prima parte
By Ilaria
Questa storia presuppone che abbiate visto “Il
Gladiatore” e che ogni scena non specificatamente alterata, si sia
svolta come nel film.
"Il prossimo." Una voce dal forte accento germanico penetrò
nella stanza, facendo alzare la testa ad Ariadne dallo scrittoio che stava
riordinando per voltarsi verso la finestra. Tristi occhi scuri fissarono
il cortile riservato agli allenamenti che si estendeva di fronte a lei,
mentre guardava i più esperti gladiatori di suo padre “insegnare il
mestiere” alle reclute acquistate al mercato il giorno precedente. La
ragazza provava disgusto per tutto ciò che ruotava intorno ai
combattimenti, ma ne era anche morbosamente affascinata. Si domandava come
fosse possibile che un uomo come suo padre, che aveva vissuto sulla
propria pelle quel brutale trattamento, potesse assoggettarvi altri
disgraziati. Forse perché non conosceva niente di meglio? O perché non
era stato in grado di adattarsi ad un’altra vita ed era tornato a fare l’unica
cosa in cui era stato bravo? “E’ probabile che sia davvero così,”
pensò. Lei stessa era adesso una donna libera, ma dopo aver trascorso i
suoi primi quindici anni in schiavitù, trovava pressoché impossibile
adattarsi ad una nuova esistenza. Si era scoperta incapace di dimenticare
ciò che era stata, e chi le stava intorno non faceva niente per aiutarla.
A Zucchabar tutti sapevano tutto di tutti, e il suo passato era di
pubblico dominio, compreso il fatto che fosse appartenuta ad un uomo
conosciuto per la sua depravazione. Ariadne pensò, e non era la prima
volta, che forse meglio sarebbe stato essere ancora una schiava, almeno
avrebbe saputo come comportarsi invece di vivere in una specie di limbo,
intrappolata tra una vita che non esisteva più ed un’altra che doveva
ancora iniziare. Il pensiero era terribile: come poteva disprezzare così
il dono inestimabile della libertà? Per tentare di distrarsi, guardò nel
cortile appena in tempo per vedere Haken, il miglior gladiatore di suo
padre, battersi con un giovane, muscoloso Numida. Il nuovo acquisto non
sembrava intimidito dal gigante germanico e contrattaccava con coraggio,
anche se la sua tecnica era a dir poco dilettantesca. Suo padre approvò e
ordinò ad uno degli schiavi di macchiare di rosso la tunica dell’uomo,
un segno che sarebbe servito a distinguere i combattenti promettenti da
coloro che erano destinati a una fine rapida e ingloriosa. Non che ci
fosse qualcosa di glorioso nei giochi, commentò tra sé la ragazza.
“L’Ispanico!” chiamò ancora Haken e Ariadne decise di seguire
anche il successivo duello, prima di tornare a lottare contro la polvere
che entrava di continuo da fuori.
L’Ispanico era un uomo robusto, bruno e barbuto. Si portò dinanzi al
Germanico e prese la spada di legno che costui gli porgeva. Per un breve
istante, la impugnò in un modo che dimostrava quanto fosse abile ad
usarla. Ed ad usarla bene, come indicava la postura del corpo, così
controllata ma minacciosa che perfino lei fu in grado di notarla,
nonostante la sua inesperienza. Però poi l’uomo gettò l’arma nella
sabbia, fissando Haken con disprezzo. Ariadne rabbrividì e, per un breve
istante pensò di distogliere lo sguardo, sapendo ciò che sarebbe
accaduto dopo e non volendo assistere alla punizione dello schiavo. Suo
padre le aveva detto che era necessario insegnare ai gladiatori chi
comandava lì dentro, e lei aveva compreso il senso di quelle parole anche
se, essendo lei stessa stata vittima di svariate punizioni, detestava che
quel trattamento fosse riservato agli altri. Sperò solo che l’Ispanico
imparasse la lezione alla svelta e facesse ciò che gli era stato
richiesto. Ma lo schiavo non ascoltò la sua preghiera: infatti,
nonostante un colpo allo stomaco che lo aveva fatto piegare in due, non
prese la spada, ma si limitò a restare immobile di fronte al furioso
Germanico, la testa alta e lo sguardo deciso. Ariadne vide Haken guardare
suo padre per sapere cosa dovesse fare e, dopo un cenno d’assenso di
quest’ultimo, colpire la spalla dell’Ispanico, dove già si apriva una
brutta ferita ancora non del tutto rimarginata. L’Ispanico cadde nella
polvere con tutto il corpo tremante, ma si rialzò subito, con un’espressione
di sfida dipinta sul viso. Haken era furioso e alzò la spada pronto a
colpirlo ancora, ma la voce del suo padrone lo fermò.
“Basta così per adesso. Il suo momento verrà.”
Ariane si voltò a guardare il padre con sorpresa; era la prima volta
che permetteva a uno schiavo di prendersi simili libertà e si chiese
perché lo facesse. Quindi lo sguardo tornò a posarsi sull’Ispanico, la
cui tunica era stata segnata di giallo, il colore dei perdenti, e lo
guardò andare verso le celle, sentendosi in qualche modo affascinata da
lui. Qualcosa nel suo comportamento, nella sua totale assenza di timore l’aveva
colpita e, per la prima volta nel corso della propria vita, provò il
desiderio di conoscere meglio qualcuno. La giovane scosse la testa,
facendo ondeggiare i lunghi riccioli bruni e, decidendo che aveva già
sprecato abbastanza tempo, tornò alle sue faccende.
*****
Quella sera a cena Ariadne osservò il padre consumare il cibo con uno
sguardo lontano sul viso indurito e abbronzato. Non l’aveva mai visto
perso nei suoi pensieri, se non quando ricordava la sua defunta madre e
questo la incuriosì.
“Che c’è?”gli chiese.
Elio Proximo si voltò a guardare la figlia e rispose, “Ho l’impressione
che la nostra fortuna potrebbe presto migliorare.”
“Davvero?”indagò lei, non certa di che cosa intendesse dire.
“Sì, credo che una delle nuove reclute potrebbe rivelarsi una
miniera d’oro.”
“Ti riferisci al Numida? L’ho visto combattere: è coraggioso, ma
non ha una grande esperienza.”
Proximo sorrise, un po’ sorpreso che la ragazza, che pur sosteneva di
detestare quel genere di faccende, avesse acquisito abbastanza esperienza
da riconoscere un bravo combattente. Era davvero figlia di suo padre. “Il
tuo giudizio è giusto, ma io non mi riferivo a lui. Io parlavo dell’Ispanico.”
“L’Ispanico? Ma ha rifiutato di combattere, l’ho visto dalla
finestra.”
“Sì, ma è stato il modo in cui ha rifiutato di battersi che mi ha
impressionato. Non traspariva paura dal suo atteggiamento ed era come se
volesse sfidare Haken. Quell’uomo ha dentro una grande forza e sono
sicuro che debba essere molto abile con la spada, se si considera quanto
sia duro l’addestramento dei legionari. Sono certo che sarà grande nell’arena…se
si deciderà a combattere.” Proximo masticò un pezzo di pane e
continuò, “E’ uno di quegli uomini che si spezzano piuttosto che
piegarsi ai desideri di un altro. E’ per questo che ho ordinato ad Haken
di fermarsi e non l’ho fatto frustare. Non servirebbe a niente. No, lo
lascerò solo a rimuginare e poi lo scaraventerò nell’arena tempo due
giorni.”
“Capisco.” Ariadne tornò al suo cibo, felice della decisione del
padre di non punire l'Ispanico. Le grida degli schiavi fustigati non
mancavano mai di darle la nausea perché richiamavano ricordi del suo
passato, quando aveva visto un amico morire sotto i colpi.
“Ariadne?” la voce di Proximo la scosse dai suoi pensieri, “Potresti
scendere nelle celle e dare un'occhiata alla ferita dell'Ispanico?
Gliel'ho vista sanguinare, questa sera. Haken deve aver esagerato a
colpirlo e non voglio rischiare che s'infetti un'altra volta.”
“Me ne prenderò cura.”
“Grazie.” Proximo sorrise e fu felice nel vedere la figlia
contraccambiarlo, prima di alzarsi e andarsene.
La guardò lasciare la stanza con orgoglio, tristezza e nostalgia,
mentre i neri riccioli vaporosi, gli occhi scuri e i lineamenti delicati
che gli ricordavano quelli sua madre. Amava Ariadne, ma sembrava incapace
di renderla felice o anche solo di comunicare con lei, da padre a figlia.
E lei rendeva tutto più difficile perché parlava tanto poco e mai di se
stessa. Egli sapeva che la sua vita di schiava era stata terribile,
essendo stata venduta a un bruto che aveva abusato di lei da quando aveva
tredici anni. Proximo avrebbe voluto aiutarla a dimenticare, ma non ne era
stato capace e il dolore silenzioso che leggeva negli occhi scuri, occhi
che non nascondevano quel che c'era nella sua anima, lo ferivano,
facendolo sentire colpevole di non essere stato in grado di rintracciarla
e comprarla più presto, prima che quel lercio bastardo del suo padrone la
rovinasse. Proximo sospirò profondamente e inghiottì un lungo sorso di
vino, prima di tornare con decisione a pensare agli affari, se non voleva
ubriacarsi fino all’oblio.
*****
Il tintinnio delle chiavi fece distogliere la testa a Massimo dalla
finestra, giusto in tempo per vedere la porta aprirsi e una figuretta
entrare nella cella, ma il suo cervello affaticato non tentò neppure di
domandarsi chi fosse. Non gliene importava, semplicemente. Niente lo
interessava più, non ora che la sua ragione di vita, sua moglie e suo
figlio, se n'era andata per sempre. Chiuse gli occhi per respingere
indietro le immagini dei loro corpi bruciati e brutalizzati, ma li riaprì
subito sentendo una voce femminile dire, “Ispanico, per favore,
avvicinati alla lampada. Ho bisogno di luce per controllarti la ferita.”
Il tono era gentile e Massimo ubbidì istintivamente, alzandosi,
percorrendo il breve tragitto che li separava e sedendosi sul rozzo
giaciglio. La giovane donna, perché era davvero molto giovane, gli fece
un sorriso rassicurante, prima di immergere una pezzuola nel bacile che
aveva portato con sé e cominciare a lavargli la spalla sinistra, per
ripulirla della sporcizia e del sangue secco. Massimo fissò risoluto il
muro di fronte a sé, la gola contratta dal profumo di gelsomino che la
ragazza emanava. Era solo un'impressione, ma bastò a riportargli alla
memoria sua moglie e lottò per non farsi sopraffare dal dolore. Se n'era
andata...per sempre. Ma il suo ricordo lo perseguitava, facendolo soffrire
come mai avrebbe immaginato fosse possibile. Non preoccupato dalla
situazione in cui si trovava, uno schiavo destinato all'arena: se avesse
avuto fortuna, sarebbe morto presto, ed in ogni caso la considerava la
giusta punizione per non aver pensato che i suoi cari avrebbero potuto
pagare le conseguenze del suo rifiuto di stringere la mano a Commodo.
Avrebbe dovuto baciare quella mano e tramare nell’ombra per rovesciare
quel bastardo... Invece no, aveva voluto fare il nobile gesto ed ecco che
cosa ne aveva guadagnato: era solo, ridotto in schiavitù e con la vita
distrutta. Massimo chiuse gli occhi, non volendo che la ragazza potesse
vederlo piangere. Lei aveva appena finito di lavargli la spalla e adesso
lo stava studiando. “Ci sono due ferite, qui, Ispanico...Perché? Mi
avevano detto che era solo una. Qualcuno ti ha fatto male?” Sembrava
sinceramente preoccupata e lui si voltò a guardarla, scuotendo la testa.
Lei strinse le labbra e lui notò uno sguardo perplesso balenarle negli
occhi scuri, quando alzò di nuovo la testa. “Il tuo tatuaggio SPQR è
stato raschiato via...Perché l'hai fatto? Non vuoi che la gente sappia
che eri un soldato? Ti vergogni perché sei un disertore?” chiese
gentilmente,cercando di leggere la risposta nei suoi occhi.
Massimo non rispose. Non erano affari che la riguardassero e, in ogni
caso, neppure lui sapeva perché avesse cancellato il tatuaggio...L'aveva
fatto perché l'uomo che da esso era stato contraddistinto non esisteva
più? O perché non ne era più degno? Non lo sapeva e non gli importava
di saperlo.
La ragazza sospirò e si rassegnò al fatto che lui non avrebbe
risposto, tornando al suo compito, spalmando un balsamo curativo sopra le
ferite, prima di fasciargliele avvolgendoci intorno una benda. Dopodiché
prese le sue cose, si alzò e lo salutò con un leggero inchino.
Quel gesto rispettoso causò in lui una reazione e, guardandola,
Massimo sforzò le labbra secche a pronunciare una parola, “Grazie.”
La voce suonò strana alle sue stesse orecchie, e si domandò quanto tempo
fosse passato dall’ultima volta che l’aveva usata, il giorno in cui
aveva implorato perdono da sua moglie e suo figlio. Si alzò bruscamente e
tornò alla finestra per guardare fuori il cielo e immaginarsi nei Campi
Elisi con Selene e Marco.
*****
Ariadne lasciò la cella ed aspettò che la guardia chiudesse a chiave
la porta e se ne andasse prima di abbandonarsi contro il muro. Era rimasta
scossa dall’incontro con l'Ispanico, ma non era in grado di definire
quelle sensazioni. C'era qualcosa di speciale nel silenzio di quell’uomo
e nel sordo mormorio con cui l'aveva ringraziata. Aveva notato un dolore a
stento trattenuto nei suoi occhi sinceri ed espressivi, che l’aveva
quasi fatta indietreggiare quando lui l’aveva guardata per la prima
volta. Egli stava soffrendo atrocemente e non solo perché era stato
ridotto in schiavitù. Gli uomini appena asserviti o condannati all’arena
erano di solito furibondi, ma quello era disperato, come se non avesse
più voglia di vivere. I suoi occhi glielo avevano comunicato e lei aveva
provato l'impulso irresistibile di carezzargli la guancia per dargli
conforto. Ma non l'aveva fatto. Quell'uomo era destinato ai combattimenti
e lei non poteva rischiare d'affezionarsi a lui solo per vederlo morire di
lì a poco.
“Devo smetterla di considerare i gladiatori come se fossero miei
pari. Io non sono più una schiava. Io adesso sono libera, loro sono
semplici proprietà.” Si disse da sola, sapendo tuttavia che quelle
parole non significavano niente per lei; loro erano esseri umani, come
lei, e l'Ispanico le sembrava tale molto più degli altri. Con un sospiro,
Ariadne iniziò ad incamminarsi, lasciando le celle per raggiungere la
sicurezza della propria stanza, e di una notte di sonno senza sogni.
*****
Le previsioni di Proximo sul talento dell'Ispanico si rivelarono
esatte. Convinto in qualche modo a combattere, si dimostrò uno
straordinario combattente, vincendo il suo primo duello in un modo che
suggeriva un illimitato potenziale di diventare un campione. Era stato
scaraventato nell'arena con il segno giallo dei perdenti, ma non aveva
sprecato tempo a dimostrare che non lo era. Aveva lottato con
determinazione e intelligenza, obbligando il compagno a lui incatenato a
seguire i suoi movimenti e ad andargli dietro.
Ariadne non amava i giochi e di solito rifiutava di guardare i
gladiatori di suo padre mentre combattevano. Odiava vedere uomini soffrire
per il divertimento degli altri, ma quella volta non poté farne a meno ed
andò a vedere come se la sarebbe cavata l'Ispanico.
Alla fine, una volta terminata la carneficina, ella sentì un piccolo
sorriso fiorirle sulle labbra quando vide l'uomo che tanto l'affascinava
stagliarsi accanto agli unici tre gladiatori superstiti, e il cuore le
strinse per lui e per la sua anima perduta, quando notò il modo in cui
lui guardava la folla plaudente intorno a sé. Mentre Haken aveva giocato
con il pubblico, l'Ispanico era rimasto immobile, con un’espressione
sconvolta sul viso, come se si stesse chiedendo in quale inferno fosse
finito. Ad Ariadne quella sensazione era familiare, avendo vissuto in un
Ade in terra per almeno due anni. Adesso ne era uscita, ma per quell'uomo
era solo l'inizio e sperò che fosse forte abbastanza da sopravvivere.
*****
Il tempo passò a Zucchabar e le vive speranze che Proximo nutriva a
proposito dell'Ispanico si dimostrarono esatte; era veramente il miglior
gladiatore che avesse mai posseduto, una perfetta macchina da
combattimento che stava arricchendo il suo padrone. Tuttavia egli era
anche una fonte di frustrazione per il lanista, perché non
sembrava capace di controllare completamente quell'uomo. L'Ispanico si
allenava tutti i giorni con rigore e disciplina, ma lo faceva più perché
conosceva l'importanza della pratica che non perché gli era stato
ingiunto di farlo, e non cambiava mai tipo d’esercizio. Combatteva bene,
vincendo tutti i duelli, anche i più difficili, con facilità e senza
sforzo, ma era troppo rapido a far fuori i suoi oppositori. Non li
uccideva: li giustiziava velocemente e quasi senza dolore, senza dar loro
il tempo di provare a difendersi, senza conceder loro alcuna possibilità
dal momento stesso in cui il duello cominciava. E alla folla questo non
piaceva. O meglio, gli spettatori amavano la furia a stento repressa con
cui uccideva, ma avrebbero preferito che impiegasse più tempo a farlo.
Proximo non sapeva cosa fare; l'Ispanico era un completo mistero, una
creatura sempre triste e silenziosa che sembrava non essere turbata dal
fatto di appartenere a qualcuno, e completamente indifferente al fatto che
Proximo avrebbe potuto ordinare di ucciderlo senza pensarci, magari
sperando che capitasse qualcosa del genere. In più di un’occasione il lanista
aveva avuto l'impressione che il gladiatore lo sopportasse a stento e lo
lasciasse parlare senza stare in realtà neanche a sentirlo.
Quell'atteggiamento insolente una volta lo aveva esasperato al punto da
ordinare che lo schiavo fosse frustato per dargli una lezione, ma il
risultato non era stato quello sperato. L'Ispanico aveva preso le botte
senza emettere un lamento e quando tutto era finito aveva saettato il
padrone con un'occhiata sarcastica e furiosa, dicendo a Proximo che
avrebbe potuto anche ammazzarlo subito, perché non aveva alcuna
intenzione di cambiare. E il più anziano tra i due uomini aveva capito
che non era una finzione, così aveva ordinato di liberare l'Ispanico e
mandato sua figlia a curargli le ferite.
Sua figlia… Proximo grugnì quando ripensò allo sguardo di puro
disprezzo che lei gli aveva rivolto tornando dalla cella del suo paziente,
domandandogli perché lo avesse punito se non aveva fatto niente di
sbagliato. Il lanista aveva provato a spiegarle come stavano le
cose, ma lei lo aveva fatto tacere con un’occhiata sarcastica come
quelle dell’Ispanico, facendogli comprendere perché lei avesse reagito
tanto male. Lei e il gladiatore erano fatti della stessa pasta, due
enigmatici individualisti con una volontà di ferro.
“Non lo farò più,” aveva promesso alla fine e Ariadne aveva
annuito.
Quella capitolazione aveva fatto sogghignare le due guardie presenti
nel locale, perché il loro tanto arrogante padrone sembrava totalmente
succube della piccola figlia e Proximo non aveva perso tempo a cancellare
quell’espressione dalle loro facce.
Il lanista tornò al presente e al problema di convincere l’Ispanico
ad indulgere di più la folla. C’era modo di corromperlo? Procurargli
una puttana e promettergliene altre se si fosse deciso ad assecondare il
suo padrone? Scosse la testa, già immaginandosi lo sguardo sarcastico con
cui il gladiatore gli avrebbe detto che cosa avrebbe potuto farsene della
prostituta. Proximo sospirò guardando il cielo e chiedendosi perché la
vita fosse tanto difficile.
*****
Era il tardo pomeriggio e gli schiavi stavano seduti fuori dalle celle,
attendendo la cena prima di essere rinchiusi. Ariadne passò lungo la
linea delle gabbie, dando una pagnotta ad ogni uomo, mentre due schiave la
seguivano con una pentola di zuppa di carne che versavano nelle ciotole
dei gladiatori. Suo padre trattava bene i propri uomini, dandogli cibo in
abbondanza, specialmente adesso che la scuola versava in buone condizioni
economiche. Ariadne giunse in prossimità delle celle che ospitavano i
campioni e si sforzò di rallentare il passo per non costringere le due
ragazze che la seguivano con la pentola a tenerle dietro, ma non era
facile. Le piaceva quel momento del giorno, quando poteva stare vicino all’Ispanico,
anche se solo per pochi attimi.
Non si parlavano mai, se non quando lui la ringraziava per il pane, ma
era il modo in cui lui la guardava e la considerava a far sì che quei
brevi istanti fossero così preziosi. La guardava come una donna
meritevole del più grande rispetto e non solo perché era la figlia del
suo padrone. I suoi occhi non smettevano mai di attrarla e di comunicare
con lei, facendole desiderare di essere in grado di cancellare tutta l’amarezza
e la rabbia che sembravano aver preso il posto della malinconia che vi
aveva letto dentro, la prima volta che si erano visti. Le sarebbe piaciuto
essere più sfrontata e trovare il coraggio di avviare una conversazione
con lui e provare a diventargli amica, ma un’esistenza fatta di
sottomissione e di paura le aveva insegnato di stare zitta e a non tentare
il destino. E così, per l’ennesima volta, Ariadne passò oltre la sua
cella, ma non prima di avergli fatto un piccolo sorriso.
*****
Massimo guardò la ragazza bruna sorridergli, con una piccola smorfia
che voleva esprimere solidarietà e amicizia e, quasi suo malgrado, le
rispose. Non sapeva chi fosse, eccetto il fatto che era l’unica cosa
positiva in quella sua nuova vita. Gli piaceva; era modesta e gentile e
non guardava né lui né gli altri uomini con occhi libidinosi come
facevano parecchie altre donne e, anche se andava nell’arena, era
perché glielo ordinava il padrone, dato che a lei di certo i giochi non
piacevano. Più di una volta, gettando un’occhiata alle tribune durante
un combattimento, lui l’aveva vista e non guardava lo “spettacolo”,
ma altrove. Nell’inferno che era diventata la sua vita, era bello
scoprire che qualcun altro detestava i giochi tanto quanto lui. Non che
importasse più di tanto.
Massimo guardò dall’altra parte, inghiottendo il groppo amaro che
minacciava di soffocarlo. L’impeto di rabbia fu tale che quasi ruppe la
ciotola con le mani nude, mentre cercava di non essere sopraffatto da
ricordi e rimpianti. Ma era troppo tardi e, ancora una volta, se la prese
con gli dei, il destino e se stesso. Per tutta la vita aveva cercato di
essere un uomo d’onore nel vero senso della parola; di essere un marito
fedele e un soldato leale e di pensare agli altri prima che a se stesso…e
che cosa ci aveva guadagnato? Schiavitù, degradazione, dolore. Diede un
calcio alla sua coppa, sentendo un forte desiderio di far del male a
qualcuno. Massimo si portò le mani al viso, tremando di vergogna. Che
cosa gli stava succedendo? Si sentiva come una barca senza timoniere, alla
deriva in un mare di rabbia. Egli meritava ogni oncia della degradazione e
del dolore che soffriva, come punizione per tutto quel che aveva fatto o
che non aveva fatto, ma tante volte egli sentiva il desiderio feroce di
dimenticare tutto, la sua vita passata, il suo presente…tutto. Era in
grado di farlo soltanto nella foga del combattimento, quando la sua mente
era focalizzata nel bloccare il mondo esterno e pensare solo all’avversario,
ma non appena esso finiva, il dramma del presente gli crollava di nuovo
addosso e la rabbia tornava a impossessarsi del suo essere. Massimo
maledisse il suo istinto di sopravvivenza, che non gli permetteva di
lasciarsi uccidere senza opporre resistenza e si alzò, incapace di
contemplare ancora l’uomo che era diventato, ritirandosi nella propria
cella, mentre il buio che aveva iniziato a circondarlo rappresentava in
modo fin troppo reale le tenebre che gli attanagliavano il cuore.
*****
Ariadne era nella stanza da letto del padre intenta a riordinarla
quando sentì un suono di passi sul pavimento della stanza accanto.
Qualcuno che portava calzari aveva raggiunto Proximo nello studio.
Continuando a piegare le lenzuola, sentì suo padre dire, “Ah, Ispanico.
Gradisci una farfalla?”*
Ariadne lasciò cadere la biancheria e si avvicinò furtiva alle
cortine che separavano le due stanze, scostandole quel tanto che bastava
per vedere quel che stava succedendo.
L'Ispanico era fermo in un angolo della stanza, guardando dritto
davanti a sé, e la tunica azzurra senza maniche che indossava lo fece
sembrare magnifico agli occhi della ragazza. Per un breve momento, ella si
domandò se la sua barba fosse così morbida come sembrava e immaginò di
accarezzargliela, prima di baciarlo sulla bocca. Il pensiero la fece
arrossire(da dove era uscito fuori?) e tornò in fretta ad osservare che
cosa stesse accadendo.
Non avendo ricevuto risposta alla sua offerta di cibo, Proximo ci
riprovò, “Che cosa vuoi, eh?Una donna? Un ragazzo?”
Il gladiatore lo guardò freddamente, quasi senza emozione, “Mi hai
mandato a chiamare?”
Il lanista, e anche Ariadne, notarono lo sdegno a malapena
celato dell'uomo, che sembrava quasi annoiato e irritato, come se avesse
qualcosa di molto più importante da fare e il padrone non fosse degno
della sua attenzione.
“Sì, è vero. Tu sei bravo, Ispanico. Ma non così, bravo.”
Continuò Proximo, come se non avesse notato l'atteggiamento del suo
schiavo, “Potresti essere magnifico.” Fu allora che Ariadne comprese
il motivo di quella conversazione. Era stata nell'arena quel giorno e
aveva visto come, nonostante tutte le raccomandazioni di suo padre di
tirare il duello per le lunghe, l'Ispanico avesse ucciso sei uomini in
meno di un minuto. La ferocia che aveva dimostrato aveva stupito la folla,
causandogli di inveire contro di essa e di lanciare la spada verso la
tribuna dove Proximo si era seduto, per dimostrargli cosa ne pensasse
delle sue “istruzioni”. L'Ispanico era stato ancor più letale del
solito e questa, così credeva la ragazza, era la ragione per cui suo
padre stava tentando in qualche modo di placarlo.
“Mi ordinano di uccidere e io uccido. Tanto basta.” Fu la laconica
risposta dell'Ispanico, che ribadiva ancora una volta di non avere alcuna
intenzione di volersi trasformare in un intrattenitore.
“Tanto basta per le province, ma non per Roma.” Il lanista prese
uno delle farfalle che stava mangiando e la rifilò alla sua iena
addomesticata.
“Roma?”si domandò Ariadne dal suo nascondiglio. Che cosa aveva
voluto dire?
“Il giovane imperatore ha proclamato una serie di spettacoli per
commemorare suo padre, Marco Aurelio. Lo trovo divertente visto che è
stato Marco Aurelio, il saggio, il sapiente Marco Aurelio ad interrompere
i giochi,” continuò Proximo gesticolando, senza notare l’espressione
apparsa sul viso del gladiatore nell’udire il nome del defunto
imperatore. “E così dopo cinque anni passati a guadagnarci
faticosamente da vivere in villaggi infestati dalle pulci, finalmente
torniamo al posto che ci spetta, il Colosseo.” Egli trasse un respiro
profondo, eccitato, come se potesse percepire l’odore dell’arena. “Oh,
dovresti vedere il Colosseo. Cinquantamila romani che osservano ogni
movimento della tua spada, aspettando che vibri il colpo ferale. Il
silenzio prima del fendente, e il fragore dopo… cresce…cresce e si
solleva…come una tempesta, come se tu fossi Giove Tonante.”
Suo padre era totalmente preso dalle immagini che vedeva con gli occhi
della mente e Ariadne non poté che esserne affascinata, perché egli
sembrava conservare un buon ricordo dei tempi in cui era un gladiatore.
Questo la stupì; era convinta che odiasse il suo passato proprio come lei
lo detestava il proprio. Ma evidentemente non era così e le sue
successive parole glielo confermarono.
“Tu sei stato gladiatore?” Gli chiese l’Ispanico dopo essersi
portato vicino a lui, con un certo interesse nella voce solitamente
piatta.
“Sì, lo ero,” rispose l’uomo più anziano, nervosamente ma con
orgoglio.
“Hai vinto la tua libertà?”
Proximo si diresse verso il tavolo e con delicatezza sfiorò la spada
di legno che Ariadne aveva notato dal primo momento in cui aveva messo
piede in quella stanza, “Tanto tempo fa, l’imperatore mi fece dono del
rudis. E’ solo una verga di legno, il simbolo della tua libertà.
Egli.. egli mi toccò la spalla e io fui libero.”
“Tu conoscevi Marco Aurelio?” L’Ispanico rise con sarcasmo; era
evidente che non credeva che il lanista potesse avere conosciuto
Cesare.
“Non ho detto che lo conoscevo. Ho solo detto che mi toccò la
spalla.” Proximo si raddrizzò e guardò il suo campione che gli si
avvicinava, seguito sempre da una guardia pronta a intervenire qualora l’uomo
avesse tentato di nuocere al suo padrone.
“Mi chiedi quello che voglio. Voglio stare in piedi davanti all’imperatore,
come hai fatto tu.” Disse piano l’Ispanico, sollevando il sopracciglio
sinistro. Il suo atteggiamento era del tutto cambiato e adesso sembrava
molto più collaborativo e disposto all’ascolto rispetto di quanto fosse
mai stato.
Ma di certo non era difficile immaginare il perché. Voleva essere
libero, come lei aveva voluto esserlo, anche se la libertà non aveva dato
risposta o soluzione a tutti i suoi problemi.
Anche Proximo notò il cambiamento del suo gladiatore, che lo ascoltava
con le mani dietro la schiena, come un soldato in attesa di ricevere
ordini e, senza perdere tempo, decise di sfruttare la situazione. “Allora
ascoltami. Impara da me. Io non sono stato il migliore perché uccidevo
velocemente. Ero il migliore perché la folla mi amava. Conquista la folla
e conquisterai la libertà.”
Ariadne rimase sorpresa a vedere l’Ispanico distogliere lo sguardo
sentendo parlare della libertà e sentì un brivido correrle lungo la
schiena. Perché aveva la strana sensazione che, in verità, la libertà
non gli interessasse più di tanto? Ma non ebbe tempo di chiederselo
perché lo schiavo parlò ancora.
“Conquisterò la folla. Gli darò qualcosa di mai visto prima.”
“Ahhh! Allora, Ispanico,” esclamò suo padre, con evidente
soddisfazione nella voce, perché era riuscito a far fare ciò che voleva
al suo atleta ribelle, “andremo a Roma insieme, e vivremo avventure
sanguinose e la grande meretrice ci allatterà finché saremo grassi e
felici e non potremo più succhiare. E allora, quando saranno morti tanti
uomini, forse tu avrai la tua libertà.” Proximo fece una breve pausa e
andò a prendere una corazza di cuoio dal pavimento. “Ecco usa questa,”disse
lanciandola al suo gladiatore che l’afferrò al volo prima di chinare la
testa e andarsene.
Una volta solo, l’uomo brizzolato si avvicinò alla finestra e alzò
le braccia in segno di giubilo, presto raggiunto dalla figlia.
“Andremo davvero a Roma, padre?”chiese Ariadne senza sapere se
essere felice o meno di quell’eventualità. Non era mai stata nella
capitale anche se era nata in Italia e sapeva che i suoi genitori si erano
conosciuti quando lui combatteva nel Colosseo.
La guardò e annuì, “Sì, andremo. Partiremo tra un mese, quando
inizierà la stagione propizia alla navigazione..” Le sorrise, “Questa
potrebbe essere la grande occasione per guadagnare un sacco di soldi e
ritirarci a vita privata. Ti piace l’idea?”
La ragazza annuì. Niente più uomini comprati per morire…Certo che
le piaceva! Gli fece un sorriso e vide il padre illuminarsi. Lui le batté
la mano sulla spalla e le disse, “E adesso, per favore, chiamami una
guardia: devo mandarla in città a cercare una ragazza per l’Ispanico.”
Un’espressione stupita le apparve sul viso e Proximo aggiunse in
fretta, “Lo so che non ti piace questo genere di affari, Ariadne, ma
così vanno le cose e voglio premiarlo per aver promesso che conquisterà
la folla. Quell’uomo merita di rilassarsi e…” Smise di parlare,
mentre sua figlia lo fissava in silenzio. Pensò che le sue parole le
avessero portato alla mente brutti ricordi e si rimproverò per averle
dette. Quante volte, si domandò, il suo ex padrone doveva averla usata
per “rilassarsi”?
Ma Proximo si sbagliava. Sì, Ariadne era rimasta sconvolta sul
momento, ma non per le ragioni che lui immaginava. Era sconvolta dall’immediato
accesso di gelosia che l’aveva assalita. Non voleva che una puttana
toccasse l’Ispanico. Il suo Ispanico. Voleva essere lei a dargli
sollievo.
Non si capiva da dove le fosse venuta quell'idea, ma adesso che c'era,
non voleva andarsene. Voleva dargli piacere, perché lui l'attraeva e
perché voleva vedere se c'era differenza tra l’essere presa per libera
scelta e l'essere sottomessa con la forza. La concubina Nubiana di suo
padre, Cassandra, amava andare a letto con lui, lo desiderava perfino.
Ariadne voleva sapere perché. E voleva scoprirlo con l'Ispanico.
"Non c'è bisogno che tu paghi una prostituta, padre. Andrò io da
lui." disse con voce calma.
"CHE COSA?!"
"Ho detto che andrò da lui."
"Sei pazza?" In tutta la sua vita, Proximo non aveva mai
sentito niente di simile.
"Non sono pazza e voglio andare da lui."
Il lanista era senza parole; la scoperta che la figlia potesse
desiderare un uomo così come lui desiderava le donne era sconvolgente. Ma
anche lei, in fondo, era un essere umano, pensò, un essere umano che
aveva sofferto anche troppo, con i desideri e le necessità di chiunque.
Tuttavia, come padre, era esterrefatto dall'averglielo sentito dire, e non
era sicuro di poter acconsentire a quella richiesta.
“Ariadne...quel che dici non si conviene a una donna nubile e libera,”
cominciò, solo per essere zittito da una risata sarcastica talmente
simile a quella dell'Ispanico da fargli correre un brivido lungo la
schiena.
“Padre, non prendiamoci in giro. Sono stata schiava fino a due anni
fa. Il mio padrone mi ha fatto cose che ti farebbero rabbrividire e che mi
hanno umiliata al punto che ancor oggi non oso alzare la testa. Che
possibilità ho di trovare un marito? Specie qui, dove tutti conoscono il
mio passato e continuano a trattarmi come una schiava? Tutti...Eccetto
l'Ispanico. E'sempre gentile con me quando gli porto il cibo. Mi ringrazia
ogni volta...Lo sai che cosa significa essere trattata come una persona
dopo essere stata considerata immondizia per tutta la vita?"
Proximo annuì piano, avendo quelle appassionate parole toccato qualche
corda segreta che lui ignorava di possedere. E sapeva che non avrebbe
potuto fermarla. A dire il vero, in quanto padre, avrebbe potuto ordinarle
di recedere da quei propositi,ma anche lui era stato schiavo e,
sebbenefosse capace di soffocare i suoi sentimenti, mandando altri uomini
a morire, così come lo era stato lui (era forse una sorta di vendetta,
visto che non poteva prendersela con i suoi ex padroni?) non poteva
vietare niente a sua figlia.
"Va bene," capitolò, "se davvero lo vuoi, ti lascerò
andare da lui. Metterò due guardie vicino alla porta; non esitare a
chiamarli se l'Ispanico diventasse violento...Chiaro?"
"Sì," Ariadne deglutì a fatica per mascherare l'eccitazione
mista alla paura e se ne andò senza dire altro, in attesa di prepararsi
per la serata.
* Così nel testo del romanzo (in inglese) tratto dal film. Del resto,
si può vedere l’aspetto poco invitante di questo cibo nelle scene
tagliate presenti nel DVD. (N.d.A.)
*****
Ariadne si fermò all’inizio del corridoio che portava alla cella
dell'Ispanico e prese un lungo respiro, cercando di calmare il proprio
cuore martellante. Le guardie che suo padre aveva incaricato di
proteggerla erano ferme di fronte alla porta chiusa e la stavano guardando
con un'espressione insolente che significava, "Lo vedi? Noi abbiamo
sempre saputo che sei solo una puttana” ma non gliene importava, i suoi
pensieri erano rivolti all'uomo rinchiuso nella cella. Non aveva paura di
lui, malgrado tutte le volte che lo aveva visto massacrare i suoi rivali
nell'arena, perché qualcosa le diceva che mai avrebbe fatto del male a
una donna. E poi, dopo tutto quello che aveva passato con il suo padrone,
stentava a credere che potesse esserci qualcosa di peggio, anche se
sperava in un epilogo diverso. Non aveva mai sentito un uomo carezzarle il
corpo con tenerezza e pregava che questa fosse la prima volta.
Inoltre c'era anche un altro particolare importante che faceva la
differenza: desiderava l'Ispanico talmente tanto da provarne timore. Era
così bello...L'aveva visto mentre si lavava e la visione dell'ampia
schiena e delle gambe abbronzate le aveva provocato una strana sensazione,
ma fino a quella sera non aveva capito che si trattava di desiderio. Ma
non era solo attrazione fisica: la solitudine e la disperazione che gli
aveva letto negli occhi le avevano parlato come mai nessuno prima, e lei
voleva offrirgli un po’ di conforto, nella speranza che quelle ombre
lasciassero il suo sguardo almeno per un attimo. Ma lui avrebbe accettato
quell’offerta? Lo stomaco di Ariadne si contrasse, al pensiero che non c’era
che un modo per saperlo. E allora prese il canestro che aveva posato per
terra e riprese a camminare.
Giunse alla cella dell’Ispanico e si fermò davanti alla porta,
chiedendosi se avrebbe dovuto o meno bussare. Domanda inutile, visto che l’uomo
nella cella si era accorto della sua presenza.
“Avanti,” le abbaiò raucamente. Lei entrò e posò il cestino
vicino al muro.
Il gladiatore le dava la schiena, la testa inclinata verso la finestra
all’estremità opposta della cella. Era possibile vedere una stella
solamente ed egli sembrò osservarla un attimo, prima di voltarsi con il
solito sorriso che le riservava già dipinto sulle labbra. “Sei in
ritardo stasera,” mormorò piano, le prime parole diverse dal solito “grazie”,
“Posalo per terra.”
La giovane era confusa, “Cosa?”
“Il cibo.” La certezza nella voce dell’uomo era vacillata,
guardando le mani vuote della visitatrice. “Che cosa ci fai qui?”
Ariadne si irrigidì. “Proximo ha disposto un divertimento in premio
al suo glorioso gladiatore.” spiegò.
“Divertimento?” Massimo inarcò un sopracciglio, mentre gli occhi
valutavano le forme di lei. Per un secondo, la tentazione scintillò nel
suo sguardo, subito scacciata. Guardò la ragazza di fronte a lui, la sola
persona nell’intera scuola per gladiatori che rispettava e per cui
provava pena. Certo, aveva stretto amicizia con Juba e Haken, ma quella
piccola, gentile creatura con gli occhi scuri così simili a quelli di una
gazzella spaventata, era la sola ancora in grado di suscitare buoni
sentimenti nel suo cuore inaridito, come il desiderio di proteggerla. E
adesso gliel’avevano mandata perché ci si divertisse…Massimo chiuse
gli occhi. Chissà quante volte l’avevano obbligata a sottomettersi alle
voglie di uomini assatanati come lui? Scotendo la testa per cancellare l’immagine
di sua moglie, le disse gentilmente. “Non ho bisogno di essere
divertito. Tornatene nella tua stanza. Lo spiegherò io al tuo padrone.”
Strano, come non fosse in grado di dire il “nostro” padrone.
“Il mio padrone?” fece lei senza capire.
“Ma sì, Proximo,” replicò lui un po’ perplesso.
“Non è il mio padrone…E’ mio padre. Credevo che lo sapessi,
Ispanico.”
Massimo scosse la testa.
“Voleva pagare una prostituta per te, ma ho deciso di venire io.”
La donna lo guardò e gli fece un breve sorriso, prima di aggiungere, “Mi
chiamo Ariadne.”
Massimo rimase freddo, non dando alcun segno di aver sentito, mentre,
dentro di lui, qualcosa si spezzava.
Tradito.
Ancora una volta lo avevano tradito; la ragazza che credeva un fiore
tra le spine era solo un’altra cagna in calore, come le donne che
assistevano ai giochi e che cercavano di toccarlo e di palpeggiarlo ogni
volta che gli andavano abbastanza vicino. Che stupido era stato a credere
che potesse esserci qualcosa di buono in quel posto maledetto.
“Proximo dà molta libertà a sua figlia, se le permette di
comportarsi come una puttana,” disse cercando di insultarla, di ferirla
nello stesso modo in cui lui era stato appena ferito.
Lei non replicò, ma continuò a guardarlo, e sembrava tanto piccola e
innocente…Massimo digrignò i denti: non le avrebbe permesso di
ingannarlo ancora.
Le si avvicinò, sperando d’intimorirla con la sua grossa
corporatura, ma lei non indietreggiò. Gelidi occhi blu si piantarono in
quelli bruni e profondi di lei, ma la ragazza non si mosse.
L'ex generale lottava contro le sue sensazioni: un miscuglio
disorientante di desiderio e di rabbia. Qualcosa in lei lo eccitava ed era
da tanto tempo che non trovava conforto nel calore di una donna, ma il suo
atteggiamento falso e viziato, perché solo una ragazza viziata avrebbe
potuto convincere il proprio padre a lasciarla comportare in quel modo,
suscitava la sua rabbia. Evidentemente, lei non conosceva altre regole che
le sue, un'irresponsabile, irrispettosa ragazzina ben felice di indulgere
i propri vizi. Aveva già incontrato un individuo simile: Commodo.
Massimo fece un altro passo,assumendo un'espressione minacciosa mentre
la interrogava, "E che genere di intrattenimento ti proponi di
offrirmi?"
Lei non rispose, ma corse a prendere un cestino che lui non aveva
notato prima, posando poi ai suoi piedi.
"Carne," disse con calma, "E da bere. Vino puro, non
annacquato. Un dono per le tue vittorie. Hai fatto guadagnare a mio padre
un mucchio di soldi, oggi."
“Che fortuna,” Massimo commentò con sarcasmo, toccando il canestro
con la punta del piede e rischiando di rovesciare la brocca piena di vino.
“Non ho fame.” Era vero, la scoperta dell’inganno di lei gli aveva
tolto l'appetito.
Ariadne ridacchiò, e la luce della luna che inondava la cella si
riflesse sui suoi denti. "Eccellente," rispose in un tono nel
quale a malapena si riconobbe, e alzò un dito alla fibula che le chiudeva
la veste. "Io non sono una donna paziente." E questo da dove
arriva? Si domandò, meravigliandosi del suo atteggiamento provocante. Ma
non si fermò a pensarci più di tanto; la vicinanza di lui era
intossicante, e la faceva sentire spavalda ed audace, come mai prima d’allora.
Quella sensazione era la benvenuta perché per la prima volta in vita sua
si sentì veramente libera.
Massimo provò a mostrare disinteresse quando le dita agili sciolsero
le spille che le tenevano a posto la tunica. Il lino stropicciato cadde
sul pavimento, esponendo alla vista il suo corpo. Era una bellissima
giovane. Indurita e scurita dal deserto, certamente, ma molto carina. La
pelle scura rivestiva una figura voluttuosa, dai seni colmi, i fianchi
torniti e la vita sottile. A dispetto dell'atteggiamento burbero, il suo
corpo non rimase indifferente a quella vista. Dentro la biancheria, c'era
una certa agitazione.
Ariadne si fermò, indicandogli con un gesto di sdraiarsi sul
giaciglio. Egli non obbedì.
“Tu non sei la mia padrona,” sibilò tra i denti.
Le labbra voluttuose si arricciarono. “Ma mio padre lo è.”
Massimo allungò la mano e l'afferrò, cercando la pelle del collo. Non
era il suo servitore ossequioso per doverle obbedienza! L'avrebbe
strozzata volentieri, ma la sensazione della pelle calda sotto le mani gli
fece cambiare idea. Ancora una volta, la sua rabbia si mutò in lussuria.
Aveva voglia di qualche gioco di letto? Sarebbe stata accontentata: ma le
condizioni le avrebbe dettate lui!
Ariadne gemette quando l'Ispanico la rovesciò sul letto, strappandole
di dosso senza cerimonie gli ultimi indumenti. Un brivido di paura le
balenò negli occhi, “Permettimi...”
“Perdonami, signora,” la voce di lui era impregnata d'ironia, “ma
credo che tuo padre mi abbia comprato per essere un intrattenitore.” Lo
sguardo duro del gladiatore costrinse la ragazza al silenzio. Le tenne le
spalle ferme contro il giaciglio mentre si strappava i vestiti di dosso,
quindi le stampò in bocca un bacio crudele. Ariadne tremò quando le
labbra di lui attaccarono le proprie. La forza di quell'azione era
terrificante...E intossicante. Brividi di un piacere mai provato prima le
percorsero il corpo mentre le ruvide, callose dita di lui le correvano
lungo la schiena, le natiche e le gambe. Lei aprì gli occhi e, stando
attenta di evitare lo sguardo cupo dell'Ispanico, studiarono il suo
fisico. Molte cicatrici segnavano il corpo muscoloso, senza deturparne la
mascolina perfezione. Le larghe spalle e le cosce ben modellate sembravano
appartenere a un dio…un dio alquanto ben dotato. La vista del suo fallo,
completamente eretto e puntato verso di lei, non le causò panico come in
passato, quando era costretta a giacere nel letto del suo padrone, ma le
provocarono un piacevole brivido ai lombi. Si preparò ad accoglierlo, e
aprì le cosce nell'antico invito, mentre lui si chinava a baciarla
un'altra volta, e l’umidore bagnava le sue carni tradiva l’attrazione
animale che provava per quell’uomo.
“Prendimi…” E chiuse gli occhi per prepararsi al suo assalto.
“Come vuoi, mia signora,” sembrò sghignazzare. Quindi la penetrò.
Ariadne gemette quando lui le entrò dentro, con tanta forza che lei
temette di rompersi. Lui era entrato in profondità, cercando quasi il suo
essere più profondo, prima di ritrarsi. Era stato poco cortese, ma non
violento come il suo padrone e la frizione tra i loro corpi la fece
fremere di un piacere squisito. Dalla reazione del proprio corpo, lei
capì che le piaceva essere presa in quel modo, subendo tutta la sua
potenza di maschio, ma sapendo di essere lei ad averlo deciso.
Il ritmo agitato dell’Ispanico divenne infine più regolare e rapidi,
teneri brontolii contro la sua spalla le dissero che il piacere che
provava era condiviso, come Ariadne aveva sperato. E proprio quando lei
incominciò a percepire una tensione mai conosciuta al ventre, si accorse
che lui stava per raggiungere l’appagamento. I suoi fianchi si mossero
con più rapidità e forza, finché il suo controllo non si spezzò e il
seme caldo le scolò fra le cosce. Ariadne e il suo amante gridarono,
quando insieme raggiunsero l’orgasmo.
Poi rimasero immobili.
Gradualmente, il sangue che gli aveva rimbombato nelle orecchie si
calmò, mentre Massimo cercava di regolarizzare il respiro. Poi alzò la
testa per guardare la donna che gli giaceva sotto. I suoi occhi erano
chiusi e per pochi istanti egli pensò di averle fatto male, ma un timido
sorriso lo informò del contrario. Spostò il suo peso, in modo da non
schiacciare quel piccolo corpo sotto il proprio.
Dei, che cosa aveva fatto? Massimo si pentì dell’azione appena
commessa.
Giacendo lì, tra le ginocchia di quella strana donna, si era sentiva
sporco, marcio, usato… ma mentre l’aveva posseduta.. Sospirò piano,
ricordando i momenti appena passati: i primi che riusciva rammentare da
quando era iniziato il suo incubo in cui non aveva pensato a Selene e a
Marco o non era stato preda della sua ira furibonda.
La donna gli aveva promesso divertimento ma gli aveva dato qualcosa di
meglio: conforto, e un momentaneo sollievo dai ricordi che l’opprimevano
e dalla cruda realtà che lo circondava.
“A che cosa stai pensando?” la dolce voce della ragazza lo riportò
alla realtà. A quel suono, egli cominciò ad allontanarsi.
“Penso che sia tempo per te di andartene.”
Le fiorì sulle labbra un broncio, ma poi pensò che non fosse il caso
di insistere e si affrettò a mentre recuperare i vestiti nell’oscurità.
“Come vuoi.” Una volta vestita, andò alla porta. Si fermò vicino al
canestro pieno di cibo.
“Lascialo qui,” ordinò lui. Non avrebbe avuto bisogno di carne,
quella notte. Ma di vino sì.
*****
Ariadne lasciò la stanza, camminando svelta lungo il corridoio, cieca
ai sorrisi lascivi delle guardie, il cuore in tumulto. Mai prima d’allora
aveva pensato che il sesso potesse essere tanto piacevole. L’Ispanico
aveva operato una strana magia nel suo corpo…Era stato rude, sì, e l’aveva
fatta gridare, ma per la prima volta in vita sua era stato un grido di
pura gioia. Ritornò al momento in cui la tensione dentro di lei si era
spezzata e un brivido le percorse la schiena…Come avrebbe voluto
ripetere ancora l’esperienza! Ma suo padre gliel’avrebbe permesso? Per
la prima volta nella propria travagliata esistenza, il viso di Ariadne
assunse un’espressione determinata, decisa a lottare per ottenere quel
che voleva…L’Ispanico, ancora una volta.
*****
Proximo calmò il suo frenetico agitarsi non appena udì passi leggeri
sulla scala e lasciò la stanza per uscire nel corridoio, dove osservò
attento la figlia.
"Come stai?" le chiese, preoccupato.
Ariadne alzò la testa e gli fece il più bel sorriso che avesse mai
visto. “Tranquillizzati, padre. Sto bene. Anzi, più che bene.”
La osservò e annuì soddisfatto: a parte qualche irritazione dovuta
alla barba del gladiatore sulle guance e sul collo, e le labbra gonfie,
sua figlia appariva bellissima, gli occhi scintillanti, il sorriso aperto.
"Così, beh...posso immaginare... che l'Ispanico ti abbia trattata
bene."
Ariadne annuì, con un'espressione intensa in viso. "Si, lui è
stato…Io non ho provato mai..." La voce morì mentre arrossiva
furiosamente, ma per Proximo quello fu sufficiente. Sorrise e
replicò,"Sono felice per te, Ariadne."
Lei sorrise di nuovo ma divenne subito seria e chiese, "Posso
tornare da lui domani?" Il tono e lo sguardo supplichevoli piegarono
Proximo. Sapeva che avrebbe dirle di no. Era una vera pazzia lasciare che
sua figlia si desse a uno schiavo, ma amava Ariadne, voleva vederla felice
e lei non gli aveva mai domandato niente per sé fino a quel momento. Come
avrebbe potuto rifiutarglielo?
Inghiottì a fatica, quindi annuì, "Sì, potrai tornare da lui,
ma...ecco.." e il vecchio arrossì, "Chiedi a Cassandra come
evitare...di restare incinta."
Ariadne sorrise tristemente e scosse la testa, "Non preoccuparti,
padre. Non mi sono mai ritrovata incinta del mio padrone pur non avendo
fatto nulla per impedirlo. Io... credo di non poter avere bambini."
"Oh." Proximo non sapeva che dire a proposito della nuova
disgrazia abbattutasi su sua figlia, ma lei lo tolse dall'imbarazzo
dicendogli che era stanca e andava a dormire.
"Buona notte," le disse piano guardandola allontanarsi e lei
si voltò e gli mandò un bacio. Era la prima volta che lo faceva e
Proximo sentì che il cuore quasi gli scoppiava dalla felicità.
*****
Lei tornò la sera successiva.
Durante il quotidiano allenamento, Massimo si era sforzato oltre i
propri limiti, cercando invano di cancellare dalla mente quel che era
successo la notte prima. Cercando invano di dimenticare come il suo corpo
traditore si era ribellato al suo controllo, portandolo a violare il
ricordo della sposa tanto amata con quella ragazzina che adesso gli
sorrideva impudente dalla soglia. Si era sforzato fino all’esaurimento,
cercando di scacciare dalla mente la domanda che lo tormentava: sarebbe
tornata?
Ma nonostante il durissimo allenamento sotto il cocente sole africano,
nonostante il tempo impiegato a provare all'infinito mosse e contromosse,
era stato incapace di dimenticare quanto morbida fosse stata quella carne
di donna sotto di lui. Quanto fosse stato bene dentro il caldo, umido
recesso tra le cosce di lei. Quanto gli avesse fatto bene dimenticare il
dovere, l’onore, la rabbia e la tristezza semplicemente accontentando i
suoi più elementari bisogni e sentendo il mondo vorticare con la forza
cieca del suo appagamento.
Il suo atteggiamento cupo non aveva mancato d'attirare l'attenzione dei
compagni gladiatori, ma gli uomini della scuola di Proximo avevano
imparato a rispettare lo scontroso Ispanico e a lasciarlo stare. Neanche
Juba, che pure gli era più amico degli altri, non aveva osato chiedergli
che cosa lo stesse tormentando. Era stata una fortuna che Proximo avesse
scelto proprio quel giorno per recarsi dall'altra parte di Zucchabar per
affari, perché Massimo dubitava che sarebbe riuscito a controllarsi di
fronte al lanista dopo aver scoperto che aveva permesso alla sua
viziata figlia di comportarsi come una puttana.
Non appena terminato l'allenamento, Massimo si era ritirato nella sua
cella, si era seduto in un angolino buio e, per la prima volta dopo la
disperata cavalcata verso l'Hispania nel vano tentativo di trovare Marco e
Selene per impedire che venissero giustiziati, provò a pregare. Avena
cercato più di una volta di formulare quelle parole un tempo tanto
familiari, di invocare gli antenati e gli dei e chiedere loro un consiglio
su come comportarsi, anche se dubitava che lo avrebbero ascoltato. Ma le
parole avevano rifiutato di venirgli in mente, mentre i pensieri avevano
continuato a vagare in altra direzione. Le preghiere erano state presto
sostituite dal ricordo di una calda, soffice carne, mentre gemiti carichi
di promesse gli erano riecheggiati nelle orecchie. E non si trattava né
della carne né dei gemiti di Selene.
E adesso la ragazza era tornata.
Come in cuor suo aveva sempre saputo.
Come i suoi lombi avevano sempre sperato.
La giornata non era stata facile anche per Ariadne. L’alba l’aveva
trovata sveglia nel piccolo letto, intenta a pensare all’incontro con l’Ispanico.
Si era toccata le labbra morbide con dita tremanti, cercando
disperatamente di rivivere le selvagge emozioni che i suoi baci duri e
punitivi le avevano provocato. Era arrossita nel buio al pensiero dei suoi
colpi poderosi e del piacere che le avevano dato. Era stato piuttosto
rude, ma questo non le aveva impedito di godere delle sue poco cortesi
attenzioni. Non si era aspettata che lui fosse gentile e attento, solo che
la usasse come una puttana. E lui l’aveva usata. Con durezza. Ma era
stato tutto così diverso da quello che aveva conosciuto nel letto del suo
padrone…
“Buona sera, Ispanico.”
Lui non rispose; aveva la mascella contratta, gli occhi come gelide
pozze azzurre.
Ariadne esitò per un attimo, quindi si incamminò verso la panca di
pietra dove posò il cestino con la cena. Sapeva che non sarebbe stato
facile. L’Ispanico era un uomo speciale, cosa che lei, del resto, aveva
sempre saputo, un uomo dalle forti emozioni che potevano portarlo alla
passione… o alla violenza. La sera precedente, mentre s’apprestava a
recarsi da lui, si era sentita molto più spaventata di quanto volesse
ammettere. Ma una volta entrata dentro la cella, l’eccitazione aveva
scacciato i timori e, una volta che lui l’aveva presa tra le braccia,
schiavitù, paura, disperazione, abusi erano stata dimenticate nel turbine
del desiderio e del piacere.
“Hai dormito bene, Ispanico?” domandò cercando di mantenere un
tono leggero.
“Che sia sì o no, non sono affari che ti riguardano.” brontolò
lui. Ariadne sussultò, poi si leccò le labbra. La notte prima, aveva
avuto paura che lui potesse rifiutarla perché desiderava sapere cosa si
provava essere presa da lui. Ora aveva paura del suo rifiuto perché
sapeva cosa significava essere posseduta da lui. Provò a fargli un
sorriso noncurante.
"Mio padre dice che presto tutto sarà pronto per il nostro
viaggio per mare," disse prendendo una pagnotta dal cestino. Essa fu
seguita da un pezzo d'agnello arrosto e una piccola anfora di vino.
"Cosa stai facendo qui?" la voce di lui era fredda come il
suo sguardo.
"Non è chiaro, Ispanico? Mio padre ha grandi progetti per te, una
volta che saremo a Roma. Vuole che tu sia felice e ben accudito..."
"Saremo?”
Ariadne sorrise dolcemente, "Verrò anch'io. Mio padre dice che la
città è meravigliosa e io voglio vederla con i miei occhi. Sei mai stato
a Roma, Ispanico?"
Massimo rifiutò di mordere l’esca.
Ariadne versò un po'di vino in una coppa e camminò verso di lui. Si
era lavata con cura prima di andare da lui e aveva messo sulla pelle e sui
capelli qualche olio dal profumo pesante. Esso era del tutto diverso dal
familiare profumo di gelsomino che aleggiava sempre intorno a Selene come
una nuvola. Invece la ragazza che gli stava accanto odorava di fiori che
lui non aveva mai visto né sentito nominare, di spezie e legni esotici.
Odorava come un mercato orientale. Odorava come una baldracca.
“Vattene!”
In qualche modo, nonostante quel tono rabbioso, Ariadne riuscì a
sorridere. Gli era vicina, adesso, e la sua grande sagoma la faceva
sentire ancor più piccola di quanto non fosse. La luce dell’unica
lanterna a olio della cella danzava sui tratti del suo bel viso abbronzato
e barbuto, rendendo i magnifici occhi blu lucenti come gemme incastonate
nel metallo scuro. Ariadne era così vicina da poter sentire il suo calore
e l'aroma mascolino della sua pelle, un'inebriante combinazione di cuoio,
di sudore e di uomo. Gli allungò la coppa. Lui la ignorò.
"Ispanico, perché vuoi rendere tutto più difficile?" gli
chiese con voce rauca, lenta, con il desiderio a renderla più spavalda.
Come la sera prima, sembrava bastasse la vicinanza di lui per trasformarla
in un'altra persona, facendo scomparire la timida, taciturna Ariadne e
sostituendola con quella lussuriosa, seducente creatura.
“Vattene!” ripeté lui, la voce ridotta a un basso, cupo brontolio.
Era vicina, così vicina. Il suo profumo gli solleticava le narici, uno
strano, inebriante aroma che gli sembrava troppo esotico e troppo dolce...
Ma non abbastanza esotico e abbastanza dolce da nascondere un
inconfondibile e anche troppo familiare aroma: sotto il suo profumo da
puttana, sapeva di donna.
Massimo si sentì fremere. Lei era una puttana. Solo una puttana
andrebbe con un uomo che non è suo marito con la sfacciataggine che lei
aveva dimostrato la sera prima. Solo una puttana avrebbe cercato le
attenzioni di un uomo come una cagna in calore cerca le attenzioni del
maschio. Era una puttana... E lui la voleva ancora. Nuda e fremente sotto
di lui. Sudata e gemente che gli graffiava la schiena mentre lui le
cacciava la sua lussuria e il suo seme tra le gambe. L'impeto della sua
rabbia e fu altrettanto violento di quello della sua voglia.
“Vattene!” abbaiò per la terza volta.
Ariadne si morse il labbro inferiore. Sapeva che non sarebbe stato
facile. La notte precedente aveva avuto la sorpresa quale alleata. Adesso
era da sola con il proprio istinto. E l’istinto le diceva di essere
audace. Lei si lasciò guidare.
Usando il dorso delle dita, Ariadne accarezzò lentamente un braccio
nudo dell'Ispanico, tracciando un sentiero ascendente sulla pelle
abbronzata, che ricopriva muscoli sodi e compatti. Un percorso di fuoco.
"Perché rendi tutto così difficile?" ripeté continuando ad
accarezzarlo, quasi che volesse saggiare la consistenza serica della sua
pelle. “Lo sai che lo vuoi tanto quanto me…”
Non riuscì a terminare la frase.
Massimo le schiaffeggiò la mano. La coppa scivolò e il vino cadde sul
duro pavimento, schizzando sul muro. Si mosse così velocemente che
Ariadne non ebbe modo di evitare che l’afferrasse e gridò di sorpresa.
Approfittando del suo vantaggio, la schiacciò contro il muro, finché la
schiena di lei toccò i ruvidi mattoni. L’aria la lasciò a causa dell’urto
e, per un istante, Ariadne temette di crollare svenuta. Chiuse gli occhi
solo per riaprirli subito, una volta percepito il calore del fiato di lui
sul viso.
“Che vuoi da me?” ringhiò.
Ariadne inghiottì a fatica. Paura ed eccitazione le correvano per il
corpo e sentì un umido calore bagnarla tra le gambe. Istintivamente, si
inarcò contro di lui, il respiro che usciva fuori in rapidi rantoli, il
desiderio talmente intenso da farla sentire come intossicata. Lui era
tutto calore, e muscoli duri come la roccia, e uomo... e la voleva. La
voleva disperatamente. Non importava quel che dicesse o cercasse di
negare, lui era duro. Era duro per lei.
Massimo sentì la ragazza premere il corpo contro il proprio e
un'ondata di lussuria e di rabbia lo travolse con tanta intensità da
fargli girare la testa. Era una puttana, quella. Una ragazzina senza
disciplina e viziata che pensava di poter sempre ottenere tutto ciò che
voleva, infischiandosene del dovere e della decenza. Era calda e fremente,
mentre spudoratamente schiacciava il soffice corpo formoso contro il
suo... facendolo sentire tanto bene. Non avrebbe dovuto essere così. Era
sbagliato. Lui non andava con le puttane. Non era mai andato con le
puttane, dopo sposato. Era rimasto fedele alla moglie a costo di dover
restare per anni senza una donna. Anche se le donne, tutte, fanciulle,
maritate, vedove, giovani o mature, libere,schiave o puttane, avevano
sempre cercato di attirare le sue attenzioni.
E adesso... adesso...
Usando il proprio corpo per inchiodarla contro il muro, Massimo le
afferrò una mano e la obbligò ad abbassarsi. Gli occhi di Ariadne si
spalancarono quando le sue dita incontrarono la rigida virilità di lui e
l'Ispanico le costrinse ad avvolgersi intorno al suo membro turgido.
"E'questo che voi?" sibilò
La bocca di Ariadne era secca, il cuore le batteva selvaggiamente. Lei
sapeva già quanto ben dotato lui fosse, e tuttavia, accarezzarlo
intimamente attraverso la stoffa della tunica e la biancheria era diverso.
Era così grosso e largo che sembrava impossibile che lei l'avesse già
avuto tutto quanto dentro di sé.
"E'questo che vuoi?" insistette lui, la voce rauca di
desiderio, il cuore che batteva all'impazzata come quello di lei. Sì,era
questo ciò che lei voleva. Lo voleva disperatamente. Altrettanto
disperatamente lui voleva darglielo. Ma Massimo voleva sentirlo dire da
lei. Aveva bisogno di sentirglielo dire. Di sentirglielo dire forte. Aveva
bisogno che fosse ella stessa ad ammettere che razza si puttana lei
fosse...
"Sì,sì!" gridò lei, "Sì, Ispanico!"
"Bene, perché adesso tu stai per averlo..." ruggì lui,
appoggiandole il bacino contro il ventre, ruotando crudelmente i fianchi
finché lei gli si strinse contro ancora di più."Oh, sì... stai per
averlo..."
Massimo le abbrancò la scollatura della tunica e strappò la stoffa,
scoprendole i seni. Essi gli finirono nelle mani, piccoli ma ben fatti, le
punte color malva turgide e pronte per essere baciate, toccate,
succhiate... Ne prese una in bocca, la lambì con la lingua. Era così
bello... così familiare... ma lei non era Selene. Non l'amava. Era tutto
quanto sbagliato.. Non era giusto che qualcosa di così sbagliato potesse
farlo sentire così bene... Lei non era sua moglie... era una puttana...
Ma il suo corpo aveva delle esigenze che nulla avevano a che vedere con
l'onore e il dovere. Egli succhiò e succhiò, divorandola come se lui
fosse un uomo affamato e lei il suo cibo...
Ariadne gemette senza controllarsi, inarcando contro di lui il busto
per permettergli un maggiore accesso, mentre il grattare della barba le
faceva male e la eccitava al tempo stesso e cercava nel frattempo di
avvicinarglisi ancora di più, anche se sapeva che sarebbero potuti essere
più vicini solo quando lui le fosse entrato dentro.
Massimo lasciò il capezzolo e passò all'altro, succhiandoglielo forte
mentre con la mano cercava il lembo inferiore della tunica. Riuscì a
sollevarlo abbastanza per raggiungerle le cosce… Le sue dita trovarono
soltanto pelo umido e calore. Cagna! Era andata da lui nuda sotto i
vestiti... Nuda e pronta... Toccò quella carne ardente e lei gridò,
così eccitata che sarebbe bastato pochissimo per farla venire.
Ariadne mosse fianchi contro la sua mano, tentando in tutti i modi di
accrescere l'attrito tra le dita callose di lui e la sua tenera carne
ardente... Tentando di fare in modo che lui la toccasse come voleva e
desiderava essere toccata.
Massimo sentì i suoi movimenti e ritrasse la mano, con una bassa
risata cattiva, sentendola gemere di voglia e di disappunto, e le morse il
capezzolo prima di lasciarlo andare, facendola gridare per la seconda
volta. Frettolosamente si sbarazzò della propria tunica, quindi slacciò
la fascia inguinale, lasciandola cadere a terra, liberando così la sua
virilità eccitata. Non ricordava di essere mai stato tanto duro. Non
ricordava di aver mai desiderato così intensamente di cacciarsi in quella
calda, umida carne di donna… Accecato, le strappò di dosso i vestiti,
sordo alle sue deboli proteste contro quel rude trattamento. E quando lei
fu nuda come lui, l’afferrò per la vita sollevandola contro di sé. Le
gambe di Ariadne si avvinghiarono d’istinto intorno alla sua vita e lui
grugnì in segno di approvazione, mentre le accarezzava le natiche e
sfregava il suo petto leggermente peloso contro i suoi seni, strappandole
un gemito di piacere quando i sensibili capezzoli incontrarono la rocciosa
consistenza del torace di lui.
Lei era così piccola e leggera che lui poté facilmente tenerla con un
braccio e usare la mano libera per guidare il membro rigido nella sua
umida apertura. Lei gridò ancora e strinse di più le gambe intorno ai
suoi fianchi quando sentì la punta del fallo contro il suo sesso. Ma
Massimo si fermò per un istante e Ariadne pensò che sarebbe impazzita,
percependolo così vicino eppure così lontano e sentendosi così vuota...
Si divincolò tra le sue braccia, lottando contro di lui, artigliandoli le
spalle possenti e il collo... Massimo la guardò bevendosi avido la sua
voglia spudorata, godendo malignamente a negarla, lei, la ragazzina
perversa e viziata che credeva di poter avere tutto quel che
voleva,compreso lui...
La penetrò.
Ariadne gridò quando venne, il corpo così contratto intorno al membro
di Massimo che egli dovette usare tutto il suo controllo per non lasciarsi
andare. Il sudore bagnò il suo corpo possente a causa dello sforzo ed
egli digrignò i denti fino a sentire la mascella fargli male come se
Haken lo avesse colpito.
La ragazza gli crollò addosso madida di sudore, rilassata, saziata.
Sapendo di non poter contare su di lei per mantenere l’equilibrio,
Massimo la spinse contro il muro, e afferratele le cosce con le braccia la
obbligò ad allargarle, ritraendosi quasi del tutto, prima di prenderla
ancora, con forza, ritraendosi quindi completamente indietro.
E ancora.
E ancora.
“No…No…”
Malgrado la sua stanchezza, Ariadne lottò contro l’Ispanico. Era
ancora troppo sensibile dopo la precedente frenetica notte. Troppo esausta
dopo il suo recente orgasmo. Non c’era modo che lei potesse …
Massimo rimase indifferente ai lamenti della ragazza e la strinse a sé
tenendola sotto il suo controllo mentre la penetrava ancora e ancora, i
fianchi che si muovevano ritmicamente, aumentando di velocità,
conducendolo verso l’oblio, verso la libertà…
Ad un certo punto dopo che lui ebbe iniziato a muoversi, Ariadne smise
di lottare ed iniziò a dondolare contro di lui, adattando i suoi
movimenti a quelli di lui, secondo i dettami dell'istinto. I suoi gemiti
di protesta si trasformarono in sospiri di piacere, i suoi graffi da
tentativo di resistenza a carezze, mentre il suo piccolo corpo subiva
l'impeto della forza di lui.
Ancora e ancora lui spinse, dandole ciò che voleva e prendendosi ciò
di cui aveva bisogno.
Ancora e ancora lei dondolò contro di lui, prendendo tutto ciò che
lui aveva da darle e desiderando di più.
"Ispanico! Ispanico!" la sua voce salì in un lungo gemito
quando raggiunse un orgasmo tanto violento che temette di svenire.
Massimo rabbrividì sentendo il corpo della ragazza contrarsi attorno a
lui, trascinandolo senza pietà verso l’orgasmo. Sentì il proprio corpo
irrigidirsi ed inarcò la schiena, emettendo un grido di puro piacere
animale attraverso i denti serrati, mentre versava il suo seme nel grembo
accogliente di lei.
Per un lungo attimo non si udì altro nella cella che non i loro
respiri affannosi fusi in un unico suono. Esitando, Ariadne posò la
fronte sulla spalla di Massimo. Lui non fece resistenza, ma quando la
donna provò a nascondere il viso nell’incavo del suo collo, si
irrigidì. Quindi si mosse per divincolarsi da lei e Ariadne protestò
debolmente, non volendo rinunciare alla sensazione di sentirselo dentro.
Massimo ignorò le sue proteste e la mise in piedi non troppo gentilmente.
Lei barcollò, le gambe troppo molli per reggerla. Prima di potersi
fermare, tuttavia, Massimo la sostenne per impedirle di cadere.
“Grazie,”mormorò lei. Lui non rispose. Invece lui si voltò,
raccolse i suoi vestiti, s’incamminò verso lo stretto letto e vi si
lasciò cadere, chiudendo gli occhi. Era esausto come si supponeva che
fosse dopo quel frenetico accoppiamento. Si sarebbe dovuto sentire più
leggero e libero dopo una tale intensa sensazione. Ma così non era.
Ariadne rimase per un momento appoggiata al muro della cella, incapace
di muoversi, il corpo maltrattato dalla forza stessa del loro coito e dall’intensità
del suo orgasmo. Poteva ancora sentire i muscoli interni fremere negli
ultimi spasimi mentre, sudata e coi capelli incollati alla fronte, sentiva
l’essenza dell’Ispanico colarle tra le cosce. Dopo un lungo istante,
si chinò e si sforzò di prendere i suoi vestiti, ma le mani tremavano
così forte che non riuscì a vestirsi. Mordendosi il labbro inferiore,
Ariadne guardò l’uomo che giaceva nel letto, il braccio destro sugli
occhi, il petto che si alzava e si abbassava al ritmo del respiro.
Desiderava andare da lui, di raggomitolarsi al suo fianco e dormire…
“Vattene!” disse l’Ispanico come se le avesse letto nel pensiero.
Ariadne sussultò, ma sapeva che era meglio evitare di discutere. Si
avvolse con quel che restava della sua tunica e lasciò la cella.