seconda parte
By Ilaria
La ragazza tornò la sera successiva.
Nel momento in cui entrò nella cella dell'Ispanico per la terza volta,
Ariadne sapeva già che era inutile cercare di avviare una qualche
conversazione con lo scontroso gladiatore. Invece rimase silenziosa, con
il fiato sospeso in attesa che lui facesse la prima mossa.
Nel momento in cui lei entrò nella sua cella per la terza volta,
Massimo sapeva già che era inutile cercare di negare che lui la stava
aspettando… e che temeva non tornasse.
Dopo che lei aveva lasciato la cella la notte precedente, lui non aveva
avuto tempo di pensare al dovere, all'onore e al fatto di averli traditi
entrambi perché l'oblio lo aveva colto di sorpresa, e lui aveva dormito
come non aveva fatto da anni. Per la prima volta dacché aveva visto la
sua casa in fiamme e la sua famiglia sterminata, il suo sonno era stato
lungo e ininterrotto, tutta la rabbia che aveva in corpo totalmente
dimenticata. Si era svegliato fresco e ben riposato, la dolorosa tensione
che aveva accompagnato ogni singolo istante della sua vita recente
scomparsa, il corpo rilassato e la mente sgombra. Era seguito un momento
di rabbia perché egli sapeva che la ragione del suo benessere altro non
era che il fatto di essersi abbandonato alla propria lussuria e di essersi
perso nel corpo di quella prostituta, come aveva rifiutato di fare per
anni, per via della fedeltà a sua moglie.
Ma la rabbia aveva avuto vita breve. Quella ragazza svergognata e
spudorata aveva insistito nel recitare la parte della prostituta per le
sue meschine ragioni e nel frattempo gli aveva impartito una lezione
inattesa: che usando il corpo di lei, egli poteva sconfiggere la sua
battaglia interiore contro i demoni che lo tormentavano e a togliere loro
la possibilità di portargli via il sonno, rendendolo nervoso, teso,
agitato.
Massimo era stato un soldato troppo a lungo per non sapere che, quando
infine avesse messo piede a Roma, avrebbe avuto sola una possibilità di
colpire Commodo e compiere la sua vendetta. Non poteva permettersi il
lusso di fallire i suoi cari un’altra volta.
La guerra e i giochi gli avevano insegnato a utilizzare qualunque
risorsa o arma egli capitasse a tiro per mantenersi non solo vivo ma anche
forte e sano. La vendetta sarebbe stata la battaglia finale della sua vita
e quella puttanella non era che un’altra arma da usare per raggiungere
la vittoria. Il suo maledetto padre gli aveva dato una ragione di vivere
quando gli aveva prospettato l’ipotesi che, diventando un grande
gladiatore a Roma, avrebbe avuto la possibilità di ritrovarsi faccia a
faccia con Commodo. Dopodiché la sua maledetta figlia gli aveva offerto
la possibilità di liberarsi dei suoi demoni e di mantenersi sano e forte
per riuscire nella sua impresa…
E adesso lei era lì, e il suo profumo di puttana gli aleggiava intorno…
L’Ispanico giaceva sul letto, come quando lei aveva lasciato la cella
la sera prima. Sembrava non si fosse mosso da allora, ma Ariadne sapeva
come stavano le cose. L’aveva spiato mentre si allenava con gli altri
gladiatori e si era sentita rimescolare dentro alla vista dei rivoli di
sudore che gli scorrevano lungo la pelle, evidenziando splendidamente la
sua potente muscolatura.
Quando aveva lasciato la cella con le gambe tremanti e il corpo scosso
ancora dalla forza del loro accoppiamento, Ariadne era crollata sul letto
e si era addormentata senza riuscire neppure a lavarsi. Aveva dormito fino
a tardi e, quando si era svegliata sentendosi addosso l'odore
dell'Ispanico, si era raggomitolata, ancora troppo sconvolta da quel che
aveva provato tra le braccia di lui... Non era stato dolce e premuroso.
L'aveva usata, umiliata, gioendo della sua frustrazione... eppure
quell'esperienza l'aveva eccitata. L'aveva presa con estrema durezza, ma
lei non si era sentita usata com'era capitato con il suo vecchio padrone.
Confusa, Ariadne si era alzata dal letto, e quando si era lavata aveva
scoperto che le sue cosce erano ancora irritate dalla violenza degli
assalti di lui. Era arrossita, se n'era compiaciuta, dopodiché,
sospirando, si era lasciata ricadere sul letto e aveva sognato ad occhi
aperti... E nei suoi sogni, l'Ispanico l'aveva presa ancora e ancora ma
non era stato freddo e distante, bensì gentile e premuroso com'era stato
finché lei non era andata da lui per la prima volta. Lui non si era
limitato a usarla, ma l'aveva amata come lei desiderava essere amata,
chiamandola per nome, baciandole le labbra con passione ma anche con
tenerezza...
"Che cosa stai aspettando?"
La profonda voce tonante di lui la scosse dalle sue fantasie. Questo
non era un sogno ma la vera, sgradevole quotidiana realtà. L'Ispanico non
l'avrebbe amata, ma semplicemente presa come fosse stata la puttana che
credeva lei fosse, e lei lo avrebbe accettato e perfino goduto delle sue
rudi attenzioni. Ma quella sera, nonostante l'eccitazione e l'aspettativa
che circondavano i loro incontri, Ariadne era triste. Se solo fosse stata
capace di parlargli,di convincerlo ad aprirsi con lei... Si stava
innamorando, ma lui non le permetteva di dimostrarglielo.
Con dita tremanti, si tolse i vestiti e li lasciò cadere sul freddo,
duro pavimento della cella. Quindi s'incamminò, nuda, verso di lui.
L'Ispanico non si mosse ma le saettò una gelida occhiata e Ariadne sentì
i brividi lungo la schiena. Lui giaceva supino, coperto solo dalla
biancheria, una fascia di lino che non riusciva a celare la già vigorosa
erezione. La tunica azzurra era accuratamente piegata sulla panca di
pietra. Ariadne pensò fosse un particolare curioso. Gli uomini di solito
non erano ordinati con la loro roba. Ma lei sapeva che l’Ispanico era un
ex legionario e ai soldati di Roma veniva insegnato ad essere ordinati con
i loro effetti personali allo stesso modo in cui veniva insegnato loro a
combattere.
Esitando, gli toccò la spalla nuda e, malgrado fosse teso, lui la
lasciò fare. Ariadne desiderava accarezzarlo tanto quanto desiderava
essere accarezzata da lui e passò la punta delle dita sul suo petto,
sfiorando dolcemente la pelle abbronzata spruzzata di soffice pelo
schiarito dal sole. Sembrava così assurdamente morbido, come seta stesa
su marmo scolpito.
Massimo si sentì addosso le dita di lei e il sangue gli si scaldò in
istintiva risposta. Era stato duro per lei fin dal primo momento in cui
aveva messo piede nella cella, ma le sue carezze lo fecero ardere. Non
voleva che lei lo accarezzasse. Non voleva che lei lo sporcasse più di
quanto non avesse già fatto. Non era sua moglie, era una puttana, e le
puttane non compiono gesti d’amore, si limitano a vendersi per essere
usate da uomini libidinosi. Tuttavia c’era un che di strano in quella
ragazza. Non era che una cagna vogliosa eppure, ogni tanto, a dispetto del
comportamento spudorato, sembrava timida e vulnerabile, come aveva sempre
pensato che fosse fino alla sera che si era presentata nella sua cella,
mentre quelle come lei erano di solito dure e sfrontate.
Lei continuò ad accarezzargli il torace e lui si sentì cullato dal
calore e dai gesti di quella mano… Era bello… Era come… Le afferrò
il braccio e l’attirò a sé. La ragazza gli cadde sopra il petto con un
gridolino di sorpresa e Massimo se la mise sotto il corpo, dove lei rimase
immobile, gli occhi spalancati. Si guardarono l’un l’altra per un
attimo, quindi Massimo si tolse la fascia inguinale, liberando il suo
membro già palpitante.
Alla sensazione di lui che le premeva caldo e duro contro il ventre,
Ariadne dimenticò tutto. Niente aveva più importanza se non che l’Ispanico
la prendesse e la facesse dimenticare. Gli si inarcò contro ondeggiando i
fianchi, strofinandosi contro di lui, invitandolo ad andarle dentro.
Massimo gemette nel profondo del petto. Se non fosse riuscito a frenare i
movimenti di lei, avrebbe impiegato poco tempo a perdere completamente il
controllo. Sollevandosi sulle ginocchia, evitando le mani con cui lei
cercava di afferrarlo per attirarlo di nuovo sopra di sé, Massimo riuscì
a manovrare il suo corpo fino a ritrovarsi con le natiche di lei sulle
proprie cosce, quindi le alzò le gambe fino al proprio torace tenendole
per le caviglie.
Si fermò un attimo a guardarla giacere indifesa, ansimante, incapace
di sfuggire alla sua presa. I suoi capezzoli erano duri come piccoli sassi
e il seno sinistro dondolava selvaggiamente al ritmo frenetico del suo
cuore martellante, le piccole mani si aprivano e si chiudevano sulla
ruvida coperta dello stretto letto. L’aveva proprio come voleva: in sua
completa balia, aperta per lui, impossibilitata a fuggire, impossibilitata
a toccarlo, impossibilitata dall’avere ciò che voleva se lui rifiutava
di concederglielo.
La sua virilità era appoggiata contro le cosce di lei ed egli le
strofinò il membro eretto contro il sesso. La ragazza si inumidì e
Massimo sentì gli umori di lei colargli contro il ventre e lungo i
testicoli. Quindi inarcò i lombi e si spinse dentro di lei.
Gridarono insieme e Massimo digrignò i denti, lottando per impedirsi
di venire… Era così bello stare sepolto dentro di lei… Dopo un lungo
momento, egli affondò ancora di più dentro di lei, spingendo
ritmicamente, accarezzando le pareti interne del suo caldo recesso con il
membro turgido, aumentando e rallentando la velocità, ruotando i fianchi,
gemendo e ansimando.
Intrappolata nella stretta poderosa dell'Ispanico, eccitata dal piacere
che i suoi lenti, potenti colpi le procuravano, Ariadne dimenticò ogni
cosa e si diede all'uomo che le si dimenava contro. Non esisteva altro se
non lui che le torreggiava sopra, lungo, spesso e duro tra le sue gambe.
Si inarcò contro di lui cercando di sentirlo ancora più in profondità
anche se, ogni volta che glielo piantava dentro, le sfiorava l'apertura
dell’utero. Ariadne sospirò, gemette, ed urlò mentre lui la faceva
impazzire con i suoi movimenti. Venne una, due, tre volte.
Massimo sentì il corpo di lei contrarsi intorno al suo, stringendolo
con spasmi potenti, precipitandolo in una furia di passione, bisogno e
disperazione. Il sudore gli scorse lungo il torace e le sgocciolò sui
seni eretti e lui raddoppiò le sue spinte, sentendo il corpo tendersi,
sentendo le cosce tremare. E quando venne in una vampata di calor bianco,
fu con tale intensità che fu piacere e fu dolore e lui non riuscì a
distinguere l’uno dall’altro, tanto profondamente erano mescolati.
Esausto, Massimo lasciò andare le caviglie della ragazza, quindi le
crollò sopra, riuscendo in qualche modo a rotolare via prima di farle
male. Malgrado la stanchezza, Ariadne piagnucolò. Prosciugata, consumata,
saziata, avrebbe voluto soltanto rannicchiarsi contro il suo grande corpo
caldo e dormire. Ma era chiaro come, ad accoppiamento avvenuto, il
gladiatore non la volesse più nel suo letto. Ariadne rimase lì ancora un
istante, gli occhi chiusi, il corpo grondante di sudore, in attesa che il
respiro si regolasse e le tornasse un po’ di forza. Quindi,
silenziosamente, rotolò verso il bordo del piccolo letto e allungò le
gambe.
I suoi piedi non avevano ancora toccato terra che sentì il braccio
muscoloso dell’Ispanico avvolgerle la vita e sussultò per la sorpresa
quando lui se l’attiro contro, il membro un’altra volta rigido premuto
contro le sue natiche.
“Non così presto,” le sibilò nell’orecchio, mentre con la
grande mano callosa le stringeva forte i seni. Tremando, lei gli permise
di farla rotolare sul dorso e di coricarsela sotto.
La usò ancora, le permise di riposare un poco nel soffocante buio
della cella, per poi usarla di nuovo.
Ma, dopo la terza volta, quando Ariadne, esausta, provò a
raggomitolarsi al suo fianco e a dividere il suo sonno, le ordinò
bruscamente di uscire dal suo letto, dalla sua cella e dalla sua vita.
Con gambe tremanti, lei gli ubbidì, ma tornò la sera successiva.
E quella dopo.
E quella dopo ancora.
*****
Nei giorni successivi, mentre la scuola di gladiatori di Proximo si
preparava per il viaggio a Roma, la ‘relazione’ tra Massimo e Ariadne
continuò, anche se le due parti in causa la giudicavano secondo un’ottica
molto diversa. Mentre la ragazza vedeva in quegli incontri un’occasione
per condividere gioia e piacere, l’Ispanico li considerava solo un breve
istante di sollievo dal nero inferno della sua vita, un modo per
dimenticare la realtà che lo circondava, per rilassarsi e ritemprare la
mente. Lei preferiva pensare che si amassero, mentre rotolavano insieme
nel letto, anche se lui continuava a prenderla senza una parola, senza
baci e carezze, solamente mera lussuria, ed era adamantino nel pretendere
che non dormisse al suo fianco. Egli credeva invece che si usassero a
vicenda per soddisfare i propri bisogni e che non gliene importasse niente
all’uno dell’altro. Lei lo usava per saziare la sua fame svergognata,
lui la usava per spingerle dentro il corpo compiacente il suo desiderio a
lungo represso e, ogni volta l’appagamento gli portava la libertà sotto
forma di dolce oblio. Erano l’uno la puttana dell’altro. Così aveva
detto a Juba, l’unico che fosse al corrente del dramma personale di
Massimo, quando il Numida, felice di vedere che l’amico avesse trovato
infine un po’ di sollievo, aveva commentato allegramente e con un
pizzico di malizia le visite a tarda notte della figlia di Proximo. Il
negro rimase sconvolto dal commento crudo e sarcastico dell’Ispanico,
giungendo alla conclusione che il compagno d’armi fosse ancora ben
lontano dalla via della guarigione.
Quanto a Proximo, egli guardava in silenzio sua figlia diventare ogni
giorno più bella ed irraggiare gioia dall’anima, come la luce da una
lampada. Sorrideva sempre, cantava mentre svolgeva i lavori domestici, e,
una volta l’aveva perfino baciato sulla guancia. Essere innamorata agiva
su di lei come un balsamo curativo ma, benché felice per la ragazza, il lanista
era anche preoccupato. Gli era chiaro che Ariadne avesse perso la testa
per l’Ispanico, ma quell’uomo era uno schiavo, un gladiatore…Un
giorno avrebbe potuto non ritornare dall’arena…E allora che ne sarebbe
stato di sua figlia? Certo, Proximo avrebbe potuto ritirare l’Ispanico
dai combattimenti, ma il gladiatore rappresentava per lui l’unica
possibilità di compiere il salto di qualità nella vita, forse
addirittura di poter guadagnare abbastanza denaro per diventare un membro
dell’ordine equestre, onorato, rispettato ed in grado di offrire ad
Ariadne un’esistenza migliore, e non poteva lasciarsi sfuggire una
simile occasione… nemmeno per sua figlia.
*****
Quando la porta si aprì quella notte, Massimo era seduto su di uno
sgabello, con una ciotola vuota posata vicino ai piedi. Non voltò la
testa per accogliere la nuova venuta, ben sapendo chi fosse. Come al
solito, la ragazza non fu scoraggiata dal suo gelido atteggiamento e
s'incamminò all'interno della cella per poi fermarsi di fronte a lui.
"Buona sera, Ispanico. Ti è piaciuto il cibo?"
Quelle semplici parole gli fecero salire il sangue alla testa e strinse
i pugni per cercare di controllarsi, ma la sola vista di quel viso
sorridente fu abbastanza da farlo quasi saltare alla sua gola. Lei
continuava a guardarlo piena di aspettativa, attendendo ansiosa la sua
prossima mossa, ma quella notte quell’atteggiamento lo irritò più del
solito. Non voleva darle piacere. Non gliene importava nulla di lei,
voleva solo usarla come una puttana per trovare sollievo e dimenticare.
Non faceva l’amore con lei come se fosse stata sua moglie, ma quella
ragazzetta viziata ovviamente era felicissima delle sue attenzioni ed egli
non poteva illudersi che fingesse, non dopo averla vista tornare sera dopo
sera.
“Ma stanotte le darò una bella lezione,” pensò con rabbia
perché, malgrado il sollievo che gli veniva da quei loro incontri,
detestava essere trattato alla stregua di uno stallone da monta.
Massimo si alzò in piedi di scatto e le ordinò, “Spogliati.”
Fece lo stesso, prima di rimettersi a sedere, le gambe divaricate che
per accomodare la sua crescente erezione. La ragazza ubbidì senza
discutere e, quando fu nuda, lui le abbaiò, “Inginocchiati e
succhiamelo.” Ghignò soddisfatto, già assaporando lo sguardo sconvolto
di lei a quella richiesta, perché solo le peggiori puttane lo prendevano
in bocca ma, con sua grande sorpresa, lei non esitò un istante. Si
abbassò fra le sue ginocchia e, dopo una stuzzicante carezza sulla
coscia, chinò la testa e lo inghiottì. Ogni pensiero razionale
abbandonò Massimo nel sentire la lingua e le labbra lavorarlo con
perizia, mentre baciava, leccava e mordicchiava il suo membro come mai
nessuna aveva fatto prima e la mano giocherellava delicata con i suoi
testicoli, accrescendo ulteriormente il suo piacere. Guardò in basso e
quando i loro si incontrarono lei ebbe l’audacia di fargli l’occhiolino,
lasciandogli intendere chiaramente che, ben lungi dall’umiliarla come
aveva sperato, quello che stava facendo le causava piacere… proprio come
a lui, pensò Massimo con un gemito, mentre le labbra e la lingua di lei
tracciavano umidi sentieri sulla sua pelle bollente. Egli cominciò a
dondolare ritmicamente i fianchi mentre lei succhiava, desiderando
perdersi nella caverna della sua bocca, così da negarle qualsiasi
piacere, ma quando egli guardò di nuovo in basso per osservare la
reazione di lei, vide che una delle sue mani le era scivolata lungo il
ventre e stava carezzando la carne umida e gonfia… Cagna! Stava tentando
di venire con lui! A quel pensiero, Massimo, furioso, la spinse via con
violenza, mandandola a ruzzolare sul pavimento. Ruggendo con rabbia si
alzò, le si avvicinò, l’afferrò per un braccio e la costrinse a
mettersi in piedi. C’era paura adesso negli occhi della giovane e
Massimo sorrise crudelmente, deciso a mostrarle una volta per tutte cosa
ne pensasse di lei. La trascinò verso il letto e ce la spinse contro,
facendola atterrare sullo stomaco.
“Mettiti a quattro zampe,” le sibilò, le narici frementi. Lo
considerava il suo stallone? Bene, perché lui l’avrebbe presa come fa
il cavallo con la giumenta, in una posizione che, ne era sicuro, le
avrebbe impedito di prendersi il suo appagamento, se così lui avesse
desiderato… non l’aveva mai usata con sua moglie proprio per quella
ragione.
Sul letto, la ragazza non solo non aveva obbedito, ma stava anche
cercando di girarsi.
“Ti ho detto di metterti a quattro zampe,” ordinò, cominciando a
perdere la pazienza. La sua erezione stava pulsando dolorosamente e lui
voleva cacciarsi subito dentro quella calda, umida intimità. Ma lei
provò a voltarsi ancora, supplicandolo con voce piagnucolosa, “Per
favore, non obbligarmi… Farò tutto ciò che desideri, ma non questo…”
Massimo sentì un brivido di maligna soddisfazione percorrergli la
schiena; finalmente aveva trovato il sistema per spezzala. Bene. Le
avrebbe dimostrato che lui non era il suo giocattolo. Le avrebbe mostrato
quanto fosse pericoloso il comportamento da lei tenuto ed istigato.
“Tu farai ciò che ti ordino,” abbaiò lui mentre la sua mano le si
abbatteva duramente contro la pelle della natica.
La reazione della ragazza fu immediata. Si voltò sul fianco e si
raggomitolò, il viso contro le ginocchia serrate, le braccia a proteggere
la testa. Scoppiò a piangere e tra le lacrime e i singhiozzi lui la
sentì supplicare, “Per favore, padrone… Non farmi del male… farò
di tutto ma… non farmi del male…ti prego…”
Massimo rimase impietrito da quella vista, la mano ancora alzata che si
abbassava lenta, gli occhi allargati e sconvolti, mentre fissava stordito
quella visione allo stesso modo in cui, un’eternità prima, aveva
fissato il cadavere di Marco Aurelio.
Quindi la consapevolezza lo sconvolse: aveva alzato le mani su una
donna, qualcosa che non aveva mai fatto e mai avrebbe pensato di fare. La
sentì lamentarsi e scorse con gli occhi il piccolo corpo nudo, sentendosi
assalire dalla vergogna quando vide la pelle arrossata sulla natica. Che
cosa aveva fatto? Che razza di animale era diventato per arrivare a
picchiare una ragazzina fino a farla piangere? Dov’era andato a finire
in quella circostanza il suo prezioso senso dell’onore? Come aveva
potuto desiderare di ferirla se lei era sempre tanto gentile con lui? Come
aveva potuto trattarla così male volta dopo volta?
Scivolò lentamente sulle ginocchia e si piegò in avanti, toccando
quasi il pavimento con la fronte, i pugni premuti contro gli occhi, mentre
immagini spaventose comparivano davanti a lui. La sua Selene alla mercé
dei pretoriani, mentre implorava e supplicava di lasciar liberi lei e
Marco... Mentre gridava di non far loro del male... Massimo sentì calde
lacrime di vergogna e di dolore solleticargli le palpebre e si affrettò
ad asciugarsele. Quello non era il momento di mettersi a piangere, doveva
aiutare la ragazza. Doveva fare ammenda dei suoi errori, sperando di
essere in grado di farlo. riuscirci. Si alzò in piedi barcollando, andò
verso il letto e si sdraiò su di esso, prendendo tra le braccia il
piccolo corpo tremante. La giovane trasalì al suo tocco, ma non tentò di
allontanarsi.
"Shh," la blandì, "calmati... Non ti farò più male,
lo prometto. Mi dispiace per quello che ho fatto... Shh." Lo ripeté
ancora e ancora, parlando piano mentre le carezzava la schiena e i
fianchi. Piano piano lei si rilassò, abbassò le braccia, distese le
gambe, e si abbandonò contro il suo corpo.
“Così si fa,” le sussurrò continuando a carezzarla, “E’ tutto
a posto.” Colto da un subitaneo impulso, Massimo sollevò la testa dal
cuscino e le posò un bacio lieve sulla guancia, leccando via il sale
delle lacrime. La gentilezza inaspettata del gesto fece voltare la ragazza
tra le sue braccia e lei lo guardò con un’espressione confusa che gli
fece stringere il cuore; quanto male l’aveva trattata per far sì che un
piccolo bacio le causasse tanta sorpresa?
Lui sollevò la mano e le accarezzò delicatamente i capelli e il viso
con i polpastrelli. "Mi dispiace," disse ancora fissandola negli
occhi con tutta la sua sincerità e non si riferiva solo al fatto che l’aveva
picchiata."Non lo farò mai più. Credimi, per favore.”
“Ti credo,” sussurrò lei con convinzione e le sue braccia gli
scivolarono dietro la schiena per stringerlo. Quel gesto fece nascere
sulle labbra di Massimo un sorriso gentile, il primo che le aveva elargito
dal momento il cui era entrata nella sua cella per la prima volta. Era
sorpreso ma sollevato che lei non solo non lo temesse, ma sembrasse anche
aver già perdonato la sua esplosione di violenza. Quanto a lui, ci
sarebbe voluto molto tempo prima che potesse perdonare se stesso, di
quello ne era certo.
Gli occhi della ragazza scintillarono alla vista del suo sorriso e gli
rispose con una timida smorfia prima di premergli il viso contro il collo
e di rimanere così, immobile a respirare l'aroma della sua pelle. Quante
volte aveva desiderato farlo! E adesso finalmente ci era riuscita.
Lui continuò ad accarezzarle la schiena e le natiche, massaggiando la
pelle arrossata, mentre una domanda si faceva strada nella sua mente: la
ragazza… Ariadne, si corresse subito, l’aveva chiamato padrone quando
l'aveva supplicato di fermarsi, ma perché lo aveva fatto?
Proximo era stato schiavo... era possibile che lo fosse stata anche sua
figlia?
"Ariadne?" la chiamò piano, usando per la prima volta il suo
nome.
"Sì?"fu la sommessa risposta.
"Perché... perché mi hai chiamato padrone, prima?"
Ariadne sollevò il viso e mormorò guardandolo negli
occhi."Perché quello… quello che tu mi hai chiesto di fare era
qualcosa che il mio padrone mi faceva sempre... ed era sempre molto
violento. Immagino che per un attimo abbia dimenticato dov'ero."
Gli fece un sorriso rassicurante che lo lasciò spiazzato.
"Sei stata schiava?" domandò.
"Sì, lo ero fino a due anni fa, quando mio padre finalmente mi
trovò e mi riscattò. Credevo che lo sapessi, dato che lo sanno
tutti."
Massimo scosse la testa. Quanto l'aveva giudicata male, credendola solo
una ragazzaccia viziata in cerca di piaceri pericolosi! Povera creaturina,
quanto doveva aver sofferto per reagire in quel modo! Aumentò l’intensità
del suo abbraccio, volendo chiederle perdono per come l'aveva trattata ma
non sapendo da che parte cominciare.
Seguì un altro lungo silenzio prima che Massimo lo rompesse ancora con
una domanda, "Perché hai continuato a venire da me? Io non sono
certo stato gentile con te..."
Ariadne lo fissò con grande serietà. "Perché ti amo, Ispanico.
Fin dal primo momento in cui ti ho visto e i tuoi occhi disperati mi hanno
parlato, ho capito che c'era qualcosa di speciale tra di noi... Tu sei
stato l'unico a trattarmi con rispetto e gentilezza in questo posto.”
Sorrise tristemente, "Tu non sai quel che significa essere
considerata una puttana da tutti, perfino dai tuoi stessi servitori, e poi
trovare qualcuno che ti tratta semplicemente come una donna..."
"Ma io ti ho trattata come una puttana in questi ultimi
giorni.." esclamò Massimo consumato dal rimorso, ricordando il
comportamento duro e gelido durante le visite di lei.
"Ti ho dato l'occasione di pensare che fossi davvero così... E
non mi sono mai risentita con te per questo. Volevo solo avere la
possibilità di stare con te, non m'importava a quale prezzo."
La dichiarazione appassionata di Ariadne gli strinse il cuore nel
petto. La sua stima per la ragazza era tornata ed egli era davvero felice
che la sua prima impressione di lei si fosse rivelata quella giusta, ma
nel vedere come lei fosse innamorata, si sentì assalire di nuovo da dubbi
e sensi di colpa. Lui non l'amava. Gli era cara e provava piacere ad
andarci a letto, per il sollievo che questo dava alla sua mente, ma non
sembrava abbastanza per lei... lei meritava molto di più.
Massimo si leccò le labbra e mormorò, "Ariadne, io apprezzo
molto le tue parole, ma.. .io non ti amo né potrò mai amarti."
"Lo so," disse lei dolcemente, ma con fermezza.
"Che cosa?"
"La disperazione nei tuoi occhi... Tu non rimpiangi soltanto la
libertà perduta... tu piangi qualcuno che hai perso, non è così?"
Massimo annuì piano, non fidandosi della propria voce.
"Ne ero certa." Ariadne sospirò, quindi lo
guardò negli occhi con un pizzico di speranza, "Ma forse...
t'importa di me.. un pochino?"
"Molto più che un pochino. Tu sei la sola cosa bella della mia
vita,” replicò lui, serio.
"Allora per me é abbastanza,"disse lei sincera, sorridendo e
sollevando la testa per baciarlo. Era la prima volta che tentava di fare
una cosa del genere e quando le loro labbra si toccarono e si unirono, lui
aprì la bocca invitandola a esplorarla, mentre se la metteva a giacere
sopra e le sue carezze, da tenere che erano, cominciarono a diventare più
intime e passionali. Lui la voleva, ma questa volta avrebbero fatto l’amore
per davvero. Ariadne percepì che c'era qualcosa di diverso rispetto al
passato, e le sue mani solitamente passive cominciarono a carezzarlo di
rimando, in una sensuale scoperta che fece gemere Massimo. Rotolò su di
un fianco ed invertì le loro posizioni, portandosi sopra di lei, le
ginocchia e la mano sinistra che sostenevano il suo peso, mentre la destra
esplorava la carne ardente e vogliosa sotto di lui e la bocca continuava a
gustare la dolcezza di lei. La decisione di dare piacere ad Ariane gli
fece dimenticare tutto fuorché lei, e la pace che ne derivò alla sua
mente fu la benvenuta.
“Sei bellissima, Ariadne,” le sussurrò all’orecchio mentre la
mano continuava a percorrerle il corpo salendo sopra le montagnole dei
seni turgidi, iniziando a giocherellare con i piccoli capezzoli, finché
sentì che s’indurivano per lui. Ariadne gemette, affondandogli le dita
nei muscoli delle braccia. Massimo sorrise dolcemente a quella reazione,
continuando l’assalto ai suoi seni con le labbra e la lingua, succhiando
e leccando con tenerezza. Quella notte era tutta per lei, e lui voleva
renderla speciale.
Le accarezzò a lungo i seni, perdendosi nei sospiri di beatitudine di
Ariadne e godendosi le attenzioni che quelle piccole mani riservavano alla
sua schiena, alle spalle e al collo. E quando una di esse gli scivolò
lungo il ventre a carezzare la sua mascolinità eretta, Massimo gemette
raucamente, ma le permise solo poche carezze prima di rimuovere la mano,
baciarle il palmo e posarselo contro il petto.
“E’ abbastanza…” disse affannosamente, cercando di non perdere
il controllo perché voleva fare molto di più. Ariadne lo capì e gli
fece una piccola smorfia quasi a volergli dire, “Come vuoi, basta che
non mi faccia attendere troppo a lungo.” Lui le mordicchiò il seno in
giocosa risposta. La sua mano cominciò a percorrerle lenta il corpo,
accarezzando i fianchi e il ventre fino a raggiungere la fenditura tra le
cosce. Dividendo i riccioli umidi e la carne palpitante, utilizzò il dito
medio per toccare il bocciolo rigonfio proprio al centro. Quindi lo
inserì nell’umida, calda, compiacente apertura. Ariadne gemette per la
sorpresa. Massimo ruotò il pollice contro il febbricitante cuore della
sua femminilità, quindi mosse piano il dito medio avanti e indietro, un
suggerimento di quel che presto sarebbe accaduto. Ariadne gemette e i suoi
fianchi si inarcarono mentre cercava di seguire i movimenti del dito.
Massimo la lasciò fare, godendosi il suono dei gemiti gli accarezzavano
le orecchie e gli scaldavano il sangue. Quando un nuovo fiotto umido
bagnò la mano di lui, Ariadne allargò le gambe e, premendo contro di lui
disperata, lo supplicò, “Adesso…”
Capendo che avevano raggiunto entrambi il termine della loro
resistenza, Massimo si abbassò su di lei si introdusse nella sua umida
apertura, lasciandole un attimo di tempo per adattarsi alla sua presenza,
volendo che lei assaporasse la lenta penetrazione, e notasse la differenza
rispetto alle volte precedenti. Il suo membro duro la penetrò in
profondità, allargandola e riempiendola, mentre lui si preoccupava di
angolare il proprio corpo in maniera da stimolare tutti i suoi punti più
sensibili. Ariadne rispose alle sue attenzioni afferrandogli le natiche e
spingendolo per farlo penetrare ancor più dentro di lei. La lingua di
Massimo le invase la bocca imitando con i suoi movimenti le spinte dei
suoi fianchi, mozzandole il respiro fino a quando la sentì contorcersi e
a irrigidirsi sotto di lui, i muscoli che si contraevano intorno a lui, le
unghie gli graffiavano la schiena, ed egli inghiottì le sue grida
estatiche.
Egli lottò per non perdere il controllo e non appena lei si fu
calmata, iniziò a muoversi di nuovo, dapprima delicatamente, quindi con
sempre maggiore forza, facendo in modo che Ariadne gemesse ancora di
piacere malgrado fosse sazia. Egli si lamentò a bassa voce, spingendo
verso l’alto con movimenti potenti, impalandola ripetutamente con la sua
carne turgida mentre si avvicinava all’orgasmo, e i suoi movimenti
diventavano scomposti. Non appena si sentì pronto a spargere il suo seme,
egli fece scivolare le dita tra di loro e strofinò il centro di lei,
facendole perdere ancora una volta il controllo, prima di seguirla nell’estasi,
mescolando le proprie grida gioiose a quelle di lei.
Massimo crollò sulla piccola figura sudato, esausto e in pace con se
stesso, come non lo era mai stato dopo i loro precedenti, furiosi
accoppiamenti. Sentì le mani di lei carezzargli i capelli e le spalle e
udì la sua voce sussurrargli “ti amo”. Il cuore gli contorse con
dolore al pensiero di un’altra voce femminile che gli aveva detto le
stesse parole e lui si sentì in colpa per non essere in grado di
ricambiare, ma scacciò via con decisione quei pensieri. Rotolò quindi
sulla schiena, l’abbracciò e le sollevò il viso per guardarla negli
occhi, con una muta domanda nello sguardo. Ariadne annuì con la testa, a
stento capace di credere che lui le avrebbe infine permesso di condividere
il suo sonno, ed entrambi allungarono le braccia per prendere la coperta
che era ai piedi del letto, coprendo con essa i loro corpi sudati. Il
giaciglio era piccolo, e non molto confortevole, ma loro non ci fecero
caso mentre, per la prima volta dopo anni, Massimo si addormentava tra le
braccia di una donna, con un leggero sorriso che gli aleggiava sulle
labbra.
*****
Il sole tardo pomeridiano filtrava nella casa dalle finestre aperte, i
suoi raggi non più roventi ma piacevolmente tiepidi, accompagnati com’erano
dalla lieve brezza che soffiava dal deserto. Fuori, nel cortile d’allenamento
le attività erano quasi cessate, mentre i gladiatori e i servitori si
apprestavano a tornare ai loro alloggi per trascorrervi la penultima notte
prima della partenza per Roma.
Sola nella sua stanza, Ariadne stava piegando i propri vestiti,
sistemandoli sul letto in cumuli ordinati, pronti ad essere sistemati
nelle ceste da viaggio appoggiate contro il muro. Poiché suo padre non
aveva stabilito un tempo preciso per il rientro a Zucchabar, tutto il
letto era coperto di tuniche, pallae, mantelli e accessori vari ma,
non dovendo dormire lì, lei non aveva alcuna ragione di sbrigarsi a
sgombrare il tutto.
Ariadne ridacchiò e arrossì pensando al motivo per cui non avrebbe
dormito lì e, com’era accaduto durante tutto il giorno, la sua mente
tornò a quel che era successo la sera prima nella cella dell’Ispanico.
Ricordò come l’atteggiamento di lui fosse cambiato, dall’essere
gelido e iroso che le aveva ingiunto di mettersi a quattro zampe, all’uomo
gentile che l’aveva baciata e accarezzata con tanta tenerezza, e più di
una volta, durante la notte. Ariadne semplicemente sapeva che il vero
Ispanico non era quello duro e autoritario ma quello dolce e disponibile,
ed era felice che la sua vera natura avesse in fine visto la luce,
facendoglielo amare ancora di più. Certo, le era piaciuto quando lui l’aveva
presa rudemente, ma essere presa con gentilezza e attenzione, così come
aveva sempre sognato era molto meglio… e poi le aveva permesso di
passare la notte con lui, accoccolata al suo fianco, la testa posata sul
suo petto, il battito del cuore che la cullava e scacciava gli incubi che
avevano incominciato a turbarle sonno.
L’unico particolare che rovinava quel momento perfetto era il sapere
che l’Ispanico non l’amava, ma Ariadne sperava che le cose potessero
cambiare, con il trascorrere del tempo e lei era disposta ad aspettarlo. E
nel frattempo… Una smorfietta maliziosa apparve sul viso di Ariadne e i
suoi piedi quasi danzarono mentre prendeva altri vestiti da piegare,
desiderosa di finire presto, il sangue che già le correva più veloce
nelle vene pensando all’Ispanico e al modo in cui avrebbero trascorso la
serata.
*****
“Sei mai stato a Roma, Ispanico?” chiese piano Ariadne, la testa
posata sul petto di lui. Era la terza notte che passavano insieme da veri
amanti, facendo l’amore e parlando tra di loro, e l’ultima che
avrebbero trascorso a Zucchabar, prima della partenza della scuola
gladiatoria per la Capitale, il giorno successivo. Massimo si mosse nel
letto e rispose, “No, non sono mai stato nella penisola italiana. E tu?”
“Io sono stata concepita a Roma, ma non l’ho mai vista perché sono
nata a Bononia (Bologna)…Poi ho lasciato l’Italia quando sono stata
venduta in Grecia, tanti anni fa.”
“Oh,” Massimo era curioso del suo passato, ma sapendo come certi
ricordi fossero per lei ancora dolorosi, si frenò dal porre ulteriori
domande. Tuttavia Ariadne sembrò leggergli nella mente perché gli disse,
“Il mio passato non è più così spaventoso, adesso che sono tra tue
braccia…” e gli baciò lievemente il torace, mentre lui la stringeva
più forte. Qualcosa nel tono di lei gli fece pensare che forse aveva
bisogno di parlarne, allora le disse, “Vorrei conoscere la tua storia.”
Ariadne annuì e cominciò a parlare, con un tono calmo e
quieto."Mia madre e mio padre si conobbero quando lui combatteva nel
Colosseo. Lei apparteneva all'editor dei giochi e lavorava come
cuoca per i servi e i gladiatori. Si conobbero proprio come abbiamo fatto
noi, quando lei gli portò da mangiare. Mia madre mi disse che il loro fu
amore a prima vista.” Lui la sentì sorridere contro la propria pelle,
prima che continuasse, "Allora mio padre era considerato un ottimo
gladiatore e godeva di maggiore libertà rispetto agli altri, così fu in
grado di incontrarsi con mia madre con regolarità. Rimasero insieme per
quattro mesi. Mio padre stava mettendo da parte il denaro per comprarsi la
libertà ma promise a mia madre che lo avrebbe usato per riscattare lei.
Tuttavia, prima che potesse farlo, il padrone lei morì all’improvviso e
gli schiavi, come i beni, furono suddivisi fra i suoi eredi.” Ariadne si
fermò, deglutendo a fatica. “Non ebbero neppure la possibilità di
salutarsi. Un giorno erano insieme, quello dopo mia madre fu mandata a
Bononia senza che mio padre ne sapesse niente.”
Massimo strinse il suo abbraccio in segno di silenziosa solidarietà,
mentre lei prendeva un profondo respiro prima di continuare. “Ho passato
i primi anni della mia vita in un podere, dove mia madre faceva la cuoca.
Quindi fummo ancora vendute…e ancora, sempre in posti diversi finché un
giorno, avevo dieci anni, ci separarono. E fu l’ultima volta che vidi
mia madre. Fui venduta ancora, finché non venni acquistata da un mercante
illirico…” Ariadne rabbrividì e Massimo capì che stava parlando dell’uomo
che l’aveva brutalizzata.
“Shhh…” la acquietò, “Adesso non è più qui… non può più
farti del male…”
“Lo so… Ma delle volte mi sveglio nel mio letto, temendo che questo
sia un sogno e io sia ancora nelle sue mani…”
Massimo la sentì rabbrividire e le carezzò gentilmente la schiena
finché lei si calmò e continuò a raccontare la sua storia. “Mio padre
mi trovò dopo che ebbi passato due anni della mia vita con quell’uomo e
mi comprò, portandomi via. Aveva ritrovato e riscattato mia madre tre
anni prima, e erano vissuti per qualche tempo insieme, amandosi e
cercandomi, finché lei morì per una febbre. Sul suo letto di morte, lui
le promise che mi avrebbe ritrovata… e così fece. Agli inizi, lo
consideravo come se fosse un altro padrone, ma con il passare del tempo
iniziai a calmarmi… e a capire chi fosse lui in realtà per me.”
Sorrise, “So che potrebbe riuscirti difficile crederlo, ma è un brav’uomo…
almeno con me. Noi…non parliamo molto. Siamo entrambi taciturni e penso
che lui si senta in colpa per non avermi trovata prima… Ho provato a
dirgli che non deve considerarsi responsabile di quel che è accaduto, ma
riesce ad essere talmente testardo…”
“Proprio come te, mia signora,” disse Massimo per alleggerire l’atmosfera.
“Penso di sì.”
Risero un poco insieme, quindi lei gli chiese, timida, “Vorresti
raccontarmi… del tuo passato?”
Massimo sospirò pesantemente, “Preferirei non farlo. Vedi, la tua
vita è migliorata da quando tuo padre ti ha trovata… ma non è stato
altrettanto per me. E il mio passato è ancora troppo vicino… lo sto
ancora vivendo.”
“Capisco. Non volevo rivangare brutti ricordi… E’ solo che mi
piacerebbe sapere il tuo nome. Non mi sembra più appropriato chiamarti
Ispanico.”
Massimo si morse il labbro inferiore. Lei non gli stava domandando
molto…Ma era pronto a rivelarle il suo vero nome? Era pronto a sentirlo
pronunciare da un’altra voce di donna? A sentirglielo gridare mentre
raggiungeva il culmine dell’orgasmo? D’altra parte, lei chiedeva
sempre così poco per sé e gli dava così tanto che non se la sentì di
negarglielo. “Il mio nome è Massimo.”
La sentì girarsi tra le sue braccia, scivolare lungo il suo corpo per
poi baciargli la guancia barbuta. “Grazie, Massimo.”
“Mi piace sentirglielo dire,” pensò, prima di voltare la testa e
baciarla, lentamente e appassionatamente, sulla bocca. Poi cominciarono a
fare di nuovo l’amore, dimenticando tutto nel calore del loro abbraccio.
*****
Il fasciame della nave gemeva e scricchiolava rollando, man mano che la
nave si avvicinava alla meta. I marinai a bordo avevano urlato che c'era
una tempesta in arrivo prima del tramonto. Erano riusciti ad evitare la
pioggia, ma i cavalloni rabbiosi dell'imminente tempesta giocavano con il
piccolo scafo sbatacchiando come panna i suoi occupanti.
La piccola cabina che Massimo occupava, ufficialmente perché Proximo
voleva che il più forte dei suoi gladiatori stesse in un posto più
sicuro delle stive, ma in realtà perché questo consentiva ad Ariadne di
passare le notti con lui, non aveva finestre, il che rendeva l'incessante
rollio ancor più fastidioso dato che, ad ogni movimento, egli sentiva il
giaciglio sotto di se scivolare a sinistra. Quindi, all’improvviso,
sembrava che il pavimento sotto di lui cedesse e poi si sollevasse.
C’era da stupirsi, anche se non gli dispiaceva, tutt’altro, che
Ariadne riuscisse a dormire in quella situazione. Era raro che dormisse
profondamente. Da quando aveva iniziato a stare con lui fino all’alba,
si contavano sulla punta delle dita le notti in cui aveva dormito serena.
Era perseguitata dagli incubi, dei quali non si ricordava con precisione,
ma lui sapeva che avevano a che fare con il suo passato. Ancora una volta,
la pelle di Massimo arrossì di vergogna al pensiero della notte in cui
lei l’aveva chiamato padrone, rimproverandosi per essere arrivato a
compiere azioni così crudeli e depravate. Da allora lui aveva cercato di
cancellare il passato, ma lei era ancora perseguitata dai sogni.
Accanto a lui, Ariadne iniziò a tremare e a gemere ed egli strinse la
presa intorno alla sua vita. Accadeva sempre così. Era calma e, all’improvviso,
il suo corpo si irrigidiva, come quello di un soldato pronto a parare il
colpo. Poi si metteva a piagnucolare sommessamente, come se temesse di
farlo a voce alta.
“Shhh,” la scrollò gentilmente Massimo per svegliarla, “E’
solo un sogno… shhh…”
Gli occhi castani si aprirono, disorientati dapprima, quindi pieni di
sollievo. La ragazza fece un profondo respiro, quindi si strinse ancora di
più al suo petto. “Grazie,” sussurrò nel silenzio. L’Ispanico le
rispose con un piccolo bacio sulla punta del naso. “Non è niente. Tu
avresti fatto lo stesso per me.”
“Ma tu non sogni mai,” commentò la ragazza.
Massimo fu sconvolto da quella verità.
“Ma lo farai.” La giovane continuò decisa, prima che lui
completasse il pensiero. “Un giorno, quando tutto sarà passato.
Sognerai.”
“Di che cosa parli?” Gli sarebbe piaciuto squarciare l’oscurità
in modo che una piccola luce gli permettesse di guardarla bene in faccia.
Andando a tentoni trovò i suoi tratti delicati, e con le mani callose
percorse la linea sottile delle sue labbra.
“Volevo dirti, avvertirti che i sogni verranno. Per un certo periodo,
dopo che mio padre mi ebbe trovata, ho dormito in pace. Ma dopo che ti ho
trovato, i sogni sono cominciati.”
“Quando mi hai trovato?”Ancora una volta, l’Ispanico sentì il
peso della vergogna. “Sono stati i miei maltrattamenti a far cominciare
i brutti sogni?”
“Mi hai frainteso.” Le piccole dita di Ariadne si chiusero sulle
sue, guidandole via dal suo viso e giù lungo il suo fianco. “Sono
iniziati quando le cose hanno cominciato ad andare meglio… quando è
iniziata la guarigione.” Le sue dita si mossero lungo il braccio di lui
fino a raggiunger il punto dove un tempo il suo tatuaggio SPQR era stato.
“Una cicatrice.” Massimo rabbrividì.
“Non potrai fuggire sempre il tuo passato,” predisse Ariadne con
calma, “Prima o poi, quando sarai abbastanza forte, tornerà.”
Egli poté solo annuire nel buio, prima di posare la testa sul cuscino
e chiudere gli occhi, cercando di addormentarsi un’altra volta, anche se
la sua mente non cessava di chiedersi se sarebbe vissuto abbastanza a
lungo da tornare a sognare.
*****
"Ariadne!" la voce di Proximo, che era tesa ed imitava, non
di proposito, il tono del suo ex padrone, fece rabbrividire la ragazza,
che si affrettò a sistemarsi i vestiti, voltandosi poi di scatto. Suo
padre, notando il suo sconforto addolcì l'espressione e le disse ancora,
"Siamo quasi pronti per la partenza. Gli uomini devono smontare la
tua tenda."
La ragazza annuì e corse fuori, sbirciando il carrozzone dove sapeva
che i servi avrebbero distribuito le razioni mattutine di pane e formaggio
e, per la figlia del padrone, qualche frutto e una cucchiaiata di miele. I
suoi occhi puntarono le nuvole all'orizzonte, non molto sicura sulle loro
intenzioni di trasformarsi in temporale o dissolversi in un giorno sereno.
Esse sembravano riflettere il suo stato d'animo. Quel giorno sarebbero
infine giunti a Roma. La ragazza non sapeva se guardare alla Capitale con
eccitazione o terrore.
"Non mi sembri in gran forma, figliola. Hai forse dormito
male?" chiese Proximo indicando con un gesto del mento il mucchio di
stoffa che gli schiavi avevano smontato e piegato. Egli aveva permesso ad
Ariadne di stare con l'Ispanico sulla nave, ma durante il tragitto dalla
costa, circondati da estranei, aveva pensato che stare troppo in sua
compagnia sarebbe stato sconveniente. "Andrà meglio in città
stanotte. Arriveremo al Ludus Magnus e potrai dormire in un vero
letto."
Ariadne si sforzò di sorridere. Suo padre la prese per il braccio e la
guidò verso il suo cavallo.
"Potresti non vai avanti con uno dei miei uomini?" Suggerì,
“Non c'è ragione perché tu debba mantenere l’andatura lenta del
nostro convoglio. La città raccoglie tali meraviglie che nemmeno potresti
immaginare. Perché non esplorarla in attesa del mio arrivo?"
La giovane scosse a malapena la testa, lasciando danzare i riccioli
neri. "No, padre," disse calma, "Preferisco
aspettare."
L'uomo chinò il capo in segno d'assenso quindi si voltò a dare
un'ultima occhiata alle masserizie. Smontare l'accampamento era un lungo e
complicato lavoraccio. Ariadne lo odiava e avrebbe preferito che la loro
nave avesse attraccato ad Ostia, invece che in un porto più meridionale,
ma aveva compreso il desiderio di suo padre di fare un ingresso trionfale,
con i suoi gladiatori non visti e non fatti oggetto di chiacchiere prima
della loro apparizione nell’arena.
Finalmente, venne il momento della partenza. Ariadne cavalcava a fianco
di suo padre quanto incontrarono la via Appia e percorsero il tratto
finale verso la città. Infine lei la vide, dall’alto di una collina, e
la guardò in tutta la sua estensione. Sembrava che si allungasse sotto il
suo sguardo, un lenzuolo latteo di candido marmo, un mare di neve.
“Non è magnifica?”Accanto a lei, Proximo pronunciò parole quasi
reverenti. “Noi saremo i suoi padroni, Ariadne. Io e te. Ero in catene
quando vi entrai per la prima volta, ma adesso… adesso noi rientriamo da
padroni.”
Lei voltò la testa, domandandosi quali emozioni gli si agitassero in
petto. Lui sollevò lo sguardo e le sorrise, anticipando i suoi pensieri,
“Sento che avremo fortuna.” Le disse.
Dopo un momento di pausa, i carri ripresero la marcia. Sembrava che i
cavalli sentissero la vicinanza delle lettiere di fieno fresco e secchi
colmi di avena. Sembravano diventare più veloci, man mano che le porte
della città si avvicinavano. L’imperatore aveva garantito particolari
permessi ai convogli che trasportavano i gladiatori, concedendo loro di
attraversare la città di giorno, ma Ariadne e suo padre furono costretti
a smontare di sella e a lasciare i cavalli nelle scuderie fuori le mura.
“Numerio ti accompagnerà al tuo alloggio,” Proximo disse alla
figlia, una volta giunti al Ludus Magnus. Poi le mise in mano una
moneta. “Puoi farti un giretto al mercato, se t’interessa. Comprati
qualcosa di carino.” E ammiccò felice, come se la città avesse infuso
nuova vita alla sua faccia corrucciata e bruciata dal sole. “Ma sii di
rientro prima del crepuscolo, per cena.”
Ariadne annuì con un cenno del capo quindi si voltò e si incamminò,
non senza aver prima lanciato un’occhiata al carrozzone. Vide che
Massimo stava parlando con Juba e Haken. Sembravano tesi e si guardavano
intorno. Forse, come aveva fatto lei, si domandavano se la fortuna avrebbe
sorriso loro…O se le intenzioni segrete della Dea nei loro confronti
erano altre.
*****
La notte era già scesa su Roma e Massimo era sul punto di ritirarsi
nel suo giaciglio quando udì la porta aprirsi e Ariadne entrò nella
cella. Juba stava già dormendo e inconsciamente si coprì gli occhi con
la coperta per proteggersi dalla luce della lampada di lei. Ariadne lo
guardò con un leggero senso di colpa, quindi si voltò verso Massimo.
"Non volevo disturbarti ma desideravo augurarti buona fortuna per
domani." Lui le sorrise gentile, ma non le disse di quanta fortuna
avrebbe avuto bisogno per essere in grado di fare quel che doveva. Il suo
cuore era pesante per i sensi di colpa, perché sapeva che lei avrebbe
sofferto tanto quando lui fosse morto. Avrebbe voluto evitarle un simile
dolore, poiché sapeva, fin troppo bene, cosa significasse perdere le
persone che ami. Ma non poteva cambiare il corso della sua vita. La sua
famiglia e il suo imperatore gridavano vendetta e lui avrebbe fatto tutto
quello che poteva per dar loro la pace. Era questo il suo destino; non
avrebbe potuto cambiarlo. Allora, semplicemente, le disse,
"Grazie."
Ariadne abbassò la testa e si mise a giocherellare con il ciondolo di
cuoio che lui portava al collo. "Vorrei tanto rimanere qui con te, ma
penso che sia meglio tu riposi tutta la notte." Il suo tono indicava
che stava sperando che lui la contraddicesse, ma così non fu.
"Sì, Ariadne, è vero. Domani sarà una giornata pesante, e ho
bisogno di dormire..." ‘E concentrarmi su ciò che dovrò fare…’
All’improvviso Massimo la prese per le spalle, a l’attirò a sé,
stringendola forte tra le braccia. "Per favore, ricorda sempre che
mai scorderò la tua gentilezza e il conforto che mi hai dato." Le
sussurrò tra i capelli con voce bassa e urgente.
Un brivido le corse lungo la schiena e lei fece un passo indietro per
guardarlo con occhi confusi e un po'spaventati. "Massimo? Stai bene?
Perché parli così? Sembra quasi un addio..."
‘Lo era,’ pensò lui. ‘Domani proverò ad uccidere Commodo e
potrebbe essere la mia ultima azione...’ Ma di certo non glielo disse a
voce alta. Si sforzò invece di sorriderle e sussurrò, "Sono solo
molto preoccupato per domani. Non volevo spaventarti."
Ariadne si rilassò un poco."Mio padre dice che tu sei il miglior
gladiatore che abbia mai visto e perciò non devi temere niente. Tu
vincerai."
"Beh, questo mi rassicura parecchio!" Sorrise, "E adesso
andiamo a dormire, Ariadne. Ho davvero bisogno di riposarmi."
Lei annuì, "Hai ragione. Ti ho tenuto sveglio troppo a lungo.
Buonanotte, Massimo, e gli dei siano con te, domani."
"Buonanotte, Ariadne." Si baciarono a lungo e con passione, e
Massimo mise tutti i suoi sentimenti in quel bacio. Quindi lei se ne
andò, lasciandolo con le sue speranze di vendetta e i suoi molti
rimpianti.
*****
Ariadne stava passeggiando avanti e indietro nelle stanza del Colosseo
dove i proprietari dei gladiatori osservavano i combattimenti e dove suo
padre l’avrebbe presto raggiunta dopo aver parlato con Cassio, l'editor
dei giochi.
La ragazza era meravigliata dalla vastità dell'arena che, vista da
dentro, sembrava ancora più grande che da fuori, dal lusso della tribuna
imperale e dall'impressionante seguito che circondava l'imperatore, ma ben
presto i suoi occhi tornarono alla pista coperta di sabbia dove Massimo e
i suoi compagni gladiatori erano appena entrati, portandosi al centro e
fermandosi lì. A causa del rumore della folla, Ariadne non era in grado
di comprendere ciò che Cassio stava dicendo, ma sobbalzò quando i
cancelli dell'arena si spalancarono e alcuni carri da guerra irruppero in
pista, circondando gli uomini di suo padre. In quel preciso momento,
Proximo entrò nella stanza con un'espressione corrucciata sulla faccia, e
fu accolto dai commenti sarcastici di altri due uomini, forse proprietari
dei gladiatori che combattevano sui carri. "I tuoi uomini saranno
trucidati tutti! Non hanno alcuna possibilità!"
Ariadne impallidì, fu assalita dalla nausea e suo padre le prese la
mano ghiacciata, stringendola e dicendo, "Abbi fede." Lei annuì
con la testa e gettò un'occhiata alla pista; due uomini giacevano già
nella sabbia con i corpi trafitti dalle frecce, e comprese che non sarebbe
stata capace di assistere all’intero combattimento. Era così
preoccupata per Massimo che stava tremando; così decise di fare come a
Zucchabar, e voltò le spalle alla carneficina, pregando per la salvezza
dell’uomo che amava e dei suoi compagni.
Ariadne non seppe quanto tempo fosse passato, ma all’improvviso udì
il padre ridere ed esclamare eccitato, "Guardalo! Guardalo!"
Lei si fece coraggio e si voltò, appena in tempo per assistere agli
ultimi istanti della battaglia e guardare Massimo, inconfondibile nella
sua armatura nera, guidare il suo piccolo gruppo alla vittoria. Un largo
sorriso compiaciuto le apparve sul viso prima che lei e il padre si
scambiassero un lungo abbraccio di felicità.
Tuttavia, pochi minuti dopo, Proximo s'irrigidì vedendo un gruppo di
pretoriani marciare dentro la pista e circondare i suoi uomini, ordinando
loro di deporre le armi.
"Che sta succedendo?" domandò Ariadne, sentendo la tensione
e la nausea assalirla di nuovo.
"Non lo so. Forse l’imperatore vuol incontrare l'Ispanico.
Dopotutto, ha dato spettacolo.”
"Capisco.” Ariadne tornò a guardare il centro dell'arena e
presto si rese conto che c'era qualcosa che non andava. Come suo padre
aveva predetto, l'imperatore stava parlando con Massimo, ma la
conversazione non sembrava procedere pacatamente. Dopodiché l'Ispanico si
voltò, mostrando la schiena a Cesare.
"Che stai facendo, pazzo? " sibilò Proximo, "Vuoi farti
ammazzare?"
Un silenzio sconvolto cadde sul Colosseo alla vista di gesto, e così,
quando Massimo si voltò dopo essersi tolto l’elmo, le sue parole
risuonarono forti e chiare...e irose.
"Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell'esercito del
Nord, generale delle legioni Felix, servo fedele dell’unico vero
imperatore, Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una
moglie uccisa e avrò la mia vendetta, in questa o nell'altra vita."
Padre e figlia si cambiarono uno sguardo sconvolto. Massimo...un
generale delle legioni! Era davvero possibile? E perché aveva osato
parlare in quel modo a Cesare? I loro occhi tornarono sulla pista dove
Commodo aveva ordinato alle guardie di sguainare le spade. Per un lungo,
interminabile istante, Ariadne credette di dover assistere alla morte di
Massimo, ma poi la folla cominciò a scandire, "GRAZIA! GRAZIA!
GRAZIA!" con tale veemenza che Commodo non poté ignorarla.
L'ultima cosa che Ariadne vide prima che il buio la cogliesse e si lei
afflosciasse tra le braccia di suo padre, fu Cesare che alzava il pollice
verso Massimo, prima di voltarsi e scomparire nei corridoi del Colosseo.
*****
Massimo era seduto al tavolo della sua cella, tentando di allentare la
tensione. Di fronte a lui c'erano alcuni gusci di noce e ci stava
giocherellando, muovendoli con la punta di freccia che aveva raccolto al
Colosseo, la stessa che avrebbe voluto piantare nel collo di Commodo ma
non aveva potuto farlo per la presenza del figlio di Lucilla.
"Ispanico, hai visite!" sbraitò una guardia prima di aprire
la porta e lasciar entrare qualcuno. Si trattava di Ariadne.
Sembrava molto pallida e stanca ma forse era solo la poca luce della
stanza che la faceva sembrare così. Non appena la porta si chiuse, la
ragazza gli corse tra le braccia e Massimo fece appena in tempo ad alzarsi
in piedi e ad afferrarla. Se la strinse al petto e lei si nascose
singhiozzando contro il suo collo, del tutto indifferente alla presenza di
Juba. "Ero così preoccupata per te! Sono perfino svenuta al Colosseo."
"Davvero? E adesso come ti senti?" Le mani di la sfiorarono
con delicatezza, mentre gli occhi studiavano il suo viso.
"Sto meglio, ma Massimo, ho tanta paura per te! Ho sentito delle
chiacchiere nel corridoio... Dicono che l'imperatore ti odia... E' vero?
E' vero che eri un generale?"
Massimo annuì lentamente. "Sì, ero davvero un generale. In
quanto a Commodo, ha tentato di farmi fuori in Germania e non dubito che
ci proverà anche qui." Era un dato di fatto, non era il caso di
negare l'evidenza ed era meglio prepararla all'eventualità della sua
morte.
Ariadne si morse il labbro inferiore per impedirsi di piangere. Aveva
sperato di essere rassicurata, ma vide che questo non sarebbe accaduto."E...
Cesare è responsabile anche della morte di tua moglie e di tuo
figlio?" Massimo annuì. "E' per questo che vuoi ucciderlo... E'
per questo che volevi trovarti di fronte all'imperatore... Tu non hai mai
cercato la libertà... Solo la possibilità di vendicarti, non è
così?" Disse Ariane, mentre ogni tessera del mosaico trovava la
giusta collocazione.
"Si," sussurrò Massimo, "Mi dispiace. Non volevo farti
soffrire, ma..." E Ariadne lo fece tacere posandogli un dito sulle
labbra.
"Per favore, non aggiungere altro, capisco tutto." Sospirò
profondamente, "Mio padre non vuole che venga qui. Ha detto che è
pericoloso."
"Ha ragione." Massimo enfatizzò le sue parole con un cenno
della testa, "E' pericoloso starmi vicino. Prometti che starai
lontana; sei l’unica cosa bella che mi sia rimasta, non posso rischiare
di vederti malmenata... o uccisa, come mia moglie." Le prese la mano
e se la portò alla bocca, baciandola con reverenza. Le lacrime
cominciarono a scorrere lungo le guance di Ariadne mentre lei annuiva
lentamente con la testa.
"Adesso vai,"sussurrò Massimo con voce convulsa. La ragazza
annuì ancora e dopo un lungo e tuttavia troppo breve abbraccio, si
avvicinò alla porta. Ma prima di uscire, si voltò ancora una volta e
mormorò, “Ti amo, Massimo. Non dimenticarlo mai."
"Non lo farò."
E se ne andò.
*****
Ariadne corse lungo il corridoio, non volendo scoppiare a piangere di
fronte alle guardie.
Non appena fu lontana da loro, nascosta in un angolo, si fermò e
appoggiò la testa al muro, mentre le lacrime che aveva cercato invano di
trattenere iniziarono a scenderle dagli occhi. Perché la vita era così
crudele? E come avrebbe potuto vivere nei prossimi giorni sapendo che l’uomo
che amava, l’uomo che aveva dato un senso alla sua vita, si trovava in
mortale pericolo? Se solo fosse stata in grado di aiutarlo, in qualche
modo! Ma come? Non era semplicemente una questione di combattimenti tra
gladiatori, c’era di mezzo la politica e lei era solo una povera
liberta, non una gran matrona come quella che era appena transitata per il
corridoio. Ariadne si irrigidì a quella vista inaspettata. Chi era?
Curiosa, seguì la donna finché la vide entrare in una cella vuota. Era
forse una di quelle donne che amavano intrattenersi con i gladiatori? Si
domandò un po’ morbosamente, solo per sentire il sangue defluirle dal
volto quando vide due guardie accompagnare Massimo in quella stessa cella.
Dall’espressione sul suo viso, lui non sembrava felice e Ariadne non
sapeva se avrebbe dovuto tranquillizzarsi o preoccuparsi. Lo stomaco le si
contorse ed un ondata di nausea la travolse ancora una volta, tanto che di
malavoglia decise di rientrare nella sua stanza, sempre pensando alla
donna misteriosa. Chi era? E soprattutto, che cosa voleva da Massimo?