertà... Solo la possibilità di vendicarti, non è così?" Disse Ariane, mentre ogni tessera del mosaico trovava la giusta collocazione.

"Si," sussurrò Massimo, "Mi dispiace. Non volevo farti soffrire, ma..." E Ariadne lo fece tacere posandogli un dito sulle labbra.

"Per favore, non aggiungere altro, capisco tutto." Sospirò profondamente, "Mio padre non vuole che venga qui. Ha detto che è pericoloso."

"Ha ragione." Massimo enfatizzò le sue parole con un cenno della testa, "E' pericoloso starmi vicino. Prometti che starai lontana; sei l’unica cosa bella che mi sia rimasta, non posso rischiare di vederti malmenata... o uccisa, come mia moglie." Le prese la mano e se la portò alla bocca, baciandola con reverenza. Le lacrime cominciarono a scorrere lungo le guance di Ariadne mentre lei annuiva lentamente con la testa.

"Adesso vai,"sussurrò Massimo con voce convulsa. La ragazza annuì ancora e dopo un lungo e tuttavia troppo breve abbraccio, si avvicinò alla porta. Ma prima di uscire, si voltò ancora una volta e mormorò, “Ti amo, Massimo. Non dimenticarlo mai."

"Non lo farò."

E se ne andò.

 

*****

Ariadne corse lungo il corridoio, non volendo scoppiare a piangere di fronte alle guardie.

Non appena fu lontana da loro, nascosta in un angolo, si fermò e appoggiò la testa al muro, mentre le lacrime che aveva cercato invano di trattenere iniziarono a scenderle dagli occhi. Perché la vita era così crudele? E come avrebbe potuto vivere nei prossimi giorni sapendo che l’uomo che amava, l’uomo che aveva dato un senso alla sua vita, si trovava in mortale pericolo? Se solo fosse stata in grado di aiutarlo, in qualche modo! Ma come? Non era semplicemente una questione di combattimenti tra gladiatori, c’era di mezzo la politica e lei era solo una povera liberta, non una gran matrona come quella che era appena transitata per il corridoio. Ariadne si irrigidì a quella vista inaspettata. Chi era? Curiosa, seguì la donna finché la vide entrare in una cella vuota. Era forse una di quelle donne che amavano intrattenersi con i gladiatori? Si domandò un po’ morbosamente, solo per sentire il sangue defluirle dal volto quando vide due guardie accompagnare Massimo in quella stessa cella. Dall’espressione sul suo viso, lui non sembrava felice e Ariadne non sapeva se avrebbe dovuto tranquillizzarsi o preoccuparsi. Lo stomaco le si contorse ed un ondata di nausea la travolse ancora una volta, tanto che di malavoglia decise di rientrare nella sua stanza, sempre pensando alla donna misteriosa. Chi era? E soprattutto, che cosa voleva da Massimo?


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