Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: The Contest - La Gara
autrice: Isabella Franzolini
e-mail:
data di edizione: 02/02/2003
argomento della storia: Russell Crowe, il musicista
riassunto breve: Un concorso permette ad un gruppo di Crowefolli di incontrare il loro idolo... :)
lettura vietata ai minori di anni: 
DISCLAIMER: Desidero ringraziare tutte coloro che mi hanno apprezzato nella prima fanfiction e che mi hanno stimolato a continuare. Alcune di loro sono state citate e mi sono permessa di mettere loro in bocca parole e creare abitudini, hobbies e personalità del tutto fantasiose. Se non si riconosceranno in queste descrizioni, le prego anticipatamente di scusarmi, ma nello scrivere questa mia seconda storia mi sono sentita letteralmente trascinare. Mi scuso anche con Russell Crowe, che la mia dirompente creatività ha costruito in modo del tutto soggettivo. E’ così che ti vorrei, Russell, è così che ti lascio entrare nei miei sogni. Spero che tutto questo non ti dispiaccia. Grazie a Lampedusa per la pubblicazione e buona lettura a tutte! (Isabella)

 

Capitolo I

 

La magia di un piccolo impulso elettrico, un circuito che si chiude, un’istruzione tradotta… lo schermo si illumina. Appare l’immagine dello sfondo, le icone sparpagliate su di esso. Il computer. Che miracolo. Un piccolo marchingegno diabolico al suo interno fa sì che premendo due volte in rapida successione sul bottoncino di uno strumento ad esso affiancato, tu riesca ad occupare la linea telefonica per ore con sommo disappunto dei tuoi familiari (all’arrivo della bolletta) e di coloro che tentano invano di chiamarti. Ma quel semplice “doppio click” apriva la mia finestra sul mondo tutte le sere, ed in fondo il disappunto era soltanto mio, visto che vivevo sola.

 

A dire il vero il famoso “mondo” era leggermente ristretto. Già perché… la solitudine, la libertà, il sogno, il desiderio… tutto finiva per concludersi e concentrarsi su di un solo obiettivo: Russell Crowe. Ma sì, l’australiano. Anzi, no: l’Australiano, con la maiuscola. O il vaccaro, il bovaro, il burino… oh in quanti modi avevo avuto modo di sentirlo e vederlo chiamare… Notizie su di lui, foto su di lui, pettegolezzi su di lui, film con lui. Avevo battuto tutto l’universo conosciuto di internet per raccogliere tutto il materiale che avevo sull’Australiano, non senza dispendio di energie e danaro, non senza sottoporre il mio povero pc ad una sovralimentazione di byte e byte… pensavo potesse esplodere un giorno o l’altro.

 

La cosa simpatica era che la mia finestra sul mondo dava anche su di un… cortile sul retro. Infatti, questa malattia per l’Australiano mi aveva portato a conoscere tante persone (per lo più donne, l’avreste mai detto?!) simpatiche, intelligenti, fresche e sincere con cui mantenevo contatti abbastanza assidui. Le telefonate si susseguivano, le incursioni in chat anche. Le distanze erano ancora difficili da abbattere, ma qualche volta ci si provava, così come si tentava di conciliare gli impegni di quelle che, a differenza mia, avevano anche una vita “vera” da vivere (un marito, dei figli). Ma era bello ugualmente e a noi quel rapporto bislacco piaceva così com’era.

 

Quella sera, accesi il computer poco dopo l’ora di cena e come sempre cominciai a navigare alla ricerca di notizie e curiosità sull’Australiano. Fuori nevicava e l’atmosfera in casa mia era ancora più ovattata e tranquilla del solito. Avevo acceso un incenso, la solita sigaretta, la bottiglia del whisky era sul tavolo di fianco al “topo” (era il mio modo “originale” di appellare il mouse), musica di sottofondo. Inizialmente avevo pensato ad una cosa tranquilla, Enya ad esempio, oppure la colonna sonora di “Twin Peaks”, o anche quei CD carinissimi di musica dei pellirosse che avevo comprato durante il viaggio in California di un annetto prima. Poi come al solito non resistetti. “Ma sì… l’Australiano a 360°: mettiamo i TOFOG…”. L’Australiano, infatti, oltre a fare l’attore, si dilettava nel canto insieme ad un gruppo di rockettari suoi paesani, oltre a suonare la chitarra come un’asse da bucato. Ma il prodotto in fondo non era disdicevole. Se piaceva il genere… Così cominciò la mia serata: Crowe davanti, dietro e pure intorno (metaforicamente, s’intende).

 

Girai parecchio, senza particolari risultati, entrai un paio di volte nella messaggeria del mio sito preferito (quello italiano dove avevo conosciuto tutte le mie amiche), “postai” qualche cazzata; andai anche in chat ma non c’era nessuno e non avevo voglia di chiamare quella che quella banda di spostate come me chiamava “Ciccio-adunata” o “Ciccio-party” (non chiedetemi perché l’Australiano era soprannominato Ciccio: il creatore del nomignolo cela ancora il segreto e sono certa che se lo porterà nella tomba… in ogni caso mi sono adeguata e l’Australiano è chiamato Ciccio anche da me). Alessandra cercò di trattenermi in messaggeria, anche l’altra Alessandra e anche Elena. Ma io ero un po’ stanca e francamente sfiduciata dal non aver scovato nulla di particolarmente interessante. Finché la musica mi ricordò di fare un ultimo giretto nel sito ufficiale del complesso dell’Australiano per controllare che non mi fossi persa qualcosa di importante, che so… l’uscita del nuovo album (!) o cose del genere. La lentezza del mio pingue PC mi esasperò come al solito, come al solito temetti il peggio cioè che crashasse e mi piantasse lì come un broccolo. Poi man mano che l’immagine veniva scaricata dalla rete, capii il motivo di tanta difficoltà. La home page era stata modificata, ed era stato affisso una specie di avviso. Lessi. E man mano che le righe si snocciolavano di fronte ai miei occhi e poi nel cervello per un rapido lavoro di traduzione, venni colta da un’ansia che si trasformò in sudori freddi, palpitazioni, leggero senso di nausea. Presi la bottiglia dell’Oban (il whisky) e ne trangugiai a canna una generosa sorsata.

 

“The Contest”

 

“Oh porca mucca… come dice l’altra Alessandra… cosa vuol dire ‘Contest’… cosa VUOL DIRE?! Vuol dire concorso. Non contesto, vero Isa? Concorso, vuol dire concorso” pensai nervosamente, mentre ricominciavo a leggere l’annuncio per la terza volta.

 

“TOFOG announce a competition… organizzano un concorso a cui parteciperanno i gruppi che suonano la loro musica. Il concorso si svolgerà a Sydney sabato 19 luglio 2003 e la giuria sarà composta dal gruppo TOFOG (al completo, ragazzi, al completo!). E’ gradita la sponsorizzazione di un sito internet per ogni gruppo (che possiamo presumere si riferisca al nostro cantante: ma la “musica” cambierà, ragazzi!); ogni gruppo avrà diritto a cantare due canzoni e in caso di risultato di parità potrà presentarne una terza per lo spareggio. Il premio in palio è l’ufficializzazione del sito e la partecipazione come gruppo di supporto alla prima tournee che TOFOG effettueranno (non ancora programmata). Le adesioni dovranno pervenire entro e non oltre il 30 gennaio 2003”.

 

- Non è possibile… - dissi a voce alta. - Devo aver letto male. Adesso riprovo.

 

Deglutii rumorosamente, inghiottii un’altra sorsata di whisky, poi con un’unica boccata aspirai tutta la sigaretta, mentre rileggevo, strangolandomi, l’annuncio che avevo sotto gli occhi. Ma non potevo più raccontarmi balle, avevo tradotto bene. Il sito era quello giusto (e qualche altro pazzo furioso avrebbe avuto il cuore di chiamare una band “Thirty odd foot of grunts”, per gli amici TOFOG?!), io nonostante l’Oban ero abbastanza lucida, non doveva essere uno scherzo. C’era come riferimento un indirizzo email, che sapevo essere affidabile. C’era una sola cosa da fare. Chiamare la webmistress del sito italiano in cui entravo tutte le sere. Salvai la pagina non in linea, poi staccai la linea telefonica e chiamai Gloria.

 

- Per fortuna ci sei!!

- Ma chi parla?

- Sono Isabella.

- Ciao Ciccina! Tutto bene?

- Sì, sì… senti ho una bomba che nemmeno te l’immagini!

- Ah sì? Sentiamo…

- Ce la faremo Gloria… CE LA FAREMO!

- A far che?

- Ad incontrarlo! Tutte! Tutte noi!!! Vedrai ne sono sicura!

- Ma chi, Ciccio?

- E di chi altri vuoi che parli?!!?

- E come?

 

Le spiegai rapidamente. La reazione che ebbe non fu esattamente quella che mi aspettavo.

 

- Ma sei pazza? Se vuoi andare a cantare, vai, ma chi ci può andare a Sydney? Io c’ho il marito, le figlie…

- Lo so Gloria, ma è un’occasione da non perdere! Se vinciamo, CI UFFICIALIZZA IL SITO!! Il TUO sito, diamine!! Vorrebbe dire avere contatti quotidiani col suo staff, notizie VERE, da fonti più che attendibili, magari LUI stesso telefonerebbe di tanto in tanto!!!! Dai, Gloria, non puoi lasciar cadere un’occasione così!

- Tu sei fuori come un citofono… Dai Isa, sveglia! Io non posso, su. E poi… - fece una lunga pausa - Ci vuole una band. Tu conosci una band?

- Che domande del cavolo fai?!? Hai un sito internet e non pensi che in mezzo a quelle spostate che lo frequentano si riesca a tirar su una band?!

- Nessuno canta le loro canzoni.

- Io sì.

 

Gloria si zittì. Un lungo inquietante silenzio, che potei superare dando un’altra manata al collo dell’Oban.

 

- Nella doccia.

- Beh certo. Ma io ho studiato canto, Gloria, ho fatto due concerti. Certo, roba da poco. Ma sono brava, sai?

- Ah davvero? E cosa cantavi?

- Jazz.

- Non mi pare che Ciccio canti jazz.

- No, ma secondo me dovrebbe… Insomma! Che c’entra?! Gloria, ce la possiamo fare, lo so!!

- Vabbè ma… se anche fosse… io che dovrei fare, secondo te?

- Tu raduna la band. Io cerco la musica e poi tento di capire quante persone ci vogliono per avere uno sconto veramente forte per un gruppo che deve volare fino a Sydney.

- Non verranno, Isa… è troppo lontano, troppo caro… e poi la gente ha impegni, famiglia, lavoro…

- Si libereranno, Gloria, vedrai. Se gli garantisci che incontreranno Crowe, si libereranno.

 

Gloria sbuffò.

 

- Vado ad affiggere un post in messaggeria e un avviso in home page…

- Brava!! Non te ne pentirai, vedrai.

 

Chiusi la comunicazione e in men che non si dica, chiamai Alessandra. Dapprima perse conoscenza poi si riprese ed espresse tutte le sue emozioni represse, in un'unica scarica ormonale. Quando ebbe finito di ululare, le venne in mente che non aveva tempo e soldi per un viaggio a Sydney.

 

- Non ti preoccupare, non sarà tremendamente costoso. E non puoi perderti un’occasione così. Scommetto che a luglio non lavori sulla tesi.

- Ma non lo so!! Sai il mio senso di colpa… e poi me l’hai detto tu che non conviene fare un viaggio di 25 ore per starci una settimana.

- Infatti ci staremo tre giorni. Ma ci pensi a chi andrai a conoscere?

- Certo che lo so!!!! Ma Isa, è un casino…

- Almeno mettici la buona volontà di provare a pensarci… Dai, Ale, se non dovessi avere il tuo sostegno… mi darebbe fastidio.

- Per cosa, saltargli addosso?!

- Sai perfettamente che quello so farlo benissimo da sola… per cantare! Devi farmi il tifo, sennò so che non ce la farò.

- Uffa…. comincia a pensare a tutto il resto. Io… ci provo, ma non ci sperare troppo!

- Sei un tesoro!!

 

Chiusi la comunicazione altrettanto rapidamente che con Gloria.

 

Quella notte dormii malissimo. Mi giravo e rigiravo nel letto come un galletto amburghese cercando di scacciare i mille pensieri che quella scoperta mi aveva creato, come organizzare, come convincere le persone a venire, se sarei riuscita a provare a sufficienza con la band prima di partire, come sarebbe stato il viaggio, come sarebbe stato LUI. Crollai verso le cinque del mattino e quando la sveglia suonò un’ora e mezza dopo mi sentii morire.

 

Capitolo II

 

 

Se quel giorno, anziché andare in ufficio, fossi andata al lago di Cei a passeggiare, avrei sicuramente guadagnato i miei soldi più onestamente. Le carte mi passavano davanti agli occhi senza che le vedessi, le email venivano lette in anteprima senza capire realmente cosa ci fosse scritto. Cominciai dalla parte pratica, forse serviva a fugare i primi dubbi. Se il viaggio fosse costato troppo, o sarei dovuta riuscire a convincere soltanto le persone della band oppure avrei dovuto rinunciare. Chiamai la mia amica Stefania a Milano.

 

- Ciao Stefi, sono Isabella… che si dice nella Padania?

- Che vuoi che si dica… si parte, si torna… tu lassù? Todo bien?

- Non mi lamento… Stefi ho bisogno di un favore.

- Dove andiamo questa volta?

- A Sydney?

- L’Australia?! Fantastico! E dimmi, com’è che la tua mamma ha abbandonato l’idea degli States a cui mi sembrava così attaccata?

- Non ci vado con mia madre. E poi voglio andare soltanto a Sydney e ho bisogno di uno sconto, Stefi, di uno sconto sfacciato.

- Stai scherzando!

- Se ti mettessi in piedi un gruppo di una trentina di persone, cosa mi diresti?

 

Il silenzio dall’altra parte del cavo mi regalò una speranza piccola come un granello di polvere.

 

- Beh… trenta persone in una botta sola non sono poche. Che pacchetto vorresti?

- Volo e pernotto. Magari un pasto un po’ belloccio da qualche parte. Non staremmo più di tre, quattro giorni.

- Hai pensato ad un tetto massimo di spesa?

- A dire il vero no.

- Quattro giorni?! Il volo dura 24 ore, sei sicura che ne valga la pena?

- Più che sicura, credimi. Non riesci a far rientrare tutto in un paio di milioni al massimo?

- E’ durissima… posso provarci. Se foste di più sarebbe meglio.

- Quante di più? Quaranta? Cinquanta?

- Già sulla quarantina la linea aerea potrebbe essere interessata. Poi l’albergo si trova.

- Ok, cerco di riunirne cinquanta poi ti richiamo. Posso proporre un tetto massimo di due milioni e mezzo ai partecipanti?

- Che non lo prendano per buono. Però… prova.

- Il mio indirizzo email ce l’hai. Ci sentiamo tra qualche giorno.

 

Andai di volata a controllare la messaggeria. Gloria aveva postato l’avviso e anche la home page aveva cambiato leggermente faccia. L’avviso del concorso campeggiava a tutta pagina con i suoi e i miei riferimenti. In messaggeria, c’era stata la solita sbruffona affluenza, non ci credevano quelle pagane. D‘un tratto squillò il telefono.

 

- Sono Gloria…

- Dimmi.

- Se fossero tutte donne?

- Non mi sarei aspettata altro…

- No, la band intendo.

- Perché no.

- Uhm. Ok. Ti giro i messaggi che mi sono arrivati.

- Giusto, io la mia posta personale manco l’ho guardata…

- Fallo. Ti avviso: ci saranno anche i messaggi delle detrattrici.

- Non ti preoccupare, ho le spalle larghe.

- Bacio.

 

Lessi la posta. Leggermente sconfortante, ma qualcosa si poteva fare. Una fanciulla, Halle, scriveva da Reggio Emilia, suonava la chitarra. Bene, le si potevano insegnare gli assolo. Max diceva che la sua batteria era a nostra disposizione. Meno male, almeno un uomo… non ce l’avrei vista una donna alla batteria. Russell (quello finto, come diceva Gloria) invece, pur essendo lontano, diceva che il suo basso era tutto nostro. E meno male, l’altro uomo della messaggeria. Veronica diceva che avrebbe persino fatto lo spogliarello sul palco se questo fosse servito a farle vedere Crowe da un po’ più vicino che al cinema. Ok, le avrei fatto suonare la chitarra se era almeno un po’ capace. La band era completa, adesso ci voleva un posto per le prove.

 

Chiamai Halle che conoscevo meglio degli altri.

 

- Come Roma?!

- In fondo è il posto più a mezza strada di tutti…

- Ma se non c’è nessuno sotto Roma!

- Lo so, Ale, ma almeno a Roma Max sa dove andare a suonare! Se scegliamo un posto realmente a metà strada, tipo Firenze, dove lo troviamo un posto per provare?

- Che balle…

- Dai, ti passo a prendere in macchina…

- Mia madre mi ucciderà…

- Ti difenderò io. Dai preparati. La prima session è tra quindici giorni.

- Cercherò di preparla…

- Brava.

- Mia madre, non la session…

 

Feci un sorriso mentre rimettevo la cornetta al suo posto. Finalmente era arrivato il momento di andarsene dall’ufficio, non riuscivo più a stare in quel posto maledetto, era come se al posto della sedia avessi una graticola. Passando davanti al vetro, complice il corridoio scuro dall’altra parte, vidi la mia immagine riflessa. “Oh cacchio… “ pensai “Me ne ero dimenticata. Dovrò curare… l’immagine se devo salire sul palco di fronte a lui. E cantare “Hold you”… Figurati, una roba erotica. O quasi. E io peso 600 chili e devo rifarmi la tinta. Beh a quella penserò a suo tempo. Pensiamo al fisico, prima. E all’abbigliamento e alla voce.” Infatti mi accesi una sigaretta mentre attraverso il parcheggio, raggiungevo la mia auto.

 

Non ero molto d’accordo sulla scelta del secondo brano. Mi era stato imposto quasi con la forza “Sail those same oceans”. Sì, mi piaceva ma avrei preferito qualcosa di maggior impatto. Così avevo ipotecato la terza canzone, quella da performare in caso di parità. “Somebody else’s princess”. Oh cacchio! La tromba, mi mancava la tromba. “Beh, troveremo qualcuno che suoni le tastiere, così metteremo un suono ‘tromba’ e il gioco è fatto…” Almeno così speravo… Mi preparai, già da quella sera, il piano d’attacco per il corpo. Cucinai e mangiai cose che avrebbero fatto vomitare una capra, insalata scondita e un arancio. Guardai il calendario e mi accorsi che era venerdì. Perfetto, alle otto c’era la lezione di yoga, avrei ricominciato ad andarci. E poi avrei dovuto fare qualcos’altro, delle flessioni o degli addominali, cose così, per rimettermi in forma. Decisi che mi sarei sacrificata e che per un altro paio di giorni la settimana sarei andata in piscina. Se dovevo perdere doveva essere con onore. Mi sentii male al pensiero di dover toccare l’acqua della piscina, col freddo che faceva a Rovereto, ma fissai la mia mente negli occhi dell’Australiano. Quindi preparai la borsa con l’accappatoio, ciabatte e costume.

 

- Allora? Quando provate? - Chiara era un po’ più “positiva” delle altre.

- Dopodomani. Partirò all’alba per passare da Alessandra a Reggio.

- Wow. Se non fosse gennaio giurerei che è un pesce.

- Non è possibile, Kya, l’hanno pubblicato sul sito ufficiale dei TOFOG.

- Ma l’ufficializzazione di un sito di Ciccio… musica mischiata a cinema…. Ciccio non approverebbe.

- Forse si sono stufati di vendere dischi in internet tramite il passa parola.

- Se doveste vincere… come farete ad andare in tournee con loro?

- Non lo so e non mi frega, Chiara… quello è un… “problema” che affronterò quando si porrà..!

- C’hai ragione anche tu… farete una prova generale?

- Penso di sì. Chiameremo quelli che partiranno con noi.

- Per me cinquanta non li fai nemmeno se preghi.

- Lo so, lo penso anch’io. Ma non svegliarmi adesso… ti prego.

- Buona giornata!

 

Alessandra si lamentò di quanto aveva dovuto litigare con sua madre praticamente per tutto il viaggio. Invano cercai di sintonizzare la sua attenzione sulla “buona causa” delle nostre azioni, ci fu poco da fare. Così me la sorbii diligentemente, cercando di consolarla come fanno tutte le brave sorelle maggiori (quello avrei potuto essere per lei, se non quasi sua madre, data la differenza di età). A Roma ovviamente persi la strada, ma dopo un pazzesco girovagare finalmente riuscii a trovare il luogo dell’appuntamento. L’incontro fu storico! I ragazzi erano simpaticissimi, ci si concesse una pizza e poi andammo di volata alla sala prove. Cazzeggiammo un po’, io fumai come una ciminiera, ma le ultime due o tre volte che provammo le canzoni, già la cosa cominciava a prendere forma come si doveva. Dopo sei ore uscimmo distrutti.

 

- Mi stupisce che abbiate messo in piedi tutto questo bailamme per l’ufficializzazione di un sito… se ci fosse stata in palio una notte con Crowe me lo sarei spiegato di più! - fece Max.

- Ciccio è Ciccio, - replicò Veronica, - e un’occasione così non si può perdere. Io appoggio la Isa.

- Per me prendiamo la maglia nera… - disse Russell-finto.

- Non ci sperare, andremo fino in fondo! - affermò convinta Ale. Si era rincuorata, strano.

- E la Isa ha una gran voce: non possiamo fallire! - esclamò Elena.

- Spero solo che non mi venga un attacco di afonia acuto quando sarà il momento… - mormorai.

- La canti troppo bene “Hold you”, e se sarai senza voce, Ciccio crollerà ai tuoi piedi per il modo convincente in cui la interpreti! - mi sostenne Veronica.

- Grazie del favore, cara, ne ho bisogno.

- Ok, allora ci vediamo di nuovo qui tra tre settimane - disse Max.

 

I giorni passavano, io perdevo peso per la dieta e per la disperazione delle defezioni che vedevo arrivare in posta elettronica. “Ci vorrebbe qualcosa che le convincesse veramente a schiodarsi…” pensai mentre ingurgitavo un minestrone che non aveva nulla di umano. Chiamai Stefania per sentire dei prezzi del viaggio.

 

- Pensavo proprio a te… - mi disse con aria ironica.

- Hanno sparato cifre da Rockfeller?

- Ti va bene, stellina: voglio due milioni tondi se arrivi a quaranta persone!

- Beh niente male! Venderò anche la mia virtù per raggiungere quel numero. Mi chiedo chi se la prenderà però… siamo tutte donne….

- Ma mi vuoi spiegare che state combinando?

 

Glielo dissi. Stefania rise così forte che dovetti staccare la cornetta dall’orecchio.

 

- Parola mia, di tutte le storie che ho sentito in vita mia questa è la più ridicola!

- Divertiti, sbruffona… quando ti porterò una sua foto con l’autografo ti ricrederai!

- Trova quelle persone. Quando hai i nominativi avvertimi: prepariamo un voucher cumulativo.

- A risentirci.

 

 

Capitolo III

 

Quella sera ero un po’ giù di corda. La piscina mi aveva ammazzato e io cercavo di tirarmi su con l’unico strappo che continuavo a concedermi alla dieta: il mio whisky. Chiamai Alessandra (quella di Pavia che chiamerò Nash per comodità e per non confonderla con l’Alessandra che avrebbe suonato con me a Sydney) per farmi consolare.

 

- Che combini?

- Chatto un po’ e tu?

- Guardo la tv. Sono tornata dalla piscina e ho potuto mangiare un hamburger di vitello e una mela. Mi viene da piangere…

- Coraggio, Ciccina, sarai un figurino quando salirai sul palco!

- Se svengo prima, no!

- Su… su! Ci sarò io a consolarti…

 

Feci una pausa. Poi scattai.

 

- Cosa?! Puoi venire?? Oh Ale, non sai cosa significhi per me!!

- Se vinci, mi farai toccare i suoi capelli, intesi?

- Se vinco, ti ci faccio fare un posticcio coi suoi capelli! Io poi, me lo tengo calvo e tutto intero però!!

- Quando dovrò farti da interprete, non avrà occhi che per me, Cicciuzzo caro!

- Il linguaggio dell’amore è internazionale, stellina, e le mie rughe vinceranno sulla tua verde età! Ora vado, domani devo andare a Roma e devo alzarmi presto.

- Buon viaggio, Ciccina e mi raccomando: preparatevi per bene!

 

Il giorno dopo, in macchina verso Roma, parlai al telefono con Gloria.

 

- Come procede? - s’informò lei.

- Abbastanza bene, a parte che sono già a pezzi…

- Come mai?

- La dieta, il lavoro, registrare i nomi delle persone che dovrebbero partire con noi, questo avanti e indietro… comincio a non poterne più.

- Ti sei messa a dieta?!

- Per forza! Ci vuole presenza scenica, Gloria, non si può improvvisare una cosa così…

- Che perfezionista.

- Vuoi o non vuoi fare bella figura e “vincere” la tua ufficialità?

- Mi farebbe piacere, non lo nascondo.

- E allora fidati. Due giorni alla settimana a yoga e due in piscina varranno bene almeno qualche applauso da parte sua!

- Gli altri come stanno?

- Bene. Sono tutti un po’ preoccupati, ma fondamentalmente mi sembra di capire che non ci credono ancora del tutto. E’ come se stessero lavorando in un sogno.

- Beh li capisco! Sicuramente se non fosse stata organizzata da un ciclone come te, questa cosa non avrebbe mai potuto mettersi in piedi, di questo devo proprio darti atto.

- Non è che ci vieni a sentire?

- Ho le bambine con la febbre…

- Tutte e due?!

- Eh già…

- Mi dispiace… a presto allora, spero di vederti almeno alla prova generale, oltre che su quell’aereo.

- Buon lavoro!

 

Il tempo scorreva implacabile come la ruota di una macina e i nomi stentavano ad aumentare. Gloria mi aveva girato l’email che l’amministratore del sito le aveva inviato con i dati del posto dove si sarebbe svolta la gara. Un bel teatro, apparentemente in centro a Sydney. C’erano, in calce al messaggio, anche le firme elettroniche dei componenti del complesso. Di TUTTI i componenti. Rimasi a guardare quella traccia sul mio schermo in stato catatonico, per una buona mezz’ora. Poi mi somministrai dell’ossigeno, una Marlboro Light e il solito Oban. Mancavano dieci persone. Non sembravano molte, ma era metà giugno e il tempo ormai scarseggiava in modo preoccupante. L’indomani avrei rifatto il solito giro di telefonate per cercare di convincerle, altrimenti avremmo dovuto rispondere all’amministratore del sito dicendogli che non avremmo potuto partecipare. Andai in bagno per lavarmi la faccia e prepararmi per andare a dormire. Miseria, mi stava crescendo un brufolo sul lato del naso. Speriamo che si asciughi presto… altrimenti come faccio a concentrare tutta la mia carica seduttiva sull’uomo più sexy del pianeta… avendo un brufolo sul naso?! Anche se quello non era il miglior momento per la giornata, salii sulla bilancia. La mia bocca si allargò in un sorriso. “56… Bastardi maledetti, ce l’ho fatta!”. Beh, la mia dieta sembrava più quella di un guru indiano che quella di un cristiano, avevo poco da stupirmi. Nonostante l’Oban! Ero molto fiera di me, se non altro quella sfida aveva dimostrato che se volevo qualcosa, stimolata nel modo giusto, potevo ottenerla. Cercai di estendere questo pensiero alle natiche del signor Crowe, e m’infilai nel letto.

 

Quella sera faceva un caldo terrificante. Sfidai zanzare e pappataci assortiti e tenni la finestra spalancata nella speranza che un po’ d’aria fresca allietasse la mia seduta televisiva. Le zanzare persero subito le speranze: c’era tanto di quel Vape in quella casa che pareva di essere a Seveso… Una cosa che questa benedetta gara mi aveva tolto era il sonno. Dormivo malissimo la notte e per poche ore, oltretutto mi scoprivo sempre più spesso a pensare quanto fosse importante per me fare una buona performance, indipendentemente dal risultato che poteva portare. C’eravamo fatti un culo così, soprattutto IO m’ero fatta un culo così, tra dieta, yoga, piscina, telefonate, viaggi per le prove e quant’altro. Così, quando mi appisolai sul divano con la bottiglia dell’Oban vuota (naturalmente non era sempre la stessa… nell’arco di sei mesi me ne dovevo essere fatte fuori almeno una decina) tra il mio fianco e lo schienale, fu un vero shock sentire il telefono.

 

- Pronto… - farfugliai, impastata di sonno e whisky

- Ehm… Isabella?

- …. credo - ma volevo ucciderla questa tipa che mi chiamava nel cuore della notte, vale a dire verso le dieci.

- Ti disturbo?

- Ma figurati… - mentii.

- Sono Lucy. Della messaggeria.

- Ah… - cercai. Cercai nei meandri della memoria ma una Lucy non mi veniva in mente, non c’era verso. “Da domani smetto” mi mentii. D’un tratto una luce.

- Ah! Lucy! Ma certo, LucyLucy… come butta?

- Bene… senti io… ci ho tanto pensato e… ho creduto che dirtelo al telefono ti facesse più piacere che leggerlo in posta o in messaggeria. Io voglio venire.

 

Rimasi interdetta per qualche secondo. Quaranta. Eravamo arrivati a quaranta. I due milioni, vale a dire 1033€ erano certi, ora si poteva partire. Mi tirai su a sedere sul divano e iniziai a balbettare.

 

- Lucy… n-non sai c-che p-p-piacere mi fa-ai….

- Grazie!

- Ok. Ok, ok, ok, ok…. domani scrivo a tutti, così saprete della prova generale e come ci gestiremo per il viaggio.

- Molto bene, non vedo l’ora di leggerti!

- Eh, eh, eh, eh… già.

- Isa?

- Dimmi...

- Ma potrò vederlo?

- E’ probabile che riuscirai anche a toccarlo.

- Oddio….

 

Seguì un interminabile momento di silenzio. Pensai che fosse andata a piastrella, invece mi salutò.

 

- Sento che morirò… beh, grazie di tutto. Sei stata grande. Domani cercherò nella posta!

- Benone. Un bacio.

 

Mi accesi una sigaretta e andai a cercare la bottiglia nuova di Oban.

 

Per la prova generale a Roma, si scelse una sala piuttosto grande, a Casalpalocco. Mi ricordava la mia adolescenza, c’avevo passato tante estati laggiù. Il programma era che l’indomani, martedì 15 luglio, saremmo tutti partiti. Ero molto nervosa, avevo caldo, fumavo come sei ciminiere e non riuscivo a parlare scandendo bene le parole. Nash era con me.

 

- Ciccina, non puoi essere così nervosa ADESSO… Che farai quando sarà il momento di salire sul palco davanti a Ciccio?

- Non lo so, Ale, ma in questo preciso momento vorrei essere da tutt’altra parte!

- Sono certa che andrai fortissimo! E poi, non puoi perdere: devi darmi la possibilità di arrivare a scompigliare i capelli di Ciccio!

- Spero di non deluderti, Ale…

- Ci vai così sul palco?

 

Avevo una mogliettina piuttosto aderente e un paio di blue jeans scoloriti.

 

- A dire il vero ho scelto un abbigliamento un po’ più… audace.

- Davvero?! Cos’hai scelto?

- E’… una sorpresa. Ma la dieta e il movimento hanno dato i suoi frutti: sto piuttosto bene con quella mises…

- Fantastico! Ciccio cadrà ai tuoi piedi e io sarò lì pronta a raccoglierlo!

- Fammi indovinare… prendendolo per i capelli?!

 

Ci mettemmo a ridere come due ragazzine, poi l’abbracciai.

 

- Fammi in bocca al lupo.

- Vai alla grande Isa!

 

La prova generale andò piuttosto bene. La band girava che era una meraviglia, i pezzi venivano da Dio e la claque era di prima qualità. Se fosse andata male sarebbe stata soltanto colpa mia. Alla fine della prova, ora di cena, ci concedemmo una piccola follia: andammo dall’Amatriciano, uno dei ristoranti frequentati da Crowe durante le sue trasferte romane. Una foto autografata di lui col proprietario occhieggiava proprio sopra al nostro tavolo. Ci divertimmo, ridemmo come pazzi e facemmo numerosi brindisi. Io mi sborniai leggermente, ma questo mi servì a dormire almeno per la prima mezz’ora. Passai il resto della notte in bianco.

 

 

Capitolo IV

 

Fiumicino sembrava il Centro Commerciale Fiordaliso durante il periodo di natale. La folla era pazzesca, io ero intontita dalla serata brava e avevo la faccia come se ci fosse passato sopra un pullman. Fare il check in di quaranta persone fu più facile di quanto pensassi: il voucher cumulativo si rivelò davvero una bellezza. Cercai comunque di far sedere Nash vicino a me.

 

- Mio Dio, Isa… non mi sembra vero…

- Credici, - le risposi accennando ad un sorriso, - tra tre giorni lo vedrai.

- E se svengo? E se rimango lì come una papera a sbavargli davanti?

- Ti passerò una macchinetta per tagliargli i capelli…

 

Il viaggio fu interminabile. Eravamo seduti tutti vicini, ogni tanto qualcuno delle file davanti alla nostra accennava qualche battuta, si rideva, si scherzava. Le hostess erano particolarmente incuriosite da quella strana e numerosa combriccola. Parlai con Nash per tutta la durata del viaggio fino a Singapore, poi, dopo aver fatto scalo ed essere risaliti sul volo che ci avrebbe portato a Sydney, mi chiusi in un mutismo totale e mi dedicai al mio giornaletto, imperdibile collezione di cruciverba senza schema, i miei preferiti. La hostess venne a suggerirmi di dormire ed io riuscii a chiudere gli occhi per una mezz’ora, ma soltanto dopo essermi goduta, come tutto il resto della comitiva, “Master and Commander” che fortunatamente proiettavano su quella tratta e soprattutto non prima di essermi fatta quattro bicchieri di whisky. Giungemmo a Sydney la mattina presto. Il ritiro bagagli parve un girone dantesco. Ma una volta effettuato, uscimmo dall’aeroporto e l’aria fresca del mite inverno del New South Wales ci scosse svegliandoci un po’ tutti. Il pulmino che avevo fatto prenotare a Stefania arrivò in perfetto orario. Fummo portati nell’albergo prenotato e Gloria ed io andammo al banco della reception per ritirare le chiavi delle stanze. Nash, Alessandra, Gloria ed io eravamo nella stessa stanza. In men che non si dica si creò in quella un caos indescrivibile. La cosa più divertente era il bagno, che sembrava la vendita promozionale di una profumeria. Le ragazze sparavano cazzate a raffica, mentre io non riuscivo a rilassarmi. Si stavano preparando per una passeggiata e ovviamente mi invitarono ad andare con loro. Cercai una felpa nella valigia, poi passai davanti allo specchio. Ero come mi ero sempre desiderata, bionda, magra e tonica. Cosa potevo desiderare di più? Avevo delle occhiaie che sembravano due Samsonite, ma mi ero portata una dose faraonica di Melatonina e speravo che mescolata al fuso orario, mi avrebbe aiutato a dormire. Le ragazze cercarono di distrarmi invero con poco successo, nemmeno il corale momento della cena servì a farmi dimenticare in che razza di pasticcio mi ero cacciata. Alla fine del pasto uscii dal ristorante a fumarmi una sigaretta. Max mi raggiunse.

 

- E’ tutto ok? - chiese.

- No, per niente.

- Che ti succede?

- Ho paura.

- Non credo tu ne abbia motivo. Canti benissimo. Interpreti benissimo. Vedrai, sarà un successone.

- Sono stanca di sentirmelo ripetere. Se andasse male non lo sopporterei.

- Allora pensa che sarai venuta qui a farti un bel… weekend e a vedere Crowe.

- Non riesco a non pensare all’eventualità di fare una figura di cacca.

- Non ti dico più niente. Cerca solo di star su.

 

Le prove dei due giorni dopo andarono bene, io ero soddisfatta ma sempre preoccupata. Venerdì sera, prima di rientrare in albergo mi comprai una bottiglia di whisky. Quando misi piede in camera, Nash se ne accorse subito.

 

- Isa! Che combini con quella?

- Ho intenzione di scolarmela tutta prima di salire sul palco… non voglio ricordare un solo momento di tutto questo.

 

Gloria mi guardò atterrita.

 

- Non starai parlando sul serio! - fece.

- Devi essere sobria, - soggiunse Alessandra - altrimenti rovinerai tutto!

- Già ti sei presa la stecca di sigarette sull’aereo, alla quale io ero totalmente contraria! - strillò Nash.

- Hai ragione, Ale! In questi ultimi mesi ha fumato il doppio di prima… - fece Alessandra.

 

Le zittii tutte quante.

 

- Ho comprato la corda, ragazze. Anche se mi avete aiutato a costruire il patibolo, mi ci impiccherò da sola.

 

Quella notte, verso le quattro, scesi al bar, bevvi qualcosa sola, con il barman che mi guardava sorpreso e divertito allo stesso tempo e fumai mezzo pacchetto di sigarette. Mi tirai su dal letto il mattino dopo con solamente un’ora e mezza di sonno sulla schiena.

 

Ci trovammo davanti al teatro alle dieci. Era enorme, molto più di quanto mi sarei aspettata. E quando entrammo in platea per vedere che posti erano stati assegnati al nostro gruppo, fu facile capire perché. Erano giunti davvero da tutto il mondo. C’era persino un gruppo sponsorizzato da un sito islandese. Stati Uniti (avevano almeno quindici gruppi), Gran Bretagna, Germania (un numero spropositato di band rispetto ad una nazione così… piccola: ben quattro), Francia, Spagna, Giappone, Brasile, Canada e naturalmente Nuova Zelanda e Australia. Ecco. Il panico scese su di me come se mi avessero versato addosso un secchio di melassa. Ai gruppi che concorrevano “in casa” non avevo pensato. Avrebbero sicuramente vinto loro, Crowe non avrebbe mai permesso che i siti locali non diventassero ufficiali. Ma il “bando” parlava chiaro: uno e un sito soltanto sarebbe stato ufficializzato. La borsa con dentro vestiti e trucco cominciò a pesarmi come un macigno. Strascinai i piedi pesanti, insieme ai membri della mia band e a Gloria, la webmistress, verso il banchetto della registrazione finale. Cominciavamo bene. Cochram ci salutò con un sorriso.

 

- Ehilà! Tutto bene ragazzi?

 

Ci guardammo come se ci fossimo trovati davanti un alieno. Cercai di parlare in un inglese il più comprensibile possibile.

 

- Ancora incasinati dal fuso.

- Da dove venite?

- Dall’Italia.

- Caspita! Proprio non pensavamo che sareste venuti da così tanti paesi. Poi però l’agente e l’amministratore del sito ci hanno fatto vedere le iscrizioni… è stata una bella soddisfazione già così. Chi è il webmaster?

 

Gloria si fece avanti. Non avevamo un nome, ci eravamo formati troppo di volata, come tanti dei gruppi presenti quel giorno. Quindi ci venne assegnato il nome del sito, Croweitalia. Cochram chiese poi chi fosse il cantante del gruppo. Mi sentii una cacca secca e con un filo di voce gli risposi.

 

- Sono io.

- Oh! Un’altra donna!

- Sono tutte donne, eh? - chiesi per farmi un altro po’ di male.

- Tranne gli americani che hanno una preponderanza maschile, sì, siete in molte a cantare.

- Oh beh… - feci in una trance sbruffona, - questo darà più gusto alla sfida.

- Il vostro camerino è il 23, mi dispiace, siete tanti e quindi ne avrete uno per gruppo. Dovrete scaldarvi e vestirvi a turno.

- Non sarà un problema - fece Max.

 

Ci voltammo per salire sul palco da cui si sarebbe potuto accedere ai camerini. In coda al gruppo mi voltai, per salutare Gloria che se ne stava tornando al suo posto e per cercare Nash, a cui avrei chiesto di venire con me in camerino per picchiarmi per aver messo in piedi quel casino, e lo vidi. Eccolo lì, attorniato da un gruppo di non so cosa, se gente dello staff, fans, familiari. Aveva i capelli un po’ lunghi sul collo, come al solito, una camicia azzurra, come al solito e un paio di pantaloni fetenti. Come al solito. Feci in tempo a vedere che si toglieva un paio di occhiali da sole orrendi, come al solito. Era lontano, confuso in mezzo ad altre persone, ma che fosse sensualissimo lo vedevo già da lì. Mi sentii morire. Oltretutto, prima di cambiarmi, avevo da fare coi ragazzi quella sceneggiata del sound check, quindi sarei dovuta uscire di nuovo e a quel punto me lo sarei già sorbito in prima fila. Signore, perché non apri le cateratte del cielo e non mi incenerisci con un fulmine? Dal brusio peraltro piuttosto elevato di volume si alzò qualche gridolino più forte e stridulo e lui si allargò ed illuminò in un sorriso. Non potendo più sopportare di guardarlo, mi infilai nel corridoio che portava al camerino a testa bassa.

 

Capitolo V

 

 

Dopo il sound check, scesi dal palco e andai a recuperare Nash. Non stava più nella pelle, era talmente emozionata che era letteralmente trasfigurata.

 

- Hai visto che figo? Hai visto che figo?!?!? Mamma, Isa! Come mi sento tu non puoi saperlo!!

- Vieni con me in camerino?

- No, me lo fai perdere!!

- Ti prego, Ale, mi sento uno straccio.

- Oh già… certo vengo, vengo.

 

Nash era un fiume di parole mentre mi cambiavo e trangugiavo whisky a canna. Dopo essermi vestita, chiusi i miei capelli in una crocchia fermata da un mollettone, mi misi una fascia e cominciai a truccarmi. Nash mi guardò.

 

- Isa, non bere… Dai!! Devi essere sobria.

- Io sono sobria. Ho soltanto una paura vacca.

- E quello te lo fa passare?

- Hai ragione, non basta. Passami le sigarette che sono nella tasca del borsone.

- Viziosa! Faresti di tutto per somigliare a Ciccio!

- Veramente sono due giorni che non mangio, e anche se mi sembra piuttosto in forma, Ciccio non ha l’aria di uno che faccia il digiuno eucaristico…

- Due giorni che non mangi?

- Tranne la prima sera… e ho mangiato pure poco.

- Come fai a stare in piedi??

- Adrenalina, Ale… ho un tasso adrenalinico che sarà 400 volte quello normale da quattro mesi a questa parte…

- Sta’ attenta a bere e fumare a digiuno, allora….

 

Mi tolsi la fascia e il mollettone e mi spazzolai i capelli. Nash mi guardò. Indossavo un paio di pantaloni di pelle nera, piuttosto attillati, una maglietta con lo scollo a disco a mezze maniche, sempre nera e un giubbottino di pelle leggerissima. Naturalmente nero. Avevo un paio di stivali con un tacco imponente, un trucco calcato e molto bello e la tinta che la mia amica Laura mi aveva fatto con mille attenzioni mi addolciva il viso incorniciato dai capelli lunghi sulle spalle e lisci. Ero belloccia, l’impatto scenico ci poteva essere.

 

- Isa…

- Come sto? - chiesi, non senza timore.

- Vinceremo noi!!

- Sicura?

- Magari il trucco… è molto calcato.

- Dal fondo del teatro non si vede. Deve essere calcato, fidati.

- Ok, l’esperta sei tu.

- Ora ti prego, lasciami. Ho bisogno di stare un po’ da sola.

 

Nash mi abbracciò forte.

 

- Grazie. Per aver organizzato tutto questo.

- Non è soltanto merito mio….

- E di chi altri?

- Dei TOFOG!

- Ti vedo dalla platea! Ciao!

 

E scomparve in una nuvoletta di polvere. Chiusi la porta lentamente, e respirai a fondo. Bevvi un'altra sorsata di whisky, poi cercai di mettermi nella posizione del loto e di respirare in modo più profondo e regolare. Fortuna che i pantaloni erano elasticizzati… Servì a poco. Mi alzai nervosamente da terra, e finii di fronte allo specchio. Una minuscola ragnatela di rughe leggere circondava gli occhi, le occhiaie fortunatamente erano state ben celate sotto il cerone. Beh, sì… effettivamente potevo andare. E poi, come si soleva dire, ormai ero in ballo: dovevo ballare.

 

- You’re mine, Mr. Crowe… you’re mine!* - mi dissi a voce alta.

 

E uscii dalla porta del camerino come un ciclone.

 

Quando entrai in platea (dove comunque i gruppi dovevano aspettare che finisse di esibirsi la band di turno) c’era ancora una confusione da mercato del pesce. Il mio gruppo di persone era in fondo, verso il corridoio centrale. Scesi dal palco, con in mano la bottiglia del whisky e le sigarette e giunta davanti ad esso mi accinsi a percorrere il corridoio. Mi voltai verso sinistra e notai che lui era già seduto nella prima fila, anche lui vicino al corridoio. Fu come se cominciassi a muovermi al rallentatore. Gli piantai gli occhi in viso, torvi e nervosi e lui alzò distrattamente lo sguardo e mi vide. Rimase calamitato dai miei occhi, e il suo viso si voltò piano mentre mi seguiva lungo il corridoio. In quel momento, mi sentii completamente tranquilla, come se il mio spirito fluttuasse fuori dal mio corpo a dieci metri sopra la mia testa. Continuai a fissarlo e quando gli passai vicino, mi chinai appena verso di lui e mormorai: “You’re mine, Mr. Crowe…”. I suoi occhi si dilatarono. Mi girai nuovamente verso il fondo del teatro verso cui mi stavo dirigendo e se avessi avuto gli occhi dietro la testa non avrei potuto “veder” meglio il suo sguardo che continuava a starmi attaccato alla schiena, mentre mi allontanavo. Inutile dire che la scenetta fu vista dalla mia claque che mi fece un rapidissimo terzo grado modello Cile.

 

- Ehi! Ehi!! Cosa gli hai detto?? Cosa gli hai detto?!?!

- Niente, niente… l’ho soltanto salutato.

 

La bagarre andò avanti per un altro po’ tra battute di spirito più o meno grevi e le mie sorsate di whisky. Inutile dire che l’organizzazione aveva permesso di fumare nel teatro, contravvenendo alle leggi governative ma concedendo al signor Crowe di non soffrire più di tanto. Appestai diligentemente tutta la mia fila, poi Cochram annunciò l’inizio della gara. Capimmo soltanto che eravamo il numero 23, come il camerino. Max si avvicinò col suo capo al mio e mi chiese:

 

- Come ti senti?

- Paralizzata dalla paura.

- Ok, è perfetto. Hai preso anche qualche pasticca?

- No! Sei pazzo?

- Beh, perché sai… whisky e sigarette, saranno poi tanto meglio…

- Max, lasciami in pace.

- Stai tranquilla, non ti tormento più.

 

E fu così. La gara si svolse senza intoppi, i gruppi più preparati erano una band americana di Detroit, i tedeschi di Berlino e naturalmente una delle band di Sydney. Poi venne il nostro turno. Cochram ci annunciò. Max, Russell-finto, Alessandra, Veronica e Elena (le tastiere per fare la tromba…) percorsero il corridoio con un timido sorriso, seguiti dalla nostra rumorosissima claque. Soltanto dopo qualche minuto io mi alzai, mi ficcai le sigarette in tasca e, devo ammettere, in un moto di gelosia del tutto involontario, mi portai dietro anche la bottiglia. Percorsi il corridoio centrale come un ariete, con la testa leggermente bassa e lo sguardo truce posato sul palco. Riuscii però ad intravedere Crowe che, dopo aver notato la bottiglia nelle mie mani, si allargava in un sorriso e si abbandonava ad un gesto divenuto così rituale da sembrare un tic nervoso: cominciò a massaggiarsi la barba. Salendo sul palco sentii il cuore che, come se fosse diventato grosso come quello di un bue, mi batteva in mezzo al petto, pesante, accelerato. Feci un cenno ai ragazzi di avvicinarsi e rapidamente dissi loro:

 

- Cambio di programma. Facciamo prima “Sail those same oceans”.

 

Max strillò qualcosa agli altri, poi si mise dietro la batteria. Diede l’un, due, tre, quattro battendo le bacchette una contro l’altra e cominciò repentinamente, non lasciandomi il tempo di pensare. Forse fu meglio così. Riuscii a malapena ad appoggiare la bottiglia sul bordo della tastiera e cominciai a cantare, invero restando un po’ inchiodata di fronte all’asta del microfono. Guardavo lontano, verso il mio gruppo, che riuscivo a vedere rapito dalla nostra performance, i volti illuminati dal riverbero dei riflettori del palco e dalla gioia di essere lì in quel momento. Non ebbi la forza di abbassare lo sguardo nella prima fila, dove “sentivo” che sarebbero volati commenti e battutine. Mi sentivo bene, abbastanza carica, il whisky aveva fatto effetto, la voce era più che buona, il suono ottimamente livellato, i ragazzi stavano suonando da Dio. La canzone finì in un batter d’occhio e la platea, trascinata dalla nostra claque, mostrò di gradire tributandoci un bell’applauso. Anche il signor Crowe applaudiva. Quando lo scroscio si fu esaurito, presi le sigarette dalla tasca posteriore dei pantaloni e me ne accesi una. Andai verso la tastiera, dove stava ancora la mia bottiglia di whisky, volsi le spalle al pubblico, ne bevvi una sorsata generosa e la posai vicino alla tastiera. Nel silenzio della sala, sbuffando una nuvola di fumo azzurrino verso l’occhio di bue, mi avvicinai all’asta del microfono e con la voce provata dalle ore di sonno perse e dalle sigarette fumate, mi rivolsi al ben poco oscuro oggetto del desiderio seduto in prima fila.

 

- This is for you and you only, Mr. Crowe*.

 

Max si buttò deciso sull’attacco secco di “Hold you”. Entrò Elena alla tastiera, mentre io mi toglievo il giubbotto. Mi avvicinai e cantai la prima strofa, come se avessi davanti le labbra di un uomo da baciare. Le parole scorrevano profonde e leggermente opache, sensuali, i miei occhi prima vagarono per il teatro per poi piantarsi in quelli di lui che sembrava, in verità, un po’ sorpreso. Quando al link “If you knew what I was thinkin’…”** la chitarra elettrica esplose, la mia voce grattava come sulla carta vetrata e lui cambiò posizione, come se all’improvviso la sedia gli scottasse sotto il sedere. Gli piaceva. Oh porca vacca, gli stava piacendo! Al ritornello “Hold you” che veniva cantato soltanto con la sincope della batteria, feci quello che avevo sognato per una vita intera (e peraltro anche in quelle precedenti): mi misi a guardarlo con sguardo decisamente lascivo, sospirando più che cantare le parole e movendo le anche come per simulare un atto sessuale. Prima di passare alla seconda strofa, la claque si fece incalzante e schiamazzò un po’ per smettere poi quasi subito. Sul link al secondo ritornello feci un altro scherzetto che volevo tanto godermi: cambiai le parole. Volsi tutta la canzone al maschile, proprio come se fosse stata scritta per lui: “I have dreamt that it came true, that you left her and you want me… Which mode are you in? Is this the poor little boy? My prince or my king?”***. Lui sorrise, massaggiandosi la barba sempre più freneticamente. Mi voltai rapidissimamente a guardare Max e a tirare alla sigaretta. Max era impassibile, speravo soltanto che non mi odiasse. Ma le cose andavano alla grande, non c’era ragione di preoccuparsi. Altro scoppio di chitarra, altra carta vetrata, altra ancheggiata che non lasciava nulla all’immaginazione. Ad lib. Ecco, era finita. Quando lo scroscio dell’applauso ci salutò al termine del pezzo, mi accorsi che ero madida di sudore. Ero ancora concentrata sul brano ed impiegai qualche secondo a inchinarmi per ringraziare e scendere dal palco. Improvvisamente euforica, abbandonai lo sguardo torvo da cacciatrice di canguri (!) e mi distesi in un sorriso. Lui mi guardò e mi sorrise, seguendo il mio percorso lungo il corridoio per tornare al mio posto, con il suo composto battimani, almeno per i primi metri. Sprofondai nella poltrona dove, a parte dare un’altra strizzata al collo dell’Oban mi feci fuori quasi due litri d’acqua.

 

 

 

Capitolo V

 

La gara continuò fino all’esaurimento di tutte le band. Al termine seguì un momento generale di euforia, in cui i cantanti e i musicisti si scambiavano pacche sulle spalle e asciugamani già fradici per detergersi il sudore. La selezione da parte della giuria richiese un’oretta buona durante la quale i componenti della band, Nash, Gloria ed io ci assentammo per rifocillarci con un panino ed una birretta.

 

- Sei stata fantastica, Isa! - fece Gloria entusiasta

- Davvero uno sballo, Ciccina! Se non è rimasto colpito da te, non so proprio chi altri potrebbe averlo sconvolto! - incalzò Nash - Le altre cantanti erano davvero scadenti!

- Aspettiamo a cantar vittoria, ragazze - replicai io - non abbiamo ancora la vittoria in tasca.

- Beh, io dico solo una cosa… - disse Max lasciandoci in sospeso - … se non sceglie te, è un maledetto finocchio! Brava Isa, outstanding performance*!!

 

Mi allungò una pacca sulla schiena che mi fece rintronare tutta. Tornammo dentro il teatro che, per contrasto con il “foyer” era caldissimo, umido e fumoso. Mi riattaccai alla bottiglia del whisky sperando di affogare quella paura ansiosa che mi stava nuovamente attanagliando le budella. Temevo la sconfitta. Anche se la serata era stata entusiasmante, anche se il viaggio era stato bellissimo, anche se l’esperienza sarebbe stata ricordata per tutta la vita, era come se essere lì, nello stesso teatro con l’Australiano fosse già diventata una cosa di tutti i giorni. Quindi ci voleva qualcosa per cui fosse valsa la pena di sorbirsi tutta quella scarrozzata, ci voleva una vittoria. Trascorse più di un’ora prima che la “giuria” elaborasse la sua scelta. Ad un tratto il brusio si placò e Crowe, salito sul palco, si piazzò di fronte al microfono con un foglietto in mano.

 

- Ehi, come va ragazzi?

 

La sua solita frasetta di saluto fece letteralmente esplodere un boato nel teatro. Lui si illuminò di un sorriso, spaccone come suo solito, e cercò di quietare i bollori della sala.

 

- Calmatevi ora! Bene… bene. Non vi nascondo che la scelta è stata molto, molto difficile. Non vi nascondo che ci avete messi tutti in crisi e che se fosse stato per noi, vi avremmo premiati tutti. Ma sfortunatamente non è così che funziona, e abbiamo dovuto privilegiare alcuni gruppi rispetto ad altri secondo certi canoni che avevamo precedentemente stabilito. Vogliamo ringraziare sin d’ora tutti voi che avete partecipato, affrontando viaggi anche lunghissimi, facendo di questa gara un’avventura bellissima. Spero che resti nei vostri ricordi come resterà nei miei e in quelli della mia band.

 

Fece una piccola pausa a cui seguì un lungo applauso. Poi riprese.

 

- Nonostante questi canoni, non abbiamo saputo affinare sufficientemente la nostra scelta, quindi ci sarà uno spareggio.

 

Cominciai a sudare freddo. In sala la tensione salì alle stelle fino a diventare palpabile. Cominciai inavvertitamente a tremare, la mia mano sinistra corse lungo il braccio destro e scivolò al polso, cercando di tenerlo fermo. Bevvi un altro sorso di whisky.

 

- Lo spareggio avverrà tra… i Gladiatori di Sydney….

 

Il gruppo tutto maschile si abbandonò ad un eccesso di entusiasmo, urlando tutta la sua tensione, poi si calmò dietro invito del Ciccio Nostro.

 

- … e… Croweitalia!

 

Mi sembrò per un nanosecondo di essere la vincitrice di Miss Italia. Tutta la compagnia mi si riversò addosso, strillando frasi di incitamento e scotendomi e scompigliandomi i capelli. La foga delle mie compagne e dei miei due musicisti mi strappò un sorriso nervoso. Cominciai a strofinarmi le mani, stringendole così forte da farmi sbiancare le nocche.

 

- Forza Gladiatori! L’arena è tutta vostra!

 

I musicisti salirono sul palco. Sorridenti, sicuri, si accordarono tra loro, parlottarono un poco, si scambiarono occhiate e pacche di conforto. Mi aspettavo qualcosa di travolgente. Una specie di stomp da bis. Invece il giro iniziale di chitarra mi fece venire il latte alle ginocchia. Stavano attaccando “Danielle”. Melensa, scontata, noiosa. Speravano di prenderlo dal lato “sentimentale”… D’un tratto qualcosa dentro di me crebbe sottile ma caldo e insinuante, una strana sensazione salì dallo stomaco attraverso il petto fino alla testa, qualcosa di potente che mi scosse in un unico potente brivido. Il nostro bis era meglio. Rockeggiante, trascinante, travolgente. Potevo farcela, potevamo vincere. E mi avrebbe visto arrivare, l’Australiano, mi avrebbe sentito non con le orecchie ma con il corpo, giù fino alle sue viscere indegne e l’avrei rivoltato come un pedalino per poi lasciarlo esausto e soddisfatto come dopo un amplesso proibito. Avrei avuto il mio riscatto, gli australiani se ne sarebbero tornati a casa scornati, Gloria avrebbe visto il suo sito ufficializzato e… l’avrei costretto a farsi strapazzare i capelli da Nash per almeno due ore! Dovevo vincere.

 

Appena i Gladiatori terminarono la loro performance, ringraziarono il pubblico, che naturalmente era tutto con loro, soprattutto gli europei. Percepivo però la simpatia degli americani per noi, che sebbene fossero stati come al solito sbruffoni, di malavoglia avrebbero fatto il tifo per degli ex galeotti… Sempre così, tra due mali scegli il minore… anch’io agli ultimi mondiali di calcio alla finale Brasile-Germania avevo tifato ovviamente per il Brasile. I musicisti scesero dal palcoscenico e i miei compagni ed io ci avviammo lungo il corridoio centrale della platea verso di esso. Crowe si era ammosciato. Fantastico, proprio quello che speravo. Non si era lusingato, lui era lì per divertirsi e per fare casino con la sua band e tutti quei ragazzi del mondo che apprezzavano la musica sua e dei suoi TOFOG. Salimmo sul palco, Max prese posto dietro la batteria, ma prima che fossero tutti sparpagliati ai loro posti battei due volte le mani per richiamare la loro attenzione.

 

- Forza ragazzi, mettiamocela tutta! Max! Cattivo! Ale! Fai urlare quella chitarra, come fosse l’ultima volta che lo fai!! Coraggio!!

 

Poi mi rivolsi verso Crowe, la voce col registro abbassato dalle tante prove, dalla performance di quella sera e soprattutto dalle sigarette e dalle notti quasi in bianco. Lo guardai dritto negli occhi.

 

- This, too, is for ya, Crowe. ‘Cuz you belong to someone else…*

 

L’attacco fu forte. Cominciai a richiamare l’attenzione correndo da una parte all’altra del palco, poi cominciai a cantare. Aggredii il brano con la furia di un tifone, con la cattiveria di chi si gioca tutto per vincere. Fu possibile rendere aggressivamente sensuale anche quello, mentre la band stava suonando a meraviglia. Dopo la prima strofa e il primo ritornello successe l’impossibile. Crowe, come se avesse avuto una molla sotto la poltrona, saltò dal suo posto, si arrampicò sul palco e prese un’asta con un microfono di fianco alle quinte. Magicamente cominciò a cantare la seconda strofa, con una potenza sanguigna che mi diede una carica ancora più energica di quanto non avessi già. Gli feci il controcanto, cantammo insieme, ammiccammo, ci muovemmo intorno ai microfoni, sul palco e vicini, soltanto i nostri bacini uno contro l’altro, diedi a Max il tempo con immaginari colpi violenti inferti all’aria, l’aria cattiva, furiosa di chi dedica la sua prosa ad una persona che appartiene già a qualcun altro. “Somebody else’s princess” fu uno stomp lungo, violento ed esaltante, Crowe era trascinato come non l’avevo mai visto e si era fatto influenzare dall’entusiasmo così tanto da salire a cantare con noi sul palco. L’ultima strofa la cantammo vicini, il suo braccio intorno alla mia vita, una scossa adrenalinica che mi arrivò dritta al cervello, e il mio braccio intorno alla sua spalla, che sentivo forte e larga. Cantammo in un solo microfono, così vicini che riuscivo a sfiorare la sua barba e sentivo il suo buon profumo, misto a quello delle sigarette. La trascinammo un po’ per le lunghe, come due animali che prolungano la danza prima dell’accoppiamento. Quando finimmo, ci piazzai un salto come Eddie Van Halen, sicuramente più per sfogare la tensione che non per ragioni coreografiche. Lui affondò un pugno nell’aria, l’aria grintosa di chi ha vinto qualcosa, il ghigno nervoso di chi ha appena esaurito una carica elettrica incontenibile. Il teatro venne giù, in un misto di applausi, grida e fischi. Lui prima mi strinse la mano, poi mi trascinò vicino, mi abbracciò e mi stampò due baci sulle guance. Mi sentii salire su una nuvola, gli sorrisi ma sicura di me, restituendogli una stretta di mano quasi mascolina. Si avvicinò al microfono e parlò.

 

- Credo che… per i miei amici e me non ci siano più dubbi!

 

Si volse verso di me e la band.

 

- Croweitalia: siete i vincitori!

 

Il nostro gruppo urlando si alzò dai suoi posti e si riversò verso il palcoscenico. Ancora una volta vidi visi trasfiguranti, vene guizzanti nei colli, stille di sudore colare dalle tempie, mani tese verso Crowe. Il resto dei TOFOG salì sul palco e si congratulò con tutti noi. Crowe si riavvicinò al microfono.

 

- Scusate ma… vorrei proprio congratularmi con questi ragazzi che ho trovato trascinanti e bravissimi, con una… menzione particolare per la loro cantante. Ti dispiace?

 

Si rivolse a me poi si avvicinò. Feci giusto in tempo a rendermi conto che due braccia forti come tenaglie mi avevano agganciato, il mondo finì quasi a testa in giù e come in un tango figurato mi tenne inclinata verso il palco buttandomi la lingua in gola. Santodio. Volevo morire in quel momento preciso, perché il resto della mia vita non avrebbe più avuto senso dopo di quello. Però… fui abbastanza lucida e pronta da agganciarmi alla sua nuca e a restargli attaccata come una mignatta dopo che lui mi ebbe tirata su. I suoi compagni ridevano e lo incitavano, le mie invece mi stavano minacciando… lo sentivo chiaramente. Quando si staccò da me restammo per un secondo interminabile con gli occhi negli occhi, poi si avvicinò nuovamente al microfono e chiamò Gloria, per complimentarsi anche con lei e confermarle l’ufficializzazione del sito. A quel punto decisi che il momento era buono… avevo da fare una richiestina e potevo farla ora che lui era ancora così vicino. Gli posai una mano sulla spalla e avvicinai le labbra al suo orecchio.

 

- Devo chiederti un favore.

 

Si voltò, piantando quegli occhi incredibili ancora nei miei.

 

- Tutto quello che vuoi, bellezza.

- C’è… lo so, è un po’ ridicolo ma… ci sarebbe una mia amica…. sì, insomma, in quel casotto sotto al proscenio c’è una ragazza che è un’amica più delle altre e… beh, lei vorrebbe tanto toccare i tuoi capelli.

 

Mi guardò. Cominciò a ridacchiare, poi le sue labbra si allargarono schiudendosi sui suoi denti.

 

- Dov’è questa feticista, come si chiama?

- Si chiama Alessandra. Ma… chiamala Nash. E’ il suo nickname nella nostra chatline.

- Sarà fatto! Nash! Ehi Nash!!

 

“Ehi Nash!” mi sfondò l’orecchio. Nonostante la confusione, quando alzava la voce questa diveniva addirittura stentorea come quella di Giove tonante. Alessandra non tardò a presentarsi all’appello. Lui mi guardò.

 

- E’ lei?

 

Io sorrisi.

 

- Sì, è lei!

- Ciao Nash, io sono Russell, Russell Crowe. Puoi fare dei miei capelli quello che vuoi!

 

Alessandra divenne paonazza. Ma allargandosi in un sorriso gli si avvicinò e gli passò le mani tra i capelli chiudendo gli occhi, come se stesse gustando un soufflé di cioccolato amaro. Le dita scivolavano lentamente tra le ciocche e lei riaprì gli occhi, non confidando molto nel fatto che tutto quello fosse vero. Lui non tardò a metterci il carico.

 

- Fantastico eh…? - ironizzava - Ti va di renderlo migliore?

 

Senza attendere una risposta, le prese il viso tra le mani e premette la bocca contro la sua. Alessandra gli allacciò le braccia intorno al collo, poi dopo un minuto o due, lui si staccò e l’abbracciò forte. La vedevo l’Ale… stava toccando il cielo con un dito. Ad un tratto, dopo settimane, dopo mesi, la tensione si allentò ed io sentii, prepotente, la stanchezza che mi aggrediva. Avevo voglia di bere, di fumare, di starmene seduta un momento, era quasi come se avessi le gambe molli. Mi intromisi nell’abbraccio della mia amica e del suo beniamino, ma soltanto di striscio (chi l’avrebbe sentita Alessandra altrimenti?!) per parlare con lei. E pure con lui.

 

- Ragazzi, io me ne vado in camerino. Ci si vede tra un po’ magari…

 

Mi allontanai seguita da complimenti e pacche sulle spalle, non senza il dubbio di non arrivare al camerino. Entrai e mi sedetti al buio, lasciando la porta socchiusa. Il camerino era freschissimo, quasi freddo. Cercai una bottiglia di whisky nuova nel borsone, mi buttai sulla poltrona, mi accesi una sigaretta dalla quale aspirai profondamente e chiusi gli occhi. Mio Dio, ce l’avevamo fatta. Ce l’avevo fatta. Avevo cantato come mai in vita mia, avevo cavalcato il palcoscenico come un partner assatanato, ero persino riuscita a limonare con l’Australiano. E chi mi ammazzava a me adesso?! Non potei non allargarmi in un sorriso mentre sbuffavo il fumo verso il soffitto camerino. La tensione usciva da me sempre più velocemente, ci sarebbe voluto un paranco per tirarmi su da quella poltrona. O forse era solo stanchezza. Qualunque cosa fosse, stavo bene, non avrei voluto essere in nessun altro posto in quel momento. Un battere di nocche sulla porta e una voce profonda mi riportarono nel mondo dei vivi.

 

- Isa? Posso entrare?

 

Era lui. Accese la luce che mi esplose nella testa come l’atomica, così gli parlai.

 

- No, spegni, per favore.

- Stai bene? - chiese l’Australiano

- Sì… sono solo…. esausta. Ma molto, molto contenta.

 

Si accovacciò vicino alla poltrona, mettendo le mani sulle mie ginocchia. Seguii il suo sguardo che si posò sulla mia sigaretta prima e sul whisky poi.

 

- Hai da fumare e bere anche per un amico?

 

Lo guardai, complice la poca luce che penetrava dal corridoio attraverso la porta lasciata mezza aperta. Era ancora così vicino e mi stava toccando. Ma ci avrebbero creduto quando l’avessi raccontato? Secondo me no.

 

- No. - risposi secca. - Ho da fumare e da bere per Russell Crowe.

 

Gli sorrisi. Poi mi avvicinai e gli baciai le labbra. Eh no, proprio non potevo resistere. Mi presi una confidenza da convivente e l’Australiano, sposato o meno che fosse, non si mostrò particolarmente ritroso. Fece scivolare una mano dietro la mia nuca e continuò a baciarmi e a farsi baciare, mentre io cercavo con la destra le sigarette che avevo appoggiato di fianco alla poltrona. Ci staccammo un momento e gli porsi pacchetto e bottiglia.

 

- Problemi a bere dalla bottiglia? Non ho bicchieri qui, nemmeno di plastica.

- Nessun problema.

 

Mammasantissima. Era sexy anche quando beveva. L’accensione della sigaretta nonché la prima boccata furono poi più erotiche di qualsiasi spogliarello. Mi guardò da sotto in su, corrugando la fronte, in quel modo che mi faceva sbroccare. Con quella voce che richiedeva il porto di voce per averla, mi disse:

 

- Andiamo a discutere del vostro premio?

- Volentieri. Dove?

- Mark e io abbiamo prenotato un posto, ci stanno aspettando. Dovranno soltanto aggiungere qualche coperto.

- A cena?

- Non hai fame? - chiese lui un po’ perplesso.

- Non mi sono accorta di averla fino ad oggi… Sai, sono stati mesi duri, preparare questa trasferta non è stata uno scherzo.

- Senti… dopo cena ti andrebbe se ci defilassimo per qualche ora?

 

Rimasi in silenzio, contenta di essere avvolta dalla penombra. Chissà che faccia stavo facendo. Non ero sicura di aver bene capito quello che mi aveva chiesto. Gli accarezzai i capelli e sorrisi, quei capelli… che facevano tanto impazzire Alessandra. Chissà se si era ripresa dallo shock. La mia mano scese lungo il suo collo e sulla spalla robusta. Poi la portai verso il suo viso, accarezzandogli la barba che trovai piuttosto morbida. Dovevo vivere quel sogno fino in fondo, fino all’ultima goccia berne l’essenza fino a che non mi fossi ubriacata, uno stordimento che mi sarebbe durato per tutta la vita.

 

- Molto volentieri - gli risposi piano.

 

Lui bevve un’altra sorsata dalla bottiglia poi si alzò in piedi.

 

- Raggiungiamo gli altri?

 

Mi alzai lentamente, spensi la sigaretta in un portacenere poi, in uno slancio di vezzo accesi la luce dello specchio. afferrai la spazzola e me la passai tra i capelli. Lui si avvicinò alle mie spalle e guardò con me la mia immagine riflessa nello specchio.

 

- Ti trovo molto attraente. - Mi accarezzò i capelli sulle spalle.

- Grazie - mormorai.

 

Mi voltai, lo presi per mano ed insieme percorremmo il corridoio che ci riportava verso il palcoscenico e che avrebbe condotto me verso una grande avventura a fianco dell’Australiano, l’uomo più sexy del pianeta.

 

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