Le Fan Fiction di croweitalia

titolo:  Due uomini a confronto - prima parte - leggi la seconda parte
autrice: Isabella Franzolini - per leggere le altre storie scritte da Isabella, consulta l'elenco delle fanfiction
e-mail:
data di edizione: 25 agosto 2003
argomento della storia: A volte , ciò che la vita può riservarci è davvero sorprendente!
riassunto breve: Una madre single che, dopo qualche anno di sacrifici riesce ad organizzare la vancanza dei suoi desideri, si troverà faccia a faccia con due uomini diversissimi ed egualmente desiderabili.
note: Commedia leggera. La scelta stilistica credo renda la novella scorrevole ma quella di trama potrebbe irritare alcune di voi. Vi prego di ricordare che esiste la libertà di pensiero e quella di opinione e che probabilmente, il bello che c’è in questa storia è proprio quello di aver puntato il timore in una direzione abbastanza singolare.

Due Uomini a Confronto

prima parte

Il conforto della certezza è come una coperta calda in una fredda notte di dicembre, non ha prezzo. E sapere che, mentre fuori dalla tua finestra grossi fiocchi candidi si posano silenziosi sui tetti delle case vicine, la tua pelle nel letto è a contatto con un lenzuolo profumato e sopra di esso una pura lana vergine o meglio ancora con un bel piumino d’oca, beh… fate voi. Come si fa a non godere di tutto questo? Ecco, essere sicuri di una cosa regala la stessa piacevole sensazione: che nulla e nessuno riusciranno a strapparvi dal vostro sacello, nulla e nessuno potranno turbare il vostro equilibrio mettendo in dubbio quanto già sapete.

 

Sono criptica? Lo so, mi ci diverto, che volete fare. Comunque il preambolo era d’obbligo per farvi capire cosa pensavo della vita fino al sopraggiungere di quella incredibile estate.

 

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Cominciamo col mettere i puntini sulle “i”. Non ero mai stata particolarmente fortunata in amore. Dopo anni di storie travagliate credevo di aver trovato la stabilità e la serenità con Andreas, così tanto da arrivare a sposarmi e farci una figlia (per forza, con l’età che mi ritrovavo, il tempo era l’unica cosa della quale non disponevo…) che avevo deciso, perché chissà per quale strano motivo pensavo che fosse soltanto mia, di chiamare Rita.

Più che esserne sorpresa, ero dispiaciuta quando quell’inverno, scoprendo una imbarazzante aridità del cuore, avevo lasciato mio marito, anzi: l’avevo invitato ad andarsene da quella che era casa mia, perché sentivo di non amarlo più. Rita era rimasta con me ed io, dopo qualche annetto di sacrifici e una sostanziosa sponsorizzazione da parte di mio padre, ero quasi pronta per partire per le vacanze.

Possiamo ora tornare al tempo presente, anzi ci metterò tanto di date in modo da farvi capire esattamente quando tutto questo carosello sia realmente successo.

 

 

26 luglio 2007, giovedì

 

Io non so chi l’è quel mona che ha dato le ferie, a quella donna lì…

 

Questo è il mio capo, Mario Bacca e parla a voce alta, badando bene di farsi sentire da me. Io non raccolgo la provocazione e sono in pace con me stessa. Naturalmente è lui, “quel mona”.

 

Tornerai bianca anche quest’anno?!

 

Il mio “dirimpettaio” di scrivania, Omar Benetti. Bella forza, è appena tornato da due settimane trascorse in Val Pusteria, è nero come un tizzo di carbone.

 

Già… - rispondo io sopra pensiero - Ma quest’anno ne sarà valsa la pena!

 

Mi pare una monata portarsi una putelotta così fino in Canadà…

 

Christian Fantato, che ho sempre considerato il più simpatico dei miei colleghi. È l’ultimo essere sulla faccia della terra che chiama “quella nazione” ancora col nome francese. E la “putelota”, la bambina in questione, naturalmente è la Rita, che essendo un po’ suonata come la mamma, è soltanto contenta di trascorrere le sue vacanze in Canada.

 

Ho sognato quel viaggio per sei anni. Ne ho parlato talmente tanto in casa che perfino la Rita s’è fatta venir la voglia di andarci. Ho aspettato abbastanza, Rita ha tre anni, che sono più che sufficienti per portarla su un aereo.

E a vedere gli orsi bruni. - Max Musumeci, parole fatte d’acciaio, affilate come lame. Non poteva mancare d’avere l’ultima parola.

Oh madonna, Max! Non sarà mica “Nata libera”! Ci sono delle postazioni apposite.

Già, poi però non c’è anche il rafting in canoa?? - Il Mario incalza contenendo a stento un accesso di riso.

No, capo, non è “rafting”. È semplicemente una gita in canoa!

 

Cercare di difendersi è inutile, il fuoco di fila delle battute dei miei colleghi e del mio capo è incessante, implacabile e non perdona. “Canada naturalistico” è il nome del viaggio che ho scelto per me e mia figlia, oltretutto ho faticato non poco ad ottenere il permesso di mio marito a far espatriare la Rita. Tre settimane, mi costa una fortuna. Riesco anche a visitare Yellowstone, una deviazioncina di 560 km. Come può non valerne la pena? Li lascio dire e, detto tra noi, sbavare un po’ su di un viaggio che certo non si fa tutti gli anni. Si parte sabato e domani sto a casa: il momento della preparazione della valigia è catartico. Quindi, salutati tutti, me ne vengo a casa, non prima però di essere passata dalla mia ex suocera che molto carinamente mi tiene la Rita dalle cinque e mezzo alle sei e mezzo (la colonia estiva mi lascia questo buco…).

 

 

27 luglio 2007, venerdì, ore 10,48

 

Mami, posso portare Picchi?

 

La Rita ha buongusto ma poco senso pratico; Picchi è un orsacchiotto di plastica con le orecchie di stoffa che era stato mio. Purtroppo il sentimentalismo (o il famoso buongusto, appunto) mal si sposano con la gestione dello spazio nelle valigie. Devo dare una piccola delusione alla mia bambina.

 

Tesoro… proprio non abbiamo posto per portarlo con noi. Ma il viaggio è lungo e lui si stancherebbe troppo. Perché invece non lo lasci qui a casa a riposarsi e non gli porti una vaschetta di miele come ricordo della tua visita in Canada?

 

Non l’ho convinta più di tanto, ma so che la curiosità che la divora (non ha mai fatto un viaggio del genere) può aiutarla a superare la mancanza del suo orsacchiotto.

 

 

28 luglio 2007, sabato, ora non meglio precisata

 

“L’autore di “Britannico”…” Mah. Le parole crociate m’hanno un po’ esaurito. Quasi quasi aspetto pazientemente una decina di minuti, tra un po’ inizia il film. La Rita è tutta presa a stabilire un record planetario con un infernale giochino elettronico (tipo il “GameBoy”), al quale, onde evitare di essere scaraventate giù dall’aereo, si può togliere il suono. Io invece mi annoio… Il fatto che manchino ancora parecchie ore all’arrivo non mi fa stare tranquilla, sono insolitamente nervosa per essere una in viaggio verso destinazioni incantevoli per trascorrerci un interessante periodo di vacanza. Si vede che in fondo un po’ ci penso al fatto che la gita è quella che è e la Rita è un po’ piccina. Le hostess dell’Alitalia però, a parte parlarti tutte, ma proprio tutte, con l’accento romanesco, sono premurose e carine e tutto sommato aiutano a sopportare meglio le ore di volo. La Rita sta lentamente facendo cadere il Game Boy sulle gambe, il sonno se la sta portando via. Ha una tale capacità di cadere repentinamente addormentata che se non lo facesse soltanto quando l’occasione lo richiede o lo rende raccomandabile, penserei che mi soffre di narcolessia… La cuffia, la cuffia!! Inizia il film.

 

 

31 luglio 2007, martedì, ore 8.00 - Lac Delage

 

Ho dovuto ingozzarmi come un maiale e inseguire la Rita per tutto lo spazio adibito alle colazioni, per convincerla a non prendere quattro volte di tutte le pietanze che vedeva… Il tempo a disposizione in questo genere di viaggi è sempre poco e dare un ritmo alla bambina risulta più difficile del previsto… Fortunatamente riusciamo a portarci via soltanto tre brioches, due muffins e due fette di pane al burro e cannella (!!) e diligentemente ci portiamo all’esterno, di fronte all’ingresso laterale del Manoir Lac Delage dove già ci aspetta il nostro pullman granturismo. Il tour è pieno di gente e la Ritina è l’unica della sua età. Spero non si annoi… ma altre volte siamo andate a fare gite (sicuramente meno lunghe e impegnative di questa) noi due sole e non ci siamo mai annoiate. La piccola è diventata immediatamente la mascotte del tour e questo ci ha fatto conquistare il posto d’onore nella fila immediatamente dietro alla guida, un giovanotto gay con un italiano stratosferico e una cultura profonda e raffinata, molto simpatico. Figurati! Mia figlia ha una disinvoltura nell’avere culo che mi dà sui nervi a volte…

 

L’inizio della gita è stato gradevole anche per la piccola, anche se ancora “non si sono visti gli orsi”, unico supremo motivo per cui mia figlia mi ha concesso la sua augusta presenza in questo viaggio. Montreal è affascinante, la giornata di ieri e quella prima, dedicate alla città vera e propria, alle civiltà dei nativi americani di questa zona e l’esibizione dei boscaioli nella foresta, sono state interessantissime.

 

Stamattina ci si sta dirigendo verso la riserva faunistica dei Laurenziani, dove finalmente quell’appiccicosa di mia figlia potrà vedere ‘sti benedetti orsi, da apposite postazioni protette, e pure i castori, oltreché farsi un giro in canoa. Ho più pellicola fotografica e della telecamera di Helmut Newton e Martin Scorsese messi insieme e cerco di catturare quanti più ricordi possibili per la bimba ma anche per me. La Rita si guarda in giro senza dire una parola, insolita caratteristica per lei in verità, e assorbe tutto come una spugna. Tutto fila per il meglio, quando, mentre passeggiamo nel bosco, la piccina infila la più sconcertante serie di starnuti che si sia mai registrata. Fortuna che è appena cominciata la pausa “mezz’ora di tempo a disposizione”…!

 

Ficco la testa nella borsa, alla disperata ricerca di un fazzoletto, dopo che mi è giunto all’orecchio il quinto starnuto di mia figlia - Dio del cielo, ma che razza di piante avranno in ‘sti boschi, da far scatenare una reazione allergica così violenta alla Rita? Poiché la scempiaggine della madre si è naturalmente trasmessa alla figlia, la Rita in un secondo si volatilizza quando alzo nuovamente lo sguardo, la vedo che comincia a discutere animatamente con un bambino poco più grande di lei. Scatto come una molla verso i due “contendenti”, tentando di arginare la scarsa diplomazia e il caratteraccio di mia figlia. L’altro “boxeur” è un bel bambino biondo con gli occhi azzurrissimi stretti dentro due fessure e una boccuccia che sembra un bocciolo di rosa. La Rita deve aver trovato pane per i suoi denti, perché quello che immagino sia il padre ha avuto lo stesso riflesso da scattista sui 100 metri per raggiungere prima possibile il suo vivace pargolo. “Toh. Si vede proprio che è figlio suo, gli somiglia come una goccia d’acqua”, penso. Poi, mentre distraggo la Rita cercando di soffiarle il naso e di renderla edotta sulla gestione dei rapporti coi paesi stranieri, lo guardo meglio quel padre. Ammazza, che pezzo di Marcantonio. Ha due spalle che ci potresti attaccare un TIR e farglielo trainare modello Overland, i capelli biondo miele lunghi sul collo spettinati, trattenuti intorno al capo dagli occhiali da sole che, sollevati sopra la fronte, gli scoprono due begli occhi chiari stretti in due fessure. Ha il viso impanato nella barba. Rimbrotta suo figlio in un inglese che non sembra “locale”. Mi venisse un colpo secco. Se non è Russell Crowe, gli assomiglia in maniera impressionante.

 

Mi scusi, è un bambino molto vivace, - mi fa.

 

Per le brache di Pulcinella, è proprio lui. Riconoscerei quella voce tra un milione. Naturalmente, per meglio scusarsi della quasi marachella perpetrata dal suo bimbo, condisce via questa frase con un sorriso che mi fa diventare le gambe di gelatina.

 

Ma le pare… Anche Rita è una bambina molto vivace…

Forse non sono le occasioni migliori per portarseli dietro in ferie, questi viaggi possono essere stancanti per noi, figuriamoci per loro.

Già… A volte però non abbiamo scelta. E poi, i bimbi sono degli essere robusti, recuperano con una bella dormita… Si figuri che lei ha recuperato il jet lag in una giornata! Beata lei…

Da dove venite?

Dall’Italia. Vacanze estive. - Gli allungo una disinvolta mano destra, mentre con la sinistra tengo saldamente il colletto della Rita che cerca di scapparmi come al solito. - Mi chiamo Lucia. Debiasi.

Molto lieto. Io sono Russell Crowe.

Oh. - Ma che brava sono a fingermi sorpresa… voi dovreste vedermi. - Dunque è proprio lei. Inizialmente pensavo fosse una persona che gli somigliava molto.

Vado in vacanza anch’io, sebbene di rado.

 

Resta a guardarmi a lungo, fisso negli occhi. Mi sento morire. Lo sguardo di questo Maori inquinato è davvero ipnotico. Il piccolo diavolo biondo sfugge nuovamente all’attenzione del suo famoso quanto affascinante papà e la Rita si concede un accesso di pianto perché non la lascio andare a farsi gli affari suoi.

 

Conor! Goddam you… Come back here!!

 

Sorrido all’imprecazione masticata attraverso i denti, e mentre lo osservo che con un nuovo scatto felino balza sulle bretelle del figlioletto per “recuperarlo”, mi accoscio di fronte al mio mucchietto di ossicini per capire cos’è che la conturba.

 

Nessuna questione di carattere sociale: mentre chiacchieravo amabilmente col “Capitano Aubrey”, una bestiaccia ha punto la coscia scoperta della mia bambina, presumibilmente un’ape. Questa mezz’ora d’”aria” prima di riprendere la nostra gita, rischia di trasformarsi in una piccola tragedia. Guardo la puntura sulla gamba di Rita, che sta diventando un ponfo rosso e cerco (invano, credo) di disinfettarla passandoci sopra un dito bagnato di saliva. Il “Divino” torna verso di me col suo piccolo clone.

 

Che succede?

Non so di preciso, ma temo che un insetto l’abbia punta. Forse un’ape.

Aspetti, - fa lui, accosciandosi vicino a me e tirando giù lo zaino che tiene sulle spalle. - Devo avere uno stick all’ammoniaca.

 

Fruga un po’, poi effettivamente, tira fuori una specie di grossa matita di platisca alla quale toglie il cappuccio. Con le mani un po’ cicciotte in verità, scosta delicatamente il calzoncino di Rita e fa fuoriuscire il liquido, spargendolo poi bene sul punto “d’impatto”.

 

Ecco qua piccola… no, non piangere ora passa tutto, ora passa tutto… - e nel dir questo soffia sul ponfo. Rita strilla come un’acquila, mentre le accarezzo la testa e le sussurro parole dolci all’orecchio, per cercare di confortarla.

Sai che facciamo? Diamo la caccia a quell’insetto e lo diamo da mangiare agli orsi… Anzi no. Ho un’idea migliore. Io so dove cercarlo e che fine fargli fare.

 

Si allontana, leggermente. Finge di cercare qualcosa nell’aria. Sul suo volto passano in dieci secondi almeno un migliaio di diverse microespressioni. Sì, sì, se l’è proprio meritata la statuetta. Sta fingendo di cacciare l’ape! Oh Signore, una perfomance tutta dedicata alla mia figlioletta! La solita fortunata, l’ho sempre detto che è molto più fortunata della madre.

 

Eccoti qui, brutta bestiaccia! - grida. Il figlio lo guarda con fare interrogativo. Lui, nel frattempo, tiene tra due dita un’immaginario nemico alato. - Credevi di farla franca, eh? Credevi di aggredire la povera Rita senza fare i conti con me!! Beh, ti sei sbagliato di grosso!!! - Finge di prendere a pugni l’ape. Vi assicuro che è una scena imperdibile. Soprattutto perché finge anche d’incassare qualche cazzotto. Poi l’epilogo. E qui, a momenti, mi sconquasso dalle risate. - Ah sì? Ah, sì!??!? Ok, maledetto, l’hai voluto tu!! - Glom. Ha finto di magiarselo. E come se lo mastica di gusto. Rita ha gli occhioni verdi sgranati come due nespole e ha smesso di piangere da un pezzo, sebbene le lacrime le bagnino ancora le gote. Russell deglutisce rumorosamente, si lecca le labbra, si allarga in un sorriso mentre, godendosi lo stupore di Rita, si massaggia lo stomaco quasi avesse appena terminato di sorbirsi un lauto pasto. Il figlio ride, dev’essere abituato a questo genere di pagliacciate. - Visto, piccola? Non devi più temere nulla, adesso.

 

La Rita che non parla una parola d’inglese mi chiede con lo sguardo una traduzione, che prontamente le fornisco. Mi sorride, poi si volta verso il Divino.

 

Me lo fai un’altra volta? - I giovani d’oggi non sanno mai accontentarsi…

 

Russell ride di gusto.

 

Ehi Rita! Giustizia giusta, dovrebbe essere il motto. Se quella era l’ape che ti aveva punto, meritava una lezione. Un’altra no.

 

La mezz’ora d’aria è quasi finita e Rita ed io dobbiamo tornare sul pullman.

 

La ringrazio. È evidente che anche lei sa quanto sia importante distrarli quando si fanno male.

Non me ne parli. Faccio ancora fatica a seguirlo da solo. Conor è un bambino stupendo ma a volte fa qualche capriccio. La madre riusciva a gestirlo molto meglio, ma….

… vi siete separati. - continuo io - E da allora ognuno per sé.

 

Lui sorride.

 

Già! E… lei?

 

Faccio un sospiro.

 

Idem.

Oh. Mi dispiace.

Che vuole farci. Sembra destino che io non… - sto per buttarmi nel melodrammatico quando mi rendo conto che potrebbe non fregargliene niente della mia incapacità cronica di tenermi un uomo. Quindi decido di glissare. - Senta lei è stato gentilissimo, ma io devo scappare, altrimenti il pullman ci lascia qui!

Posso chiederle dove alloggia?

All’Holiday Inn, a Saguenay.

 

Tace per un attimo che mi sembra lungo un’eternità. Mi guarda, lo guardo. Nostra Signora delle Pellicole, è veramente bello. O forse no. Ma insomma ha un carisma che t’incolla. Finalmente ritrova il fiato.

 

Senta io… le… beh, io pensavo… Le andrebbe di bere una cosa insieme, domani sera?

 

Beh, fate voi. Il “Gladiatore” leggermente imbarazzato nell’invitare una donna a bere una cosa. Una perfetta sconosciuta poi, mica Nicole Kidman. È fantastico constatare che in fondo… sono solo uomini. Non vorrei farmi sfuggire un’occasione così, di potermelo godere un altro poco faccia a faccia. Così decido di accettare.

 

La ringrazio, mi farebbe molto piacere sì.

Domani sera, alle otto e mezza?

 

Già. Loro bevono nel dopo cena alla stessa ora in cui noi in Italia, forse ci mettiamo a tavola…

 

D’accordo, ma all’Hilton di Quebec City. Saremo lì domani.

 

Se devo essere sincera non confido completamente nel fatto che verrà. Secondo me, ci prova con una sconosciuta giusto per verificare se è ancora… “in forma”. Darò la buonanotte alla Rita alle nove e mezza e mi volterò dall’altra parte del letto come al solito… Mentre seguo il filo dei miei pensieri, però, lui mi allunga un foglietto su cui ha scribacchiato un numero di telefono.

 

Lo tenga. Mi telefoni. Così… potrò accorrere tutte le volte che le serve l’ammoniaca.

 

Oh cacchio. Jack Aubrey, Decimo Meridio e il dott. Doug Ross tutti insieme… Risalgo sul pullman e lo guardo dal finestrino mentre si allontana con Conor in braccio. È un’immagine fantastica, il vincitore della famigerata statuetta mi sembra teneramente impacciato con suo figlio, ma gli accarezza i riccioli biondi e gli regala i sorrisi più dolci. Non mi accorgo dello sguardo indagatore di Rita che mi fissa dal sedile di fianco al finestrino.

 

Mami, chi era quel signore?

Un signore molto gentile, ti ha guarito la gamba, no?

Non si capisce quando parla.

Parla inglese, tesoro, una lingua straniera. - Altro che lingua straniera… in realtà tra me e me penso che, non si capisce comunque un’acca quando parla, quel suo accento australiano è di difficile comprensione per me.

Tu però lo capisci.

Sì, tesoro, perché parlo la sua lingua.

E perché io no?

Perché non l’hai ancora studiata.

E perché no?

Sei troppo piccola, tesoro, forse tra qualche anno.

Umpf.

 

Quando si spazientisce e fa “umpf” mi fa impazzire. È bellissima! Vorrebbe fare tutto e sapere tutto e questo ritardo dato dalla sua età la fa sentire fuori posto.

La mancanza di cultura e la puntura dell’ape sono presto dimenticate e, come si dice nelle favole, stanche ma felici, riprendiamo grazie al nostro autista, John Connelly, la strada dell’albergo.

 

 

1 agosto 2007, mercoledì, ore 19.53, Quebec City

 

Il bello di questi viaggi è che comunque si mantiene un livello piuttosto rilassato. Niente manierismi, niente sofisticatezze. La sera, specialmente se uno deve passarla a fare una chiacchiera o una passeggiata nei dintorni dell’albergo, si può stare in tuta coi capelli arrotolati in una molletta e la faccia struccata. Che meraviglia… Rita gironzola per la hall e io passo il tempo con una non più freschissima coppia di Modena, mentre mi fumo una sigaretta dietro l’altra (considerato il numero di posti in cui non si può fumare in questo paese, faccio il pieno quando posso!). Il viavai degli ospiti è minimo, c’è gente molto stanca, in fondo il viaggio è appena cominciato e qualcuno non ha ancora recuperato il jet lag, mentre qualcun altro ha scelto di cenare fuori dall’albergo. Fumo avidamente la quinta sigaretta da quando mi sono seduta, quando noto sopraggiungere al banco della reception un uomo “spallato” che parlotta con la receptionist. Questa gli indica un punto più o meno nella mia direzione, dietro le sue spalle. Vedo che si gira e, mentre la ringrazia si avvicina a grandi passi. Mi venisse un colpo. È lui, ed è venuto! Mai mi sarei sognata che avrebbe tenuto fede alla sua parola. Mi sembra una scena tratta da: “Gli ultimi fuochi”, in cui un fascinosissimo Robert De Niro invita a ballare la sua dama.

 

Ciao! Scusa per il ritardo, ho avuto qualche difficoltà a piazzare Conor con la tata. - Mi guarda con fare un po’ perplesso. - Sei pronta?

 

I coniugi modenesi girano il loro sguardo più sornione da lui a me e i loro visi s’illuminano di un gran sorriso.

 

Pronta? Oh beh, io… io…

Lucia stava giusto salendo a prepararsi… - incalza Lorenza, la simpatica cinquantaquattrenne emiliana. - Sbrigati cara, non vorrai far aspettare questo bel giovane?

 

“Questo bel giovane”… Questo bel giovane mica è uno qualunque, ma lei, non se n’è accorta… Beata ingenuità! All’improvviso mi ricordo di un elemento totalmente marginale della mia vita di madre single… La Rita! Se esco a far la spiritosa col Divino mica posso portarmela dietro né tantomeno lasciarla in camera da sola. La prima soluzione, per quanto fastidiosa mi possa sembrare, è comunque l’unica a cui possa pensare.

 

Rita dov’è finita? Deve cambiarsi anche lei… - la Rita in questione, nel frattempo, passa il tempo strisciando le mani sporche di zucchero (s’è appena sbafata una frittella dolce) lungo la vetrina di esposizione del buffet della colazione.

Tesoro, non preoccuparti per Rita, ci pensiamo noi. Stasera busserai alla nostra porta per riprendertela, qualsiasi ora sia. Vai pure a cambiarti, ora.

 

L’impazienza di trascorrere un’oretta con quella specie di Adone è davvero tanta, quindi bacio frettolosamente mia figlia sulla guancia, spiegandole le cose e fuggo in camera ad infilarmi un jeans e una camicia. La Rita mi pianta un po’ il muso, ma so che domani le sarà passato e con un piccolo senso di colpa nel cuore, raggiungo il mio cavaliere nella hall quindici minuti dopo. Lo trovo seduto sul divanetto che firma un paio di autografi ad altrettante addette al ricevimento degli ospiti dell’albergo. Lorenza mi si avvicina con aria complice.

 

Complimenti, Lucia, davvero un tipo avvenente. Ma dev’essere uno conosciuto, sta firmando autografi… Si può sapere chi è?

Oh, nessuno… Probabilmente un deejay locale.

Divertiti e… fa’ attenzione.

 

Sorrido alle raccomandazioni che sarebbe giunte identiche da mia madre. Mi avvicino al divanetto mentre lui si sta alzando e cerco di scacciare via un po’ di imbarazzo.

 

Scusa se ti ho fatto aspettare ma…

… non pensavi che sarei venuto.

 

Abbasso lo sguardo, colpevole.

 

A dire il vero, no.

È bello per uno come me, rendersi conto di riuscire ancora a sorprendere una donna. Hai sistemato Rita?

Sì, Lorenza l’ha presa con sé.

Ti fidi di lei? - mi chiede serio.

Beh, sì. La conosco da poco, dall’inizio di questo viaggio ma non mi sembra una che vende i bambini.

Non preferiresti portarla con noi?

 

Gli uomini che fanno troppo i padri finiscono per innervosirmi.

 

E tu cosa preferiresti? - gli domando.

 

La replica è educata ma secca e lui capisce di dover abbandonare l’argomento.

 

Ho la macchina qua fuori.

 

Mentre mi tiene lo sportello aperto, poso le chiappe inguainate nel jeans sul sedile di un Mercedes CL 55 nero ossidiana. Per le amanti del genere, siccome ho studiato, vi posso dire che questo signore si tratta piuttosto bene. 500 cavalli, un motore Kompressor a 8 valvole 5500 di cilindrata, da 0 a 100 in 4,8 secondi, che fa i 250 orari. Il tutto a partire da 139.000€. Mica male, eh? Sembra di entrare in un’astronave.

 

Mi hanno raccomandato un posto carino vicino a Frotenac. È lì che siamo diretti.

Benissimo.

 

Uno che ti fa il bollettino del traffico. Beh, carino, in fondo. Avrà capito che sono leggermente preoccupata. Non siamo molto lontani dal centro e quindi dal castello in questione (Frontenac, appunto), oltrettuto al Divino piace pestare sull’acceleratore e al massimo del comfort e del silenzio (pardon, della silenziosità dell’auto) giungiamo a destinazione.

Il locale è immerso nella penombra, è di tipo abbastanza rustico, ma tutto ricorda le locande della Normandia. Il Divino mi tira delicatamente verso il tavolo più appartato del locale e agguanta la lista.

 

Pensiamo alle consumazioni prima. Così poi potremo parlare in santa pace.

 

Chiama la cameriera con un gesto della mano, la quale si avvicina al nostro tavolo prima con una certa indolenza, poi, riconoscendo il suo avventore, s’illumina tutta, e fremendo come una verginella la sera del ballo di fine anno, fa di tutto per essere esauriente ed efficiente. Il Divino si spazientisce e, una volta conquistate le sue due birre (già, io non ho avuto la possibilità di scegliere il mio beveraggio…) la manda via senza tanti complimenti. Mentre la cameriera borbotta qualche insulto in francese, il Mio torna a rivolgermi il più dolce dei suoi sorrisi.

 

Ho avuto l’impressione che una madre single come te non potesse non amare la birra…

 

Detto questo mi porge il boccale. Numi, mi par d’essere all’Oktoberfest.

 

Beh sì, devo ammettere che la birra mi piace…

… ma? - fa lui, percependo il tono leggermente sospesivo della mia frase.

A volte a quest’ora mi piace bere altro. La birra la gusto molto di più in compagnia di una pizza.

Birra e pizza. Già, un’italiana. Avrei dovuto immaginarlo. Aspetta, ti faccio portare un’altra cosa…

 

Fa per richiamare la cameriera che lo guarda in cagnesco da ormai dieci minuti, quando penso che è meglio fermarlo.

 

Lascia stare, non ha nessuna importanza.

 

Per sottolineare la risolutezza della mia decisione gli sfioro la mano. Credo che ne rimanga molto colpito, perché il suo sguardo va velocemente proprio dalla sua mano ai miei occhi. Ritiro la mano, capendo di aver esagerato e mi avvolgo nel mio imbarazzo.

 

È un viaggio molto lungo per una bambina così piccola. Quanti anni ha Rita, tre, quattro?

Ne compie tre a settembre.

Non avevi nessuno a cui lasciarla?

 

Da quando siamo passati dal lei al tu?

 

Non volevo lasciarla. Volevo venisse con me a fare questo viaggio. E poi credimi, ha più fibra di me.

Dov’è suo padre?

In Trentino, una regione nel nordest d’Italia. Da dove veniamo anche noi.

Non ha funzionato?

Non ha funzionato.

Dopo quanto tempo vi siete lasciati?

L’inverno passato. Qualcosa… si era spento.

Capisco cosa intendi. Vi conoscevate da molto?

No… quattro anni. Ci siamo sposati quasi subito.

È un buon padre?

Decisamente sì.

Questo è fantastico.

Già. E nonostante le nostre sorti ci abbiano portato a percorrere strade separate non c’è rancore tra noi, lui mi tratta sempre con molta tenerezza.

Beh, davvero fantastico. Ma credo che queste circostanze si verifichino soltanto quando non c’è di mezzo una terza persona.

Sì, credo tu abbia ragione.

E più è grande l’amore che hai provato per una persona, maggiore è il livore che provi nei suoi confronti se lei ti tradisce.

 

Capisco che sta parlando del suo matrimonio. Ma dai. Quella specie di ornitorinco con un ciuffo (mal acconciato) di paglia in testa che aveva per moglie, s’era pure trovata l’amante? Cose da pazzi, è proprio vero che certe donne non sanno la fortuna che hanno.

So di che stai parlando. È successo anche a me.

Sai, oggi al parco ho avuto la sensazione che stessi cercando qualcosa.

Beh, effettivamente sì. Non so che piante nel bosco hanno scatenato una reazione allergica della Rita che non ha m-…

No, intendevo per te. Non dai l’impressione di essere qui soltanto per passare del tempo libero. Stai aspettando che qualcosa ti accada.

A dire il vero io non…

 

Questa non me l’aspettavo. La separazione, il lavoro, la Rita… Avevo smesso di aspettare che qualcosa mi accadesse da un bel pezzo. Ma probabilmente soltanto scentemente; una parte di me seguitava ad aspettare e questo evidentemente aveva colpito l’attenzione del Gladiatore.

 

Sono tanti mesi ormai che non mi aspetto più che qualcosa mi accada. Essere una madre single mi tiene piuttosto occupata.

Non hai nessuno che ti aiuti?

Cerco di fare da me. Se ho dei ritagli di tempo in cui non so proprio chi possa tenermi la Rita, lo fa mia ex suocera, se non addirittura Andreas.

Se vuoi la verità, mi sorprende che tu sia rimasta sola.

 

Strano modo di fare i complimenti, davvero. Arrossisco lievemente e abbasso lo sguardo, che ho tenuto fino a quel momento piantato nei suoi occhi: con la mia età e le esperienze che ho vissuto non ho timore di nessuno, nemmeno di un attorone come quello.

 

Ti ringrazio, ma… la mia visibilità è stata piuttosto ridotta, ultimamente.

Non parlo di autosponsorizzazione. Io ti ho notato in mezzo ad un parco, visto? Non sei una persona che passa inosservata.

Ora esageri. Se mi lusinghi come fossi Linda Evangelista, finirò col non crederti.

Non parlo di bellezza esteriore. C’è qualcosa nelle tue movenze, nel modo in cui parli e ti comporti con tua figlia, il modo in cui ti guardi intorno, qualcosa che va al di là dell’aspetto puramente fisico, che colpisce molto. E fa venir voglia di conoscerti. La gente dovrebbe fermarti per strada.

 

Scoppiai a ridere.

 

Credo che tu veda il mondo irrimediabilmente attraverso le lenti dei tuoi occhiali di persona celebre!

 

Mi guarda molto serio.

 

Io però sono qui.

Credimi, lo apprezzo molto.

Qui dentro si soffoca. Ti va di fare due passi?

 

Mi alzo abbastanza rapidamente, il Divino ha doti telepatiche e mi ha letto nel pensiero. La notte canadese è tiepida e profumata. Ci incamminiamo lungo le stradine semiaffollate della Citadelle, parlando e sorridendo come due adolescenti. Io ho le mani dietro la schiena, proprio come mio nonno paterno, e lui gesticola mentre parla, alla stregua di un pizzaiolo napoletano. Incredibile… Ci avviamo verso la Place Royale che fiancheggia il castello e si affaccia su uno dei punti più belli del fiume San Lorenzo. Qui l’affluenza è decisamente più magra.

 

È la prima volta che vieni in Canada?

Non da questa parte. Il viaggio continuerà sulla costa occidentale, quella non l’ho mai vista. Ho trovato il Quebec splendido anche la prima volta che l’ho visitato. Mi piacerebbe venirci in pieno inverno una volta…

So che hanno delle precipitazioni medie nevose davvero preoccupanti…

Lì sta il bello…

 

Ci giunge da poco lontano la risata leggermente soffocata di due giovani. Sono abbracciati e si sbaciucchiano, mentre si sussurrano qualche sciocchezza sentimentale. Dopo averli guardati, ci rivoltiamo allo stesso tempo uno verso l’altra. Vedo i suoi occhi scintillare al buio, poiché riflettono le luci lontane del centro. Mi parla piano, con quella voce profonda e appiccicosa.

 

Chissà cosa cambia di quei momenti tra quando si è adolescenti e quando si è adulti. Non penso si tratti soltanto di una questione spirituale. Però i giovani sembrano sempre più contenti quando sono in coppia.

Non c’è da preoccuparsi… gli passa quando si ritrovano il mutuo da pagare.

 

Il Divino soffoca a stento una risata.

 

Hai il potere di sbriciolare qualsiasi romanticismo con una “delicatezza” sorprendente!

Ho imparato ad essere dissacratoria quando la situazione si fa… un po’ troppo spessa. Qualsiasi situazione, romantica, drammatica o spaventosa che sia. Aiuta a stemperare lo stress.

Se ti dicessi che, stavolta, non sei riuscita del tutto a stemperare lo stress?

 

Oh cacchio, si avvicina. Oh cacchio, mi ha messo una mano intorno alla vita. Oh cacchio, com'è vicino. Profuma di buono. E di sigarette. E quando mi bacia ha ancora la bocca lievemente fresca della birra che s’è appena bevuto. Lentamente sento che mi stringe anche con l’altro braccio. Come? Cosa sto facendo io? Al posto mio voi che fareste? In fondo è divino. In fondo la Rita dorme insieme a Lorenza e Armando. In fondo sono una donna libera. O quasi. Rispondo, rispondo, non preoccupatevi. Gli accarezzo la nuca, passandogli le dita tra i capelli che sono sorprendentemene morbidi. Anche la barba è morbida, un po’ come quella di Andreas. Mi piacciono gli uomini con la barba. Le mie mani scendono dal collo lungo le spalle. Per tutti i santi protettori delle palestre, questo qui c’ha due spalle che sembra un quattro stagioni. E poi stringe. E poi… ehi, giù le mani dal mio sedere! Mi vergogno troppo del mio sedere, non mi piace che lo si tocchi. Insiste. E non smette di baciarmi. Fortuna che non sono raffreddata, altrimenti a ‘sto punto sarei diventata blu. Dopo un po’ sembra stancarsi, si stacca e mi fa:

 

Vieni, torniamo alla macchina.

 

Numi dell’Olimpo, speriamo non abbia cattive intenzioni. Vedo che riprende la strada dell’hotel, parcheggia l’auto perbene e poi, una volta sceso, gira intorno ad essa per venire ad aprirmi la portiera, cosa che peraltro avevo già cominciato a fare io (perdindirindina, non sono mica una che viene dal ballo delle debuttanti, tanta cavalleria mi frastorna).

 

Ti accompagno alla tua camera.

 

Prego?! Questo tizio ha serie intenzioni bellicose! Dai, chi vuoi che mi salti addosso in un corridoio di un grande albergo?? Non si può quindi prendere come scusa il fatto che voglia accompagnare una donna sola fin sotto il portone di casa.

I due minuti di ascensore sembrano un’eternità, finalmente le porte si aprono e io mi butto fuori come un proiettile.

 

Davanti alla porta della camera mi agguanta con un po’ più di decisione, il bacio è decisamente più focoso. Mi stacco non senza fatica da lui, lo guardo. È un po’ arrapato, i capelli arruffati, ma sempre bellissimo. Misericordia, che pensieracci mi stanno balenando in testa. In fondo, però mi dico, perché buttare all’aria un’occasione così?

 

Vuoi entrare un momento? Vediamo quali lussi alcoolici possiamo concederci col minibar…

Sì… soltanto una cosa Lucia.

 

Lo guardo stranita.

 

Che c’è?

Puoi aspettare un momento a riprenderti Rita?

 

Gli sorrido. Questa correttezza tutta anglosassone mi fa impazzire.

 

E chi ci pensava? - faccio, aprendo la porta della camera.

 

Entro, accendo soltanto un abat-jour, apro il minibar mentre lui si dirige verso la finestra, scosta le tende, guarda fuori.

 

Whiskey, gin, vodka? Non c’è altro.

Tu cosa prendi?

 

Adesso me lo chiede, ora che la scelta è più che limitata.

 

Bevo molto volentieri il whiskey.

Va bene anche per me, se ce ne sono due. Altrimenti la vodka andrà benissimo.

Ce ne sono due.

 

Verso in due bicchieri dalle due bottigliette, gli do il suo e facciamo un ridicolo, plasticato cin-cin. Bevo tutto d’un fiato, e lui… beh, lui mi guarda e sorride.

 

Nervosa?

Leggermente. Ma è il fatto che sia una stanza per non fumatori. Troppo tempo da far passare tra l’ultima della sera e la prima del mattino.

Non mi dirai che ti alzi di notte per fumare?!

Se mi capita di non dormire, non è inusuale che mi piazzi sul divano in salotto con un libro e il pacchetto delle sigarette ad aspettare che il sonno ritorni.

Non credo che stavolta avrai tempo o modo di innervosirti perché, essendo sveglia non puoi fumare.

 

Mi toglie il bicchiere dalle mani, dopo aver bevuto il suo, e mi sbottona la camicia. Sì, me la sbottona! Ed è qui che smetterò di descrivere la serata, tanto potete benissimo immaginare come va a finire. Va a finire proprio in quel modo lì, e io soddisfatta e nuda nel mio letto, non ho nessuna voglia di andare a prendere Rita in camera dei modenesi. Lui nudo è quasi meglio che vestito e qualsiasi sensazione piacevole arriviate ad immaginare di poter provare con un uomo, beh… lui ve la può dare. È bello tonico, ha un gran bel sedere, torace e spalle ben piazzate. Anche “lì”, tutto omologato. Si rigira nelle lenzuola, vedo che allunga una mano nei pantaloni e tira fuori le sigarette.

 

Ah no! Se non fumo io, non lo fai nemmeno tu. Poi la bambina deve dormire qui.

Dannazione… - sussurra. - Hai ragione. Mi vesto e me ne vado.

Aspetta… mi vesto, vado a prendere Rita, la porto a letto e poi scendo a fumare anch’io una sigaretta in strada.

Ti aspetto giù.

 

Quando lo raggiungo è appoggiato col sedere al finestrino della sua costosissima Mercedes. Ha già acceso. Maledizione, detesto arrivare a sigaretta iniziata, l’ho sempre odiato. Ma il Divino sembra ancora una volta leggermi nel pensiero.

 

Non resistevo più… ma sta’ tranquilla, ne fumerò un’altra mentre tu finisci la tua…

 

Sono le quattro ormai e tra due ore dovrei alzarmi, la prossima tappa è Ottawa. Sono sfinita, eppure so che riuscirò ad addormentarmi soltanto domani, sul pullman. Mi accendo la sigaretta.

 

Quando rientri in Italia?

Un po’ più di due settimane.

Dove andate domani?

A Ottawa. Ci restiamo un giorno.

Sono a Los Angeles per lavoro. Perché non mi chiami quando siete a Calgary?

Perché… anche se mi piacerebbe molto non reputo sia una buona idea.

Ci terrei molto. Potrei farvi venire a prendere con un aereo privato, potreste saltare due giorni di gita. Los Angeles potrebbe piacere ugualmente alla piccola. E la tata non avrebbe problemi a tenerne due. Ti prego, pensaci.

 

Lo guardo sospirando. “Ti prego”?! A me?! Ma chi vuol farsi pregare!!! Io ci andrei pure a cento all’ora da lui. Ma come potevo fare con la Rita, la gita e tutto il resto?

 

Ci penserò. - Butto la cicca in terra e la schiaccio col tallone. - Ora devo andare.

 

Mi abbraccia, mi bacia affettuosamente le labbra.

 

Fai buon viaggio.

 

E dopo esser salito sulla sua auto scompare nella bella notte canadese.

 

 

4 agosto 2007, sabato, ore 15.23, Niagara

 

Mia figlia, infagottata in un impermeabile fatto di sacchetto di plastica ma blu e con la scritta “Maid of the Mist”, mi guarda col sorriso più largo che le abbia mai visto fare. È bagnata dalla testa ai piedi (come me, del resto) e mi fa le facce quando le dico di guardare nell’obiettivo per fotografarla. Corey, la nostra guida, si offre di farci qualche scatto e di filmarci insieme per qualche minuto. Niagara-on-the-lake poi è incantevole, non ricordavo di averla visitata. L’escursione all’interno della cittadina risalente al XVIII secolo è stancante e fortunatamente, visto che la Rita cominciava un po’ a rognare, verso le quattro e mezza- cinque rientriamo verso l’albergo.

 

 

5 agosto 2007, domenica

 

È da quando ho messo piede sull’aereo che non ho smesso di pensarci un momento. Ben più di una volta la mia mano è corsa nella tasca del giubbotto a maneggiare quel pezzetto di carta col numero di telefono del Divino. Chiamarlo, non chiamarlo, chi lo sa. Sono le nostre due giornate di libertà, le due che avevo pensato di dedicare alla visita del parco dello Yellowstone. Rita mi ammazzerebbe. E non torneremo tanto presto per poterlo visitare un’altra volta, non dovremmo proprio perderlo. Però, rivedere Russell Crowe… Anche quello è un monumento che non si vede tutti gli anni. Decido di parlare con la Rita in modo chiaro.

 

Rita, tesoro, la mamma deve chiederti una cosa.

 

Il suo visino si rivolge verso il mio.

 

Invece di andare a vedere gli orsi, ti piacerebbe se andassimo a trovare quel bimbino biondo che hai conosciuto alla riserva dei Laurenziani? Il suo papà ci ha invitato a Los Angeles, una città tanto grande, dove lui è in questo momento.

E gli altri orsi? Ci andiamo dopo a vedere gli altri orsi?

Non avremmo più tempo dopo. Ma ne abbiamo già visti di orsi, non ti ricordi? Andiamo a visitare la città del cinema, dove fanno i cartoni.

I cartoni?

I cartoni.

Beh non so…

Dovremmo fare un altro viaggetto in aereo… Non ti piacerebbe fare un altro giro in aereo?

Sì, quello mi piacerebbe.

Allora, lo diciamo a quel bimbo biondo che lo andiamo a trovare?

Sì…

 

Non è molto convinta e io mi sento una cacca secca. Ma dopo aver composto il numero e aver sentito la voce calda di Russell, la sensazione mi passa all’istante.


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