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ERCOLE IMPERIALE
I profani della Storia poco sapevano, prima che il
successo planetario de “Il Gladiatore” portasse alla ribalta questo
tenebroso personaggio, di Lucio Aurelio Antonino Commodo. Tra i numerosi
tiranni che indegnamente sedettero sul trono imperiale, il cupo Tiberio,
Caligola il pazzo che nominò senatore il suo cavallo preferito, il
crudele Domiziano e il fratricida Caracalla sono assai più famigerati di
lui. Per non parlare di Nerone che per molti secoli venne addirittura
identificato con l’Anticristo dell’Apocalisse. Lo stesso film (un
ottimo lavoro, dal punto di vista meramente cinematografico ma pieno di
sfondoni da quello storico) non contribuisce certo a fare chiarezza.
Perfino l’attore che lo interpreta, peraltro in maniera magistrale, non
somiglia in niente al busto, conservato nei Musei Capitolini, che ritrae l’indegno
figlio del saggio Marco Aurelio ricoperto con la pelle del Leone Nemeo: un
omaccione barbuto, grande, grosso, e tanto forte da essersi guadagnato il
soprannome di “Ercole imperiale”. E che quasi quasi rassomigliava più
al possente Russell Crowe che a Joaquin Phoenix, minuto efebo dagli occhi
cattivi. E’ stato proprio ripensando a quella scultura che è nata l’ispirazione
che mi ha spinto a scrivere questo racconto. Un ultimo appunto, prima di
augurarvi buona lettura: il regno di Commodo durò oltre dieci anni. Nel
film, invece, regista e sceneggiatori si sono presi la libertà di farlo
durare poco più di uno. Libertà che mi sono presa anch’io, per ragioni
di coerenza narrativa: ho voluto scrivere una storia, non la Storia.
ATTENZIONE: la pornografia non è nelle mie corde, ma ti
avverto, gentile lettore: questo racconto contiene tematiche omosessuali.
Se la faccenda dovesse disturbarti, ti consiglio di non proseguire nella
lettura.
PROLOGO
MEMENTO
(Ricordati)
“Sentirò dolore. So che sarà così, perché l’uomo
viene al mondo soffrendo e soffrendo lo lascia. Ma durerà l’istante che
la lama aprirà la mia pelle e le mie vene, poi lentamente verrà il sonno
e scivolerò con il mio ultimo fiato via da questa vita che non ha più
senso, dacché ho perduto tutto quello che amavo. Ma prima voglio
completare il mio testamento e metterlo al sicuro perché il sangue non
renda illeggibili le mie parole. Sarà forse uno sconosciuto colui che per
primo le leggerà; e, se non lo faranno i miei servi, dubito che qualcuno
piangerà per la morte che mi sarò dato con le mie stesse mani.
Bruciate il mio corpo, e spargete le mie ceneri nel
vento. Le tombe e gli epitaffi sono per il dolore di chi rimane, e io non
lascio nessuno, se non una creatura di pietra che non ha lacrime, ma
perpetuerà il mio ricordo nei tempi che verranno.
Con questo scritto, rendo la libertà ai miei servi. E’
il minimo che possa fare per loro. Empedocle, che ha amministrato con
onestà i miei averi, provvederà a fornire a ciascuno di essi una somma
di denaro sufficiente ad iniziare una nuova vita. Perché è inutile
liberarsi dalle catene della schiavitù per restare vincolati a quelle del
bisogno.
A chi, non conoscendomi, potrebbe trovare questo mio
scritto ed esser preso dal desiderio di leggerlo, domando scusa se
comprendere le mie parole potrebbe costargli fatica. Tenere tra le dita
uno stilo intinto dell’inchiostro mi cagiona sofferenze insopportabili.
Prosegui nella lettura, sconosciuto compassionevole o solamente curioso, e
saprai perché. Dopo, se lo desideri, potrai pregare uno qualsiasi degli
dei in cui credi per quest’anima che ha bussato porte dell’ Ade senza
avere la pazienza di aspettare che il suo fato trovasse compimento.”
PER ASPERA AD ASTRA
(Sentieri aspri e accidentati conducono verso le stelle)
Roma, In Anno CMXXXIII Ab Urbe Condita (180 d.C.)
La notizia aveva fatto in fretta a raggiungere l’Urbe.
Pochi giorni appena, come se fossero state le ali del vento e non gli
araldi dell’ Imperatore a portarle fino qui dai confini settentrionali.
Pover’uomo, mi ritrovai a pensare. Perché è da commiserare la sorte di
chi muore lontano dalla sua casa e dai suoi cari, e sono sicuro che, se
agli dei ha mai chiesto qualcosa, Marco Aurelio Antonino, Cesare di Roma,
ha domandato soltanto la grazia di chiudere per sempre gli occhi nella
quiete dei suoi palazzi e non sotto una tenda battuta dalla tramontana, ai
confini del mondo civile, come quei barbari che aveva combattuto,
controvoglia, per metà della sua vita. E non è stato ascoltato. Gli dei
non amano chi crede di poter fare a meno di loro.
Gli dei. Nemmeno io so se vale la pena di continuare a
crederci. Se esistono, sono soltanto bambini capricciosi e crudeli che,
forti della loro immortalità e onnipotenza, trattano noialtri poveri
umani come i loro giocattoli, come insetti che è divertente infilzare a
colpi di spillo dopo aver strappato loro le ali, per il semplice gusto di
guardarli torcersi dal dolore e lasciare il mondo senza dignità. E’
solo per ingraziarceli che li blandiamo con offerte e sacrifici. O che
scegliamo volutamente di ignorarli e, per vivere la nostra vita, facciamo
conto esclusivamente su noi stessi. C’è chi dice che la felicità
perfetta stia nel godere delle piccole cose senza cedere alla tentazione
di desiderare quel che non potremmo mai avere. C’è chi dice che la
grandezza dell’uomo si esalta domando la propria volontà con la
rinuncia. Ma a me non sono mai interessate le speculazioni filosofiche.
Il mio nome è Lisicrate, e ho visto la luce
quarantasei anni fa nell’isola di Samo. Non ho tempo da perdere a
parlare di mare azzurro, spiagge pietrose e ulivi contorti. Non ho tempo
da perdere a parlare di vele bianche e strida di gabbiani. Non ho tempo
per i ricordi, che conservo in cuore e negli occhi, sufficientemente vivi
da essere ancora presenti. Avevo dodici anni, quando lasciai la mia terra
natale. Sono abbastanza.
Non ho mai conosciuto mio padre: morì quando avevo
poco più di un anno. Mia madre si risposò con un certo Apollonio, un
brav’uomo, che si prese cura di lei e di me, e mi amò come fossi stato
davvero sangue del suo sangue. E che era quel che anch’io sarei
diventato: uno scultore.
Come molti artisti ai quali la Fortuna non arride,
Apollonio faticava a mettere insieme il pranzo con la cena. Non erano in
molti a potersi permettere un busto di marmo da collocare negli atri delle
loro case o sulla stele funebre, in quell’ isola di caprai e pescatori,
dove la terra è arida e ingrata. In una grande città, forse…O, perché
no, proprio nella Città delle Città?
Ma anche a Roma le cose non cambiarono di molto, per
noi. Gli dei non hanno messo talento a sufficienza nelle mie mani,
ripeteva continuamente Apollonio, con voce mesta e fare rassegnato. Quel
talento che avevano invece riversato in abbondanza nelle mie.
Quando la peste si portò via prima mia madre poi, a
distanza di qualche giorno, il mio patrigno, avevo ventidue anni. Il mio
nome cominciava ad essere conosciuto, le mie capacità apprezzate. La
Fortuna, che mai si era sognata di sorridere ad Apollonio, sorrideva a
Lisicrate. E Lisicrate… Lisicrate non poté non sorriderle di rimando.
Basta poco a immaginare quanto possa guadagnare, se è
capace di gestir bene il suo talento, uno scultore dotato in un posto come
l’Urbe. In un posto pieno di villani arricchiti che nei loro giardini
hanno più statue che alberi e la cui massima aspirazione sembra sia
quella di far immortalare le loro volgari fattezze nel marmo. In un posto
dove si continuano a temere gli dei che non si adorano più.
Da ragazzo, ero vissuto con i miei genitori in una
stanza piena di spifferi, all’ultimo piano di una miserabile insula* al
Velabro*. Ricordo il mio patrigno intagliare i suoi lavori nel minuscolo
cortile retrostante quel lurido tugurio. Si trattava perlopiù di
statuette votive, in legno dolce o travertino di scarso pregio, che chi
non poteva permettersi di meglio comprava per l’altare domestico dei
suoi Numi Tutelari. Le vendeva per strada, in un piccolo banco che
allestiva dinanzi ai portoni. E i quattro assi che racimolava bastavano a
malapena a sfamarci.
Avevo sedici anni, quando fui assunto come apprendista
da un altro scultore, un certo Callimaco, che, nella capitale, si era
guadagnato fama e soldi. E diciotto quando, non avendo più niente da
insegnarmi, Callimaco mi buttò fuori a calci dalla sua bottega. Fu da
quel momento in poi che cominciai a rubargli i clienti. Quando quel buon
uomo del mio patrigno chiuse gli occhi sul mondo, mi lasciò in eredità i
suoi attrezzi e le assi e i cavalletti con cui allestiva il misero banco
che gli serviva per il suo piccolo commercio ambulante. Credo in cuor suo
sapesse che non avrei mai avuto necessità di farne uso, e mi piace
pensare che il suo sia stato un gesto scaramantico. Mi voleva bene, e sono
convinto che me ne avrebbe voluto ugualmente anche se i figli del suo
sangue, tutti morti piccoli, fossero sopravissuti.
A venticinque anni, avevo risparmiato abbastanza denaro
da allestire una bottega tutta mia, con schiavi e apprendisti. E,
soprattutto, da abbandonare senza rimpianti il rione sporco, fatiscente,
fetido di sterco e garum* di scarsa qualità dove la povertà della
mia famiglia mi aveva costretto a vivere negli anni della prima
giovinezza. Avevo acquistato a un prezzo ragionevole la domus* di
un patrizio caduto in disgrazia, nella zona del Celio. Nel giro di poco
tempo, grazie ai miei guadagni e, soprattutto, al mio buon gusto, la
trasformai in un’elegante dimora che molti ricchi potevano
tranquillamente invidiarmi. Quegli stessi che, in tutti i modi, avevano
tentato di offrirmi in mogli le loro figliole. Rappresentavo un buon
partito, non sarebbe stata vergogna, per loro, imparentarsi con uno
straniero che aveva fatto i soldi martellando e dando forma alla pietra. E
con tutta probabilità anche per le ragazze che mi venivano proposte avrei
potuto rappresentare un dono degli dei, essendo giovane e di piacevole
aspetto, particolare che quasi sempre si decide di trascurare nei
matrimoni combinati dai padri per ragioni d’interesse. Ma non era mia
intenzione formare una famiglia. Lo avrei fatto, probabilmente, anche a
costo di esercitar violenza sulla mia natura, se i miei cari fossero
sopravissuti, perché sarebbe stato mio dovere di figlio perpetuare il
loro nome in una numerosa discendenza. Ma ero rimasto solo. E non volevo
trascinare una donna nel disonore per salvare apparenze di cui ben poco m’importava.
L’amore. Come tanti, avevo smesso di crederci alla
prima delusione. Lui era un attore, un bellissimo giovinetto di nome
Alessandro, e aveva tratti talmente delicati che, in teatro, era chiamato
quasi sempre a interpretare ruoli femminili. Forse perché aveva fatto
della menzogna e della finzione il suo mestiere, era riuscito ad
ingannarmi, spacciando per affetto quello che, in realtà, da parte sua,
era solamente tornaconto. Io c’ero cascato come un idiota e quando, al
risveglio dai miei sogni, mi sono ritrovato solo e alleggerito di parecchi
sesterzi, ho giurato a me stesso che mai mi sarei lasciato sopraffare un’altra
volta dai sentimenti. La libidine è un’esigenza fisiologica del nostro
corpo, come mangiare, bere o urinare. Non avrei avuto difficoltà a
soddisfarla, essendo giovane, di piacevole aspetto e sufficientemente
danaroso da poter remunerare, in cambio di qualche carezza, uno dei molti
ragazzi disposti a concedersi a pagamento che circolavano per la città.
Avrei appagato il corpo e lasciato in pace il cuore. Così non avrei
sofferto. Accontentati di quello che hai, non ricercare l’impossibile, e
sarai felice, sentenziavano i seguaci di Epicuro. Anche se adesso,
ragionando col senno di poi, posso affermare che ha nessuno è dato di
poter ipotecare il proprio futuro.
*Insula= l’abitazione della povera gente, simile a
un moderno condominio, ma priva di qualsiasi requisito di igiene e
sicurezza, facile preda di crolli e incendi.
*Velabro=rione popolare, tra i più squallidi,
fatiscenti e malfamati dell’Urbe, secondo solo alla famigerata Suburra.
*Garum= conserva di pesce, largamente usata come
condimento.
*Domus= l’abitazione dei ricchi, simile ad una villa
con giardino.
ARS LONGA, VITA BREVIS
(La vita è breve, ma lunga la fama che si conquista
grazie all’Arte)
Ai più potrebbe sembrare strano, eppure il tormento
che mi rodeva l’anima non era dovuto alla mancanza d’amore nella mia
vita. Ero stato io stesso ad operare tale scelta, quindi non potevo
maledire il destino se non avevo nessuno con cui dividere gioie e dolori,
e mi limitavo ad appagare le esigenze del mio corpo con incontri
mercenari. Né, naturalmente, costituiva per me motivo di preoccupazione
lo stato delle mie finanze, che prosperava con l’accrescersi della fama.
I villani arricchiti che mi commissionavano le opere,
si trattasse di ritratti o simulacri delle divinità, erano tanti e
disposti a pagarmi profumatamente. Gli amici non capivano le mie
lamentele, e mi tacciavano d’ingratitudine nei confronti del Fato,
sicché, comprendendo perfettamente il loro modo di ragionare, smisi di
sfogarmi e decisi di covare in cuore i miei crucci. Nessuno di essi era un
artista. Non potevano capirmi. Si trattava perlopiù di rappresentanti del
ceto equestre e di plebei arricchiti, per i quali il guadagno
rappresentava il fine ultimo dell’esistenza. Taci, non provocare gli
dei. Mi ingiungevano, se solo osavo aprir bocca per dire che, andando
avanti così, certamente non avrei consegnato ai posteri il capolavoro che
avrebbe reso immortale il mio nome.
E che te ne importa? Sei lo scultore più alla moda
della Città, dovrebbe bastarti. Accontentati di quello che hai, e non
arrovellarti per cercare di raggiungere l’impossibile. Ma come avrebbero
potuto comprendermi, loro, che mai avevano provato l’amarezza di non
riuscire ad infondere in un’opera delle loro mani, quel mistero
ineffabile che è qualcosa di più della semplice perfezione di forme e
rassomiglia da vicino alla vita? Qualcosa che è impossibile infondere in
un lavoro che non si ama e a cui si è messo mano solo per denaro, fosse l’effige
del sovrano, o addirittura di un dio? Gli dei, già. I vostri sono i
nostri stessi, anche con nomi diversi: Zeus, Afrodite, Ares, Hermes… Voi
romani li chiamate Giove, Venere, Marte, Mercurio. Un ladro delle mogli
altrui, una puttana, un bruto, un imbroglione… Cambia il nome, non la
sostanza. E’ probabile che gli dei siano soltanto nati dai sogni di
uomini atterriti da qualcosa che non capivano e, per questo, temevano. Le
forze che si scatenano dentro e fuori di noi sconvolgendo le nostre
esistenze nulla hanno a che vedere con Zeus, Ares, Afrodite… Chiamali
così. O chiamali Giove, Marte, Venere. Chiamali come ti pare. Sono sempre
stato convinto che questi esseri capricciosi, avidi e crudeli siano
soltanto patetiche fantasie, buone per i bambini, gli sciocchi e i
creduloni. Esiste allora qualcosa, aldisopra di noi? Qualcosa di
totalmente estraneo alla realtà tangibile, come sostengono gli Ebrei e i
Cristiani, quei fanatici di cui deridiamo l’ insulsa mitezza? Qualcosa a
cui sarebbe impossibile dare forma e sembianze e che non potrebbe quindi
dare al mio nome l’immortalità nei secoli a venire?
LATET ANGUIS IN HERBA
(Una serpe si nasconde tra l’erba)
E se fosse stato un essere umano piuttosto che un dio a
consegnare la mia fama ai posteri? Lo pensai, non appena il mio sguardo si
posò sul volto del giovinetto che, accompagnato da sua madre, aveva
varcato la soglia del mio studio d’artista. Ma dovetti ricredermi, anche
quella volta.
Di lì a qualche mese, il ragazzo avrebbe indossato,
nel corso di una sontuosa cerimonia, la sua prima toga virile, entrando a
far parte del mondo degli adulti e i suoi genitori intendevano celebrare
la ricorrenza commissionandomi un busto che ne riproducesse le fattezze,
per imprigionare in eterno l’attimo fuggevole in cui un fanciullo
diventa uomo.
Lì per lì, non riconobbi né lui né la madre, una
matrona sfarzosamente vestita e ingioiellata che sarebbe stata bella, non
avesse avuto il corpo sfigurato dal grasso. Non frequentavo la Corte
Imperiale e Annia Faustina Galeria, l’Augusta, l’avevo vista solo
poche volte e sempre da lontano. Il ragazzo… Aveva un volto grazioso,
dai lineamenti regolari, e gli occhi belli, per forma e per colore. Lo
pregai si stare fermo, mentre schizzavo con il carboncino i suoi tratti su
un foglio di pergamena inchiodato a una tavoletta di legno. Non è facile,
pretendere l’immobilità da un bambino o da un adolescente inquieto,
specie se la seduta di posa è lunga e il caldo dell’estate incipiente
comincia a farsi sentire. Ma Lucio Aurelio Antonino Commodo, principe
imperiale, almeno da quel punto di vista non mi creò alcun problema.
Non regnerà. Lo pensai, osservandolo attentamente,
prima di abbassare di nuovo gli occhi al foglio, per tornare a definire i
suoi tratti. Era estremamente difficile che mi mettessi a pensare a
qualcosa di diverso da ciò che stavo facendo, mentre disegnavo. Distrarsi
non è di nessuna utilità, inoltre la pergamena costa cara, quindi è
bene non sprecarla. Ma quella volta, fu come se ci fosse una forza
aldifuori e aldisopra delle mie intenzioni che mi spingeva a farlo. Chi mi
stava davanti, era un giovinetto biondo e belloccio, dall’espressione
apatica. I ruffiani e i leccapiedi che brulicavano a Corte erano soliti
magnificare le sue non so quali virtù, e lo avevano soprannominato “Sole
Nascente”, allo scopo di compiacere sua madre, che stravedeva per lui.
Ma poiché l’adulazione non esclude il pettegolezzo, tra i cortigiani
come tra il popolino, circolava voce che l’augusto fanciullo non fosse
figlio di suo padre, bensì di un gladiatore sarmata degno di nota
soprattutto per l’efficienza con cui era solito liquidare gli avversari
nell’arena e le notevoli dimensioni del suo membro. Beh, i tempi in cui
le matrone romane venivano additate come modello di virtù da imitare
erano passati da un pezzo ed era frequente che le gran dame dell’alta
società cercassero tra le braccia dei poveretti destinati a farsi
ammazzare per il sollazzo della plebaglia ciò che non trovavano fra
quelle dei mariti. E ai lanisti*, che avevano fiutato l’affare,
non pareva vero di poter concedere dietro pagamento di cospicue somme, i
favori dei loro celebrati campioni, traendo dall’inverecondo commercio
lauti guadagni.
Non regnerà. Suo padre magari non sa nulla, o sa e
finge di non sapere, ma è troppo saggio per non seguire la via tracciata
dai suoi predecessori, quella che ha garantito a Roma e all’Impero quasi
ottant’anni di buon governo. Nerva era stato il primo. Asceso al trono a
seguito della congiura che tolse dal mondo il folle e megalomane
Domiziano, regnò solo due anni, ma era vecchio, saggio e conosceva gli
uomini. Il suo predecessore aveva dimostrato che non necessariamente un
padre trasmette con il sangue le sue stesse virtù al figlio: se
Vespasiano era stato un sagace amministratore dell’Impero e il suo
figlio maggiore Tito un uomo benevolo e gentile, Domiziano si era rivelato
un tiranno sanguinario. Onde evitare il ripetersi di siffatta iattura, il
vecchio senatore asceso inaspettatamente al trono ritenne opportuno
adottare il proprio successore, scegliendolo, ovviamente, adulto e di
provate capacità. E così Nerva aveva chiamato a succedergli il valoroso
generale ispanico Traiano, Traiano il dotto Adriano, Adriano il mite e
amatissimo Antonino Pio, Antonino Pio il saggio Marco Aurelio…
Non regnerà. Suo padre è troppo sagace per commettere
l’errore che fu fatale a Claudio* e costò a Roma anni di disdoro e
tribolazioni, perché a nessuno, nemmeno a un genitore, è dato di sapere
con certezza che specie d’ uomo diventerà un adolescente di tredici
anni.
Lo guardai ancora attentamente, per non lasciarmi
sfuggire un particolare del suo profilo e della curva delle sue labbra. I
raggi del sole che si frantumavano in pulviscolo contro i vetri delle
finestre gli accendevano di riflessi dorati i lunghi riccioli e la pelle
bianca. Il volto era immobile, gli occhi verdi fissi su di me. Mi ritrovai
a pensare a un rettile, al veleno che nasconde nella bocca, alla rapidità
fulminea con cui può passare dall’apatia e dall’indifferenza ad un
attacco letale. Rabbrividii. Non regnerà, mi dissi ancora una volta,
ripetendo nella mia mente quelle due parole come una formula scaramantica.
Non regnerà. Non regnerà… Interruppi la lunga
seduta di posa e ordinai al mio schiavo egiziano Pahates di portare al
ragazzo un bicchiere d’acqua fresca. Il mio giovane modello sembrava
stanco e accaldato.
-E’ tiepida, maledetto te!
La vipera attaccò, fulminea ed esiziale. Mandata in
pezzi la coppa di vetro pregiato, Commodo si scagliò come una furia su
Pahates che, poveretto aveva mille ragioni per non poter opporre
resistenza: innanzitutto, era solo uno schiavo; inoltre era un uomo mite e
gentile, incapace di nuocere, gracile e già avanti con gli anni, e nulla
avrebbe potuto contro la rabbia furibonda del giovane principe. Non è
niente, sussurrò mentre lo aiutavo a rialzarsi e mi sembrò che gli occhi
gli si riempissero di lacrime, intanto che si tastava i fianchi ammaccati.
Non era mai stato maltrattato, né dal precedente proprietario né men che
meno da me. Aldilà della sua condizione, Pahates era un uomo degno di
rispetto. Sentii in cuor mio di odiare quel piccolo teppista convinto che
tutto gli fosse dovuto, e anche sua madre, che aveva seguito l’evolversi
della situazione con le labbra appena increspate in un sorriso indulgente.
Non avevo ancora terminato di commiserare il povero Marco Aurelio per quel
dono avvelenato degli dei, che fosse o meno frutto dei suoi lombi, quando
vidi Commodo prendere a calci Kami, il gatto nero al quale Pahates era
affezionato come a un figlio. La bestiola andò a sbattere contro un muro
e, fortunatamente solo spaventata, si rifugiò senza por tempo in mezzo
dietro le gambe del suo padrone, che la prese tra le braccia, e,
accarezzandola, borbottò tra i denti qualcosa nella sua lingua, forse uno
scongiuro: al suo paese i gatti erano considerati sacri e si arrivava a
punire con la morte chi faceva loro del male!
-Che cos’hai ancora da brontolare, brutta scimmia?
Il mostriciattolo tentò di scagliarsi un’altra volta
contro il mio vecchio schiavo, ma lo bloccai afferrandolo per i polsi. Lo
colsi di sorpresa, forse non si aspettava che fossi così forte né,
soprattutto, che osassi mancargli di rispetto mettendogli addosso le mie
manacce incallite dal maglio e dallo scalpello. Spintria*. Mi
sibilò evitando di guardarmi in faccia. Dannato finocchio rammollito…
Lo guardai andarsene e uscii nel peristilium* a
respirare una boccata d’aria fresca. Non avrebbe regnato. Continuai a
ripetere tra me e me quelle due parole come si fosse trattato di uno
scongiuro.
*Gli impresari dei gladiatori. E’ storicamente
provato come molti di essi, specie nei momenti in cui, per qualsiasi
ragione, i Ludi venivano sospesi, fossero soliti concedere dietro
pagamento di cospicue somme, i favori dei loro campioni più attraenti a
dame vogliose e patrizi annoiati.
*Claudio, dietro le insistenti pressioni della moglie
Agrippina, adottò legalmente il bambino nato da un precedente matrimonio
della donna e lo designò come erede in luogo del figlio legittimo,
Britannico, più giovane e minato dall’epilessia. Il figlio di Agrippina
era Lucio Domizio Enobarbo, e divenne tristemente famoso con il nome di
Nerone.
*Termine particolarmente offensivo con cui si
insultavano gli omosessuali.
*Cortile interno, abbellito da fontane e aiuole.
VATICINIA
(Profezie)
L’ultimo anno della mia vita, a cui io stesso ho
deciso, senza possibilità di appello, di metter fine, è stato segnato
dal crollo delle mie convinzioni. Bene fanno i vecchi ad insegnarci che
non c’è nulla di assodato né errore più grande che ipotecare il
proprio futuro. Non si può andare contro ai disegni dell’unico dio che
so per certo esistere: il Fato.
Ero sicuro che Commodo non avrebbe regnato. Avrebbe
dilapidato le sue ricchezze e il buon nome della famiglia conducendo quell’esistenza
corrotta e scioperata che gli si addiceva. Ma il trono imperiale sarebbe
stato occupato da un uomo degno e capace, che Marco Aurelio, con la
sagacia che lo aveva sempre contraddistinto, avrebbe scelto per tempo tra
i suoi collaboratori più fidati: un dotto, un filosofo, un politico, un
uomo d’armi…Non quel figlio vizioso, sboccato e infingardo, che sapeva
a malapena leggere e scrivere, rifiutava di assumersi responsabilità da
adulto e amava smodatamente i giochi del circo, le puttane dagli occhi
bistrati e il vino non diluito. Non quel figlio ridicolo, patetico e forse
nemmeno suo delle cui stravaganze Roma avrebbe continuato a sparlare
sghignazzando, sapendo di non rischiare niente. Invece…
La morte aveva sorpreso Marco Aurelio all’improvviso,
e quel che neppure lui avrebbe voluto accadesse accadde. Molti uccelli del
malaugurio cominciarono a cogliere segni nefasti dappertutto, dopo che il
Senato aveva salutato a malincuore quale novello Cesare di Roma Lucio
Aurelio Antonino Commodo: uno stormo di corvi tanto grande da nascondere
il sole si era levato dal colle Esquilino, le civette avevano cantato di
giorno e i galli di notte…In cielo era stata avvistata una cometa, l’eclissi
aveva oscurato la luna, erano venuti al mondo cuccioli con raccapriccianti
malformazioni…E non si trattava soltanto di cuccioli d’ animali: si
diceva che alla Suburra una donna avesse partorito un neonato con due
teste.
Ma quanto sono superstiziosi, questi Romani. Non avevo
mai smesso di pensarlo. Superstiziosi e rozzi come quando non erano ancora
i padroni del mondo ma soltanto una delle tante stirpi di caprai e
zappatori insediate sulle rive del Tevere. Il loro valore di combattenti
li aveva tramutati nel giro di pochi decenni in razza padrona,
perfettamente in diritto di ridere di quella mollezza e litigiosità che
aveva finito col fare di noi Greci i loro sottoposti. Tuttavia a chi
dovevano l’arte, la scienza, la filosofia, le costumanze e la religione
che avevano assimilate senza farle mai completamente loro, come una serva
che si pavoneggia in giro vestita con gli abiti smessi della sua padrona?
Non ho mai creduto negli dei, quindi figurarsi se credo
in presagi, auspici e vaticini. Quando seppi della morte di Marco Aurelio,
provai dispiacere, come tanti. Cesare era stato amato, per la sua saggezza
e rettitudine. Ma pensai anche che chiunque avesse posato le natiche sul
trono imperiale la mia vita non sarebbe in realtà cambiata di una
virgola: guadagnavo bene, il numero dei miei clienti andava
incrementandosi di giorno in giorno e molti apprendisti, in bottega, mi
aiutavano nel lavoro. Ero un uomo ricco e rispettato. Del giovane
Imperatore che, appena asceso al potere, aveva stipulato una pace
disonorevole con i barbari Germani, che a Corte manteneva stuoli di
adulatori e scrocconi, che preferiva alla bella e nobile moglie Crispina
un’amante di origini oscure e di dubbia moralità, tale Marzia, i cui
vizi gli costavano montagne di denaro, che si sbronzava di Cecubo e
Falerno non diluito e che scendeva egli stesso nell’arena per misurarsi
con i gladiatori, ben poco m’importava. Com’era certo che a lui non
importasse nulla di me. Il peggio che potesse capitarmi, era non averlo
tra i miei clienti, pensavo. Ma, memore di quel che era accaduto qualche
anno prima, ritenevo fosse molto meglio così, per buona pace mia e anche
di Pahates e di Kami.
A dire il vero, la mia vita aveva conosciuto, meno di
un anno addietro, un piccolo cambiamento, che non credevo avrebbe
influenzato oltremisura i ritmi consueti della mia esistenza: avevo
traslocato. Tanti fattori me lo avevano imposto: la necessità di uno
studio più grande e luminoso, l’incremento dell’ attività, e non
ultimo il mio carattere schivo e tranquillo. La prima casa da me
acquistata non appena i guadagni mi avevano consentito di abbandonare per
sempre lo squallore e la miseria del Velabro, si affacciava su una strada
molto trafficata, a pochi passi dall’Anfiteatro Flavio. Troppo rumore,
troppa folla. Ho già detto quanto il nuovo Cesare amasse i Giochi. Per
soddisfare questa sua discutibile passione e non ultimo per guadagnarsi i
favori del popolo, Commodo spendeva montagne di sesterzi e sacrificava
senza batter ciglio la vita di centinaia di disgraziati la cui unica
colpa, spesso, era quella di essere nati nel momento e nel contesto
sbagliati.
Non ho mai amato i Giochi, che considero l’ennesima
prova della rozzezza, grossolanità e insensibilità che noi Greci da
sempre rimproveriamo ai Romani. Le autorità li giustificano dicendo che
contribuiscono al mantenimento dell’ordine pubblico, sono una valvola di
sfogo al malumore del popolo, inoltre lo spettacolo del sangue e della
morte è, per gli spettatori, catartico e fortificatore degli animi. Dalle
mie parti, questo compito è sempre stato demandato al teatro: maschere,
sangue finto e la nostra fervida immaginazione. Ma loro non sono noi.
Amano il caos e non la bellezza, la sopraffazione e non la giustizia, la
morte e non la vita.
La mia nuova casa, oltre il Tevere,agli estremi margini
occidentali della città, era esattamente come la volevo, luminosa, ampia
e tranquilla. Piuttosto isolata, lontana dal chiasso e dalla folla,
lontana dall’Anfiteatro Flavio…Me l’aveva venduta un liberto*, un
intrallazzatore di nome Maccio Flaviano Corbulone che, come molti suoi
pari, grazie a speculazioni non troppo limpide e ad affari forse loschi,
si era disgustosamente arricchito. Non mi era mai piaciuto. Ma sapevo che,
a transazione avvenuta, non l’avrei più rivisto. E mi sarei potuto
dedicare tranquillamente alla mia arte, rinfocolando il sogno di
consegnare al mondo il capolavoro che avrebbe reso il mio nome immortale.
* Schiavo affrancato. In epoca imperiale, non era raro
il caso di liberti che si arricchivano divenendo anche spesso
politicamente assai influenti.
HERCULES
Lo rividi, invece, qualche mese dopo. In veste di
cliente, questa volta. Intendeva commissionarmi, mi confidò con la sua
voce asmatica, un lavoro a cui teneva molto. Mi avrebbe pagato bene,
garantì.
Non ne dubito, pensai, guardandolo. Corbulone, che
doveva aver superato da poco la cinquantina, era piccolo, grasso, gli
occhi sporgenti, il viso congestionato, sul cocuzzolo della testa una
rotonda chiazza di calvizie circondata da leziosi riccioletti. Il tipico
esemplare del villano rifatto, che ostentava bracciali d’oro e anelli in
tutte le dita, si profumava con costose essenze orientali eppure riusciva
ugualmente a puzzare come una terrina di garum. Da che il mondo è
mondo, sono i ricchi e i potenti gli arbitri dell’eleganza. E guarda un
po’, come nel caso del nostro sovrano, specialmente quando non sanno
nemmeno che cosa questa parola significhi. Eppure erano in molti ad
imitarlo, compreso il mio cliente che, pur non avendo la sua età, la sua
statura e il suo fisico prestante, mi si era presentato dinanzi indossando
sulla tunica viola una toga, se in questi termini si può definire, di
seta verde a ricami dorati. Una figura ridicola, degno epigono di quel
Trimalcione di cui, oltre un secolo e mezzo fa, Petronio Arbitro cantò le
poco gloriose gesta.* Ma mi avrebbe pagato profumatamente e in contanti,
perciò decisi che valeva la pena di sopportarlo per l’intero
pomeriggio.
-Una statua, da donare al tempio di Diana.
Aveva sbottato finalmente Corbulone dopo due ore di
chiacchiere, soffiandomi in faccia il suo alito che sapeva di vino e di
cipolle. Era venuto a commissionarmi l’ennesimo lavoro che avrei
accettato solo ed esclusivamente perché mi sarebbe stato pagato bene.
Diana. Non la chiamiamo Artemide, ma la sostanza non cambia. La più
odiosa tra le figlie di Zeus, una vergine arcigna armata di arco e
faretra, che è solita far sbranare dai suoi cani i disgraziati che
capitano per caso nei luoghi dove ha deciso di bagnarsi e non hanno la
presenza di spirito, l’accortezza o semplicemente la decenza di voltarsi
dall’altra parte.
Perché proprio lei? Domandai, senza prevedere cosa mi
avrebbe risposto, e lui mi raccontò tutta quanta la storia. Poco più di
un mese prima, il suo unico figlio maschio, un giovinetto quindicenne, era
stato invitato a partecipare ad una battuta di caccia che avrebbe avuto
luogo in un bosco non lontano da Aricia: un’avventura entusiasmante per
il ragazzo, un’insperata occasione di promozione sociale per suo padre,
visto che all’avvenimento avrebbero preso parte i più bei nomi dell’aristocrazia
capitolina. Ma nessuno dei due aveva previsto che un cinghiale ferito
avrebbe causato al giovane una rovinosa caduta da cavallo e una brutta
frattura alla gamba. Immobilizzato e dolorante, Tertullo aveva visto con
terrore la bestiaccia caricarlo e indovinato la sua fine imminente:
rimasto isolato dai suoi compagni di battuta, non poteva sperare nell’aiuto
di nessuno e il cinghiale lo avrebbe calpestato e dilaniato con le sue
zanne…
-Ha pregato gli dei, ed è stato ascoltato. I boschi
sono sacri a Diana. E’ stata lei a salvare mio figlio da morte certa.
Lui ci credeva ancora, nei numi, per fede o, più
probabilmente, per superstizione. Sarebbe stato perciò inutile dirgli che
al cinghiale, stremato dalle ferite e pressoché dissanguato, non restava
comunque molto da vivere e in questo l’odiosa dea cacciatrice non c’entrava
proprio nulla, per cui, se la disavventura del suo ragazzo si era risolta
con un grosso spavento e una gamba steccata e dolorante, era solo al caso
che lo doveva.
Corbulone era un individuo insistente e molesto. Ma la
metà dei miei clienti erano così, e i clienti andavano assecondati, non
contraddetti. E, strano davvero per uno come me che ha sempre detestato i
Giochi, non trovai il coraggio di contraddirlo neppure quando mi chiese di
accompagnarlo all’Anfiteatro. L’Imperatore ha organizzato i Ludi più
spettacolari che mai si siano visti: per onorare la memoria di suo padre.
Mi disse.
Per onorare la memoria di suo padre, eh già. Di Marco
Aurelio che, non si fosse dovuto piegare ai mutevoli umori della folla,
avrebbe del tutto abolito quello spettacolo ributtante e truculento, quell’insensato
sciupio di vite umane, invece s’era dovuto, per ovvie ragioni,
accontentare di limitarlo al minimo. Ma lo sciagurato Commodo, ben lo
sapevo, non aveva certo tutti gli scrupoli del suo predecessore.
Non dovetti aspettare l’inizio della carneficina, per
essere sopraffatto dal disgusto. Lo strepito della folla, i ringhi e i
ruggiti delle povere bestie rinchiuse negli stabularii*, il puzzo
opprimente di umanità lercia e sudata…Non sarei rimasto un minuto,
fosse dipeso da me, ma Corbulone mi trattenne. E i miei occhi videro molto
di più di quel che avrebbero voluto vedere.
La scena che si materializzò davanti ai miei occhi
venne presentata dall’editor* dei Giochi come “La battaglia
di Cartagine”. Non occorreva molta immaginazione per pensare
che, ad edificazione del popolaccio lì convenuto numeroso, i Romani
avrebbero fatto strage dei barbari, uno sparuto gruppo di disgraziati poco
vestiti e armati alla men peggio, tra cui spiccavano un negro alto,
flessuoso e un gigante nerboruto, di certo un barbaro del Nord, anche se
aveva i capelli tagliati corti e il volto rasato, all’uso romano. Sanno
di essere vittime predestinate? Si rassegneranno o venderanno la pelle
quanto più cara possibile? Pensai. E anche che non ci sarei rimasto un
minuto di più, lì dentro, mentre i carri dai mozzi falcati irrompevano
dai cancelli tranciando braccia e gambe e gli arcieri saettavano sulle
loro vittime nugoli di frecce. Il tempo di vedere, al centro dell’arena,
colui che avrebbe cambiato la mia vita dare disposizioni agli altri,
organizzare con rapidità fulminea una resistenza che desse quanto più
filo da torcere agli essedarii*, i trionfatori annunciati di quella
prima giornata di giochi. Aveva il volto coperto dalla celata dell’elmo
e il piglio di un capo. Di lui non vidi altro.
Fu come se una luce mi esplodesse dentro. Diedi di
gomito al mio compagno, gli dissi non è stata Diana la casta a salvare
tuo figlio. E’ stato Ercole, colui che liberò i boschi dell’Attica
dal nefasto Cinghiale d’Erimanto. Vada a lui la tua sempiterna
riconoscenza. Quasi non gli lasciai il tempo di rispondermi e fuggii via
da quel carnaio fetido e ululante, giurando a me stesso che non vi avrei
più messo piede. Dopodiché mi cercai un angolo nascosto e svuotai il mio
stomaco sul selciato. L’ultima cosa che desideravo in quel momento era
che qualcuno, vedendomi in un tale stato, potesse pensare che ero caduto
vittima del disgustoso e avvilente vizio dell’ubriachezza.
*E’ il personaggio forse più famoso del “Satyricon”,
un grottesco liberto arricchito, noto per i suoi sontuosi e stravaganti
banchetti.
*Presentatore-organizzatore dei Ludi Gladiatori.
*Le gabbie degli animali.
*Gladiatori che combattevano sui carri.
INCIDIT PESTIS IN URBEM
(In città è scoppiata la peste)
Ercole. Anzi, Eracle, come mia madre mi aveva insegnato
a chiamarlo. Ercole, nato da un nume e da una mortale, non abbastanza dio
da essere egoista, capriccioso, crudele, avido e calcolatore, anzi tanto
generoso da mettere la sua forza al servizio degli altri, sobbarcandosi
rischi e fatiche pur di liberare il mondo da orribili mostri e gli uomini
dalla paura. Il suo simulacro sarebbe stato il capolavoro che avrebbe
consegnato ai posteri il mio nome: ne ero sicuro. E lo immaginai come l’uomo
senza volto che, nell’arena, avevo sentito urlare ordini concitati ai
suoi compagni, un capo di soldati armati, non certo un miserabile
gladiatore, carne da macello da offrire in sacrificio a una folla assetata
di sangue. La statua avrebbe avuto, decisi, le sue sembianze, quelle che l’elmo
e la corazza avevano tenute nascoste ai miei occhi.
Eppure, i miei propositi erano completamente assurdi,
me ne rendevo conto. Non ero abbastanza vicino all’arena da averlo visto
bene e, come se non bastasse, dopo pochi istanti ne avevo avuto abbastanza
di quel disgustoso spettacolo e me n’ero andato. Il gladiatore era alto,
ricordavo, ma non gigantesco come il negro e il barbaro del Nord. Aveva un
corpo prestante, ben fatto, ma l’elmo che portava poteva nascondere
sfregi ripugnanti. Succedeva. Eppure, a dispetto di tutto e di tutti per
non so quale misteriosa ragione, in cuor mio sapevo che il simulacro di
Ercole avrebbe avuto le sue fattezze a me sconosciute.
Tutte le circostanze sembravano non favorire i miei
sogni, ma avevo deciso di non arrendermi, malgrado il cervello mi
suggerisse di lasciar perdere. E lo stesso destino, crudele con alcuni
bambini che alla Suburra morirono all’improvviso, fu benevolo con me.
Peste. La gente cominciava a parlarne sottovoce, quasi
temesse di evocare, pronunciando quel nome, un malefico fantasma. Da
giovane, avevo contratto la malattia in forma leggera, guarendo e
restandone immune. Di peste si muore, di solito: ai miei genitori era
capitato. Ma poteva anche essere che quegli sventurati fanciulli fossero
morti di denutrizione, incuria e sporcizia, tra i miasmi del lurido rione
dove intere famiglie si ammassavano in un’unica stanza, i pitali
venivano svuotati in strada e ratti grossi come piccoli cani
gozzovigliavano tra le immondizie. Tuttavia, per prudenza, le autorità
cittadine vietarono per alcune settimane gli assembramenti e anche l’Anfiteatro
venne chiuso. Come tutti coloro che provano piacere allo spettacolo dell’altrui
sofferenza, Cesare era terrorizzato dalla propria.
Potrebbe essere stato ammazzato dalle frecce degli essedarii,
smembrato dai mozzi falcati dei loro carri. Non sapevo come fosse finita
la carneficina e nessuno, nella mia casa lontana dal bailamme della
città, aveva provveduto, volontariamente o involontariamente, ad
informarmi. L’unica cosa che sapevo di lui era che apparteneva a Proximo.
Era stato Corbulone a farmelo notare.
Ai suoi bei tempi, Proximo era stato un gladiatore
amato e osannato e, ragazzino, tante volte avevo udito i miei piccoli
amici del Velabro magnificare le sue gesta. Si diceva che fosse stato
catturato in una remota provincia africana, ai confini del deserto: un
predone beduino, famigerato per la sua cupidigia e crudeltà. Sarebbe
dovuto finire appeso alla croce e invece era stato acquistato da un lanista
che aveva in animo di farlo combattere nella grande arena di Roma.
Capitava di frequente che condannati alla pena capitale giovani, prestanti
e abili con le armi in pugno venissero graziati per essere gettati nell’arena:
si trattava di una fine solo dilazionata, il più delle volte. Ma lui fu
abile. Fu fortunato. E si guadagnò la liberà vincendo cento
combattimenti. “Avanti il prossimo!” Aveva detto il lanista la
prima volta che se l’era trovato davanti, imbrancato con altri derelitti
destinati, non fosse stato per il suo tutt’altro che disinteressato
intervento, al remo, alle miniere o alle bestie. E quel nome gli era
rimasto appiccicato addosso, in luogo del suo, che suonava barbaro alle
nostre orecchie e impronunciabile per le nostre bocche.
Elio Antonino Proximo non era più un sudicio beduino
né un aitante gladiatore, ma un anziano liberto ricco e rispettato. Dalla
piccola città di Zucchabar, non lontana da Cartagine, si era trasferito a
Roma con un manipolo di combattenti e la speranza di arricchirsi ancor
più di quanto già non fosse di suo. Si diceva che avesse messo le mani
su un autentico campione, un legionario disertore che la gente aveva
soprannominato Ispanico. L’aveva pescato in un mercato nordafricano,
più morto che vivo per una ferita suppurata al braccio. Era sicuro che si
sarebbe trovato costretto a gettarlo in pasto ai leoni, invece…
-Avessi messo le mani sull’asino che caca sesterzi
non mi sarei potuto reputare più fortunato.
Proximo era un uomo pesante e corpulento, sulla
sessantina. Fastosamente abbigliato all’uso orientale, ostentava anelli
preziosi in tutte le dita delle mani. Nell’aspetto, non conservava che
le vestigia di quel combattente abile, astuto e feroce che era stato: la
voce sibilante. E gli occhi di ghiaccio, che spiccavano chiarissimi contro
la pelle color cuoio, capaci di mettermi a disagio assai più della brutta
iena accoccolata ai suoi piedi e dei sinistri beduini dai volti grifagni
che circolavano, armati fino ai denti, all’interno dei suoi appartamenti
sontuosamente arredati con sofà e tendaggi di seta, e suppellettili d’argento
e d’avorio.
Compresi che non amava perdersi in chiacchiere né, men
che meno, sprecare il suo tempo. E io parlai. Sapevo, gli dissi, che i lanisti,
nei momenti in cui l’Anfiteatro veniva, per qualsivoglia ragione,
chiuso, solevano rifarsi dei guadagni andati in fumo affittando ai privati
i loro campioni. Io, per l'appunto, ero andato a chiedergli di poter
affittare quello… quello…
Si vede che non frequenti i Giochi, mi rispose lui, le
labbra dure piegate in un sorrisetto sarcastico. Dovette pensar male di
me, essersi chiesto che razza di uomo fossi, a non amare lo spettacolo di
due individui costretti ad ammazzarsi per divertire una folla di
pervertiti. Un uomo che non era un uomo, si era sicuramente risposto da
solo, e il sorriso gli si era ulteriormente allargato, quando gli avevo
detto che avrei voluto che l’Ispanico posasse per una scultura. Era
evidente che non credeva ad una sola delle mie parole. Del resto, quasi
sempre ad affittare i gladiatori quando l’Anfiteatro era chiuso e i
Giochi sospesi, erano le dame dell’alta società, che ormai era
diventato difficile distinguere dalle puttane, e certi gentiluomini
depravati. Perché dovevo essere, agli occhi di Proximo, diverso da loro?
Essendo greco, era inoltre facile per i Romani inquadrarmi nella categoria
che il luogo comune attribuiva ai miei connazionali: noi eravamo quelli
che sposavano le donne solo per evitare che la stirpe si estinguesse, ma
preferivamo i giovinetti per indulgere nei giochi d’amore. I giovinetti
o, perché no, anche gli uomini fatti: specialmente quelli che non
potevano disporre liberamente delle loro esistenze.
-E’… un bell’uomo? Non l’ho visto senza la
maschera.
Era veramente odioso quando rideva, Proximo il lanista.
Non me ne intendo abbastanza di uomini belli o brutti, mi disse. Tu invece
sì, non è vero? Gli lessi nei pensieri. E non certo perché sei un
artista e sono l’armonia e la bellezza a darti di che vivere.
Lautamente, mi si dice.
-… E stammi attento a tante cose, scultore. Quell’uomo
vale una montagna di denaro: tutto quello che mi farà guadagnare prima
che riesca a conquistarsi la libertà o, più probabilmente, a farsi
scannare da qualcuno più in gamba o più fortunato di lui. Non deve
uscire rovinato dalla tua casa, altrimenti ti riterrei responsabile e ne
pagheresti le conseguenze… Intesi?
Accennai di sì con la testa. Avevo capito tutto
quanto: in caso contrario, mi sarebbe bastata un’occhiata al ghigno
sinistro dei bravacci beduini e delle loro scimitarre lucide e affilate
che certamente non si facevano scrupolo alcuno ad usare.
Pattuimmo la somma di ventiduemila sesterzi: è una
piccola fortuna, anche per un uomo benestante come me, ma non discussi e
non mercanteggiai. Proximo mi sembrò soddisfatto. Mi sorrise ancora,
prima di andarsene. E’ un leone indomabile e orgoglioso. Mi disse. E io
compresi quel che intendeva solo molto tempo dopo. Non si sottomette: a
nessuno. Vidi aleggiare l’ennesimo sorrisetto ironico sul volto duro del
lanista. Non fossi uscito anzitempo dall’Anfiteatro con lo
stomaco sottosopra perché ti disturba vedere il sangue sgorgare dal corpo
di uno schiavo, avresti capito da solo il perché… Non lo disse. Ma ora,
col senno di poi, so per certo che lo pensò.
VESPERA
(Ore 20 circa)
Il sole era già tramontato da un pezzo, quando lui
mise per la prima volta piede dentro questa casa. La legge che impediva ai
veicoli su ruote di circolare all’interno delle mura cittadine prima di
sera, mi aveva costretto ad aspettare. E quel giorno mi era sembrato molto
più lungo di qualsiasi altro avessi già vissuto.
Avevo ordinato ai servi di illuminare a giorno la casa,
con torce, candele e lucerne, dopodiché mi ero ritirato nel tablinium*
per ammazzare l’attesa. E preparare i fogli di pergamena sui quali, l’indomani
stesso, avrei iniziato a schizzare i tratti dell’Ercole che avrebbe dato
al mio nome fama imperitura.
Fu il clangore delle catene ad annunciarmi il suo
arrivo. Quello, e le imprecazioni degli uomini che lo scortarono dentro
casa: “Aïdi”. “Irka”. “Tisirdemt”. “Talafsa”*.
Non compresi il significato di quelle parole, ma mi fu subito chiaro che
si trattava di insulti. Lo trovai incatenato tra due colonne dell’atrio,
le braccia tese, le gambe divaricate, la testa ciondoloni sul petto. Dammi
le chiavi che aprono queste catene, ingiunsi a quello che, del manipolo di
beduini avvolti in ampi barracani neri e armati con lance e scimitarre,
sembrava il più autorevole. Se intendi liberarlo, sappi che è
pericoloso, mi rispose lui esprimendosi un po’ a gesti e un po’ in un
latino raffazzonato. Controbattei con uno “Sparite, e non fatevi più
vedere di qui a una settimana”. Erano questi i patti che avevo
sottoscritto con Proximo. Loro non discussero e, intascata una lauta
mancia, mi lasciarono solo con il mio ospite.
Mi avvicinai a lui e gli accostai la lucerna al viso
per poterlo vedere meglio. E per restare deluso. Aveva torace largo,
braccia e spalle possenti, ma era più basso di me. Sporco, la tunica
sbrindellata e impolverata, tanfava di sangue, di sudore e di cavallo. Che
cosa ti aspettavi da uno schiavo? Mi dissi da me solo. Che fosse avvolto
nella porpora e olezzasse di mirra e di nardo? Sollevai la lanterna, e gli
illuminai il viso. Aveva i capelli corti, ricci, di un castano scuro che
tirava al rosso, le mascelle incorniciate da una barbetta appena un po’
più chiara. Io lo guardavo, e anche lui mi squadrava enigmatico, gli
occhi grigio piombo immobili come sparvieri un attimo prima di calarsi in
picchiata sulla preda.
I suoi occhi non parlano per lui. Pensai facendo
scattare le serrature arrugginite delle manette e delle cavigliere.
Grazie, mi sussurrò con un filo di voce roca. Un breve sorriso triste gli
distese i lineamenti tirati, guardinghi. Aveva un profilo elegante, notai,
una piccola bocca rosea e carnosa da bambino. Ecco, c’era qualcosa di
curiosamente infantile nel suo volto. Non avevo sbagliato quando, senza
neppure conoscerlo, avevo deciso di dare al mio Ercole di marmo la sua
figura e il suo portamento. Perché chi mette la sua forza al servizio
degli altri senza aspettarsi alcun tornaconto che la gloria non può aver
perso completamente l’innocenza dell’infanzia, mi ritrovai a pensare.
-Accompagnalo nella stanza degli ospiti, Pahates. E
fagli portare da bere e da mangiare.
*Studiolo.
* Queste parole sono in berbero e significano
rispettivamente cane, immondizia, scorpione e vipera. I Berberi erano le
popolazioni autoctone dell’Africa settentrionale, che parlavano una
lingua semitica, ed erano portatrici di una cultura propria, prima di
essere arabizzate ed islamizzate. Come si può facilmente comprendere, non
è stato facile scovare una bella manciata di insulti in questo idioma.
Vada perciò il mio sempiterno grazie al sito Internet www.yourdictionary.com
dov’è possibile trovare ,completamente gratis, piccoli vocabolari di
base d’un numero incredibile di lingue e dialetti.
CAVE CANEM
(Attento al cane)
Quella notte, ricordo, quasi non riuscii a chiudere
occhio. Temevo che l’ ospite, approfittando della mia imprudente
generosità, fuggisse. Magari dopo aver svaligiato la casa e fatto fuori
me e i servi… Nonostante fossero passati quasi tre secoli, a Roma era
ancora vivo il ricordo della Guerra Servile, ancora si parlava di Spartaco
il Trace che, con il suo esercito di schiavi aveva fatto tremare il potere
dalle fondamenta. Spartaco era stato un gladiatore: come l’uomo al quale
intendevo regalare qualche giorno di serenità, fidandomi di lui,
trattandolo da uomo e non da animale… Ma la libertà è un bene troppo
grande, per cui vale la pena sacrificare qualsiasi scrupolo, soffocare
qualsiasi sentimento. Anche la riconoscenza.
Dormii poco. Eppure, riuscii a sognare, o meglio a
rivivere un ricordo della mia infanzia povera ma libera e felice, a Samo.
Eumenide, il capraio, possedeva un cane che faceva la guardia alla sua
casa, un gigantesco animale nero feroce come un lupo che, la notte, veniva
sciolto dalla catena e lasciato libero nel cortile. Nonostante il terrore
che quella bestia incuteva a grandi e piccoli, io riuscivo a provare solo
ammirazione per la sua possente bellezza e a sentirlo ululare piangendo la
sua libertà perduta, a guardarlo tendere la catena che lo teneva legato
il cuore mi si stringeva. Volevo diventare suo amico…E ci riuscii. Si
chiamava Argo, come il vecchio cane fedele di Odisseo. Mia madre urlò di
paura, la prima volta che mi vide abbracciargli il collo e nascondere il
viso nella sua folta pelliccia: certo, non si aspettava che quel mostro mi
leccasse le guance e le mani… Ma Argo non era cattivo, e io, con l’istinto
che è dei bambini e di tutte le creature semplici, questo lo sapevo bene.
Era soltanto la vittima di circostanze avverse e di un padrone crudele,
come… Come Proximo, il lanista. Come la folla che godeva allo
spettacolo del dolore altrui.
Non conosco il suo vero nome, mi ritrovai a pensare.
Solo l’epiteto con cui il pubblico lo acclamava nell’arena: Ispanico.
Non era fuggito, non aveva rubato niente né ucciso nessuno. Me lo
ritrovai davanti ripulito, la barba accuratamente spuntata, i capelli
umidi e una tunica nuova invece dello straccio sozzo e scolorito che lo
ricopriva alla bell’e meglio quando, il giorno prima, quattro nomadi del
deserto con certe facce da assassini lo avevano trascinato fin qui in
catene.
-Perdonami se ho osato approfittare troppo della tua
ospitalità, Lisicrate. Avevo un bisogno disperato di un bel bagno.
Nella mia casa c’è un piccolo stabilimento termale
privato: tengo molto alla pulizia personale, ma detesto il caos e la
promiscuità dei bagni pubblici. Non preoccuparti, gli risposi. Hai fatto
bene, se lo desideravi. Ma adesso…
Lo guardai. La luce del mattino non era quella debole
delle torce e delle lanterne, e non nascondeva niente di lui. La semplice
tunica di lino bianco gli donava, pensai. E, particolare che mi era
sfuggito vedendolo la prima volta, era decisamente un gran bell’uomo.
Più basso di me, sì… Ma io sono sempre stato molto alto, troppo forse.
A tredici, quattordici anni, superavo in statura parecchi uomini fatti e i
monellacci del Velabro mi avevano soprannominato Pertica. Dunque, l’Ispanico
era un po’ più basso di me. Ma molto più prestante. Come un soldato.
Come un combattente. Come sarebbe stato Ercole, colui che uccise l’Idra
dalle cento teste, disperse gli immondi uccelli della palude di Stinfalo,
domò le feroci giumente antropofaghe di Diomede, l’unico tra i Numi che
avrei voluto non fosse semplicemente un parto dell’umana immaginazione.
Aveva la carnagione chiara, sotto l’abbronzatura, gambe dritte e
slanciate, braccia possenti, grossi muscoli che gli tendevano la tunica
sulle spalle e sul petto. C’era un piccolo livido bluastro sul suo lungo
collo robusto. Un segno che mi fece pensare al bacio di un amante
appassionato, uomo o donna non importava. Rabbrividii. E sentii il mio
membro pulsare dolorosamente tra le cosce.
Guardami negli occhi, Ispanico. Lui mi sorrise,
scoprendo appena i denti bianchi e squadrati. Avevo sentito dire che
parecchi gladiatori ostentavano denti spezzati, bocche rovinate, nasi
monchi e orecchie mozze. Non lui, che era bello di una bellezza composta,
dignitosa e virile. Una bellezza che non si confaceva ad un essere
abbietto, il cui unico scopo nella vita era uccidere per non essere
ucciso. Avrei voluto domandargli chi sei, ma mi trattenni. Non volevo
urtarlo, e non perché avessi paura di lui.
Alla luce chiara del mattino, gli occhi dell’Ispanico
svelarono il loro vero colore che non era, come avevo creduto la sera
prima, il grigio piatto e uniforma del piombo. Erano azzurri, sfumati di
verde e illuminati da un incandescente alone dorato intorno alle pupille.
Un colore che mi riportò alla mente quello del mare che bagnava Samo, e
che non riuscivano a nascondere nulla di lui: la sua viva intelligenza, la
sua profonda umanità, il dolore che lo aveva piegato senza tuttavia
vincerlo. Gli occhi di Ercole, l’eroe che non aveva sdegnato di
ripulire, come il più umile degli inservienti, le sudice stalle dello
sciatto re Augias. E che s’era accollato sulle spalle il mondo, onde
concedere la misericordia del riposo al titano Atlante.
-Spogliati.
Lo guardai sfilarsi la tunica senza scollarmi di dosso
i suoi occhi azzurri, verdi e dorati. Neppure lui, come il suo padrone,
doveva credere che mi sarei limitato a ritrarlo. Tutti quanti in città
sapevano che a Lisicrate di Samo, lo scultore, piacevano gli uomini, e
poteva essere che qualcuno avesse provveduto a informare anche lui di quel
che si sarebbe dovuto attendere da me… Avevo pagato ventimila sesterzi
per godere della sua compagnia. Un legionario deve rischiare la pelle e
patire sette, otto anni di disagi per arrivare a guadagnarli. Come potevo
aspettarmi che quell’uomo non mi disprezzasse con tutte le sue forze? In
preda a una cupa frustrazione, strinsi forte tra le dita il carboncino,
che si sbriciolò, insudiciandomi i polpastrelli.
Mi avvicinai, allungai una mano per sfiorargli il
petto. Era modellato in maniera superba, leggermente peloso. Non se lo
radeva, come erano soliti fare gli zerbinotti alla moda dei quali scolpivo
i ritratti. Vidi le sue mascelle serrarsi, udii quasi lo scricchiolio dei
denti quando le mie dita indugiarono sul suo capezzolo. Sentiva che il
controllo cosciente delle azioni rischiava di sfuggirgli, e non voleva…
Ma io decisi che sarei stato spietato, a dispetto di me stesso, a dispetto
dei suoi occhi dallo sguardo franco e malinconico che diceva più di mille
parole.
Gli sciolsi i lacci del subligaculum*,
dicendogli ridacchiando che gli uomini non sono tutti uguali. Neanche lì.
E le mie dita indugiarono sui riccioli folti del pube, per stringersi
intorno al membro, e sentire il suo gemito rauco, indovinare quello che
avrebbe voluto dirmi, e non osava.
-Non… Non vuoi?
Lui si strinse nelle spalle e a quel suo gesto
arrossii. Mi sentivo in colpa. Non voleva, era chiaro. Non voleva, ma non
poteva dirmi di no. Gli avevano ingiunto di assecondarmi in tutto, ed era
probabile che fosse stato anche minacciato. I segni delle staffilate sulla
schiena, il marchio a fuoco impresso sotto la scapola mi ricordarono chi
era, quando, in un soprassalto di pudore che mi fece profondamente
vergognare, mi voltò le spalle per rimettersi addosso la sua biancheria.
Avrei potuto far di lui ciò che volevo, e non feci
nulla. Nemmeno dopo che l’Ispanico mi disse, “Che importa, se voglio o
non voglio?” con la sua bella voce bassa, priva di qualsiasi emozione.
Se ti lamenterai di me con il padrone, lui taglierà la gola all’uomo a
cui devo la vita… E il rifiuto testardo di non scendere a compromessi
con la mia coscienza in molti l’hanno pagato a caro prezzo.
Lo lasciai parlare, mentre schizzavo sulla pergamena i
suoi tratti, che avrei poi scolpito nel marmo. Lo avrei ritratto a mezzo
busto, pensai. Per rispettare la sua dignità e il suo pudore, che non
erano quelli di uno schiavo.
Mi disse che sua moglie e suo figlio erano morti
assassinati. E la stessa fine avrebbe fatto Juba, il retiarius*
nubiano che lo aveva salvato quando una ferita infetta stava per costargli
la vita. Una vita di cui poco gli sarebbe importato, perché quando l’esistenza
diventa un fardello insopportabile di dolore e di abiezione è nobile
gesto darsi la morte, come insegnano i filosofi. Ma…
Lo guardai abbassare le palpebre sugli occhi, lo sentii
borbottare tra i denti che la sua vita disgraziata era uno strumento di
giustizia e non poteva essere gettata via, prima che qualcosa che solo lui
sapeva trovasse compimento. Chi sei? Gli chiesi. E lui mi rispose ciò che
sembro non cambia ciò che sono.
Gli gettai una pelle tarlata, dicendogli di
drappeggiarsela addosso. Chi mi stava davanti, pensai, non era un
miserabile schiavo senza domani. Era Ercole, il dio della forza generosa
spesa per gli altri, avvolto nella pelle del Leone Nemeo, uno dei mostri
da cui aveva liberato il mondo perché l’umanità a cui gli dei non
avevano fatto dono del suo coraggio non fosse asservita alla paura.
* Fascia di lino che s’incrociava sull’inguine.
* Gladiatore che combatteva armato di rete e di
tridente, opposto in genere nei duelli al “murmillo”.
TEMPUS PRAETERITUS
(Il passato)
Avrei potuto asservirlo alle mie voglie minacciandolo,
e lui si sarebbe sottomesso. Proximo il lanista mi aveva detto che
era un leone indomabile, impastato di fierezza e d’orgoglio. Il suo
corpo lo avrei avuto, forse, perché la vita di Juba il Nubiano valeva
anche quel sacrificio. Ma la sua anima mi sarebbe sfuggita dalle mani,
come un soffio di vento. E io amavo tutto quanto di quell’uomo tanto da
immedesimarmi nelle donne, non poche in verità, che ignorando la mia
reale natura o credendo di poterla plasmare a loro piacimento mi si erano
offerte. E che avevo scacciate.
Che cosa avrei potuto fare per lui, se non offrirgli
quel surrogato di felicità che il denaro può comprare? Cibi prelibati,
profumi, la leggera ebbrezza del vino oppiato, che uccide il dolore e
concilia l’oblio. Perfino il piacere dei sensi, che avrebbe dato requie
alla sua inquietudine. Per lui comprai a caro prezzo i favori della più
bella prostituta dell’Urbe, l’etiope Nefer, edotta in tutte le arti d’amore.
E, non visto, spiai la loro intimità, sognando che fossero le mie le
sottili mani nere che lo toccavano, la bocca carnosa che inghiottiva il
suo membro turgido, i capezzoli lividi, gonfi di libidine e lucidi della
sua saliva… E, nella solitudine della mia stanza, cercavo requie alla
mia frustrazione masturbandomi, come i bambini.
La tregua che il destino aveva offerto alla sua misera
vita finì in fretta. Quando i beduini neri di Proximo vennero a
portarselo via, non mi feci trovare in casa. Sapevo che non l’avrei
tollerato.
Mi stordii di lavoro, nei giorni successivi. E il busto
di Ercole avvolto nella pelle del Leone Nemeo prese forma in fretta. Se il
buio della notte non me lo avesse impedito, avrei rubato le ore al sonno
per imprimere nel marmo i riccioli folti, la barba morbida, le labbra
infantili, le sembianze care dell’uomo che amavo. E che non avrei
rivisto. Mai più.
Quando di certo non me l’aspettavo, ricevetti una
visita: Corbulone. L’aria in città si era fatta irrespirabile, e non
solo per la canicola dell’estate, mi confidò. Inoltre la gamba di suo
figlio Tertullo faticava a rimettersi in sesto, per cui aveva pensato di
trasferirsi con la famiglia in una sua tenuta nella Tuscia*, dove le acque
termali avrebbero favorito, a sentire i medici, la guarigione del ragazzo.
-Il lavoro… Procede bene?
Gli mostrai gli schizzi e guardai divertito la sua
espressione di stupita meraviglia. Ma… è l’Ispanico. Esclamò. Il dio
dell’arena di cui la città favoleggia. Colui che l’imperatore odia…
E teme.
Il cuore mi palpitava in petto come un animale braccato
che, pazzo di paura, si nasconde nella sua tana. Volevo che mi raccontasse
tutto ma, al tempo stesso, paventavo che le sue parole potessero uccidere
in me qualsiasi speranza.
-Ha sfidato l’imperatore fin dal primo giorno in cui
ha messo piede nell’Anfiteatro. Ricordi? Il giorno della Battaglia di
Cartagine. Dovevano finire massacrati, gli uomini di Proximo, ma l’Ispanico
li ha portati alla vittoria. Quando Cesare è sceso nell’arena per
complimentarsi con lui, l’ha insultato, con gli atteggiamenti e con le
parole velenose della sua bocca. Credetti che Commodo lo facesse uccidere,
lì, dai suoi Pretoriani. Ma la folla pretese la grazia. E la folla è un
animale infido, da cui anche i sovrani sanno di doversi guardarsi.
-L’Imperatore non avrebbe ragione alcuna di temere
uno schiavo qualsiasi. Chi è quell’uomo, Corbulone?
-Un generale delle legioni. Ha accusato l’Imperatore,
davanti al pubblico che gremiva l’arena, di spergiuro e parricidio. Gli
ha chiesto conto della morte di sua moglie e del suo bambino. Tuo figlio
strillava come una femmina, mentre lo appendevano alla croce. E tua moglie
gemeva di piacere, mentre i miei Pretoriani la stupravano… Lui gli ha
sputato in faccia il suo nome: Massimo Decimo Meridio. E gli ha giurato
vendetta.
A fatica inghiottii il groppo che mi serrava la gola.
Se l’Imperatore voleva la sua morte, sapevo che l’avrebbe avuta: l’amore
che la folla nutriva per lui in odio al sovrano corrotto e debosciato non
gli avrebbe garantito la salvezza.
Giustizia: per una moglie che forse aveva sposato senza
amore, per un figlio che quasi non conosceva. Per un sovrano, Marco
Aurelio, che gli aveva sempre dimostrato la sua stima in cambio d’un
voto di dedizione totale. Ne era valsa la pena? Non ero in grado di
rispondere alle mie stesse domande: ma sapevo, in cuor mio, che il
generale finito in schiavitù era una delle poche schegge di dignità e
rettitudine che ancora fosse possibile trovare in questo mondo marcio e
impazzito.
L’ansia di sapere mi stava logorando. Decisi di
pagare un perdigiorno, un tale Claudio che vivacchiava di espedienti e
spesso avevo aiutato, perché seguisse i suoi scontri nell’arena,
mancandomi il coraggio di farlo personalmente, e venisse poi a riferirmi.
Lo incaricai altresì di raccogliere, in giro per la città, tutti i
pettegolezzi che potessero riguardarlo. Seppi così che l’Imperatore
pazzo, corrotto e assassino non gli aveva concesso un attimo di requie,
costringendolo ad affrontare anche tre combattimenti in un giorno. Che
aveva ingaggiato quali sicari contro di lui perfino alcune tigri. E che da
quando, contravvenendo ai desideri di Commodo che pretendeva lo uccidesse,
aveva rifiutato di finire un gladiatore ferito, la gente lo chiamava “Massimo
il Misericordioso”. Il misericordioso già. Anche se non aveva avuto
pietà di me, che morivo d’amore per lui.
Claudio mi rivelò qualcosa che, a sentir lui, tutti
sapevano. L’Ispanico e l’Augusta Lucilla si erano amati, nella loro
prima gioventù. Erano stati poi divisi dal destino, quando Marco Aurelio
aveva dato la figlia in sposa a Lucio Vero e spinto Massimo a prendere in
moglie la nipote del senatore che lo aveva adottato perché potesse
fregiarsi di quel nome che consentisse a lui, figlio di modesti contadini,
di far carriera nell’esercito. Adesso che lei, dopo anni di matrimonio
infelice, era rimasta vedova, adesso che lui era finito schiavo, si diceva
che si fossero ritrovati.
*Toscana
REDDE RATIONEM
(La resa dei conti)
Fu stupore quello che provai quando un manipolo di
Pretoriani, i neri cani assassini di Quinto Emilio Leto*, irruppero nella
mia casa. Non riuscivo a capire cosa volessero da me perché avevo sempre
creduto, fino a quel maledetto momento, che l’Imperatore non potesse
scorgere in un artista il quale non si era mai occupato di politica e
preferiva la quiete della sua villa fuori porta al caos della città, un
pericolo, seppur remoto.
I tiranni non hanno mai avuto vita facile e morte
serena. Ed è giusto così. Tra la mia gente, che voi Romani solete
tacciare di mollezza, litigiosità ed effeminatezza, l’amore per la
libertà ha armato sovente di pugnale la destra ai congiurati. Commodo
avrebbe avuto la fine che si meritava, com’era capitato ad altri prima
di lui. L’ho sempre pensato, questo, senza aver avuto occasione di
confidarlo a chicchessia: sono un uomo prudente, e di questi tempi la
prudenza non è mai troppa. Ma camminare sul filo di una lama tagliente
rende i tiranni sospettosi, a torto o a ragion veduta. E lo provai sulla
mia pelle.
Tremai, di fronte alle guardie armate, da vigliacco
senza dignità e senza vergogna. Loro sogghignarono, e fu come se con
quella sinistra risata volessero seppellirmi. Erano una decina; colui che
sembrava il capo del manipolo mi sibilò, con un sorriso bieco:
-Cesare non vuole il tuo oro, la tua casa o i tuoi
schiavi, spintria. Non vuole la tua vita, perché è misericordioso
anche con coloro che sono tanto stolti da odiarlo. Cesare…
Dovevano aver sentito battere i miei denti, prima
ancora che il loro capo pronunciasse la sentenza.
-Lui si accontenterà… di questa.
Della mia mano destra. Tentai di urlare, e non mi uscì
alcun suono dalla gola. Mi immobilizzarono e mi cacciarono uno straccio in
bocca. Gliene fui grato, per quanto strano possa sembrare: se gli schiavi
fossero accorsi alle mie grida di aiuto, quei mostri li avrebbero
massacrati come cani.
La prima volta che il maglio calò sulla mano aperta e
impastoiata, uno svenimento mi tolse misericordiosamente di coscienza.
-Hai dormito due giorni e due notti, mi disse il
vecchio Pahates, e io ho vegliato accanto a te.- La devozione del mio
schiavo egizio mi commosse fin quasi alle lacrime.
Guardai la mia mano fasciata, la punta delle dita
livide e gonfie, da cui le unghie erano saltate via. Ho fatto quello che
ho potuto, mi disse Pahates con un filo di voce, la testa china, lo
sguardo basso. Sapeva un po’ di medicina, come parecchi suoi
conterranei, e aveva fatto tutto quel che poteva, per me. Ma non era stato
sufficiente. Sarei rimasto storpio fino alla fine dei miei giorni, mai
più avrei potuto stringere in pugno uno scalpello e dar forma al marmo.
Per certo, gli mancava il coraggio di dirmelo.
Perché? Fu tutto quello che osai domandargli. Lui
scosse la vecchia testa. Chiunque fosse, in un modo o nell’altro, legato
anche con fili labili come la bava del ragno a quel gladiatore… gli era
inviso, padrone. Anche Proximo, il suo proprietario. L’hanno ammazzato,
dentro le mura di casa sua, come un cane rabbioso.
Perché? Massimo s’era fatto strumento di giustizia e
vittima sacrificale? Massimo, che mai avevo smesso di amare, di cui
sentivo ancora la presenza quasi tangibile, il rombo grave della voce
nelle orecchie, il profumo muschiato della pelle nelle narici, il calore
della carne sotto le punte delle mie povere, inutili dita?
-Il busto di Ercole è al sicuro, nel tempio di Vesta,
dove nessuno oserà toccarlo. Credo che i Pretoriani cercassero proprio
quello. Commodo non poteva tollerare che l’uomo da lui tanto odiato
avesse dato le sue sembianze al dio in cui si identificava.
-Perché ne parli al passato, Pahates?
-L’Imperatore è morto, padrone. Il suo ultimo duello
nell’arena gli è stato fatale. Massimo Decimo Meridio, il generale
finito schiavo…
E’ morto? Anche lui? Non osai pronunciare quelle
parole, e il vecchio servo mi guardò un attimo, prima di abbassare la
testa in un muto cenno di assenso.
*Quinto Emilio Leto era il Prefetto dei Pretoriani,
le feroci guardie dell’Imperatore.
EPILOGO
Roma, Museo del Palazzo dei Conservatori, ai giorni
nostri
-Alla vostra destra potete ammirare il busto marmoreo
di Ercole, con la clava e la pelle del Leone Nemeo. Si ritiene che le
sembianze della divinità siano in realtà quelle dell’ imperatore
Commodo, figlio e successore di Marco Aurelio…
I giapponesi erano un pubblico attento e diligente,
pensò Elisa. Come sempre. Ma che aveva quel cafone là in fondo, da
agitarsi sghignazzando? Era un bell’uomo alto, forte e barbuto, poco
sopra i trent’anni. Le sarebbe piaciuto, non fosse stato tanto
maleducato.
-E come la mettiamo, allora, con la damnatio
memoriae*?
Americano? No, britannico. O australiano. Era certo
comunque che fosse terribilmente presuntuoso. La mettiamo col fatto che
sicuramente questa scultura è postuma, successiva alla morte del modello
che ritraeva. Era quel che le avevano insegnato all’Università e che
non aveva mai messo in dubbio.
Lui le indirizzo un sorrisetto sghembo ed Elisa pensò
che l’avrebbe preso volentieri a schiaffi. I tipi come quello, che
pretendevano di aver ragione anche e specialmente quando avevano torto le
davano sui nervi… Perfino quando erano così attraenti. Capelli
ricciuti, occhi azzurri, un paio di jeans logori e una t-shirt bianca. Che
strano, rassomigliava come una goccia d’acqua all’Ercole della statua.
Chissà se anche i giapponesi l’avevano notato.
*Provvedimento a cui si sottoponevano i sovrani
indegni, dopo la loro morte, che comprendeva anche la distruzione delle
loro immagini.
Fine
Lalla, 24 settembre 2004 |