Le Fan Fiction di croweitalia

titolo:  Due uomini a confronto - seconda parte - leggi la prima parte
autrice: Isabella Franzolini - per leggere le altre storie scritte da Isabella, consulta l'elenco delle fanfiction
e-mail:
data di edizione: 25 agosto 2003
argomento della storia: A volte , ciò che la vita può riservarci è davvero sorprendente!
riassunto breve: Una madre single che, dopo qualche anno di sacrifici riesce ad organizzare la vancanza dei suoi desideri, si troverà faccia a faccia con due uomini diversissimi ed egualmente desiderabili.
note: Commedia leggera. La scelta stilistica credo renda la novella scorrevole ma quella di trama potrebbe irritare alcune di voi. Vi prego di ricordare che esiste la libertà di pensiero e quella di opinione e che probabilmente, il bello che c’è in questa storia è proprio quello di aver puntato il timore in una direzione abbastanza singolare.

Due Uomini a Confronto

seconda parte

Sei un tesoro ad aver chiamato! Dove siete?

A Calgary, siamo appena arrivate.

Non disfare la valigia. Il mio aereo privato sarà lì tra tre ore e mezza circa.

Come lo riconosceremo? Non credo di dover fare il check in alla Crowe airlines…

 

Fa una risatina.

 

Non preoccuparti, ci penserà il pilota a farsi riconoscere da voi e ad aiutarvi nell’imbarco. Portati al terminal da dove partono i voli Air Canada verso gli Stati Uniti.

Ok, lo aspettiamo.

E io aspetto voi. Ciao, meraviglia.

 

“Ciao, meraviglia”. Vuoi vedere che questa cosa si sviluppa in un modo diverso da come penso io? Fortuna che ho comprato una tonnellata di fumetti in Italia e la Rita si distrae per un po’ guardando le figure, poi cade in un sonno profondo. Puntualmente, tre ore dopo, mentre sfoglio la quindicesima rivista di moda e ho risolto tutti i cruciverba senza schema di un giornalino appositamente pubblicato, mi si para davanti un tizio in jeans e camicia denim con un cartello col mio nome.

 

È lei la signora Debiasi?

Sono io…

Mi dia il bagaglio, prego. Mr. Crowe l’aspetta a Los Angeles.

 

Non mi faccio pregare e seguo il pilota mentre mi scarrozzo la Rita in braccio, ancora profondamente addormentata.

 

A Los Angeles, al terminal dei voli privati, ci trovo Jack Aubrey, più bello e ansioso che mai.

 

Finalmente! Non ne potevo più di aspettarti… - mi abbraccia e mi bacia in modo abbastanza urbano.

Ti dirò un “finalmente” anch’io… non ne potevo più di star per aria.

E tu, piccolina? - fa lui tutto tenero, rivolgendosi alla Rita. Che puttana è, in fondo sa benissimo che deve conquistarsi tutto il favore della bimba se non vuole avere problemi per questi due giorni. - Stai bene?

Dov’è il bimbo, mami?

Le ho detto che saremmo venute a visitare Conor, e lei si aspettava di vederlo… - faccio io, strizzando l’occhio a Russell.

Oh ma certo, Conor! Adesso andiamo subito in albergo a trovarlo, sai?

 

Russell si prende cura del mio ingombrante bagaglio (una roba da uomini, è chiaro) e io cerco di rabbonire la Rita che comunque mi si è un po’ seccata. Il viaggio in auto è lungo, ma la meraviglia del Beverly Hill Wilshire ci ripaga di tutta la fatica provata.

Russell si avvia a passi sicuri verso la reception e mi passa una chiave magnetica, sussurrandomi all’orecchio:

 

In questa stiamo noi. I bimbi staranno con la tata nella stanza all’altro capo del piano. Caso mai diventassimo rumorosi…

 

Arrossisco come un peperone, prendo la chiave e mi faccio portare nella suite lussuosissima, del tutto simile a quella vista in “Pretty woman”. Rita è tutta una bocca aperta per lo stupore, ma si fa svestire e docciare dalla sottoscritta, dopodiché la porto con Russell nella stanza dove alloggerà con Conor e la tata. La tata in questione è una maori enorme dall’aria molto dolce e questo mi tranquillizza parecchio. I bimbi sembrano socializzare in modo pacifico… Russell chiarisce alla tata che rientreremo molto tardi, e questa risponde che non ci sono problemi. Mi avvicino alla Rita e le parlo dolcemente.

 

Rita, la mamma va a mangiare fuori con questo signore. Potrai mangiare e giocare con Conor finché vorrai, ricorda soltanto di fare perbene tutto quello che Nanny Kimberly ti chiederà.

Ma io non la capisco.

Vedrai che se ti chiederà di mettere a posto i giocattoli, lavarti i denti e andare a nanna la capirai benissimo…

Ma quando torni?

Tardi tesoro, così tardi che ti vedrò domattina.

E domattina dove andiamo?

Domattina? Beh, domattina… domattina credo proprio che Russell organizzerà una bella visita alla città dei cartoni! - mi avvicino a Russell e sussurro - Vero che ce la fai a portarli a vedere gli Universal Studios?

Certamente.

Allora, la lasci andare la mamma?

Bacio della buonanotte.

 

Le schiocco un bacio con la trombetta come lo chiamava suo padre (di quelli con lo schiocco appunto) e la lascio, divorata dal solito atroce senso di colpa.

 

Coraggio. Tra un po’ non ti sentirai più così.

Così come? - chiedo io innervosita.

Colpevole.

 

Lo guardo irritata. Se sai come mi sento, cosa mi trascini fuori a fare? Oh beh. Scema io che ho accettato.

 

Preferirei farmi una doccia e mettere qualcosa sotto i denti, piuttosto che continuare a fare i conti con questo maledetto senso di colpa.

Sarai accontentata. Hai visto il bagno della suite?

Per forza, ho fatto la doccetta alla Rita.

E come t’è sembrato?

Un’esperienza mistica, effettivamente.

Ho tanto bisogno anch’io di farmi una doccetta…

 

Il Gladiatore s’immaialisce e io, mio malgrado, non posso fare a meno di andargli dietro. Ci prendiamo a dir poco selvaggiamente nella doccia di sei metri quadrati della suite, poi ci fumiamo quattordici sigarette a testa nudi nel letto prima di vestirci per andare a cena. Mentre cerco qualcosa di comodo nella valigia, il Divino si schiarisce le celestiali corde vocali e mi fa:

 

Forse… ti andrebbe di mettere questo?

 

Tiene in mano una gruccia con un tubino incantevole in shantung di seta color rosso cardinale, sbracciato, e una giacca sette ottavi con le mezze maniche e il colletto lungo tipo frac. Gli manca la parola.

 

Dove vuoi portarmi, che ti sei dovuto prendere pure la briga di rendermi presentabile?

Tu sei sempre presentabile. Soltanto che… nel ristorante dove andiamo stasera c’è una specie di festa e visto il carattere “sportivo” del tuo viaggio ho pensato che forse non avevi messo una cosa un po’ elegantina in valigia.

È un incanto, Russell, grazie.

Per le scarpe ero incerto sulla misura…

Porto il trentotto e mezzo… Vediamo… dovrebbe essere il sette e mezzo con le misure americane.

Ne ho prese tre paia. Spero che almeno uno ti vada bene.

 

Il vestito ha una scollatura sulla schiena profonda come la fossa delle Marianne e le scarpe sono in tinta. Mica potevo incontrarlo una quindicina d’anni fa questo, no? Mi vesto, mi trucco, mi pettino, un paio di scarpe grazie a Dio vanno bene e io mi presento al cospetto del mio Cavaliere del Mondo Nuovo che è tutto vestito di nero, senza cravatta. Come se gli servisse…

 

Come ti senti?

Benissimo, Russell, grazie.

Allora possiamo andare.

 

Il ristorante in questione è un localone mozzafiato pieno di gente dalla faccia nota, e io mi sento un pesce fuor d’acqua. So che Russell detesta questo genere di “happening” ma stasera mi sembra particolarmente benevolo nei confronti della vita sociale con quelli del suo ambiente. Gli anni che passano e gli eventi importanti (matrimonio, paternità, separazione) devono aver leggermente cambiato il Capitanone, che ad onor del vero ricorda un po’ un leone in gabbia, relativamente tranquillo ma con un ché di selvaggio dentro. Distribuisco sorrisi garbati alla gente che mi presenta, ma dopo un po’ quella passerella mi annoia e mi allontano da Russell alla ricerca di una bevanda fresca e di un posto dove potermi fumare una sigaretta in santa pace. Il Capitanone mi raggiunge subito.

 

Che succede, stai poco bene? Il jet lag ti dà problemi?

Non è niente… Sì, il jet lag mi dà fastidio ma… sai mi sento un po’ sballottata a destra e a sinistra, in questo ambiente così… “esclusivo”.

Ora vediamo di andare a rintanarci da qualche parte…

 

Invece viene prelevato da un piccolo gruppo, presumibilmente di cineasti (facce sconosciute, del genere di quelli che stanno dietro il registratore di cassa) e io sono nuovamente sola. Questa terrazza è meravigliosa, si gode una vista mozzafiato di tutta Los Angeles illuminata da qui, per non parlare delle colline di Hollywood con la famosa scritta. Mentre mi accendo avidamente la terza sigaretta, sento un vocìo sommesso come di due persone che litigassero sottovoce. Piano piano il tono si alza, certi i due contendenti, di non essere sentiti da alcuno.

Lei è una rossa incendiaria abbastanza gradevole di aspetto ma con un tono piuttosto petulante, non capisco una parola di quello che dice. Lui invece, che vedo soltanto di spalle, è un moro coi capelli lisci corti, piuttosto alto, snello con una voce un po’ opaca che dice di non volerne più sapere di una storia che, iniziata come amicizia, stava prendendo una piega che a lui non interessava per nulla. Curioso. Anche questa voce mi pare di conoscerla… La rossa petulante manda il suo cavaliere (o presunto tale) a dar via le chiappe (questo l’ho capito benissimo), volta le sue, peraltro degne di nota, verso di lui e se ne va, senza batter ciglio. Il moro mastica ancora qualche insulto, poi beve un sorso della bevanda dal bicchiere che ha in mano. Si volta verso la notte losangelena e rimane lì, respirando a fondo, cercando, penso io, di stemperare l’incazzatura che s’è appena preso. Poverino. Quant’è brutto litigare. Ti lascia quel sapore amaro in bocca e quella sensazione come se ti mancasse qualcosa, che ti rende ancora più nervoso. So come si sente quel bel giovane e visto che il Capitanone è occupato a lavorarsi i cineasti, deciso di socializzare con quest’ospite.

 

Questa vista è incantevole.

 

Si volta verso di me.

 

Come scusi?

La vista. Trovo sia incantevole. Lei no?

Mi creda, mai come ora vorrei essere altrove.

Ero qui da un pezzo, non ho potuto fare a meno di sentire. Ma non si preoccupi, non ho capito granché di quel che la sua amica le ha detto. Mi dispiace, perché immagino come lei si senta ora, indipendentemente da quello che è l’arte del contendere.

Lei non è di qui.

Sono italiana.

Per le produzioni a Cinecittà?

Sono qui… con un amico.

 

Lo guardo bene. Poi lo guardo meglio. La penombra non aiuta, ma la luce proveniente dalla sala del ristorante è sufficiente a farmelo vedere bene. Gli occhi di taglio vagamente orientale, un naso spettacolarmente dritto, una bocca piena e invitante come la gota di un bambino, che si schiude su una fila di denti bianchissimi e perfetti. È bellissimo. E te credo. È Keanu Reeves. Oh Signore, svegliami che sto sognando…

 

Lui si guarda intorno, poi si rivolge nuovamente a me e sorride.

 

Ah sì? E lui lo sa di essere con lei?

È stato… “prelevato” da un gruppo di persone. Credo che, tra una tartina e l’altra volessero parlare di lavoro.

Davvero poco carino.

Lei fuma?

Una sigaretta ogni tanto, sì.

Ne vuole una? - Gli porgo il pacchetto aperto. Lui la preleva senza tanti complimenti.

Grazie sì.

 

Tira una boccata profonda. Tace. Forse non ha molta voglia di parlare. Lo assecondo, tacendo a mia volta. Poi invece è lui che rompe il silenzio.

 

Le è mai capitato di cercare di essere chiara e scoprire che chi le sta davanti è così occupato a badare ai suoi interessi da non curarsi minimamente di quello che prova?

Oh sì. Per questo la capisco. Quando ci si scontra per questi motivi si viene generalmente assaliti da un irritante senso di impotenza.

È esattamente quello che provo adesso. Se non ti voglio dare qualcosa, perché vuoi costringermi a farlo?

L’egoismo è un gran brutto difetto.

Già.

In quei casi è meglio lasciar perdere e continuare ognuno per la propria strada.

Sì, infatti è così.

 

Allungo la mano per presentarmi.

 

Mi chiamo Lucia Debiasi. Sono molto contenta di conoscerla, Mr. Reeves.

Scusi la domanda ma lei… è una psicologa?

 

Non trattengo una risata argentina.

 

Una strizzacervelli? Io?! Oh Signore, no! Ci sono andata per sei anni e conosco la vita, tutto qui.

Chi è il suo accompagnatore?

È Russell Crowe.

Il Gladiatore. Un uomo piuttosto interessante, credo.

Diciamo che ha degli argomenti convincenti.

Lo credo bene…

 

Beh, che intendeva dire? Ma guarda tu che screanzato…

 

Sa, a volte non basta essere convincenti per conquistarti del tutto. Anche la sua amica pareva interessante, eppure non ha esitato a scaricarla.

Joan è appiccicosa ed egoista e io detesto le persone così.

Visto che Joan mi è riuscita totalmente incomprensibile, si può sapere di che colpa grave si è macchiata?

Quel suo maledetto accento del Nebraska… Voleva a tutti i costi diventare la mia ragazza.

Oh. Ma lei non…

Io vorrei avere la libertà di scegliere le persone con cui dividere la mia vita.

Diritto sacrosanto.

E se ancora non l’ho trovata a quarantatrè anni, beh… sono soltanto affari miei!

Giusto.

Lei ha trovato la persona giusta?

Non esattamente, no.

Che significa?

L’ultima persona che ho frequentato, che credevo fosse quella giusta, l’ho sposata e mi ha dato una figlia ma… le cose non sono continuate così come erano iniziate.

Litigavate?

No… peggio forse. C’era una certa indifferenza da parte mia. E questo mi faceva male, non volevo prenderlo in giro. È sempre stato un uomo molto corretto e sensibile.

Dio! Ne esistono ancora di donne come lei? Una persona leale anche nel peggior momento. S’è mai pentita della decisione che ha preso?

A volte. Quando vedo che la bambina sente la mancanza del padre come elemento facente parte della famiglia. Lo vede, ovviamente, ma soltanto da sola e per qualche volta alla settimana, abbiamo la custodia congiunta.

Quanti anni ha la bambina?

Ne fa tre a settembre.

È l’età più bella…

Beh sì. Continuo a pensare che portarsela qui in Canada sia stata un’ottima idea.

In… Canada?

Oh sì, già. Abbiamo incontrato Russell e suo figlio nella riserva dei Laurenziani, nel Quebec. Avevamo organizzato un viaggio attraverso tutto il Canada di tre settimane. Ma… l’incontro con Russell ha prepotentemente cambiato i programmi, almeno per questi due giorni. Dopodomani torniamo a Calgary e continuiamo il nostro giro.

Bellissimo. Ho vissuto a Toronto per qualche anno e l’unica cosa che mi faceva davvero soffrire era il freddo. Ma il posto è bellissimo.

Le dirò… Toronto non mi piace quanto Montreal e soprattutto quanto Quebec. Ma il freddo per me non sarebbe un problema.

Un’italiana che non soffre il freddo? Bizzarro…

Vivo in una regione costituita quasi completamente da montagne. Anche se sono al livello del mare e non ci nevica mai, vivo in un paese incassato in una valle abbastanza stretta, dove d’inverno può fare un freddo cane.

Ha detto che parte dopodomani?

Sì.

Io sono troppo di cattivo umore per continuare questa conversazione serenamente. Ma… mi dispiacerebbe di “scaricarla” così, lei è stata tanto carina da alleggerire un poco il mio stato d’animo. Le va di mangiare una cosa insieme, domani?

Mi… piacerebbe molto, ma il mio gladiatoreo accompagnatore dovrebbe portare suo figlio, mia figlia e me a visitare gli Universal Studios… Anche se non so quanto questa cosa sia realmente fattibile.

Uhm… - si tasta in giro come per cercare qualcosa. Tira fuori una penna ma seguita a cercare. - Ha un pezzetto di carta?

No, mi spiace…

Mi dia la sua mano.

 

Gliela porgo e lui ci scrive sopra il suo numero di telefono. Un altro?!

 

Mi chiami se Massimo Decimo Meridio le dà buca. E mi chiami anche da Vancouver. In questo periodo non lavoro e anche se sto riposandomi, mi annoio un poco. Piuttosto, si ricordi di dirmi il nome dell’hotel dove scenderà.

Grazie, lei è molto gentile. Mi sembra… dev’essere il Crowne Plaza.

Lucia, cara! Scusa se ti ho abbandonato così, ma quando il produttore esecutivo della Miramax chiama, non si può non rispondere… una cosa che odio! Vedo che hai trovato qualcuno con cui chiacchierare. - Toh. Il Capitanone si rifaceva vivo.

Sì, Mr. Reeves ha fumato con me una sigaretta.

 

Gesù, che scontro tra titani. Uno più bello dell’altro. Uno più alto, oggettivamente bello e giovanile, l’altro più “grezzo” ed erotico, entrambi apparentemente interessati alla sottoscritta. Questa è proprio bella. I due titani si stringono la mano e io ho la sensazione che ci passi in mezzo la corrente elettrica. Ma dai. Vuoi vedere che questi due non si sopportano?! Ho la netta impressione di star per godermela appieno questa vacanza…

 

Keanu! Sempre… invischiato nella “rete”?

Ben affrancato, direi. Nessun rischio di naufragio nella Matrice…

 

Urca! Che stoccata. “Master and Commander” non aveva proprio avuto il successo sperato, però non era stato nemmeno tutto questo flop… In compenso, dopo la flessione di “Matrix reloaded”, “Matrix revolution” aveva fatto successo come e quasi più che il primo episodio della saga. Un po’ manierato il Cino-hawaiiano ma… uno a zero per lui.

Oh beh. Questione di punti di vista. L’importante è avere margine per migliorare, cosa che si rende davvero difficile quando si naviga a vista. Una cosa molto comune per chi ha fatto cassetta da quattro soldi e nient’altro.

 

Eccolo lì… Crowe stava accusando Reeves di non aver fatto pellicole di grande spessore. Tutto ‘sto torto non ce l’aveva. Uno pari.

 

L’importante è non restare legati per sempre ad un personaggio… e per quanto mi sforzi, Massimo Decimo Meridio è… l’unico che mi venga in mente.

 

Oh Madonna, si scendeva nel particolare. Però all’Esotico un paio di pellicolette gli erano sfuggite… dai, come faceva a non ricordarselo in “L.A. confidential”? Mi dispiace, hai fatto pipì fuori dal vasino. Vantaggio Crowe.

 

Fortuna che oltre a dover registrare smorfie per il computer, sei riuscito a farti almeno un’uscita sulla tavola da surf, prima di sprofondare nell’anonimato…

 

Bontà divina!! Ora ve la spiego. Mi auguro che tutte voi abbiate presente “Matrix reloaded”. Ebbene, alcune scene sono completamente frutto del computer graphics, nel senso che non sono realmente state girate. Di cosa parlo? Della scena del combattimento di Neo contro i cento Agenti Smith, ad esempio. Sono stati condotti studi sulle movenze dei lottatori di kung fu, in seguito elaborate al computer, soprattutto per poterle esagerare, come quelle dei videogames. Poi è stato chiesto agli attori di… fare delle smorfie di dolore, rabbia, sforzo che sono state “incollate” sopra le elaborazioni dei lottatori e, voilà, il gioco è fatto. Mr. Reeves non ha mosso un muscolo… che non fosse facciale per girare quella scena. La tavola da surf, invece, si riferisce a “Pointbreak”, dinamico poliziesco che si svolge nel mondo dei surfisti, Keanu faceva l’agente dell’FBI che doveva catturare quel bel farabutto di Patrick Swayze, guru degli sport estremi e rapinatore di banche. Simpatico ma… innoquo. Due a uno per Crowe. Il match però conosce un’evoluzione che proprio non pensavo… dalle parole si passa alle mani e i due cominciano a spintonarsi. Volendo evitare l’incontro di boxe e rischiando seriamente la buccia, mi metto in mezzo ai due (tutte le scuse sono buone!!) per tentare di indurli a separarsi (con me in mezzo non si picchieranno, penso, per paura di mollare un cartone alla sottoscritta). I due infatti, paonazzi di scalmana, si allontanano.

 

T’hanno visto soltanto presentare all’Oscar, razza di buffone!

Te la sei fatta sfuggire quando più te la meritavi perché sei un coglione!

Ok! - strillo - Ora basta!! Finitela!!!

 

Si aggiustano le giacche, uno (indovinate voi chi…!) si ravvia i capelli, l’altro si massaggia la mascella. Si vede che “un buffetto” del Divino deve averlo preso…

 

Lucia, - dice Keanu continuando a guardare Russell con stizza, - è stato un vero piacere conoscerti.

Il piacere è tutto mio.

 

Si allontana rapidamente. Guardo Russell un po’ scocciata.

 

Sono certa di essere l’ultima persona che può dire qualcosa in merito, ma non ti è parsa leggermente fuori luogo, tutta questa scena?

Quel figlio di puttana plastificato dice cazzate e insulta!

Già, e tu ti comporti come se avessi la stessa età di tuo figlio. Generi diversi, risultati diversi. Tu hai vinto l’Oscar e lui no, e con questo? Mi par d’essere all’asilo.

Tanto successo è immeritato.

Lui è più bello di te… - dico sorridendo maliziosamente.

Non basta per avere quello che ha avuto lui. È un ladro, non sa recitare.

Ed è pure più alto…

 

A questo punto mi guarda male.

 

Che fai, mi provochi?

Francamente sì, ti trovo esilarante.

Perché?

Se ti conoscessi, e non è così, direi che sei geloso.

 

Diventa verde.

 

Non dire stronzate.

Ok. Allora non le dico.

Semplicemente mi irrita tanta presupponenza e mancanza di professionalità.

Tu però l’hai provocato. Sull’unica cosa su cui in fondo non avresti dovuto… Il tuo sequel del Gladiatore fortunatamente ce lo siamo dimenticato…

 

Accende una sigaretta e ficca una mano nella tasca dei pantaloni. Tira una boccata, mi guarda impensierito. Finalmente i suoi tre neuroni (quelli che gli rimangono quando è imbufalito) concedono ai restanti milioni di rimettersi a lavorare.

 

Tu non perdi mai un colpo, vero?

Mi piace essere obiettiva. Ti va un bicchierino di qualcosa?

Francamente no, vorrei andare a casa.

Ma io non ho praticamente mangiato.

Mangeremo in albergo - fa lui, trascinandomi via tipo “Wilma, dammi la clava”. - Invece di perdere tempo con quell’idiota… - anche se borbotta riesco a sentirlo abbastanza bene, ma essendo occupata a non cadere dai tacchi delle scarpe, preferisco soprassedere: questa discussione è durata troppo a lungo.

 

 

6 agosto 2007, lunedì, ore 11.29, Hollywood

 

Gli Universal Studios sono un gigantesco parco giochi per adulti (molto, ma molto più esagerato di quanto possiate immaginare, sotto qualsiasi punto di vista, di Gardaland…). Ogni pellicola celebre, prodotta dalla Universal ha in questo luogo un’attrazione associata e talune sono sicuramente più adatte alla Rita rispetto ad altre. Per questo motivo, dopo aver fatto il giro col trenino per i vari teatri di posa, evito l’attrazione legata a “Ritorno al futuro” (ad alto rischio coronarico) ma non manco quella di “E.T. l’Extraterrestre”, scanso quella di “Terminator 2” ma mi metto diligentemente in coda per quella di Indiana Jones. Il Divino è incupito, presumo dallo scapuscio* di ieri sera e si dedica molto al suo mini clone. Mentre mangio un gelato, come sempre orribile e tento invano di asciugare me e la Rita (Indiana Jones è una “wet attraction”, ci si bagna insomma) vorrei tentare un approccio ma proprio non ci riesco. Celato dietro i suoi urfidi occhiali da sole, il Gladiatore riesce a scansare quasi tutte le fans (ma non proprio tutte) e perde il confronto vicino ai manifesti di “A beautiful mind” e “Il Gladiatore”. Cerca invano di scrollarsi di dosso un drappello di giovani assatanate, tenta di proteggere suo figlio dall’assalto di turisti dal pulsante della macchina fotografica facile e poi, una volta raggiuntami su di una panchina dove mi sto godendo l’ombra insieme a mia figlia, prova a parlarmi.

 

* scapuscio: deriva dal milanese, significa intoppo, ostacolo

 

Ti diverti?

Abbastanza… La Rita è frastornata ma molto contenta. Grazie di averci portato qui.

Era doveroso… allora? Riparti domattina?

Sì e poi abbiamo altri 460 chilometri da percorrere da Calgary fino a Banff.

 

Non ha certo gli occhi umidi. Però, pensavo gli sarebbe dispiaciuto di più. Forse, alla luce del giorno e con un bimbo suo e una bimba mia non sente più quella sensazione di magia che aveva provato a Quebec.

 

Che fai tu, dopo? Torni in Australia, rimani qui a lavorare… - riprendo io.

Torno in Australia. Tra una settimana comincio la tourneé coi TOFOG.

Già, la tua band, dimenticavo.

Sono un uomo molto occupato, Lucia, è difficile per me avere una vita privata simile a quella di tutte le altre persone.

Nonostante sia parzialmente d’accordo con questa tua affermazione, sono convinta che un uomo nella tua posizione possa permettersi di mettere dei paletti ed organizzarsi la vita privata al meglio. Senza pretendere, naturalmente, le parole crociate il giovedì sera e la formula uno la domenica pomeriggio.

Non sai cosa dici. E lo capisco, non sei di questo ambiente.

E di quale ambiente, Russell, di quello che per anni hai evitato e pubblicamente coperto di palate di cacca? Se era vero soltanto un decimo di quello che si leggeva sui giornali, del tuo spifferare ai quattro venti di come tua moglie vomitava la mattina perché era in dolce attesa, e in che posizione doveva dormire e che musica doveva ascoltare… non mi pare proprio che tu sia una persona che, se vuole, non abbia la possibilità di cambiare la propria vita a suo piacimento. Detto tra noi, non sembravi più nemmeno tu. Ma tant’è, in fondo non m’interessa più di tanto di quel che fai della tua vita. Non cerco un compagno e tantomeno un padre surrogato. Pensavo di essere incappata in una persona che era tornata ad essere nuovamente l’”originale”, com’era prima di sposarsi.

Lo ripeto, non sai cosa dici. I giornali scrivono montagne di cazzate e tu te le sei bevute tutte.

Già… peccato che la questione del vomitino tu l’abbia detta in televisione. Perfavore, Russell, queste baggianate puoi darle a bere a qualche fan diciassettenne un po’ scema, ma io una figlia l’ho fatta e di nausee non si muore. Sei diventato padre, e allora? Come te lo sono diventati altri 2,5 miliardi di uomini. E ora te lo sciroppi da solo il tuo pupo, esattamente come faccio io. Vuoi sapere qual è la vera differenza tra noi, che tu non accetterai mai perché ti fa comodo essere così come sei? Gli zeri. Il tuo stipendio ha qualche zero, decisamente significativo, in più del mio, nient’altro. Non fare il burattino, non lasciare che nessuno ti manovri. Sei bello e ricco, e soprattutto sei bravo. Se il cinema ti vuole davvero ti verrà a cercare, anche se ti rintani nel tuo ranch.

Tu, in fondo eri d’accordo con Reeves, ieri sera, non è vero?

Di che stai parlando?

Dell’oscar per “A beautiful mind”.

Francamente sì, ero d’accordo.

Non penso che quello che vuoi tu dalla vita e quello che voglio io collimi. Non mi sorprende e d’altra parte ci conosciamo da quanto, quarantotto ore?

E qualche minuto…

Sappi che ti stimo molto. E che è stato fantastico… stare con te, anche quando mi hai dimostrato di avere una testaccia dura quanto la mia.

Ognuno è fatto a modo suo…

Mi è sempre piaciuta l’Italia. Da quel che mi hai detto, la tua regione non la conosco. Mi raccomando, lasciami un numero di telefono, un indirizzo, dove ti possa recuperare. Mi dispiacerebbe che le cose tra noi… finissero malamente. Anzi no, che finissero.

 

Mentre penso a quanto sarebbe comico ricevere in ufficio una telefonata di questa fatta: “Pronto? Qui è il centralino, ho in linea il Sig. Russell Crowe, glielo passo?”, pulisco la faccia della Rita, sulla cui superficie lei è riuscita a spalmarsi accuratamente tutto il gelato, e cerco di tornare con la concentrazione a quello che ancora mi aspetta del mio splendido viaggio in Canana.

 

 

13 agosto 2007, lunedì, Campbell River

 

Casso volentieri la giornata di pesca al salmone per scucire 140 euro a cranio più le tasse (sì, così tanto anche per la capoccetta tonda della mia Ritina) per andare a vedere balene ed orche. La gita si rivela particolarmente fortunata, perché ne avvistiamo una cinquina di esemplari tra le une e le altre. Inutile descrivervi l’eccitazione della Rita che è alle stelle. C’è sicuramente da ammettere che questi viaggi costano carissimi ma val troppo la pena di sacrificarsi ed investire per farli. Riporto la sottoscritta e il mio Acab in miniatura (che non mi si regge nemmeno in piedi per la stanchezza) al Painter’s Lodge ad un orario che ha dello scandaloso.

 

 

14 agosto 2007, martedì, ore 18.33, Vancouver

 

Vancouver è una cittadina deliziosa, moderna ma a misura d’uomo quanto basta da non farti sentire schiacciato dalle infrastrutture e dalle dimensioni, almeno per quel pochissimo che ero riuscita a vedere.

La Rita ha riacquistato il suo sorriso, dopo la parantesei losangelena che non l’ha molto soddisfatta e io sono pronta a rimettermi a girare per strade e a visitare monumenti, ultimo fuoco d’artificio prima del ritorno a casa. È quindi con somma sopresa che quella sera ricevo una certa telefonata sul cellulare.

 

Lucia?

Chi parla?

Sono Keanu.

 

Oh Madonna di Campiglio. L’Esotico!

 

Oh. Oh! Aaahh, Keanu!! Che piacere…

Sono contento di poterti sentire.

Giusto… giusto per curiosità… chi ti ha dato questo numero?

Sono riuscito a scambiare due parole con Crowe senza prenderlo a pugni…

 

Esagerato… Tanto lo sapevo benissimo che in un’eventualità del genere, Reeves le avrebbe prese di santa ragione dal Nostro…

 

Ti dirò… Mi sorprende abbastanza che te l’abbia dato. Ma non ha nessuna importanza, sono contenta anch’io di sentirti. Dove sei?

Più o meno… sotto il tuo balcone.

Cosa?!

Mi avevi accennato al fatto che potesse essere un Crowne Plaza… Ho fatto qualche ricerca.

Sei pazzo…

Senti, com’è il vostro programma?

Domani visita orientativa della città, pomeriggio a disposizione, cena libera e pernottamento. L’indomani si torna a casa.

La bimba è con te?

Naturalmente.

Prenoto una stanza. E domani andiamo a fare una passeggiata.

 

Non ho praticamente il tempo di accettare o rifiutare. Quindi mi adeguo e preparo la Rita per la notte.

 

 

15 agosto, mercoledì, Vancouver, ore 7.53

 

In sette minuti netti, impacchetto la Rita nella sua misés più comoda per un giretto in città, io scelgo una salopette leggera con una t-shirt sotto (guardate, una cosetta davvero carina, di cotone leggero, color kaki, l’avevo trovata in saldo a Mori quando ormai era la fine di luglio e riusciva a starmi bene e comoda allo stesso tempo senza farmi sembr-… come? Non interessa? Ah, ok, ritorno a bomba) e ci godiamo la visita della città. L’appuntamento con Neo è nella reception dell’albergo, dove lo trovo bellissimo, anche se indossa una maglietta che manco per farci la tinteggiatura della cantina me la metterei, e quei pantaloni a pinocchio ma larghissimi un po’ da rapper (c’hanno pure un nome che non ricordo). Ha la barba lunga, direi che è piuttosto trasandato, ma appena sorride riconosco il Keanu dei miei sogni, dolce e assolutamente noncurante dell’aspetto esteriore. Sempre sorridente abbassa lo sguardo sulla Rita.

 

Così questo batuffolo di sogni è Rita? Ciao, Rita, io sono Keanu.

 

“Ciao, Rita, io sono Keanu”, ci tengo a sottolinearlo, in italiano. Non c’è niente da fare, se uno ci sa fare, ci sa fare.

 

La Rita lo guarda. Poi guarda me. Poi lo guarda di nuovo. Poi decide di affiancarlo, gli prende la mano e guarda fuori dalla hall dell’albergo, come se Keanu fosse una macchina da guidare col pensiero. Della serie: “Vai, no? Muoviti!!”. Che razza di sagoma…

Keanu, bello da mozzare il fiato anche se sciatto, ride di gusto, mentre porta la bimba fuori. Io li guardo, seguendoli qualche passo dietro. Sembrano quasi ben assortiti, la mia piccola con una figura maschile e me al fianco. Lungi da me l’idea di sostituire suo padre. Ma io so quanto ne senta la mancanza in casa. Un… surrogato non sarebbe male. E a vederli così… per un momento mi perdo a pensare che… ma no, dai meglio di no.

 

Giriamo come dei pazzi a piedi, sul bus, sulla metrò, tutta la città che, come vi ho già accennato all'inizio, è splendida. Mangiamo un gelato (urfido, in verità), ci riposiamo nel parco cittadino, o meglio io mi riposo, mentre il Gatto e la Volpacchiotta giocano a rimpiattino dietro gli alberi e a guardie e ladri, poi riprendiamo il giro. L’ora di cena giunge abbastanza rapida e scegliamo un’etnico, cucina libanese (e che altro?!). La Rita fa la compilation di facce più lunga e comica che ricordi (diciamo che la cucina libanese non è proprio il suo genere…), io la seguo quasi a ruota e poi, cominciamo ad avviarci verso l’albergo.

La Rita pende e sbauscia sulla mia spalla già da una mezz’ora e Keanu continua a chiacchierare amabilmente con me, finché, quasi svegliandosi da un sonno incantato, mi fa:

 

Maledizione, devo proprio essere rincoglionito! Dammi la bambina, ti peserà… La porto io.

Ma no, lascia stare… - faccio io, girandomi un po’ dall’altra parte per evitare l’aiuto che gentilmente mi sta offrendo.

Insisto, Lucia, perfavore.

Non preoccuparti, non mi pesa…

 

In quel momento è vicino, molto vicino al mio viso. Ha una mano sulla mia spalla e l’altra già sulla spalla della Rita, pronto a prendersi carico del dolce fardello. Ci guardiamo per qualche lungo, intenso secondo, nel quale scorgo in quegli occhi blandamente orientali un desiderio di pace e stabilità, oltre che di… vago desiderio?! Ma non è possibile… A parte la rossa incendiaria a Los Angeles si sa che Keanu predilige… la compagnia maschile. O forse no? Beh, chiedetevi quello che vi pare, ma io me lo sto sbaciucchiando con lingua, sperando che la Rita continui a pendere e sbausciare lì dov’è e non si svegli e per la verità me la godo parecchio perché nonostante la cucina libanese ha un buon sapore in bocca ed è morbido come una pesca matura. L’aria gli esce regolare e impercettibilmente rumorosa dalle narici e la sua mano carezza delicatamente la mia schiena. Poi si stacca, per appoggiare la sua guancia irsuta contro la mia. Mi sussurra:

 

Dalla a me, la porto io.

 

Gli lascio la Rita, che mentre passa, sempre in preda a un sonno profondo, da una spalla all’altra, fa il filo come un ragno, lui, dopo averla presa in braccio, mi passa un braccio intorno alla vita.

 

Venite, dolcezze, - fa poi con la voce più dolce che si possa immaginare, - vi porto a fare la nanna.

 

Mi ci lascio portare. Una volta giunti in camera, Keanu appoggia la Rita sul letto, la sveste per lasciarla in mutandine e canottiera e la copre con la coperta. Poi si avvicina a me. Mi scosta una ciocca di capelli indolente che si riposava davanti ai miei occhi, mi guarda con quella dolcezza immensa che soltanto certe Vergini possono avere. Poi mi fa:

 

Tu stai bene?

Benone, soltanto un po’ stanca.

A che ora partite domattina?

Piuttosto presto, la sveglia è alle sei e mezza.

Sei una donna molto dolce.

Credi?

E molto coraggiosa.

Su questo non ci piove. Mi sono sorbita più bava io di te, sulla spalla…

 

Keanu sorride, ma non si fa rapinare del pathos del momento.

 

E pazza…!

Anche questo è un dato di fatto, sì…

Lucia, posso baciarti ancora?

 

Sì, comunque fa il cavalleresco che prima chiede il permesso, ma poi mica aspetta di vederselo accordare! Mi fa lo spatolato senza tanti complimenti e di nuovo ho quella bella sensazione di buono e di morbido percepita mentre ci baciavamo fuori. Mi stringe un po’ ma sempre con molta dolcezza ed è con non poca sorpresa che mi accorgo che sta cercando una via di fuga verso il mio seno. Oh porc-… ma allora, ‘sto qui, ci è o ci fa?! Metto i cartelli: “Per le tette: di qua” e lo lascio fare, accarezzando un fisico sicuramente meno massiccio e rassicurante di quello del Capitanone ma longilineo e non meno piacevole da esplorare.

Mi caccio un calzino sudato in bocca e ne caccio uno anche in bocca a lui perché, che ci crediate o no, ci stiamo smanacciando ingordamente, sdraiati sul letto di fianco a quello dove dorme la Rita (per San Giuseppe di Cairo Montenotte… se lo sapesse suo padre mi farebbe togliere la patria potestà), e quindi s’impone il silenzio più assoluto. Facciamo l’amore in modo intenso ma molto dolce, chiedendo ed ottenendo l’uno dall’altra tutto, ma proprio tutto. È buffo, perché mentre mi accarezza e mi bacia, eccetera eccetera, Keanu allunga di tanto in tanto la testa per vedere se la Rita continua a dormire. Per fortuna continua ad essere il turno del cuscino dell’albergo di farsi sbausciare e noi possiamo performare la nostra vetrina di motivi di stima reciproca senza essere disturbati.

 

La mattina dopo, alle cinque e un quarto, mi sveglio con il braccio di Neo allungato sul mio petto e incrocio gli occhioni della Rita che mi osservano. Oh mater dei! E ora che le racconto?

 

Mami…

Tesoro… - bisbiglio.

Che fa Keanu?

Dorme, amore.

Oggi dobbiamo andare a vedere i salmoni.

Sì, tesoro, è vero.

Viene anche Keanu?

Non credo, Ritina, deve tornare a casa sua.

Ci torna dopo.

Ha tanto da fare, sai?

Non mentire, spudorata…

 

La voce di Keanu, roca e bisbigliata, mi raggiunge filtrata dal cuscino.

 

Tu che ne sai?

Se parli piano e dici cose semplici (e non vere), ti capisco…

Dobbiamo alzarci, Ke.

Lo so, lo so…

 

La piccola, che è molto più sveglia di qualsiasi altro bimbo della sua età che io conosca, si alza da sola e va in bagno a lavarsi i denti. Nel frattempo cerco di scollarmi dal letto e da quell’abbraccio così accogliente. Cerco un paio di slip con la velocità di una monoposto.

 

Saremo in ritardo anche oggi…

Lucia, che farai, allora, tornerai a casa una volta terminato il viaggio?

Che vuoi che faccia. Mica posso restare.

Saperti qui, mi conforterebbe molto.

Beh. Sarai un po’ meno confortato, ma saprai che sono dall’altra parte dell’oceano, che differenza vuoi che faccia?

Potrei venire a trovarti più spesso.

Vuoi farmi credere che sentirai la mia mancanza? - chiedo, a dire il vero un po’ divertita.

 

Lui mi guarda serio. Capisco di aver fatto una battuta nel momento esatto in cui di tutto c’era bisogno tranne che di quello.

 

Non sono uno che va a scopare in giro. Perché, tu sì?

No! No, no… non intendevo dire questo… Semplicemente, la soluzione che tu suggerisci non è forse di realizzazione immediata.

Me ne rendo conto. Se ti trovassi un lavoro qui, ci verresti?

È un discorso complicato… dovrei parlare col padre di Rita, prima. E nonostante sia una persona delicata e ragionevole non credo che accetterebbe. E vuoi sapere un’altra cosa? In fondo non lo biasimerei.

Uhm. Hai ragione.

Mi mancherai molto. Davvero.

Anche tu.

 

Ci guardiamo, io in piedi in mezzo alla stanza che m’infilo il primo paio di pantaloni che mi capita sottomano, lui sdraiato ancora a letto, con un braccio piegato sotto la testa a sostenerla, al posto del cuscino. Vengo svegliata dalla Rita, che oltre ai denti in bagno da sola, non sa andare.

 

Mami…

Vengo, tesoro.

 

Faccio rapidamente la doccetta alla Rita, poi chiudo i bagagli. Keanu è vestito e pronto ad andarsene. Mi consegna un foglietto con ottanta recapiti telefonici minimo.

 

Ho due cellulari. Questo è il numero del mio agente, questo di mia madre e questo di mia sorella. Chiama se hai bisogno.

Grazie. Ma lo farei per farti un saluto, al massimo, come potresti aiutarmi da qui?

Dammi i tuoi di recapiti. Ti chiamerò anch’io.

 

Scribacchio rapidamente i riferimenti che mi chiede e glieli consegno. Forse chiamerà. O forse no. Ma la tenerezza con cui ha trattato me e mia figlia la porterò sempre come un ricordo indelebile nel cuore.

 

 

 

 

19 dicembre 2007, mercoledì, ore 18.26, Nogaredo

 

Per Cortina d’Ampezzo, che freddo fa ‘st’inverno! Ha già nevicato tre volte e sono stata costretta a portare la Rita a San Valentino a fare a palle di neve coi bimbi dei miei vicini. Fuori dalla finestra del soggiorno, godo del panorama di tutta la Vallagarina, a sinistra l’ossario sulla collina sopra Rovereto, a destra la meno avvenente area industriale. Ma tutt’intorno le montagne innevate sono uno spettacolo imperdibile. A Nogaredo, alle sei di sera è già buio da un pezzo e io ho fatto una cosa che oltre a rendere mia figlia incredibilmente euforica, gradisco a mia volta moltissimo: ho acceso il fuoco. Scoppietta, lento e caldo, tenendoci una gran compagnia, davanti ad esso, acciambellato sul divano, Tatanka se la dorme beato (nome un po’ altisonante per un gatto, ma che ci volete fare, sono fatta così). Scrollo la cenere della sigaretta nel portacenere, prima che mi cada in terra e in quel momento squilla il telefono. Il rumore di “mare” e un click metallico tipici mi suggeriscono che la telefonata arriva dall’altra parte dell’oceano.

 

Non sei già a tavola, vero?

Keanu!!!! Che sorpresa!!! Su che costa stai?!

Col sedere al caldo, a Los Angeles… e voi come state? Dimmi, nevica già lassù?

Sta cominciando a darci del filo da torcere, sì… ma è splendido come sempre! Stai lavorando?

Ho appena finito. La mia bambina preferita è a casa per le vacanze?

Da due giorni… non ti dico che inferno tenerla a bada. Ma tant’è… siamo contente così. Stai bene?

Sì… stavo giusto decidendo in che angolo di mondo passare le vacanze di natale… tu che fai, rimani a casa o te ne vai ai tropici?

Beeeppp!! Risposta sbagliata, grazie per aver concorso signore! Ma stai scherzando… Niente dinero, amigo… Si sta a casa, quest’anno, il Canada naturalistico ci ha sbucciati ben bene.

Hai un posto letto in più, Lucia…?

 

L’Esotico si fa languido. Istantaneamente mi tornano in mente i due giorni incantevoli di Vancouver e quello curioso di Los Angeles. Che uomo fantastico…

 

Cosa avevi in mente, Ke?

Pensavo di prendere qualche lezione di sci…

Per la barba di Papà Natale…!! Vuoi venire qui?!

Mi piacerebbe, ho quindici giorni di tempo tra feste di Natale e Capodanno, prima di ricominciare a lavorare alla prossima pellicola. Questo è un anno così, un po’ da catena di montaggio.

 

Vallo a raccontare al mio ex marito che lavora sulle macchine di rettifica a controllo numerico…

 

Non farti alcun tipo di problema. Il posto c’è, noi saremo un po’ prese tra parenti e amici, ma non ci muoveremo e sarà bellissimo trascorrere del tempo insieme! Hai già un programma, un volo prenotato?

Beh, non esattamente. Avevo così tanta voglia di vederti che… non ho avuto la pazienza di aspettare che mi dicessi sì.

Ma mi hai telefonato ora… Keanu, non capisco.

Sono al Valerio Catullo a Verona. Mi vieni a prendere?


leggi la prima parte

 

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