PROLOGO
Mar di Timor, novembre 1860
Era certo che sarebbe finita, ma quando? Si era
domandato mentre la sua zattera, sbatacchiata dai marosi, andava in pezzi
e, sotto di lui, le acque trasparenti svelavano le sagome affusolate degli
squali. Lo fuggivano, come se quelle creature da incubo avessero compreso
la reale entità della sua natura, e lo temessero, a ragion veduta. Ma la
vita senza fine non gli evitava comunque la sofferenza e per quanto ancora
il destino gli avrebbe chiesto di stringere i denti e di sopportare? Le
mani spaccate dalla salsedine scivolavano lungo i tronchi scabri, sulle
liane gonfie d’acqua che a malapena li tenevano insieme. Non aveva
lavorato più di quindici, venti giorni, per approntare quell’imbarcazione
di fortuna che avrebbe dovuto portarlo via dall’inferno della colonia
penale di Norfolk. Per sempre.
Chiuse gli occhi. Allo stesso modo in cui li avevano
chiusi i suoi carcerieri, pensò, e, pur in quelle condizioni, gli venne
spontaneo sorridere. Scappa con la tua maledetta zattera. Scappa pure, e
crepa. Così ci sarà un mascalzone in meno sulla faccia della terra. Ma
di lui non sapevano quasi niente, quegli uomini abbrutiti come e più dei
deportati che sorvegliavano: un americano grande e grosso, reo d’aver
accoppato, scannandolo con un paio di forbici da lavoro, il marito della
sua amante. Il giudice gli aveva dato trent’anni.
Pensare. Gli riusciva ancora, malgrado la sete e il
dolore che la pelle bruciata dal sole, dalla salsedine e dalle meduse gli
cagionavano. Pensare per non cedere alla disperazione, per rassicurarsi
che sarebbe finita. Presto o tardi. Di quello, era la stessa entità della
sua natura a fornirgliene la certezza. Pensare…Ai suoi ideali traditi
dalle ingiustizie, agli occhi tristi e rassegnati di Dora, al sorriso
radioso di Bindi, che aveva la stessa età di suo figlio. Di quel figlio
che gli avevano ammazzato, un mare di secoli prima.
Chiuse gli occhi, inghiottì a fatica l’arsura della
sua gola. Aveva contato i giorni e le notti: sette ne erano passati.
Sarebbe finita, lo sapeva. Ma quando?
SUL PANFILO
E’ finita. Si disse da sé solo. Lo sapeva, e non
gliene importava più niente di quanto tempo fosse passato, e neppure di
dove si trovasse, in quel momento. Si trattava sicuramente di una nave e
non della terraferma, il leggero beccheggio glielo aveva lasciato capire
ben prima che la luce del sole, attraverso un piccolo oblò, inondasse la
lussuosa cabina dove lo avevano sistemato. Si sollevò sui gomiti,
guardando in basso notò la sanguisuga attaccata al petto. Se la strappò
via e la gettò imprecando sul ricco tappeto persiano steso ai piedi del
letto. Non si erano limitati a soccorrerlo, lo avevano anche curato: la
sanguisuga per succhiar via gli umori cattivi dal suo corpo, l’olio di
cocco per calmare il bruciore feroce della sua pelle. Ne sentiva l’aroma
dolciastro indugiargli in gola, come il puzzo di ferro caldo, olio
minerale e carbonella che bruciava. E dedusse di trovarsi su una nave a
vapore, non su un veliero.
Si alzò dal letto, si stiracchiò facendo schioccare
le ossa indolenzite della schiena. La testa gli girava ancora un po’, ma
tutto il resto era a posto. Anche le ustioni. Anche le vesciche provocate
dalle meduse e i morsi dei pesci. Presto, pensò, chi lo aveva soccorso
gli avrebbe posto delle domande. Domande che esigevano una risposta
plausibile. Una risposta che avrebbe fatto bene a cercare, e senza por
tempo in mezzo.
La cuccetta era arredata con un lusso eccessivo e
barocco, che faceva pensare alle stanze segrete dell’harem di un gran
signore orientale. Oro,argento, seta e broccato, grandi cuscini arabescati
sparsi per ogni dove. Ai piedi del basso letto, abiti puliti sicuramente
destinati a lui. Li indossò. I calzoni neri di nanchino i famosi jodhpur
dei gentiluomini indiani, erano così stretti da rasentare l’indecenza.
L’impalpabile casacca di seta bianca senza colletto disegnava la sagoma
atletica della metà superiore del suo corpo, il torace ampio, le spalle
massicce. Completavano il tutto un giacchino corto di damasco senza le
maniche e una fusciacca rossa da drappeggiare intorno alla vita. Le
calzature erano comode. In tutta la sua vita, non ricordava di aver mai
posseduto un paio di stivali come quelli. Morbidi, leggeri e confortevoli,
non stringevano i suoi grossi piedi come aveva temuto. Avevano la punta
appena rialzata, all’uso moresco. Come tutto quanto il resto, pensò
lisciandosi i vestiti, e contemplando con aria compiaciuta quel che il
grande specchio incorniciato d’ oro massiccio rimandava indietro: non
male, per uno che, in un passato recentissimo, era stato un forzato
puzzolente e un naufrago disperato. Si ripromise di ringraziare anche di
quello chi lo aveva soccorso: un nawab* o un rajah** con il
quale sarebbe stato costretto a intendersi a gesti, pensò. Per un’ultima
volta, si sorrise nello specchio, quindi prese dal vassoio la tazza di tè
fragrante aromatizzato al cinnamomo e lo sorseggiò con piacere. Un tè
profumato e zuccherato senza risparmio, secondo l’uso orientale,
accompagnato da muffins e scones*** altrettanto tipicamente
inglesi. Strano, pensò addentandone uno. Ma la fame feroce che provava
prese ben presto il sopravvento sulla sua curiosità, e finì col
divorarli tutti quasi senza sentirne il sapore. E, soprattutto, senza
porsi più domande.
*Principe indiano di origine turca e di religione
islamica.
**Nobile guerriero indiano o malese.
***Pasticcini da tè.
IL LEOPARDO DI SARAWAK
Quando bussarono alla porta, lui si stava ancora
domandando cosa potesse significare la sagoma stilizzata di felino che,
come un’ossessione, campeggiava dappertutto, incisa sul metallo, dipinta
sul legno, ricamata sulla stoffa. Doveva trattarsi di qualcosa di simile a
uno stemma gentilizio, si rispose da solo. Uno stemma attestante il
prestigio, la ricchezza e il potere di colui che lo aveva strappato al
mare. Un nawab o un rajah. Chiunque egli sia, si augurò,
speriamo che parli l’inglese o almeno l’arabo, in modo che ci si possa
intendere anche a parole.
La luce inquadrò sul vano della porta un uomo sulla
sessantina, alto e ancora vigoroso, con capelli bianchi e folte basette
unite a un paio di grossi mustacchi che ombreggiavano labbra dure,
sottili, ed erano sovrastati da un naso gibboso e imponente. Indossava con
noncurante eleganza un completo nero da mezza sera e malgrado, guardandolo
da lontano, l’intensa abbronzatura della sua pelle potesse trarre in
inganno, non c’era dubbio alcuno che si trattasse di un occidentale.
-Sono lieto di darvi il benvenuto a bordo, signore.
Gli tese la mano, e il gesto confermò, se ce ne fosse
stato bisogno, che quell’uomo era il padrone di tutto quanto, lì sopra.
Dell’oro, dell’argento, del broccato e del palissandro. Forse perfino
dell’esistenza di qualcuno, pensò. E fu quel pensiero a provocargli un
istante di nausea subito ricacciata indietro, non il beccheggio della
nave, né la fame che il tè dolce e i biscotti erano riusciti a placare
solo in minima parte.
-E io vi ringrazio di quel che avete fatto per me.
Gli era debitore della vita, pensò l’altro, e di
tutto quanto il resto. Anche degli abiti. A bordo, non ne aveva trovati di
foggia occidentale adatti alla sua taglia, gli disse, ma dovette ammettere
che quelli gli stavano proprio bene: colui che si trovava di fronte era un
bel giovane europeo o nordamericano, dagli occhi azzurri, di buona statura
e corporatura formidabile. Poteva avere al massimo trentacinque anni, e
parlava l’inglese così correntemente da lasciar supporre senza
possibilità di equivoci che quella fosse la sua lingua madre. Non doveva
trovarsi da quelle parti da molto tempo: la sua pelle non era abbastanza
sciupata e incartapecorita come capitava ai bianchi costretti a vivere
sotto quel sole spietato. I suoi uomini l’avevano pescato in mare
qualche giorno prima più morto che vivo, disidratato, ustionato dal sole
e dalle meduse, le braccia e le gambe sanguinanti per i morsi dei pesci.
Era talmente malconcio che non si capiva nemmeno a quale razza
appartenesse, tra le molte che popolavano l’Arcipelago, e se e quanto
sarebbe riuscito a sopravvivere, nelle condizioni in cui si trovava.
Invece ecco che, dopo pochi giorni, gli stava dinanzi perfettamente
guarito, disinvolto ed elegante nel suo abbigliamento da gentiluomo
indiano, senza che la più piccola bruciatura gli deturpasse la bella
pelle chiara e compatta. Poteva essere il caso di parlare di miracolo. O,
più semplicemente,quell’individuo aveva la forza e la resistenza di un
bue. Chissà chi era.
-Potrei conoscere il vostro nome…signore?
-Max Merritt.
-Bene. Sarei lieto di avervi mio ospite a cena.
Il tono era quello di chi è abituato a comandare ed
enfatizzava le parole movendo le mani con gesti lenti, misurati e pacati.
Erano grosse e nodose, coperte fin quasi alle unghie di peli e di
lentiggini. Non certo le mani di un aristocratico, pensò Merritt, a cui
niente sfuggiva. Sembravano piuttosto quelle di un artigiano o di un
bottegaio, nonostante al mignolo della sinistra scintillasse un massiccio
anello d’oro, nel quale era incastonata una corniola con incisa la
solita figura stilizzata di un animale che sembrava un felino. Perché non
si presenta, come ha chiesto di fare a me? Si domandò da sé solo. Forse
è un uomo conosciuto, ed è convinto che io sappia chi è. Non si rende
conto che vengo da lontano? Che il mio mondo non ha niente a che vedere
con il suo?
L’altro notò la sua perplessità, e fece ammenda con
un sorriso del suo comportamento poco cortese. Il mio nome è James Brooke.
Gli disse infine. James Brooke. Colui che i nativi chiamavano “Il
Leopardo di Sarawak” e i giornali europei “Il rajah bianco” e “Lo
sterminatore di pirati”. Una leggenda vivente di cui, non ricordava in
quale circostanza, aveva letto, o sentito parlare. Dovrò chiamarlo
milord, o altezza, o che accidente…
-Vi manderò a prendere tra mezz’ora. Spero non
resterete deluso dall’arte culinaria del mio cuoco o dalla qualità
della mia modesta cambusa. Sta di fatto che, in mare più che altrove, l’ospitalità
è sacra. Mi auguro che, questa almeno, l’apprezzerete.
-Certamente…milord.
-E mi raccomando. Niente formalismi tra di noi. Quelli
lasciamoli agli inferiori: e voi non siete un suddito o un sottoposto, ma
un ospite, mio giovane amico.
SAMIRA
Le dita di Max Merritt percorsero lente la solita,
ossessiva sagoma stilizzata incisa sulla testata del suo letto. Sarebbero
venuti a prenderlo, di lì a poco, perché il rajah si riteneva onorato
della sua compagnia, o, più probabilmente, gli premeva di poter
scandagliare con discrezione, servendosi di qualche scusa plausibile, i
segreti che l’enigmatico naufrago piovuto chissà da dove si portava
appresso. Come non diffidare di uno sconosciuto scampato per caso alla
morte e, soprattutto, guarito con una rapidità che aveva del miracoloso
da gravi ustioni, ferite destinate di solito a infettarsi, e un terribile
stato di prostrazione, dopo chissà quanti giorni trascorsi in mare
aggrappato a un tronco d’albero? Bisogna essere diffidenti, se non si
vuol rischiare che la fortuna ci giri le spalle. A maggior ragione se,
come quel vecchio avventuriero, si è riusciti ad arrivare tanto in alto.
Merritt era quasi certo che, l’indomani mattina, con le stesse
intenzioni, il rajah gli avrebbe mostrato ogni angolo della nave, dal
ponte di coperta alla sala macchine, decantandogli con orgoglio i pregi di
quel gioiello della tecnologia moderna. O lamentandosi del buon tempo che
fu se, come lui, sentiva nostalgia per lo scricchiolio del fasciame, il
gemito delle funi, l’odore acuto della pece, il rumore delle vele che
sbattevano nel vento.
Bussarono. Era ora di cena, e Brooke aveva mandato
qualcuno a prenderlo: un piccolo cinese cerimonioso. O un indiano solenne
e taciturno, un malese coperto da inquietanti tatuaggi…No, una donna.
Eppure, i marinai non volevano femmine tra i piedi, a bordo delle navi: si
diceva che portassero sfortuna. Ma al Leopardo Bianco, evidentemente ben
poco doveva importargliene di quelle insulse superstizioni.
La ragazza si era inchinata leggermente, portandosi con
un gesto pieno di grazia le mani giunta all’altezza della fronte e a lui
venne spontaneo rispondere con un sorriso al suo saluto. Per contro, lei
era rimasta impassibile, come comandava la creanza, da quelle parti. Gli
occhi che teneva bassi gli erano sembrati verdi: una combinazione
affascinante, accostati a carnagione ambrata e lunghissimi capelli
corvini. Una breve occhiata gli bastò a valutarla: proprio bella, degna
rappresentante di una stirpe in cui perfino i mendicanti sembravano
principi.
-Come ti chiami?
Non gli rispose, e Max si pentì del suo gesto forse
non scortese ma di certo impulsivo: le donne orientali, pudiche e
riservate, non parlavano con uomini sconosciuti. A maggior ragione,
pensò, se erano nobili. E quella sicuramente lo era: non fosse bastata l’eleganza
fiera del suo portamento, tale l’avrebbero qualificata i gioielli
fastosi e preziosissimi che l’adornavano come un reliquario barocco.
Poteva trattarsi addirittura della moglie del padrone di casa. Il quale
era ben più che maturo, ma in Oriente capitava spesso che uomini alle
soglie della vecchiaia sposassero ragazzine neppure uscite dall’adolescenza.
Era assodato che l’amore c’entrasse poco, come capitava da sempre, e
non solamente lì, in mezzo al caldo, agli acquitrini e alle insidie di
quel mondo che non era il suo. In ogni caso, se le cose stavano così,
perché il vecchio avventuriero che si era fatto re si permetteva di
trattarla peggio di una cameriera, mandandola in giro per la nave a
informare gli ospiti che la cena era servita?
Max Merritt aggrotto le sopracciglia, un po’
perplesso, un po’ indignato… E lei gli sorrise. In fondo, lui se l’aspettava,
era abituato da sempre ad attirare l’attenzione delle donne, per quanto
algide, intangibili e caste potessero essere. Denti bianchissimi, occhi
fieri. Fu l’espressione, a colpirlo, ancor più della preziosa, rara
tonalità di verde delle iridi, che scintillavano imprigionate tra il
bianco delle cornee e il nero delle ciglia sottolineate da spesse righe di
kajal *. Occhi fieri da regina spodestata, da amazzone sconfitta ma
non sottomessa. Occhi capaci di reggere lo sguardo di un uomo senza
sfuggirlo.
-Il mio nome è Samira.
Gli disse, facendogli cenno di seguirla. Forse in
inglese sapeva dire solo quello, ma si era espressa con buona pronuncia.
Aveva caviglie snelle e fianchi sottili ma torniti che dondolavano
provocanti mentre lo precedeva camminando con grazia. Carica di gioielli.
Pensò Max Merritt. E poco vestita, considerato come i veli multicolori
che l’avvolgevano sottolineassero, più che nascondere, le linee
eleganti del suo corpo snello. Un abbigliamento poco coerente con la sua
indole schiva e pudica, ma non con il caldo torrido di quelle contrade. E
lo spettacolo che offriva era tutt’altro che disprezzabile, su quello
non poteva esserci alcun dubbio.
*Mistura di nerofumo e antimonio, usata per truccare
gli occhi.
OSPITE D’ONORE
Era stato lo stesso Brooke ad invitarlo ad accomodarsi,
con un cenno della mano. La sala era piccola, ma arredata con lo stesso
sfarzo della sua cabina, pensava l’uomo, guardandosi intorno. L’ospite
d’onore doveva essere lui, anche se il rajah non sedeva da solo, alla
sua tavola.
-Vi presento il dottor De Witt, signore.
Il medico di bordo. L’unico altro bianco sulla nave,
oltre a loro due. Alto, secco, di colorito verdognolo, lo scrutava con
occhi piccoli scuri e acuti quasi sotterrati da un paio di sopracciglia
incredibilmente folte e cespugliose.
Brooke si dimostrò un anfitrione abbastanza sollecito,
attento a tener viva la conversazione, malgrado non fosse facile, con uno
sconosciuto capitato lì chissà da dove e ancora scombussolato per via
della brutta avventura appena trascorsa e il suo vecchio amico, un tipo
taciturno e così screanzato da non staccar gli occhi di dosso all’ospite
neppure mentre mangiava. Il rajah ostentava un gagliardo appetito, quell’altro
piluccava con aria quasi schifata le pietanze che venivano servite da
ragazzetti indigeni seminudi e timidi come conigli, un’accozzaglia di
vivande delle più svariate provenienze, dalla zuppa di tartaruga al paté
di fegato d’oca, dal pollo tandoori* al nasi-goreng*,
dalle pinne di squalo in gelatina al pudding con l’uvetta, il tutto
innaffiato da splendidi vini, su cui faceva spicco un Porto del 1852 dolce
come il miele. Il Leopardo di Sarawak gli aveva spiegato che il suo cuoco,
un tonkinese**, se la cavava egregiamente sia con la cucina orientale che
con quella britannica e francese.
-E io voglio godere di tutto quel che mi offre il mio
mondo…E questo mondo.
Forse Max Merritt se lo immaginò soltanto, il fugace
sorrisetto lascivo che per un attimo aveva stirato sui denti le labbra del
vecchio avventuriero. E pensò che il suo edonismo non doveva limitarsi a
quelle pietanze indigeste. Alludeva forse…alla donna? Accoccolata a
gambe incrociate su una pila di cuscini di seta, la splendida creatura
pizzicava un grosso strumento a corde da cui sortiva una nenia
soporifera,ostentando la solita espressione che si sarebbe detta apatica,
non fosse stato per gli occhi verdi come smeraldi che mandavano lampi.
-Perché la signora non siede a tavola con noi? Potrei
invitarla?
-Sarebbe estremamente sconveniente. In ogni caso,
Samira mangerà più tardi.-lo rimbeccò l’arcigno dottor de Witt. E
Brooke si affrettò ad alleggerire il gelo che per un attimo era calato
sulla sua tavola con un “Non siete di qui, certe cose non potete saperle…”
Il prologo della domanda a cui, per tutto il pomeriggio, s’era
arrovellato di cercare una risposta credibile.
-Da dove venite, Mr.Merritt?
-Da Perth. Sono americano di nascita, ma mi trovavo in
Australia per studiare la fauna locale. Sono un naturalista. Per mia
disgrazia, il mercantile su cui ero imbarcato ha fatto naufragio e, dopo
diversi giorni passati in compagnia di pesci d’ogni genere, dai delfini
agli squali, eccomi qui sano e salvo.
Un naturalista imbarcato su una nave che aveva fatto
naufragio. Che la causa del disastro fosse da attribuirsi a uno scoglio
affiorante, a una tempesta o ai pirati, poco importava; stava di fatto che
il giovanotto pescato in mare più morto che vivo doveva essere l’unico
superstite: una sorta di curioso Robinson un po’ troppo grosso e forte
per essere sul serio quel che diceva. E, cosa che non guastava, parecchio
ignorante riguardo alla fauna marina, convinto com’era che i delfini
fossero pesci. Uno studioso? Macchè. Un soldato, piuttosto. O perfino,
con quelle spalle larghe e quei terrificanti bicipiti che gli esplodevano
sotto l’impalpabile casacca di seta, un lottatore, un pugile
professionista. Anche se non aveva il naso camuso e i denti rotti e i suoi
modi erano troppo civili, il linguaggio troppo pacato per appartenere a
qualcuno che si guadagnava da vivere menando le mani.
Un ragazzetto di otto o nove anni entrò nella sala da
pranzo reggendo a fatica un vassoio più grande di lui, che traboccava di
colorati frutti tropicali. Inchinandosi al cospetto di James Brooke, gli
si rivolse in un inglese zoppicante, chiamandolo orang. Un brivido
percorse il corpo di Max Merritt. Per quel che aveva detto, il
servitorello si sarebbe ritrovato con la schiena scorticata a nerbate,
magari proprio sotto i suoi occhi...Non era la prima volta che si gli
capitava di dover assistere a spettacoli simili, pensò, storcendo la
bocca.
-In nome dell’ospitalità, vi chiedo di perdonarlo. E’
solo un bambino.
Brooke esplose in una gagliarda risata.
-Il ragazzo non intendeva insultarmi. Orang significa
semplicemente signore.
-Come Orang Utan significa signore dei
boschi.
Gli fece eco, con la sua voce stridula, il dottor De
Witt.
-Perdonatemi, ma ho temuto davvero che il ragazzo
volesse insultarvi. Non conosco la lingua locale, tuttavia so che gli
oranghi sono mostruose scimmie gigantesche e ferocissime che popolano le
foreste dell’Asia sud orientale.
Il dottor De Witt lo guardò con aria interrogativa.
Forse avrebbe voluto dirgli certo, gli oranghi sono scimmie. Ma non sono
né gigantesche, né tantomeno ferocissime. Si tratta invece di creature
timide, miti ed estremamente intelligenti che, se catturate da cuccioli,
si affezionano al loro padrone e possono venir facilmente ammaestrate. Non
gli disse nulla, per dovere di cortesia. Lasciandogli nondimeno il dubbio
che avesse capito tutto di lui: compreso il fatto che mentiva.
*Pietanze rispettivamente della cucina indiana e
giavanese.
**Vietnamita. Allora la regione era colonia francese.
L’ENIGMA
Notte stellata, calma di vento, mare piatto come una
tavola. Non mancava molto a Kuching*, alla meta, pensò James Brooke
sollevando la testa. Si sarebbe rovinato gli occhi, se avesse continuato
con l’abitudine malsana di leggere alla luce della lanterna ad olio, il
dottor De Witt aveva ragione. Cavò di tasca l’orologio. Erano le undici
passate, ma non aveva sonno.
Bussarono alla porta.
-Dormite?
-No.
-Sono qui perché sento il bisogno di parlarvi, James.
Per parlargli. Ma di che? Per metterlo in guardia da
qualcosa di diverso dal mangiare troppo, dal rovinarsi gli occhi leggendo
al lume incerto di una lanterna a petrolio o dal fumare quei pestilenziali
sigari nei quali il tabacco si mescolava alla ganja** pakistana?
Avete quasi sessant’anni, dovreste cominciare a non pretender troppo da
voi stesso…Uh, al diavolo, lui non aveva bisogno dei suoi consigli, gli
avrebbe detto, non fosse stato perché la buona creanza glielo impediva.
Avete ragione, a una certa età la tentazione di mollare tutto è forte,
dottore. Ma devo stringere i denti e andare avanti per la mia strada…Perché
la vita non avrebbe più senso, se dessi retta ai miei anni e ai vostri
consigli.
-Il naufrago.
Ma era davvero quello che diceva? Non gli era giunto
all’orecchio niente che dicesse di un naufragio, tra il mar di Sulu, del
Borneo e di Sulawesi. E sì che da quelle parti le chiacchiere facevano in
fretta a propagarsi. Ma forse l’uomo mentiva. Come aveva mentito su
tante altre cose.
-Non è un naturalista. Se lo fosse, saprebbe che ciò
che ha scritto a proposito degli oranghi Edgar Allan Poe*** sono solo le
fantasticherie di un patetico ubriacone. E poi…Mentre vaneggiava in
preda alla febbre, parlava in latino. Può sembrare strano, ma è proprio
così.
-Ma che ragione avrebbe di mentire?
Era come loro, un bianco. Chiuse gli occhi, e lo rivide
con il pensiero fermo in piedi, il corpo imbottito di muscoli eppure così
agile, così straordinariamente elegante negli abiti di gentiluomo
indiano, lo sguardo d’acciaio che studiava attento la sciabola d’arrembaggio
del rajah bianco, appesa alla parete. Un interesse un po’ sospetto, il
suo, per un naturalista. In quanto al resto, sì, agli sproloqui in latino
che il dottore gli aveva sentito mentre la febbre se lo mangiava vivo, c’era
una spiegazione logica anche per quello. Capita che il delirio, come una
tempesta, riporti a galla relitti dimenticati, brutti ricordi che
appartengono al passato. Lezioni che non riusciva a ficcarsi in testa, una
fanciullezza funestata da un precettore troppo severo… Era tale e quale
a loro, non c’era motivo per temerlo. Un bianco. Come Rui Yanez De
Gomera.
Rui Yanez De Gomera. Che fosse maledetto. E forse lo
era stato davvero, dal destino, da Dio o dal demonio. Dacché lui e i suoi
avevano scacciato i pirati dal loro covo era come se l’ avesse
inghiottito il nulla. E insieme a lui il suo degno compare, il Principe di
Shaia. Anche se la Tigre di Mompracem, qualcosa di sé gliel’aveva
lasciata. O, meglio, gli aveva permesso di prendergliela. Senza lottare,
come se fosse morto dentro. Perché è possibile morire e restare vivi,
questo ben lo sapeva.
-E’ pieno di cicatrici, dappertutto. E ha un marchio
a fuoco, sulla schiena: una volta, si marchiavano così gli schiavi, i
galeotti…E i traditori.
Il Leopardo di Sarawak si morse la bocca. I tempi erano
cambiati, e non solo perché adesso non era più unicamente il vento a
spingere le navi sull’Oceano. Eppure, nella civile Inghilterra c’era
ancora l’abominio della morte per squartamento****, nel destino dei
traditori. E l’Australia, da dove il naufrago aveva detto di venire, era
Territorio della Corona.
-Se gli chiederete di dirvi chi è veramente non
parlerà, questo è certo. Ma conosco un modo molto efficace per
sciogliergli la lingua…
Lord Brooke sorrise. Anche a lui era venuta in mente la
stessa idea.
*La capitale del regno di Sarawak.
**Hashish
***Si allude al racconto “I delitti della Rue Morgue”
in cui a un orango addomesticato sono attribuiti alcuni efferati omicidi.
****Il supplizio riservato ai traditori (condanna a
morte per impiccagione e squartamento)malgrado non più comminato, nel XIX
Secolo non era ancora stato abrogato dal codice penale inglese.
IL RITO DEL PASSAGGIO
Il mattino dopo, Brooke gli aveva mostrato la nave,
tutta quanta, dal ponte di coperta alla sala macchine, orgoglioso di
quella come di tutte le altre cose che era riuscito a conquistarsi, dalla
fama di nemico spietato della pirateria al suo regno di selvaggi che si
estendeva lungo la costa occidentale del Borneo.
Tutto l’equipaggio, aveva osservato Max Merritt, era
formato da gente del posto: cinesi gli ufficiali addetti alle macchine,
malesi il nocchiero e il nostromo, dayaki* quelli della ciurma,
uomini non molto alti ma prestanti e di bell’aspetto, con i lunghi
capelli neri adorni di perline e penne di bucero** e l’espressione
feroce. Non si trattava di semplici marinai, ma di combattenti che la
guerra l’avevano nel sangue e il sangue erano abituati a versarlo a
fiumi, rischiando all’occorrenza anche la loro pelle con irridente
indifferenza. Tatuati e seminudi, erano armati fino ai denti con lucenti parang***
affilati come rasoi e cerbottane di bambù con le quali sparavano sui
nemici nugoli di piccole, micidiali frecce la cui punta era stata intinta
nell’upas.**** Esse non infliggevano ferite mortali, ma un
semplice graffio era sufficiente per spedire un uomo all’altro mondo fra
atroci sofferenze. Perché quella, aldilà di ogni apparenza, era una nave
da guerra. E Brooke gli mostrò con orgoglio i cannoni. Sono americani,
proprio come voi. Gli disse. Appena usciti dalle acciaierie di Pittsburg e
rappresentano il meglio che la tecnologia moderna possa offrire in materia
di armi.
Max Merritt ripensò alle parole che Brooke gli aveva
detto, quella mattina. Stanotte attraverseremo l’Equatore. Già, l’Equatore.
Qualcosa che non esisteva nella realtà, un punto immaginato dall’uomo
alla metà esatta della terra, la linea di demarcazione tra due mondi.
La notte era calda, e non aveva sonno. Non mancava
molto alla meta, e non era accaduto nulla che fosse degno di nota, dacché
lo avevano pescato in mare e caricato su quella nave. Calma piatta,
assenza di vento. Il piroscafo del rajah continuava a procedere lento come
se non avesse fretta, i motori al minimo, la bandiera che pendeva floscia
sull’asta del pennone: la sagoma di un leopardo, bianca come uno
spettro, contro il nero della notte. Il vessillo del Re Bianco che non
aveva fretta di tornarsene nel suo regno.
Domani. Gli aveva detto mentre entrambi guardavano il
mare, affacciati al cassero di poppa. Domani saremo nel mio palazzo, e
avrete finalmente dei vestiti decenti, da europeo e non da selvaggio. E
lui s’era schermito con un’alzata di spalle e un sorrisetto sghembo.
Il suo palazzo. Immaginò un fortilizio di mattoni cotti dal sole, all’interno
del quale sicuramente campeggiava un trono fatto con canne di bambù,
coperto da vecchie pelli tarlate e stracci di calicò. E in quanto ai
vestiti, che non si preoccupasse di procurargliene altri, quelli andavano
benissimo: in quel clima torrido, costituivano, ben più dello scomodo e
paludato abbigliamento europeo, un ragionevole compromesso tra comodità e
decenza.
L’acqua che un cerimonioso servitore gli aveva
versato in una coppa d’argento e posato sul comodino era diventata calda
e sapeva di fango. Quel Brooke che si era fatto re doveva essere ricco.
Forse viveva in un fortilizio di mattoni crudi e quando teneva udienza
posava le natiche su un trono di bambù e pelli puzzolenti, ma non c’erano
dubbi che lo fosse. La sete di ricchezze e di potere è da sempre l’ingranaggio
che muove il mondo. Sicuramente, per essere arrivato dov’era arrivato,
quell’individuo doveva essere di quelli che pensavano meglio sovrano d’un
regno di pitocchi che suddito di un grande impero. E, soprattutto, che una
vita fatta di tranquille certezze e di giornate tutte uguali non valesse
la pena di essere vissuta.
Devo scriverle. Pensava, mentre guardava aprirsi la
porta della sua cabina. Devo trovare la maniera di avvertire Dora che sono
salvo, e al sicuro, lontano dalla sofferenza e dal disonore, su una nave
che mi sta portando a Kucking. Nella tana del Leopardo Bianco.
°°°°°°°°°°°°°°°°
-Samira…
Teneva una lanterna in mano, e mai lui avrebbe
immaginato potesse sorridergli in quel modo. Brooke gliel’aveva mandata
per celebrare il Rito del Passaggio, perché quella notte la sua nave
avrebbe cavalcato la linea dell’Equatore. E bisognava festeggiare.
Era coperta da un telo leggero di batik drappeggiato
intorno al corpo e dai suoi lunghissimi capelli sciolti e gli sorrideva,
maliziosa e invitante, senza parlare. Posò la lanterna su un tavolo
basso, posizionandola in modo tale che la illuminasse, accentuando quella
bellezza che gli portava in dono, come aveva comandato il signore e
padrone, Brooke, il Leopardo di Sarawak.
Non disse nulla, limitandosi a sorridere e lasciandogli
il dubbio che non conoscesse, nella sua lingua, che poche parole imparate
a memoria. Ma colui che si era trovata davanti doveva piacerle davvero,
riflettè Max sorridendosi da sé solo, mentre Samira gli infilava le mani
nello scollo della camicia e gliele faceva scorrere sulla pelle del petto
con gesti pigri e provocanti. E di certo non avrebbe respinto quel dono
che il Rajah gli mandava, come non aveva respinto il cibo, i vestiti, l’ospitalità
e le cure. Il suo corpo aveva bisogno anche di quello, per dimenticare l’inferno
da cui era riuscito a fuggire.
Era splendida, e non conosceva pudore, pensò
guardandola togliersi di dosso quello straccetto multicolore che la
copriva a malapena, e stringersi contro il suo corpo caldo. Aveva i seni
turgidi, i capezzoli duri. Le piaceva quel che le sue mani, le sue labbra
e la sua lingua le facevano provare. E quando fosse giunto il momento di
aprire le gambe perché lui glielo cacciasse dentro fino in fondo, non lo
avrebbe fatto solo perché era quel che le era stato ordinato. Max
sorrise, e la donna dovette credere che l’aveva fatto per lei, non per
se stesso.
L’uomo ripensò alla sua prima volta, un mare di
tempo prima. Era accaduto lungo il confine settentrionale, quando aveva
sedici anni, e lei più del doppio. Era una puttana, una di quelle che
andavano con i soldati. Lo aveva sempre fatto per denaro, per un tozzo di
pane, senza concedere niente di sé, come se dar piacere a un uomo
equivalesse a lavargli i panni sporchi. Ma con quel bel ragazzo dai
capelli scuri e dagli occhi azzurri era stato diverso…E glielo aveva
fatto capire. Quel ricordo apparteneva alla prima delle sue molte vite, ma
i secoli non erano bastati a cancellarlo. Si chiamava Edwige, aveva gli
angoli degli occhi segnati da rughe sottili come graffi e qualche filo
bianco tra i capelli castani.
Anche Samira avrebbe voluto lasciarglielo capire, con
gesti e gemiti che dicevano più di mille parole. Le piaceva, lo
sconosciuto che la schiacciava sotto il suo peso o si lasciava cavalcare
da lei. Le piacevano la sua bellezza austera e mascolina, lo sguardo
franco, i tratti delicati, il corpo possente, l’odore caldo della pelle.
Era bravo a farla godere, anche se non c’era tenerezza nei suoi gesti, e
le sue carezze erano quelle ruvide di chi ha bisogno di sfogare nel corpo
di una donna una fame troppo a lungo patita e troppo a lungo rimasta
insoddisfatta. La fame che si placa nel corpo di una puttana, non di un’amante
o, men che meno, di una moglie.
Nel delirio dell’amore gli uomini parlano, le aveva
detto James Brooke. E lei avrebbe dovuto ascoltarle attentamente, le
parole dello straniero dagli occhi azzurri, perché con ogni probabilità
avrebbero raccontato la verità sul suo conto. Come le cicatrici che
testimoniavano i segreti della sua vita: un marchio a fuoco nella parte
alta della schiena, un tatuaggio raschiato via dal braccio, segni di
artigli tra il collo e la spalla…Artigli di tigre, già: conosceva
quelle ferite, un paio di volte le era capitato di doverle curare. O, più
spesso, di vederle sui cadaveri di coloro che non avevano avuto la fortuna
di incontrare una tigre e poterlo raccontare.
L’olio non si era consumato dentro la lanterna e la
luce illuminava il corpo di bronzo di Samira, il viso stravolto negli
spasimi di un orgasmo senza tenerezza. Guardami in faccia, le aveva detto,
e non era ancora uscito da lei. La sua voce era dura, gli occhi freddi
come pezzi di vetro.
-E dimmi, bellezza…A quanti altri uomini James Brooke
ti ha servita come dessert?
Non comprendeva la sua lingua, Samira. Quindi non era
uno strumento per carpire i suoi segreti, ma, semplicemente, un dono di
cortesia e ospitalità, come il cibo, i vestiti e il letto. Il dono d’una
notte di piacere da parte di James Brooke, il Leopardo di Sarawak, a Max
Merritt, naufrago disperato e bugiardo.
E’ quasi impossibile guardare una tigre negli occhi e
sopravvivere. Ma Samira non abbassò i suoi, e lasciò che quelli di lui
la scrutassero dentro, bruciandola e ferendola. Si morse la bocca per non
piangere e gli restituì uno sguardo altrettanto duro e freddo. E’
difficile sopravvivere all’incontro con una tigre. Quasi impossibile. A
meno che, come in uno specchio, le pupille di vetro ambrato della belva
non riflettano l’ immagine di un suo simile.
*Gli indigeni del Borneo, i famigerati tagliatori di
teste.
**Grosso uccello simile al tucano.
***Scimitarra.
****Sostanza vegetale molto velenosa.
CHIUNQUE VOI SIATE
Il Palazzo Reale di Kuching era una solida costruzione
priva dello slancio e dell’eleganza tipici degli edifici orientali ma
circondata da un lussureggiante giardino non molto diverso dalle
propaggini di foresta che arrivavano a lambire la periferia della piccola
città. Brooke gli aveva raccomandato di guardarsi dai serpenti velenosi,
che potevano annidarsi anche lì. Com’era solito fare con tutti i suoi
ospiti.
Max Merritt, il naufrago. Non si era lasciato sfuggire
nessuno dei suoi segreti, tra le braccia della bella Samira. Eppure, il
corpo vigoroso che gli aveva visto, spiandolo di nascosto mentre si
lavava, le cicatrici che gli segnavano la pelle non mentivano sul suo
conto. Quello non era un naturalista. Quello era…Era qualcuno o qualcosa
che avrebbe scoperto presto, si disse da sé solo.
James Brooke lo guardò e rivide con gli occhi della
mente Rui Yanez de Gomera, il traditore del suo mondo, il migliore tra
quelli possibili, della sua civiltà, della sua razza. Chissà se era vivo
o morto. Se marciva all’inferno o consumava il resto della sua esistenza
trascinandosi tra fumerie d’oppio e bordelli di infimo ordine, in
qualche angolo remoto e maledetto dell’Arcipelago. In ogni caso, quell’altro
non gli somigliava, aveva gli occhi azzurri, era un po’ più alto e
molto più giovane. Ma sapeva che non poteva fidarsi della sua parola,
chiunque egli fosse: il Rajah di Sarawak aveva parecchi nemici e dietro un
qualsiasi sconosciuto dall’aria innocua poteva celarsi un pericolo
mortale, un serpente velenoso nascosto in mezzo ai fiori del giardino
dietro casa.
La sera prima, nonostante i reiterati consigli del
servitore che gli era stato messo alle calcagna per accondiscendere ai
suoi desideri ma anche per tentar di carpire i suoi segreti, quel… Max
Merritt se n’era andato in giro per la città, e si era infilato in un
vicolo buio e semideserto dove un individuo forse in preda ai deliri dell’amok*
lo aveva aggredito, minacciandolo con un coltello. Quasi senza scomporsi,
facendo esclusivamente uso dei suoi pugni, gli aveva impartito una lezione
che l’altro non avrebbe scordato fosse pure campato mille anni, anche
per i quattro denti e il naso rotto che gli era venuta a costare.
-Non dovevate andarvene in giro col buio, questi posti
sono pericolosi e un bianco forestiero e sprovveduto potrebbe attirare su
di sé sgradevoli attenzioni. Ma… mi è stato riferito che avete saputo
bene come difendervi.
Brooke gli piantò gli occhi negli occhi. Se stava
mentendo, l’altro avrebbe distolto lo sguardo, abbassandolo a terra. Non
lo fece.
-Delle volte, vedete, mi riesce difficile credere che
voi siate semplicemente un naturalista. Se non lo sapessi perché siete
stato voi stesso a dirmelo, giurerei che siete qualcosa…di molto
diverso.
Il rajah di Sarawak osservò le sue labbra contrarsi un
istante, tra il sorriso e la smorfia.
-Infatti sono qualcosa di molto diverso.
-E che è bene…tenere nascosto?
-Lo consiglierebbe il più elementare buonsenso.
-Siete un uomo misterioso: forte e risoluto come un
lottatore, ma dite di essere un naturalista. Poi vi tradite da solo
definendo pesci i delfini e mostri ferocissimi gli oranghi. Quindi, beh…Forse
ho poca immaginazione, e ce ne vorrebbe invece parecchia per raffigurarsi
un uomo di scienza con i vostri bicipiti, le vostre cicatrici, la vostra
risolutezza. E, perdonatemi, la vostra ignoranza.
-E voi, come tutti, vedete il pericolo in quel che non
conoscete o non riuscite a comprendere.
-Il pericolo…Ma anche il fascino irresistibile dell’ignoto,
signor Merritt.
-Mi avete raccolto, curato, sfamato e ospitato. La
vostra gentilezza non merita di essere ricambiata con la moneta della
menzogna. Qualche giorno fa, mi avete chiesto da dove venissi e io vi
risposi da Perth. Ma la verità è che vengo dalla colonia penale di
Norfolk, dove scontavo trent’anni per omicidio. Sono un evaso…Milord.
Lo disse senza ironia, ma non ebbe il coraggio di
chiamarlo con il titolo del quale si era impadronito in circostanze che
solo lui sapeva. Come non c’era ironia nelle parole con cui il Leopardo
di Sarawak aveva risposto al suo interlocutore, meglio un omicida che un
pirata. Ammesso fosse verità, anche quella. La colonia penale di Norfolk
distava parecchie miglia dal punto in cui era stato tratto in salvo, ed
era un luogo dal quale sarebbe stato pressoché impossibile evadere. Lui c’era
riuscito.
-Scommetto…che c’era di mezzo una donna.
-Già. Una donna che quella carogna di suo marito
trattava peggio di una pezza da piedi.
-E voi avete fatto giustizia.
-Mi sono accollato una colpa che non era mia. In
realtà fu lei ad ucciderlo. Senza volerlo fare di proposito, credo. Lui
le aveva messo le mani addosso per l’ennesima volta e lei , per
difendersi, lo colpì al collo con le sue forbici da lavoro…E lo fece
fuori.
Ma con quel che aveva passato, poveretta, non meritava
di finire i suoi giorni con una corda alla gola o, peggio, rinchiusa in
una prigione da cui non sarebbe uscita viva. E Merritt, il cavaliere
errante, Merritt l’eroe dal cuore generoso, pur di scagionarla si era
autoaccusato di un delitto che non aveva commesso. Una storia perfino
toccante, non fosse stata completamente improbabile. Ma la forza dell’amore
può spingere anche l’uomo più freddo, razionale e spietato a
comportamenti assurdi. Com’era capitato al principe di Shaia. Il fiero
pirata, il suo mortale nemico, una decina di anni prima aveva conosciuto
per caso la graziosa nipote del Residente britannico, lord Guillonk, e
perso la testa per lei. D’altro canto, la ragazza aveva rotto il
fidanzamento con un bravo giovane di ottima famiglia ed era fuggita con
lui, facendosi rinnegare dal nonno che pure l’adorava e diventando l’argomento
di conversazione preferito nei salotti pettegoli di tutta la Colonia, che
mai era stata turbata da uno scandalo di quelle proporzioni. Finché quell’amore
proibito e maledetto non li aveva perduti entrambi.
-L’amavate?
-No. Era una donna dura, silenziosa e aveva un bel po’
di anni in più di me. Non era bella, e non solo non l’ho mai amata, ma
neppure desiderata né, men che meno, posseduta.
Vedete, non so se credervi o no. I vostri occhi non
mentono, ma forse siete capace di nascondere le emozioni così come siete
stato capace di fuggire dall’inferno di Norfolk e di resistere per
giorni e giorni in mare, aggrappato a una zattera di tronchi, con il sole
che vi bruciava, l’arsura che vi prosciugava fin dentro le budella e gli
squali che vi ballavano intorno aspettando di cogliere il momento
opportuno per sbranarvi. Ma nessuno potrebbe negare che avete avuto
coraggio. E questa, per me, è la sola verità che conta. Chiunque voi
siate.
-Voglio proporvi di restare. E di aiutarmi in quella
che è la missione che mi sono imposto, rendere sicure queste acque
liberandole dalla malapianta della pirateria. Ho bisogno di uomini
coraggiosi, forti e abili con le armi che si battano al mio fianco.
E voi lo siete. Quale che sia il vostro passato.
Perché, in fin dei conti, non c’è poi quella gran differenza tra un
assassino e un uomo che si è fatto re. Il potere si paga quasi sempre con
il prezzo del sangue. Come la giustizia.
Lo guardò chinare la bella testa riccioluta, abbassare
gli occhi. Doveva aver capito che la sua offerta mascherava in realtà un
ricatto. O accetti di rimanere al mio servizio, o farò in modo di
rispedirti a Norfolk. E di lì non riuscirai più a fuggire, colpevole o
innocente che tu sia.
*Astinenza forzata dall’oppio.
IL MIGLIORE DEI MONDI POSSIBILI
Non sapeva perché gli aveva detto di sì.
Probabilmente, perché non sapeva dove andare e al Rajah di Sarawak doveva
qualcosa. Non la vita, ma questo particolare era lui soltanto a
conoscerlo.
-Furto, incendio, saccheggio assassinio. Questa gente
non conosce altro. E’ un’eredità di sangue che si trasmettono di
padre in figlio. Morto uno, un altro ne nasce. Peggiore del primo. E’
quello che mi era stato detto, quando ho incominciato. Ma i casi della
vita mi hanno insegnato che tutto quello che viene dall’uomo ha un
principio e una fine. Una fine che può essere dilazionata…O affrettata.
-Perché il nostro è il migliore dei mondi possibili?
Perché la nostra razza ha una missione di civiltà da portare avanti?
Max Merritt guardò il vecchio avventuriero abbassare
gli occhi, prima di rispondergli “Forse” a mezza voce. Come se sapesse
che in realtà quello era un alibi. Una scusa che veniva tirata in ballo
da quando esistevano il mondo e gli uomini. Perché le vere ragioni erano
altre.
Brooke aveva distolto lo sguardo. Non credeva nelle sue
parole, stava mentendo a se stesso prima ancora che all’uomo che gli
stava davanti. Erano altri, i motivi che lo avevano spinto a farsi re.
Motivi alquanto più pratici e plausibili. E altrettanto ignobili. Il
migliore dei mondi possibili. Le armi, la forza, la sopraffazione, gli
interessi economici mascherati da ideali. I mille mondi nei quali Max
Merritt aveva vissuto le sue mille vite. I mille mondi da cui era fuggito.
Fino all’ultimo, che presto sarebbe crollato sotto il peso delle sue
ingiustizie.
-I malesi non sono soltanto abilissimi marinai, ma
anche grandi carpentieri navali. Con il legname delle loro foreste, capace
di resistere all’umidità e agli insetti, costruiscono imbarcazioni
dalla carena stretta e dalle grandi vele, che chiamano prahos e
che, a vento largo, filano come rondini marine.
Mentre raccontava, era come se una strana eccitazione
gli accendesse gli occhi e le guance, togliendogli di colpo dieci anni di
età. Merito…della missione che si era imposto, o del nemico che,
rinfocolando l’odio di cui la sua stessa esistenza si nutriva lo
manteneva giovane e vivo? Chi è il peggiore dei vostri nemici, Maestà?
Quello che vi costringe a non fermarvi ancora, anche se lo vorreste,anche
se ve lo impongono gli anni, ma forse quelli come voi sono destinati ad
essere sorpresi dalla morte mentre rincorrono la loro ossessione da un
mare all’altro, da un’isola all’altra, coinvolti in un duello che
non avrà mai fine? Perché il vostro nemico, la vostra ossessione, l’incubo
delle vostre notti, la ragione della vostra vita non può essere un
volgare ladrone di mare.
-Lui non è come tutti gli altri. O forse farei meglio
a dire non lo era, perché tutt’oggi non so se è vivo o morto. Da
quando i miei uomini distrussero il suo covo, otto anni fa, è come se lo
avesse inghiottito il nulla. Allora seppi che, durante l’assalto finale,
era rimasto gravemente ferito…Eppure, ancora adesso, mi riesce difficile
pensare che quell’uomo non ci sia più.
Perché, se così fosse, la vostra esistenza non
avrebbe più senso? Avrebbe voluto domandarglielo, ma non lo fece, perché
sapeva già quale sarebbe stata la risposta. E Max Merritt lo ascoltò in
silenzio, senza porgli altre domande.
-Non era malese. Era un indiano di pelle chiara e di
casta elevata: da diverse generazioni, la sua famiglia regnava su Shaia,
un piccolo stato che confinava con il mio. Lui era l’erede al trono.
Shaia. Adesso non esisteva più, se non nei sogni
nostalgici di qualche vecchio. Il suo sovrano aveva avuto il torto di
mettersi contro Brooke, l’uomo che si era fatto re, e aveva alle spalle
la soverchiante potenza dell’Impero Britannico. Ed era stato schiacciato
come una formica. Ma il figlio, unico sopravissuto al massacro della
famiglia reale, non aveva tratto profitto da quella lezione. Aveva giurato
odio fino alla morte all’usurpatore bianco e iniziato la sua guerra
personale contro di lui. E contro l’Impero, nel quale non vedeva un
apportatore di civiltà e progresso, ma qualcosa di molto meno nobile.
-Mi è stato insegnato anche dall’esperienza che chi
combatte per un ideale è avversario assai più temibile di chi lo fa
solamente per il bottino.
Brooke chinò la testa in assenso. Dopo pochi attimi di
silenzio, riprese a parlare, e gli disse di Rui Yanez De Gomera. Per quali
ideali combattesse un uomo come quello riusciva difficile immaginarlo.
Portoghese, di nobile famiglia, era stato ufficiale della marina militare.
Non c’entrava niente con quel branco di selvaggi imbevuti di odio
fanatico nei riguardi delle autorità britanniche. Era un uomo civile, un
bianco. Che colui che le genti delle Isole avevano soprannominato la Tigre
lo avesse raccolto in mare e salvato dopo un naufragio costituiva un
particolare del tutto irrilevante, i tempi dei legami suggellati con il
sangue e della sempiterna riconoscenza nei riguardi di chi ti salva la
vita erano finiti da un pezzo. O forse, pensò il Leopardo di Sarawak, non
era poi tanto diverso da lui, quell’avventuriero senza patria, sul cui
capo pendeva una condanna a morte in contumacia comminata dalle autorità
portoghesi per diserzione, tradimento e pirateria. Perché se il prestigio
e le ricchezze possono tentare, prima di tutto viene l’attrazione per
gli abissi dell’ignoto, il brivido dell’azzardo la cui posta in palio
è la vita.
-Fu l’amore a perdere la Tigre. Come sempre succede.
Un giorno, egli conobbe per caso la nipote del Residente Britannico,
Marianna Guillonk. Quella donna gli entrò nel sangue. Per lei, mise in
gioco la sua vita e perfino la sua reputazione di capo intransigente e
incorruttibile. E Marianna lo contraccambiò, rinunciando a tutto, per
seguirlo nel suo covo, l’isola di Mompracem, uno scoglio infestato di
uccelli marini, capre selvatiche…E pirati.
-Doveva essere molto bella.
-I nativi la chiamavano la Perla di Labuan. Bella? Uno
scricciolo di ragazza, con gli occhi azzurri e un volto da bambola di
porcellana. Ma l’esperienza mi insegna che spesso gli uomini di colore
sono attratti dalle donne bionde: il frutto proibito è sempre quello più
goloso.
Max sorrise a Samira, che gli era scivolata silenziosa
al fianco, per porgergli una tazza di limonata fresca. Era alta, regale,
bellissima. Non apparteneva all’etnia malese, ma a quella indiana, come
la Tigre. Chissà, si domandò, se intercorrevano legami di sangue tra
quella venere dalla pelle ambrata e il mortale nemico di Lord Brooke.
Samira. Una puttana che sembrava una principessa. Un
frutto che lui avrebbe potuto prendere e divorare semplicemente allungando
una mano.
-E che ne è stato…di Marianna Guillonk?
-Marianna è morta. Questo lo so per certo.
La voce imperiosa del Leopardo di Sarawak si era
incrinata, mentre gli raccontava che, prima dell’assalto finale alla
roccaforte della Tigre, aveva dato l’ordine ai suoi di non farle alcun
male. Invece una pallottola vagante l’aveva colpita e uccisa. Povera
ragazza.
°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°
Il crepuscolo avrebbe portato presto il buio, ma anche
la brezza e un po’ di benedetta frescura. Max si guardò intorno,
scrutando le ombre che ormai avvolgevano il giardino. “E’ ora di
andare a letto” gli aveva detto la donna che stava con lui, una signora
bianca di mezza età, dall’aria afflitta, e il bambino aveva fatto finta
di non sentirla, continuando a giocare con una buffa scimmia di pelo
rossiccio, che rassomigliava a un brutto neonato dagli occhi teneri. Un
cucciolo di orango, gli disse Brooke senza sorridere. Quindi glieli
presentò. “Miss Soames. E Mark. Mio nipote.”
Mark. Come suo figlio. Un nodo gli serrò la gola.
Aveva suppergiù la sua età, otto, nove anni, e un visetto delicato,
incorniciato da lunghi riccioli biondi. Non somigliava al suo bambino,
morto ammazzato un mare di secoli prima.
Un frettoloso saluto e Mark tornò a giocare con la
scimmietta, ritenendo quel forestiero barbuto e silenzioso, mai visto
prima, del tutto indegno del suo interesse. Lo ammetto l’ho viziato.
Brooke avrebbe giustificato così il comportamento poco educato del
nipotino che, come tutti i bambini, non amava molto i convenevoli degli
adulti. O forse era semplicemente perché non avrebbe potuto dirgli quel
che realmente pensava senza offenderlo. Suo nipote sarebbe diventato re,
un giorno. E non doveva aver niente a che fare con un forzato evaso dal
bagno penale di Norfolk, colpevole o innocente che egli fosse.
SEGNI DI ARTIGLI
E pretendeva di farsi credere un naturalista, pensò
Brooke guardandolo far roteare la pesante scimitarra, il torso nudo e
lucido, su cui dondolava una zanna di lupo ingiallita dal tempo, appesa a
un vecchio lacciolo di cuoio logoro e ingrommato. Si sorrise da solo,
pensando che, se l’arma che impugnava non fosse stato un semplice pezzo
di acciaio senza filo, ai quattro dayaki agili come scimmie che gli
aveva messo contro per saggiare le sue qualità di combattente, quell’uomo
avrebbe potuto staccare la testa di netto con poche mosse perfettamente
calibrate. Mai visto niente di simile in tutta la sua vita, o forse…In
ogni caso, era quasi certo che non avrebbe più incrociato il suo cammino
o la rotta di una delle sue navi, l’altro uomo che aveva visto brandire
la scimitarra e battersi in quel modo. Come una belva ferita. Il principe
di Shaia. Sandokan, la Tigre di Mompracem.
Max Merritt alzò gli occhi su di lui, mentre lasciava
andare la scimitarra, che cadde a terra producendo un acuto clangore
metallico. Aveva il viso corrucciato, e puzzava di sudore. Gli chiese il
permesso di potersi andare a lavare. Era un uomo molto pulito.
Singolarmente e stranamente pulito. Magari il lezzo del suo corpo sudato
lo disturbava perché gli riportava alla memoria Norfolk, chissà…E
quante storie avrebbero potuto raccontare le cicatrici che gli segnavano
la pelle? Ne aveva una, tra il collo e la spalla destra, che sembrava la
zampata di un grosso felino. Il ricordo del mio incontro con un giaguaro,
nella jungla dello Yucatan. O con un leone nella savana africana. Chissà
come gli avrebbe mentito, quell’uomo affascinante e bugiardo, pensò il
rajah, se gli avesse chiesto delucidazioni.
Non si rividero fino all’ora di cena, e anche allora
Brooke non gli domandò nulla, limitandosi a guardare quei sottili segni
rossastri che gli artigli di un animale gli avevano lasciato sul collo,
chissà come e chissà quando. Chi siete? Avrebbe dovuto domandarglielo e
dirgli è inutile continuare ad ingannarmi, prima o poi scoprirò la
verità sul vostro conto. Tutta. Ma preferì tacere.
Samira lo aspettava accoccolata sul letto. Lo avrebbe
guardato senza parlare, mentre lui la prendeva come la prima volta, come
quando Brooke l’aveva mandata nella sua cabina per gli rendergli
memorabile la traversata dell’ Equatore. Senza parlare, perché non
conosceva la sua lingua, limitandosi a gemere di piacere come la femmina
di un animale, tra le grosse braccia forti del forestiero, ad eccitarlo
con le sue carezze, le sue labbra, il suo profumo.
Max sospirò. La reazione vigorosa del suo corpo gli
ricordava prepotentemente quanta voglia avesse di lei. La prima volta
aveva pensato che Brooke gliel’avesse messa nel letto con qualche scopo
che solo lui sapeva, era evidente che non si fidava di quello sconosciuto
pescato in mare, che doveva aver scoperto come il suo ospite gli mentisse,
era scaltro, diffidente, e guai se non lo fosse stato. Già, gli aveva
mandato la sua puttana sperando che, nell’abbandono del piacere, lui
parlasse, rivelando tutti i suoi segreti. Ma Samira non conosceva la sua
lingua, né lui quella di lei. Non era ciò che aveva creduto e che l’aveva
spinto a prendersi il suo godimento trattandola come l’ultima delle
baldracche.
Si morse le labbra, mentre la donna lo guardava. I suoi
occhi erano fuoco liquido, la sua pelle seta scura e calda. Le sorrise, e
la baciò. Con tenerezza, un labbro alla volta. Poi, con bruciante
passione. Come si fa con un’amante, non con una puttana. La chiamò per
nome, le sussurrò all’orecchio cose dolci e sconce, anche se lei non
capiva. Ma il tocco delle sue dita, il calore umido della sua lingua in
ogni rilievo, in ogni recesso nascosto e sensibile, la dolce tortura dei
suoi piccoli morsi erano tutte cose che comprendeva perfettamente. Samira.
Lo pensò, il nome di lei, mentre succhiava avido i suoi capezzoli scuri.
Lo urlò, quando la penetrò, e venne, con lei e dentro di lei, versandole
nel grembo tutto il suo seme. Lo sussurrò, quando la donna gli si strinse
contro, senza schiodare gli occhi dai suoi.
-Samira, no…
La notte era lunga, lui si era appena ripreso dal
precedente e la donna lo invitava a un altro abbandono, carezzandolo ed
eccitandolo, chinando la testa tra le sue cosce e prendendogli il sesso
nella bocca.
-Samira…
Lottò invano contro il piacere che lo stava
travolgendo e che, sicuramente, a quella creatura tanto bella e fiera
costava sofferenza. Perché doveva essere stato Brooke ad imporglielo,
allo scopo di onorare con un dono di valore l’ospite venuto dal mare, il
combattente di cui aveva avuto modo di saggiare quel coraggio che, volente
o nolente, avrebbe messo al suo servizio, contro i nemici del regno di
Sarawak e dell’Impero Britannico. Contro i nemici del progresso e della
civiltà.
-Samira, perdonami. Ma quando abbiamo fame, noi uomini
riusciamo a comportarci peggio degli animali.
Le sussurrò, la voce ridotta a meno di un sospiro
rauco, mentre il piacere gli si scioglieva, denso e vischioso tra le
gambe, sgocciolando dalle labbra socchiuse di lei.
Samira aveva sollevato la testa, e lo guardava.
-Perdonarti? E perché dovrei?
Aveva parlato in un inglese impeccabile e questo gli
mozzò il fiato in gola proprio come ciò che la sua bocca aveva appena
terminato di fargli. Allora lo capiva. Allora poteva rispondergli. Allora
lo aveva ingannato, e per chissà quale misteriosa ragione, proprio come s’inganna
un animale affamato e disposto a qualsiasi cosa, pur di procurarsi il cibo
che placherà i morsi feroci del suo stomaco. Fece per alzarsi, ma lei
glielo impedì, premendogli le mani sul petto.
-Nessuno mi ha costretta. Se sono venuta con te, è
perché mi piaci. E tutto quello che ti ho fatto, l’ho voluto io,
bianco.
Max Merritt storse la bocca senza scoprire i denti.
Bianco, Pensò. Sudicio infedele incirconciso, ubriacone e mangiatore di
carne immonda, al pari di un avvoltoio.* Eppure Samira diceva che nessuno
l’aveva costretta. Nessuno, nemmeno Brooke. Allungò la mano, gliela
strinse intorno alla gola. Sarebbe bastata la forza di una sola delle sue
grandi mani per spezzarle il collo.
-Ringrazia la misericordia degli dei che ha reso
sterile il mio seme-le sibilò, lasciando andare la presa delle dita- Dopo
questa notte, il tuo signore e padrone non rischia di ritrovarsi padre di
un bastardo con gli occhi azzurri che un forzato evaso da Norfolk ha messo
in corpo alla sua donna…
-C’è un solo Dio, maledetto infedele. Allah il
Possente, l’ Invincibile, Colui che tutto vede.
-E che non ti ha fulminata, anche se ha visto come
godevi tra le braccia di un cane bianco.
Di un cane che si è venduto a Brooke senza discutere.
Di un cane che ucciderà quelli della tua razza. L’hai visto, questa
mattina, con quale terribile forza e abilità maneggiava la sciabola senza
filo che il rajah gli aveva messo in pugno? Si fosse trattato di un’arma
vera, i quattro dayaki che gli erano stati messi contro non
sarebbero sopravvissuti per raccontarlo. Lui, invece era stato fortunato.
Perché aveva guardato la morte in faccia, chissà quanto tempo prima,
pensò Samira carezzandogli il collo. E da quel duello, era uscito
vincitore.
-Questi sono segni di artigli. Artigli di tigre. Ti ha
ferito, e sei sopravissuto. In tutta la mia vita, ho conosciuto solo un
altro uomo che ha avuto la tua fortuna: il Principe di Shaia.
*I malesi professano nella stragrande maggioranza la
religione musulmana.
NIENTE E’ CIO’ CHE SEMBRA
Il Principe di Shaia. Sandokan, la Tigre di Mompracem.
Gli animali non uccidono quelli della loro stessa specie, le tigri non
placano la loro sete bevendo il sangue delle altre tigri. E l’uomo
bianco che le giaceva accanto era come lui, pensò Samira, lasciando
scorrere le labbra e le mani sulla sua gola ispida di barba.
Era forte e coraggioso, l’uomo venuto dal mare. Forte
e coraggioso, come quell’altro, colui che era stato la speranza della
sua gente, prima che il baratro del nulla lo inghiottisse, e chissà se
era vivo o morto. Ma non aveva messo il suo coraggio e la sua forza al
servizio della libertà. Era un mercenario. Uno che combatteva per chi lo
pagava meglio. Per Brooke, lo Sterminatore dei Pirati, che gli aveva
promesso gloria e bottino o, semplicemente, l’aveva ricattato
minacciando di rispedirlo a Norfolk, se non avesse accettato i suoi patti.
Doveva essere un brutto posto per viverci, quello. E certi compromessi con
la tua coscienza spesso è l’istinto di conservazione ad importeli.
-Sei la sua donna?
Era bella, quando rideva, anche se non andava all’allegria
il merito d’ accenderle gli occhi di quella luce che ardeva come fuoco
liquido e che non smetteva di bruciare mai. Scosse la testa,
scompigliandosi appena i lunghi, pesanti capelli neri lucidi d’olio di
gelsomino.
-E allora chi sei, Samira?
-Da queste parti, niente è ciò che sembra, straniero.
-Perché dici questo?
-Perché so come va il mondo. Sono giovane, ma ho già
visto abbastanza.
-Lo pensi…anche di me?
Un lungo brivido attraversò la pelle di Max Merritt.
Certamente Samira doveva aver intuito che c’era in lui qualcosa di
strano: era evaso da Norfolk, sopravvissuto per sette giorni in mare
aggrappato a una zattera di tronchi, senza mangiare e senza bere, con il
sole a picco sulla testa, costantemente inseguito da una torma di
pescicani pronti a cogliere il momento opportuno per sbranarlo. L’aveva
visto, quando era stato tratto in salvo, disidratato, il corpo devastato
dalle piaghe e dalle ustioni. De Witt, il medico di bordo, diceva che non
sarebbe sopravissuto, invece…Invece era lì, sano come un pesce e
perfettamente guarito.
-Niente e nessuno è come sembra. Nemmeno tu.
Merritt strinse forte tra i denti il labbro inferiore,
fino a sentirlo sanguinare. E lei avrebbe notato quanto in fretta il suo
sangue stagnava, come le ferite si chiudessero sul suo corpo senza
lasciare traccia. Si sarebbe domandata il perché delle cicatrici, e
avrebbe intuito tutto. Anche se potrebbe sembrare impossibile credere che
un individuo sopravviva alla sua morte.
-Nemmeno…il rajah è quello che sembra?
-Stavi per dire il tuo uomo, non è vero? Non lo è,
né mio né di nessuna.
Glielo raccontò, senza pudore e senza emozione. Non
era la prima volta che accadeva, anche a un inglese freddo e compassato la
gelosia può far saltare la mosca al naso. Era stato il marito della sua
amante a pagare un sicario perché lo rovinasse. Non voleva ucciderlo,
solo storpiarlo. E da quel giorno… Lui non era più stato in grado di
comportarsi da uomo con una donna. *
E se non poteva più comportarsi come tale con una
donna, cercava di farlo con i nemici della sua causa e della sua gente.
Magari per lasciare quello che aveva conquistato al bambino che, quella
sera, aveva visto giocare con la piccola scimmia grinzosa che sembrava un
brutto neonato. Suo nipote, Mark.
-Mark? Il vero nome del ragazzino è Kadeem. E’ un
mezzosangue. Come me. Gli occhi verdi sono molto poco comuni, tra la mia
gente.
Bugie che sembravano la verità, verità che sembravano
bugie... E tu, sei quello che sembri, o forse…Samira si accovacciò tra
le sue braccia, contro il suo petto, e gli raccontò di lei. Neonata, era
stata abbandonata da chi l’aveva messa al mondo nella jungla alle foci
del Gange, con la speranza che gli animali la divorassero. Capitava
sovente che fosse quello, il destino di chi aveva la disgrazia di nascere
povera e femmina. In più, e gli occhi verdi lo testimoniavano, non doveva
essere nata da un’unione istituzionalizzata ma da uno stupro. Un soldato
bianco aveva abusato di un’indigena. L’aveva messa incinta. E la
figlia nata dal disonore era stata gettata via come un’immondizia.
-Le bestie sono state pietose con me. E anche chi mi
ritrovò, un cacciatore di serpenti che mi pare si chiamasse Kammamuri,
almeno così mi aveva raccontato mio padre.
L’uomo non poteva tenerla con sé, e l’aveva
affidata a un amico, un mercante cinese che, con la sua giunca**, faceva
la spola tra l’India, la Cina meridionale e le isole dell’Arcipelago.
Il quale, a sua volta, l’aveva affidata ad Anak il vasaio. Che l’aveva
allevata come una figlia, fintantoché la ragazza non era cresciuta
abbastanza da comprendere che quell’uomo basso, dalla pelle giallastra e
dagli occhi stretti e sua moglie che gli somigliava non potevano essere
suo padre e sua madre. E aveva preteso di conoscere la verità. Tutta
quanta.
Il vecchio Anak era morto qualche mese dopo averle
raccontato tutto, e anche sua moglie non gli era sopravissuta per molto.
Rimasta di nuovo sola al mondo, la piccola Samira, che aveva appena una
decina d’anni, era entrata a servizio presso il Residente Britannico,
lord Guillonk, diventando la cameriera personale di sua nipote Marianna.
La cameriera, la messaggera d’amore, la depositaria dei suoi segreti. L’aveva
seguita a Mompracem, quando era fuggita con il pirata. Era stata la
testimone della sua felicità, e le aveva chiuso gli occhi quando era
morta. I dayaki di Brooke l’avevano scovata nascosta dentro una capanna
di frasche, mentre tremava come una foglia stringendo tra le braccia un
neonato dalla pelle bianca. L’avrebbero stuprata e magari anche
ammazzata, non fosse stato per James Brooke.
-Non lo odio, anche se è quello che è. Non posso.
Riesci a comprendere quel che ne sarebbe stato di me, se…Avevo dodici
anni, Max. A quell’età, le ragazze bianche giocano ancora con le
bambole.
Niente è ciò che sembra. Come nel delta di un fiume l’acqua
dolce e quella salmastra si mescolano fino a confondersi, così l’amore
si confonde con l’odio, l’odio con l’amore…E il bambino dai
capelli biondi, quello che aveva visto giocare con il cucciolo di orango,
Mark, no, non Mark, Kadeem…Era forse il neonato che Samira era riuscita
a salvare? Era forse…
-Il figlio di memsahib*** Marianna . E di
Sandokan.
-Allora non è suo nipote. E’…un ostaggio, un
prigioniero…
Il chiarore tenue della lampada ad olio non gli nascose
il sorriso che era sbocciato sulle labbra carnose di Samira.
-Niente è ciò che sembra. La verità è che Marianna
era la figlia di Brooke.
Lo aveva immaginato, come tutto quanto il resto. Le
cose non erano andate diversamente da come accadeva dall’alba dei tempi.
Agli occhi di una giovane sognatrice, un temerario avventuriero ha molto
più fascino di quanto possa averne un rigido funzionario della Compagnia
delle Indie sposato per calcolo e non per amore. Forse non era stato amore
vero neanche quello, ma a lei aveva scaldato il cuore crederlo. La bambina
poteva essere figlia del marito, o dall’altro, che importava. Contava
nascondere agli occhi del mondo le conseguenze di quello sbaglio e,
morendo a pochi giorni dal parto, lady Ambrosia Guillonk aveva lasciato
tutta quanta l’incombenza in eredità al marito. Che aveva fatto
storpiare Brooke, non appena avuta la certezza dell’infedeltà della
moglie, per poi stringere i denti e placare la sua rabbia; era
indispensabile che il mondo la credesse figlia sua, anche se non era
facile; il destino non gli domandò di sopportare ancora per molto quel
peso, il colera se lo portò via un paio d’anni dopo e Marianna…La
allevò lord Guillonk. Per tacitare lo scandalo. E perché era solo al
mondo. Quella bambina, agli occhi di tutti, sarebbe stata sangue del suo
sangue. E, per lui, una ragione di vita.
Già, una ragione di vita, dopo che il suo mondo gli
era franato addosso ed era un miracolo che fosse sopravissuto. Una ragione
di vita, com’era stata, per lui, la vendetta. Mille e settecento anni
prima. Lo aveva urlato al cielo, dopo aver pianto tutte le sue lacrime di
fronte ai cadaveri brutalizzati della moglie e del figlioletto. Allora,
poteva ancora farlo.
Samira si era addormentata, e lui si alzò in silenzio,
per non svegliarla. Anche se avrebbe voluto farlo. Anche se avrebbe voluto
afferrarla per le spalle, scrollarla forte e sentire il panico correrle
sotto la pelle, mentre le chiedeva, perché lo fai? E il suo sguardo
sarebbe stato lo stesso della tigre che, nascosta dietro un canneto, spia
la sua preda all’abbeverata.
Samira non sapeva nulla di lui. Non avrebbe potuto, era
stato bravo a tenersi dentro il segreto. Perché, anche lei avrebbe
faticato a credere verità le sue parole, se avesse deciso di raccontarle
tutto: che stava al mondo da mille e settecento anni. Che era morto per
rinascere, ad opera d’ amore e di magia. Che aveva conosciuto la potenza
e la polvere, l’orgoglio e l’umiliazione, l’amore e l’odio. Che il
suo nome non era Max Merritt, bensì Massimo Decimo Meridio. Che era stato
contadino, soldato, generale, schiavo, gladiatore e regicida. Che era
immortale.
* Il personaggio di James Brooke, come ben sanno i
lettori di Salgari, è veramente esistito. Lo scrittore veronese non fa
cenno a questa presunta menomazione, che invece gli viene attribuita da
George McDonald Frazer in “Al servizio della Regina Nera”. E io ho
colto la palla al balzo: ovviamente, per questioni di coerenza narrativa.
** Tipica imbarcazione a vela di origine cinese.
***Signora.
YANEZ DE GOMERA
Dili, Isola di Timor, gennaio 1861
Saperne di quell’uomo sarebbe stato lo stesso che
cercare un ago in un pagliaio. Non lo ignorava. E se lui aveva dalla sua
parte tutto il tempo che voleva, non altrettanto poteva dire di quell’altro.
Quanti anni poteva avere? Da quel che gli aveva raccontato Samira e dalle
informazioni raccolte in giro, dovevano essere una cinquantina.
Abbastanza, per un posto come quello. Chissà se camminava ancora sulla
terra o se una delle mille morti che rendevano quel mondo tanto insidioso
l’aveva ghermito nelle sue spire.
Perché lo fai? Lo aveva chiesto a Samira, e non aveva
avuto bisogno di una risposta per comprendere le sue ragioni. Quante
domande. Lo avrebbe chiesto anche a Rui Yanez de Gomera, qualora il
destino avesse voluto che le loro strade si incontrassero. Si tolse l’ampio
cappello di panama e si asciugò la fronte sudata con la manica arrotolata
della camicia. Ci faceva un caldo d’inferno, da quelle parti.
Si sedette su un muretto di mattoni crudi, le gambe
larghe, i gomiti sulle ginocchia. La strada era affollata, tanti indigeni
magri, bassi e scuri, qualche cinese, pochissimi bianchi. L’aria era
fetida e bollente. Poco distante da lui, un piccolo straccione giocava con
un gattino rognoso. Ne aveva sentite tante, sul conto di Rui Yanez De
Gomera, e la meno assurda era che stesse lì, sotto falso nome. Dili era
una piccola città, si ritrovò a pensare, e i residenti bianchi dovevano
contarsi sulle dita di una mano. Se lui era lì e non da un’altra parte,
non avrebbe impiegato molto tempo a scovarlo. Ammesso che avesse seguito
la pista giusta e il suo uomo non si fosse davvero accasato con la vedova
di un marajah indiano, come qualcuno aveva cercato di fargli
credere. Perché le vedove dei marajah si immolano sulla pira
funebre dei mariti, e non li rimpiazzano con gli avventurieri bianchi,
borbottò, prima di sputare in terra.
Era passato tanto tempo, dacché nei confronti di quell’uomo
un tribunale militare portoghese aveva comminato la condanna a morte in
contumacia per diserzione, pirateria e tradimento. Timor, per metà
olandese e per metà lusitana, poteva non essere un posto tanto sicuro. Ma
lo scorrere del tempo giocava a suo favore. Probabilmente la sua
fisionomia era cambiata e un nome falso aveva fatto il resto.
Sul vicolo fangoso si aprivano le porte di alcune
bottegucce da cui uscivano zaffate rancide di fritto e risatine querule.
Bettole da quattro soldi, fumerie d’oppio, sale per tatuaggi e bordelli
con le puttane dagli occhi dipinti esposte in vetrina. Certe erano quasi
delle vecchie, altre ancora bambine. Max Merritt si sentì stringere lo
stomaco da una mano di ferro, e fece fatica a ricacciare indietro un
conato di vomito quando, nell’animale scuoiato appeso a un gancio da
beccaio, riconobbe la sagoma di un grosso cane.
-I cinesi li mangiano…Siete nuovo di queste parti, Senhor?
La pelle del viso sembrava il cuoio di una vecchia
bisaccia consunta e i denti erano macchiati di tabacco e betel.* Si
esprimeva in un buon inglese, ma l’accento era quello cantilenante dei
portoghesi. Gli occhi, profondamente infossati nelle orbite, spiccavano
azzurri intensi e acuti contro le cornee venate di rosso. Occhi da
marinaio, abituati a scrutare gli orizzonti lontani degli oceani, ad
affrontare l’onta del sole che batte in faccia, si ritrovò a pensare
Max Merritt.
Non sono molti i bianchi che capitano da queste parti,
gli aveva detto, invitandolo ad entrare in una botteguccia ancor più
piccola e scura delle altre, ingombrata per metà dalla sagoma
pachidermica di un’indiana che tanfava di sudore e di patchouli**
e portava i capelli unti raccolti in una lunga treccia. Se fosse animato d
cattive intenzioni saprei ben io come sistemarlo. Inoltre, potrebbe
tornarmi utile, pensò Merritt, seguendolo nel retrobottega che poi era
anche la sua casa. Ma non andò come temeva, l’altro gli offrì del
Madera in un bicchiere pieno di ditate e un vassoio di dolciumi collosi,
dopo essersi presentato come Pedro Amaral. Un nome portoghese. Quell’incontro
fortuito poteva rivelarsi prezioso.
Faccio il cambiavalute, gli aveva detto, e forse era
una bugia o una mezza verità, perché il pudore e l’istinto di
conservazione impedirebbero anche a un usuraio o a un prosseneta di
rivelare a un estraneo che si guadagna da vivere prestando denaro a
strozzo, ricettando roba rubata o speculando sulle prestazioni sessuali di
quattro disgraziate in vendita come le bistecche di cane e le frittelle di
germogli di soia che s’intravedevano nelle vetrine unte e affumicate. Ma
qualunque cosa facesse, doveva conoscere parecchia gente.
-Conoscete un certo…Rui Yanez de Gomera?
Max Merritt stato un soldato nella sua prima vita e in
molte di quelle successive. Gli era stato insegnato che saper riconoscere
e interpretare per tempo il più impercettibile dei gesti, la più
fuggevole espressione di uno sguardo potrebbe essere questione di vita o
di morte. No, non lo conosco. Aveva esitato una frazione di secondo di
troppo, a pronunciare quelle parole, e si era tradito. Ma io non intendo
farvi alcun male, Senhor de Gomera…Glielo avrebbe detto, non
avesse temuto, implicitamente, di tacciarlo da vigliacco. Perché tutto
era, o era stato, fuorché quello: anche se non aveva una causa a cui
sacrificare la vita che fosse diversa dal brivido dell’azzardo e dell’imprevisto.
Il portoghese non proferì parola e lo guardò
sbottonarsi la camicia e mostrargli la piccola croce di filigrana che gli
dondolava sul petto. La riconobbe, e avrebbe voluto chiedergli come ne
fosse entrato in possesso. Era al collo di un bambino senza più madre e
forse anche senza padre. Me l’ha data una donna, a Kucking: un’indiana
bella come un fiore, che James Brooke, il Leopardo di Sarawak…
-Possa essere per sempre maledetto.
Yanez de Gomera si lasciò andare su un vecchio divano
dalla tappezzeria logora, come se, all’improvviso, tutta la fatica del
mondo gli fosse crollata addosso. Lo guardò negli occhi. E gli parlò.
Era la croce del rosario appartenuto a sua madre,
quella. La croce che aveva messo al collo del piccolo Kadeem appena nato,
perché lo proteggesse dal male. Anche se il padre del bambino adorava un
altro dio e lui non credeva più in niente.
-E’ Sandokan che cerco. So che voi sapete dove si
nasconde.
-Sandokan…Se vive ancora , non è che un fantasma, un
uomo sopravissuto alla sua stessa morte. Voi non potete capire.
Oh, sì che poteva capire, lui, cosa significasse
sopravvivere alla propria morte! Ma non aveva tempo per spiegarlo all’uomo
incartapecorito e disilluso che gli stava dinanzi, accoccolato su un
divano logoro, cosparso di macchie d’unto che, dopo aver reso famoso, o
famigerato, il suo nome fin negli angoli più remoti dell’Arcipelago era
costretto a nascondersi dietro un’identità fittizia e vecchi abiti
frusti. Yanez de Gomera è morto. No, vive in un palazzo sontuoso ed è
una bellissima Maharani*** ad allietare le sue notti…Balle. La
verità che gli stava davanti puzzava di muffa, di sudore e di fallimento.
Aveva le sembianze di un uomo giunto precocemente alle soglie della
vecchiaia, a cui una puttana sfatta cucinava il cibo e scaldava il letto.
-Perché lo cercate…Senhor?
-Solo per fargli sapere che suo figlio è vivo.
Chissà chi era, quell’individuo ben piantato sulle
gambe muscolose, dagli occhi felini scintillanti e dalla barba rossiccia.
Sicuramente un bianco. Forse un uomo di Brooke. Sarebbe stato un azzardo
fidarsi di lui? Tutta la sua vita lo era stata, pensò il portoghese.
Prima di spegnersi nell’inutilità e nel niente. Perché fate tutto
questo, Senhor? Avrebbe voluto chiederglielo, ma non lo fece. E l’altro
gli fu grato di non dovergli rispondere.
Siete un folle. Lo bofonchiò tra i denti nella sua
lingua, convinto che l’altro non potesse capirlo, ammesso che lo avesse
sentito. Che gliene importava, se il figlio della Tigre era vivo? I motivi
che spingono gli uomini ad agire sono tanti, e non sempre è la ragione a
motivarli. Diversamente, Sandokan si sarebbe ben guardato dall’innamorarsi
di una donna bianca, la piccola Marianna non avrebbe fatto la stupidaggine
di fuggire con un fuorilegge ma si sarebbe accasata con il bravo giovane a
cui era promessa e avrebbe avuto una lunga vita tranquilla invece che una
morte prematura e ingiusta. E lui? Lui non avrebbe barattato le sue solide
certezze con l’ignoto. Per pentirsene, e rimpiangere di non averlo
fatto, fino alla fine dei suoi giorni. Come Marianna e Sandokan, se
avessero dato retta alla ragione invece che all’istinto. Come lo
sconosciuto dalle spalle poderose e dagli stretti occhi scintillanti.
* Noce dal mallo rossastro, che in Estremo Oriente
viene masticato a scopo voluttuario.
**Essenza dal caratteristico aroma dolce e pungente.
***Femminile di Mahrajah.
IL CACCIATORE
Delta del Gange, India nordorientale, gennaio 1861
Si risvegliò, e non ricordava quanto tempo potesse
essere passato. Proprio come quando l’avevano soccorso in mare, anche se
allora erano stati un morbido letto e una lussuosa cabina a
materializzarsi sotto i suoi occhi, dopo il ritorno alla vita.
L’odore era quello greve di pesce guasto, acqua
marcia e vegetali in decomposizione della palude, acuito pesantemente dal
caldo afoso del mezzogiorno. Alcuni sacchi di iuta gli grattavano
ruvidamente la pelle della schiena e non attutivano il contatto delle sue
povere vertebre con l’incannicciata di bambù. Chi l’aveva trascinato
fin lì, doveva aver creduto che la tigre lo avesse ucciso e si stava
preparando a rendergli le onoranze funebri, bruciandolo e gettando le sue
ceneri nel Fiume, come si usava da quelle parti. Sicuramente ignorando che
i bianchi seppelliscono i loro morti e non li bruciano. E di certo sarebbe
morto di paura, vedendo chiudersi neanche fossero sbucciature sulle
ginocchia di un bambino le terrificanti ferite che le zanne e gli artigli
della belva gli avevano aperto sul petto, sul ventre e sul collo. Perché
per nessuno, in qualsiasi parte del mondo, è concepibile credere che si
possa tornare dall’Aldilà invulnerabili e immortali.
C’era un uomo inginocchiato al suo fianco. Un
indigeno magro, seminudo, con i capelli che gli arrivavano a metà
schiena.
-Dove sono?
-Al sicuro, sahib*.
In un posto che doveva essere la sua casa, una sorta di
palafitta piantata nel fango putrido della palude. Quell’uomo era
coraggioso, a starsene tutto solo in un posto simile. Certamente non aveva
avuto in dono dal destino la fortuna che gli era toccata, si ritrovò a
pensare Max Merritt, il cervello ancora annebbiato di chi fatica ad
emergere dal nulla, il puzzo di pelo bagnato e di fiato fetido che
continuava a indugiargli in gola ricordandogli che era stata realtà e non
un incubo quel che aveva vissuto solo poche ore prima quando si era
ritrovato faccia a faccia con la tigre. O forse a quell’altro bastava la
collana di semi e piccole vertebre di rettile che gli pendeva sul petto
glabro e scarno, a tener lontana la malasorte. Aveva la carnagione ambrata
e i lineamenti perfetti dei bengalesi: grandi occhi neri, naso sottile,
zigomi alti, labbra carnose socchiuse sui grandi denti bianchi. Un volto
quasi femmineo, e l’impressione era accentuata dal fatto che,
contrariamente alla maggior parte degli indiani, non portasse la barba.
Eppure, non era più un ragazzo: solchi profondi gli segnavano gli angoli
degli occhi e i suoi capelli erano completamente grigi.
-Forse dovrei dirvi chi sono.
L’altro lo guardò negli occhi, scosse la testa. Non
devi dirmi niente, sahib. Ho visto tante cose strane, qui, e in
tutti gli altri posti dove sono stato. E ho conosciuto solamente un uomo,
prima di te, che sia uscito vivo e vincitore dall’assalto di una tigre.
Un uomo al quale non era stato concesso il dono grande
e terribile della vita senza fine, si ritrovò a pensare Max Merritt
mentre l’altro gli raccontava della battuta di caccia che era stato
ingaggiato a guidare, diversi anni prima. La belva, sbucata all’improvviso
da un cespuglio, aveva assalito il cavallo della memsahib, che era
stata disarcionata. Miss Marianna Guillonk sarebbe morta, non fosse stato
per l’intervento coraggioso e temerario di quell’uomo, che aveva
affrontato la tigre armato solo di un pugnale. E l’aveva sconfitta e
uccisa.
-Come hai fatto tu, sahib. Era una mangiatrice
di uomini, quella. Un vecchio maschio solitario, che aveva capito quali
prede facili siano gli esseri umani e tendeva agguati alle donne e ai
bambini che andavano al fiume ad attingere l’acqua. Aveva già ammazzato
undici persone. Tu saresti stato la dodicesima.
Non fossi stato quello che sono. Si morse le labbra
rivide se stesso nella grande arena di Roma, inginocchiato accanto alla
tigre che aveva ucciso, mentre l’altra belva, quella a cui avrebbe
spaccato volentieri il cuore, non aveva zanne e artigli, ma indossava una
veste di porpora, portava un serto d’oro tra i capelli, sedeva nel
pulvinare** e schiumava di rabbia, perché l’avrebbe mandato volentieri
a morte, il maledetto gladiatore, se il prezzo da pagare non fosse stato
quello di inimicarsi la plebe. Che lo idolatrava neanche fosse stato
Marte, Ercole redivivo. Massimo Decimo Meridio, l’Ispanico. L’invincibile.
Massimo, che aveva spaccato il cuore ad una tigre, con la sua daga, di
fronte alla folla urlante del Colosseo. E che, mille e settecento anni
dopo, ne aveva uccisa un’altra, nell’umida, fetida, solitaria jungla
alle foci del Gange, regno del sibilo, dell’agguato, del pericolo. Nella
jungla dove si era inoltrato con la speranza di incontrare un uomo che non
era colui che gli stava di fronte.
Tremal Naik. Si chiamava così. Non dovevano piacergli
molto, gli uomini, se aveva scelto di vivere in quel luogo inospitale e
solitario. Quegli uomini che non erano stati capaci di riconoscere il suo
coraggio e la sua onestà perché aveva la pelle del colore sbagliato.
Erano passati tanti anni da quando, mettendo a rischio la sua vita, aveva
salvato dalle grinfie dei Thugs, gli assassini adoratori della sanguinaria
Kalì dalle molte braccia, una giovane donna, figlia di un ufficiale
britannico.
-Si chiamava Ada. Ada Corishant. L’avevano rapita per
sacrificarla.
Lui l’aveva salvata. Se ne era innamorato, e lei
aveva finto di ricambiarlo. Gli doveva la vita, in fondo. Finché Ada non
era tornata tra la sua gente, quando tutto era finito com’era logico che
finisse, e lui aveva deciso di vivere la sua vita nella solitudine di quel
mondo extraumano, deluso e ferito.
Max Merritt chiuse gli occhi, per rivedere col pensiero
gli occhi verdi di Samira. Era nata da quelle parti, gli aveva detto. Una
bastarda, figlia del disonore, una che non doveva vivere. La figlia di un
bianco che si era levato le sue voglie con un’indigena. O…la figlia di
Ada Corishant e del cacciatore della jungla?
* Signore.
** La tribuna imperiale, al Colosseo.
LA TIGRE
La croce. La croce di Rui Yanez de Gomera. Non era più
dove sarebbe dovuta essere, ed era l’unica prova che attestasse la
veridicità delle sue affermazioni, qualora avesse incontrato il Principe
di Shaia, colui che le genti dell’ Arcipelago chiamavano la Tigre di
Mompracem. Neppure per un attimo lo sfiorò il pensiero che Tremal Naik
potesse avergliela rubata. Del resto, non aveva un grande valore venale, e
l’oro non valeva nulla nel silenzio e nella solitudine del suo mondo.
-E’ questa che cercate…sahib?
Assentì con un cenno del capo, prima ancora di
voltarsi al richiamo della sua voce grave. L’uomo che gli stava di
fronte teneva la piccola croce d’oro tra le lunghe dita olivastre.
Cercate qualcosa…che appartiene a me, a dire il vero. Di diritto, sahib.
Doveva essere alto quasi due metri, e lo sembrava
ancora di più, snello com’era, e modestamente vestito di bianco.
Portava una fascia intorno alla fronte e i capelli che gli ruscellavano
sulle spalle dovevano essere stati neri, chissà quanto tempo prima. Di
quel nero intenso e lucido che sfuma nel blu, come le remiganti dei corvi.
Aveva un volto ossuto, folte sopracciglia che quasi si
congiungevano alla base del naso aquilino e gli occhi gialli come due
agate. Dovevano essere stati quegli occhi obliqui e dorati, a guadagnargli
il suo soprannome. Anche se il guizzo che li aveva animati con la luce
dell’amore e dell’odio era ridotto ormai a un barlume, come negli
occhi appannati dei vecchi. Aveva avuto una donna, un figlio, una terra e
una causa per cui battersi, fino a qualche tempo prima. Adesso aveva perso
tutto. Rui Yanez de Gomera gli aveva detto che si può morire pur
continuando a vivere. E lui sapeva bene come quelle affermazioni potessero
essere vere.
Max Merritt abbassò lo sguardo. Nel corso della sua
prima vita, ricordò, non era morto quando il tiranno aveva ferito il suo
corpo a tradimento, bensì quando l’anima gli era stata strappata via,
alla vista dei cadaveri brutalizzati e crocifissi di sua moglie e del suo
bambino innocente. Marcus. Mark, come il figlio della Tigre, che cresceva
ignaro di tutto quanto a Kuching, allevato amorevolmente da quel nonno che
di suo padre era stato il mortale nemico. Kadeem…il neonato di pochi
mesi il cui ricordo che il trascorrere del tempo rendeva sempre più vago
straziava il cuore di colui che era stato il terrore di quei mari, e una
speranza per tanti. Certo, un dio maligno si era divertito a ingarbugliare
i fili dei loro destini, ma…
-Sono venuto a portarvi le prove che vostro figlio
vive, principe di Shaia.
FINE
Lalla, 07/07/04