CANTAMI, O CESSO…
Per Sam, fresca mogliettina e Kya
e Isa, prossime spose. Questo è il mio personale
regalino di nozze. Lalla
Credo tutti siano d’accordo con me
nell’affermare che due ragazzini possono anche
sconvolgerti l’esistenza. A maggior ragione se non
sono i tuoi. E anche se li dovrai tenere con te un paio
di giorni soltanto. E’ quel che mi è capitato nel
week end appena trascorso. Mio fratello e mia cognata
hanno deciso di concedersi, quale regalo dell’anniversario,
un romantico fine settimana a Venezia, soli soletti.
Naturalmente, a custodire i loro tesori, avrebbe
provveduto zia Laura.
Federica e Matteo hanno
rispettivamente dodici e dieci anni. Età balorda, mi
dicono le amiche che dovrei invidiare, vale a dire
quelle che a tempo debito hanno accalappiato il pollo e
procreato. Ma mia cognata è sempre stata gentile con
me, e non me la sono sentita di dirle di no: due giorni
fanno in fretta a passare. E non ci vuol molto a
riempirli, basta sapersi organizzare.
Dunque, i marmocchi adorano la pizza.
Bene. Il maschietto stravede per i film d’azione e la
ragazzina è innamorata di Orlando Bloom. Benissimo, il
programma per sabato è presto fatto: pizza e cinema.
“Troy ”.
***
Matty, seduto sulla poltroncina,
sgranocchia una secchiata di popcorn godendosi in
religioso silenzio duelli e battaglie. Fede invece, che
ha il terrore di far la fine di quella cicciona di zia
Laura, non s’azzarda ad assaggiarne neppure un
granello, ma in compenso si mangia con gli occhi il
povero Bloom, carino quanto si vuole e su questo sono d’accordo,
tuttavia la sua infame interpretazione starà
sicuramente facendo rivoltare nella tomba la buonanima
di Omero. Io fremo, sudo, sbadiglio, mi indigno in
silenzio contro lo scempio perpetrato ai danni di quelle
che sono le radici della nostra cultura ad opera di
tutti quanti, produttore, regista, interpreti…Vorrei
inveire, ma non posso: mi caccerebbero dal cinema.
Resisto. Non inveisco. Non mi
cacciano. Dopo due ore e mezza, l’interminabile
polpettone giunge finalmente a compimento con la
barzelletta, mai citata da Omero, né tantomeno da
Virgilio, della consegna di un’improbabile “spada di
Troia” a un ancor più improbabile Enea adolescente…Forse
è meglio se tutti e tre ci fiondiamo in pizzeria: la
noia (a me), l’entusiasmo (a Matty) e Orlando Bloom (a
Fede) ci hanno fatto venire fame.
I pargoli si tuffano come avvoltoi in
picchiata sulle loro maxipizze piene di tutto. Io mi
accontento di una margherita ridotta. Faccio i salti
mortali per evitare che la pizza debordante dal piatto
derapi sulla tovaglia a quadrettoni e sforzi titanici
per non offendere Monsignor della Casa e il suo Galateo,
abbrancandola e mangiandola con le mani, come logica
vorrebbe anche se la creanza non lo permette, visto che,
come in ogni pizzeria degna di questo nome, le forchette
non infilzano e i coltelli non tagliano. Se mi si
materializzasse dinanzi il riccioluto Paride Bloom con
in mano la spada di Troia, non ho alcun dubbio che
gliela strapperei di mano, anche se sono un’impiegata
di mezza età e non quell’improbabile Enea del film.
Senza meno, riuscirei ad affettare questa maledetta
pizza che ha la consistenza del cartongesso. Almeno
credo.
I bambini, a proposito, guai se Fede
mi sentisse chiamarla così, hanno già ripulito i
piatti; io ci sono quasi. Sollevo la testa dal fiero
pasto e…vedo quel che non avrei voluto vedere.
Non credevo che i miliardari
frequentassero (scortati, è ovvio, da due gorilloni
taglia Schwarzenegger prima della svolta politica) le
pizzerie piuttosto che non Chez Maxim: evidentemente,
Giacomo Leopardi Cantacesso, il re della carta igienica,
l’ossessione della mia vita, è l’eccezione che
conferma la regola. Col pensiero, faccio voto a Sant’
Antonio di offrirgli un cero grande quanto un baobab se
mi farà la grazia di nascondermi alla sua vista, ma non
funziona. Il derelitto si avvicina, chiede educatamente
permesso e si accomoda al nostro tavolo. Non posso
mandarlo affanculo, ci sono i bambini.
Eventuali battute tanto spontanee
quanto imbarazzanti dei pargoli, che peli sulla lingua
ne hanno proprio pochi, vengono tacitate da due sberle
di gelato grandi quanto l’iceberg che affondò il
Titanic. Io mi accontento di un caffè e quando il
Cantacesso mi chiede come mai da queste parti gli
rispondo che ho accompagnato i miei nipotini al cine a
vedere “Troy”. E lui giù con la geremiade di quand’era
ragazzino, giocava con gli amichetti del rione alla
guerra di Troia e avrebbe tanto voluto essere Achille, o
Ettore, o almeno Ulisse, ma i brutti disgraziati gli
riservavano sempre il ruolo ingrato di Tersite ( il più
petulante, imbelle, vigliacco e fisicamente infelice tra
i guerrieri achei, N.d.A.).
Con due bambini al seguito, non posso
tirar tardi. Grazie al cielo. Lo saluto con una stretta
di mano e un arrivederci mentalmente accompagnato da il
più tardi possibile. Appena posato il culetto sui
sedili posteriori della Seicento, Matty mi fa: “Zia,
ma com’era brutto quel signore! Sembrava la Mummia!”
Non ho il coraggio di rimproverarlo, mi limito ad un
fiacco “Tesoro, certe cose non si dicono.” Però si
pensano.
Le piccole pesti non hanno sonno.
Fede vorrebbe guardare MTV, Matty giocare a Monopoli
(con me, che non ho mai capito cosa ci sia di tanto
divertente). Io ho la testa che mi scoppia e le gambe a
pezzi. Faccio la voce grossa, li spedisco in camera…Poi
mi butto sul letto. Sono stanca morta, e spero soltanto
di addormentarmi come un sasso. E di non sognare.
***
Immersa seduta stante in un sonno
catalettico, mi ritrovo precipitata in un posto che
sembra (almeno nell’immaginario di chi non ne ha mai
visto uno, vale a dire la stragrande maggioranza dei
comuni mortali, io compresa, mi pare ovvio) un teatro di
posa. Mi comporto come se in un teatro di posa ci fossi
nata, cresciuta e pasciuta. Anche perché, nel sogno,
generato dalla stanchezza e non dai peperoni questa
volta, so perfettamente quello che sono: la segretaria
di produzione di Giacomo Leopardi Cantacesso il quale,
non sapendo più come buttare al vento tutti i miliardi
guadagnati con la carta igienica, ha ben pensato di
investirne un cospicuo gruzzolo nella realizzazione di
un film. Per la precisione, di un kolossal sulla guerra
di Troia.
Nella storia del cinema, sono stati
anche troppi i produttori che hanno preteso di imporre
idee (spesso peregrine) e attori (altrettanto spesso
cani) ai registi e, da quanto mi ha detto, temo che
anche il Cantacesso faccia parte della categoria. Il
giocattolo che s’è fabbricato, se lo vuol godere, non
dimentico dei tempi infelici della fanciullezza, quando
quelle carognette dei compagni di gioco lo relegavano al
ruolo di Tersite. L’idea iniziale era quella di
produrre e dirigere. Memore degli osceni spot
pubblicitari partoriti dalla sua mente creativa, gli ho
detto Iddio te ne scampi, e mi ha dato retta. Il regista
è un discreto mestierante tedesco, tal Wolfgang
Petersen, specializzato in pellicole catastrofico
avventurose. Decima scelta, dopo il rifiuto di Ridley
Scott, Anthony Minghella, Oliver Stone, Francis Ford
Coppola, Michael Mann, Taylor Hackford, Peter Jackson,
Sam Raimi, Edward Zwick e i fratelli Vanzina. Anche il
cast, a base di superstar internazionali perché, all’idea
di interpretare egli stesso un ruolo importante nel
film, il Cantacesso ha rinunciato di sua spontanea
volontà, e menomale, è quasi completo. Restano
scoperti i ruoli di Tersite, Laocoonte, Menelao e
Patroclo. E bisogna inventarne uno ex novo per una “giovane
attrice alla quale il boss tiene molto” , secondo la
migliore tradizione, anche se dubito che la tipa, per
quanto ambiziosa, priva di talento e morta di fame possa
essere, sia disposta a lasciarsi trombare dal Cantacesso
in cambio di una porticina.
Il ruolo di Achille è stato offerto
a Brad Pitt, che ha subito accettato. Da parte mia,
avevo fatto di tutto per cercar di ficcare in testa a
regista e produttore che si sarebbe trattato di una
pessima scelta, ma loro, duri. Il Cantacesso, con un
sorrisetto a tutta dentiera, mi ha detto e che, ci
volevi il tuo cocco nella parte principale? Al che me ne
sono andata sbattendo la porta. Sgrugnatela tu, con le
quattro parole d’inglese che conosci, col regista e
gli attori, gli urlo prima di dirigermi verso la
macchinetta del caffè.
Ne ingollo tre di fila, per
snebbiarmi il cervello, ma l’unica cosa che mi si
snebbia sono le orecchie. Oltre la porta che ho appena
varcato, li sento berciare come due indemoniati.
Petersen si è ficcato in testa di
far debuttare il Cantacesso come attore. Sostiene che ha
il phisique du role. “Du fa Derzite…” non fa che
ripetergli a ogni piè sospinto, con il suo accento
teutonico, a metà tra il Paolo Villaggio degli esordi
televisivi e Hitler che arringa isterico la folla
osannante sotto il balcone. Ma è un brav’uomo, il suo
problema è solo l’accento…In quanto a convincere il
Cantacesso a indossare i panni dell’aborrito Tersite,
non credo sarà facile. Magari, una volta smaltita l’incazzatura,
posso suggerire al crucco l’arma del ricatto, o mi fai
Tersite o niente porticina per la tua protetta. Può
darsi che abbocchi.
Anzi, abboccherà di sicuro. Sulle
prime, il re della carta igienica, che alla sua pupilla
deve tenerci per davvero, pretendeva per lei il ruolo di
Elena, il che, conoscendo i suoi gusti in fatto di
donne, avrebbe rappresentato i prodromi della
catastrofe. In quanto causa scatenante di una guerra
rovinosa, Elena non poteva essere una qualsiasi. Minimo,
dico, una Bellucci, un’Arcuri…Mi viene in mente
Cappuccetto Rosso della carta igienica e un lungo
brivido mi attraversa la schiena. Comunque, pare che il
regista abbia un’Elena adeguata per le mani. In quanto
alla cocca del Cantacesso, dovrò provvedere io “che
ho una solida cultura classica”ad inventare un
personaggio tutto per lei da inserire nella
sceneggiatura. Ammesso e non concesso che l’incazzatura
sbollisca, sennò li mando tutti affanculo e il
personaggio se lo inventano loro.
Sto per avvelenarmi con il quarto
caffè della serie, quando un “Ehi, tesoro, come mai
da queste parti?”sussurrato da un vocione di velluto
che solleverebbe mezzo metro di pelle d’oca perfino
alla superiora d’un convento di clausura mi fa
sussultare. Mi volto, abbozzo un sorriso, cerco di
modulare un how do you do ma quello che mi esce di bocca
rassomiglia al rantolo di un gatto in agonia. Lui. In
carne (tanta e di primissima scelta), ossa, canotta
slabbrata e jeans indecenti. Russell Crowe, il più
grande attore drammatico della sua generazione, colui
che avrebbe potuto dare al personaggio di Achille lo
spessore che quella Barbie gonfiata dagli anabolizzanti
e depilata dappertutto fuorché in testa, Brad Pitt per
chi ancora non l’avesse capito, non potrà dargli mai.
Ma purtroppo i giochi ormai son fatti; ciò nondimeno
prima di rassegnarmi, mi sovviene che alcuni ruoli sono
ancora scoperti: un attore bravo e popolare come lui,
per un cameo di cinque minuti, potrebbe farsi pagare a
peso d’oro e si sa che sopra i dollari o gli euro
nessuno sputa.
-Veramente sono venuto per un’altra
faccenda, ma se si può fare non dico di no. In questo
periodo ho parecchio bisogno di soldi. Quali sarebbero i
ruoli ancora scoperti?
Mi sento tanto commissario tecnico,
Vieri all’ala sinistra, Totti al centro dell’attacco
e in difesa Cannavaro, Maldini e Nesta…Ah, e così il
Ciccio ha bisogno di soldi. Allora i rotocalchi
pettegoli che scartabello dall’estetista dicono il
vero…E’ crisi tra il Principe Buzzurro e Cenerompola?
-Dunque, Ciccio…
-I like so much when you call me
Ceeciow…
Mi guarda con quei suoi irresistibili
occhioni azzurri da cucciolo e giuro che me lo mangerei.
Ma mi mangerei anche quella megera che di certo non
perde il suo tempo prezioso a vezzeggiare chiamandolo
Ceeciow o roba simile l’uomo che sta in cima ai
desideri delle donne di mezzo mondo e che lei sembra
apprezzare unicamente per il capitale finanziario e il
ritorno d’immagine. Mi costa caro, tuttavia debbo
mantenere un tono distaccato anche in questa nostra
conversazione informale. Certo, riuscissi a ingaggiarlo
sarebbe un bel colpo…Il ruolo di Tersite neanche
glielo propongo, un po’ perché tanto se lo beccherà
il Cantacesso, e molto perché Russ, per quanto abbia
tentato di imbruttirsi in alcuni film, non c’è mai
riuscito del tutto, era sexy perfino con la testa rapata
del naziskin, i quindici chili di troppo di Jeff Wigand
e le orecchie a parafango di Cinderella Braddock.
Comincio a sparare le mie cartucce.
Laocoonte.
Bene: pochi sanno che, aldilà dell’aspetto
da bifolco, Russell Crowe è un uomo di una certa
cultura, che ama l’arte e che certamente conosce il
famoso gruppo marmoreo di scuola ellenistica
riproducente l’atroce fine del poveretto, stritolato
con i figli da un mostruoso serpente marino. Ma tutti
sanno quanto sia superstizioso. Lo vedo impallidire e
scuotere la testa in un insistito diniego, mentre con la
mano destra si abbranca le palle. A questo punto, mi
ritrovo a condividere la teoria della relatività
formulata dal geniale Einstein: perché a qualsiasi
altro uomo non avrei perdonato uno scongiuro così
volgare. Ma a Ciccio…A Ciccio si perdona anche quello.
Sparo il secondo botto. Menelao.
Gli occhi scintillano maliziosi tra
le folte ciglia dorate. Si gingilla un attimo con la
zanna di animale che gli dondola sul petto leggermente
villoso, sorride, quindi mi sussurra all’orecchio, con
la sua voce da cardiopalmo:
-Tesoro, io non ho le corna. Di
solito le corna le METTO.
Mi rimane un’ultima carta da
giocare. La scopro: Patroclo.
Diventa serio. Non ho niente contro
la categoria, mi fa, anzi, agli inizi della carriera mi
sono conquistato i favori unanimi della critica
interpretandone una, ma stavolta la checca non la
faccio. Ho una reputazione da difendere e poi beh…Brad
Pitt non è proprio il mio tipo.
Peccato, gli faccio. Eh, già, mi fa
eco lui. Un po’ di soldi mi avrebbero fatto comodo.
Una curiosità, Ciccio. Quale parte ti sarebbe piaciuto
interpretare, se avessi potuto scegliere?
-Achille.
Ecco che il bue dà del cornuto all’asino,
mi vien fatto di pensare. Ma il Pelide è il Pelide e
sicuramente a Russell Crowe, il primo della classe, l’idea
che un attore di media capacità, rinomato più per l’aspetto
attraente che per il talento, abbia soffiato un ruolo
tanto interessante rosica il fegato molto e non poco…
Beh, pazienza, tanto non mi trovavo
da queste parti per il casting. E allora perché? Gli
faccio io di rimando. Lui, con la faccia dei giorni
peggiori, mi confida che sua moglie s’è messa in
testa di riprendere la carriera di attrice. E che lui
non ne è affatto contento.
-So riconoscere il talento. A colpo d’occhio.
Lei non ne possiede neanche un briciolo e, se persiste
con le sue follie, la fottuta figuraccia sarà il
sottoscritto a farla.
Sul talento, sono d’accordo con
lui. E anche sulla fottuta figuraccia. La poveretta ha
dimostrato, con un filmetto di serie Z e un paio di
comparsate in telenovele da quattro soldi, di possedere
solo due espressioni: a bocca semiaperta e a bocca
semichiusa. E se altrettanto si può dire della Muti o
della Bellucci, quelle almeno sono due gran belle
gnocche. Vedendola nel cast di un film importante, più
di un maligno penserebbe a una raccomandazione…Di chi?
Indovina indovinello? Con tutte le conseguenze che si
possono immaginare. Eh già, tutto il mondo è paese.
-Non è che hai una vaga idea di dove
potrei trovarla?
Nello studio vicino al nostro, stanno
facendo i provini per il sequel di “Quattro matrimoni
e un funerale”. Forse spera di ottenere la parte di
“Faccia da Chiulo”. (per i pochi che non hanno visto
il film: era la corteggiatrice assillante e appiccicosa
di Hugh Grant, N.d.A.) Con ottime probabilità di
riuscire nell’intento.
Vorrei dirglielo, ma mi trattengo. E’
stato un piacere vederti. Anche per me. Si china a
baciarmi e mi punge la guancia con la barba. Salutami
Charles. Gli faccio, e lo guardo allontanarsi con il suo
passo dinoccolato da rugbista. Scompare dal mio spazio
visuale. Vorrei rincorrerlo, parlargli ancora…Ho un
brutto presentimento. Temo che la dolce mogliettina,
più che dalle commedie brillanti si senta attratta dai
kolossal in costume. Gli indizi ci sono tutti, compreso
il fatto che il Cantacesso abbia dimostrato in varie
circostanze d’avere un debole per lei. Rabbrividisco.
Ma nel frattempo la rabbia è sbollita ed è ora di
rientrare nell’ufficio del boss.
***
Con il cuore spaccato in due per la
gioia di averlo incontrato e il dispiacere di non
vederlo lavorare per noi, m’incammino a passo svelto
in direzione dello studio. Sono, a dire il vero un po’
distratta, e centro in pieno un surfista modello
California Beach, con il capello lungo ossigenato, la
mascella grande quanto il parafango di un tir, una
boccuccia imbronciata degna della BB degli esordi e il
naso ridotto ai minimi termini. Dalla portata delle sue
imprecazioni, in netto contrasto con il sembiante
angelico, mi convinco che l’individuo debba essere uno
scaricatore di porto figlio di madre turca e padre
livornese. Solo dopo che svolta l’angolo lo
identifico: è il nostro primo attore. Anzi, il nostro
ex primo attore, che ci ha mollati con le pive nel sacco
e il culo per terra.
Mentre il regista assentisce
gravemente, il Cantacesso, più moscio di una corda
bagnata, mi racconta come sono andate le cose.
Innanzitutto, il divo avrebbe preteso di cambiare il
finale della storia perché non gli andava di morire
ammazzato e, per giunta, ad opera di quella mezza sega
di Orlando Bloom. Pretendeva inoltre che il suo costume
di scena comprendesse un bel paio di brache, perché non
gradiva di mostrare all’universo mondo le sue coscette
secche secche da galletto amburghese vallespluga in fase
di avanzata denutrizione. Insomma, il cachet di Brad
Pitt, oltre che in fior di dollaroni sonanti, avremmo
dovuto pagarlo anche con il completo sconvolgimento dei
miti omerici e la negazione di quanto trasmessoci con
lampante evidenza da statue e pitture vascolari, ossia
che gli Achei non portavano le brache. In parole povere,
con il ridicolo.
-E adesso che si fa?
Mi sembra ovvio: si fa pagare al
cafone una bella penale e si cerca un sostituto.
Racconto a regista e produttore del
mio incontro nei paraggi della macchinetta del caffè,
senza trascurare un solo dettaglio. Compreso di aver
proposto a Russell Crowe la parte di Patroclo, che lui
ha rifiutato. Gentilmente, ma con decisione.
-Del resto, anche a me riesce
difficile immaginarlo nel ruolo del cinedo.
-Ma non era australiano?
-Sì, e allora?
-Non credi che per quella parte
andrebbe meglio Jackie Chan?
-CINEDO!!! Ho detto CINEDO e non
CINESE!!! Vuol dire FINOCCHIO!
Cantacesso mi sembra tutt’altro che
convinto e io so perfettamente per quali motivi. Russell
Crowe gli è sempre stato antipatico e prima di
assegnargli la parte di protagonista nel suo film si
farebbe spellare vivo. Con un muso lungo così, cita una
rosa di nomi tra cui non si contano gli ottuagenari e i
defunti, in mezzo ai quali il povero Petersen dovrebbe
pescare il sostituto di Brad Pitt. Ma quando gli nomina
Sidney Poitier, che oltre ad essere ottuagenario è pure
di colore, il regista si inalbera.
-O Fussell Crofe, o niente!
Niente significa che, se anche questo
ci molla, il Cantacesso si ritroverebbe costretto a
ingaggiare Neri Parenti. Insomma, i prodromi dell’Apocalisse.
E così vengo sguinzagliata all’inseguimento del divo
australiano il quale, a meno che non gli siano spuntate
le ali ai piedi, dovrebbe ancora transitare nei paraggi.
***
Mi perdo nella contemplazione di
Ciccio che, circondato da una decina di Mirmidoni ancora
più grossi di lui, avanza verso la cinepresa indossando
con piglio regale i panni succinti del Pelide; di certo,
lui non ha bisogno delle brache per nascondere qualche
carenza e ostenta disinvolto un paio di cosce che
sembrano le colonne del Partenone. Non oso pensare al
frontone e ai capitelli…Ma ci penso lo stesso. Anche
per impedirmi di pensare ai guai che stanno per
piombarci tra capo e collo.
Ieri, il Cantacesso, che su
disposizione del regista, per entrare meglio nel
personaggio, indossa anche fuori dal set una clamide
(abito, piuttosto succinto, tipico dei soldati N.d.A.)
unta e sbrindellata offrendo al pubblico ludibrio tutte
quante le sue ossa assemblate male, mi ha somministrato
un solenne cazziatone perché ancora non mi sono degnata
di scrivere la parte per la sua protetta. Siccome a me i
cazziatoni nessuno può permettersi di somministrarli,
men che meno quell’arnese e men che meno davanti a
tutta la troupe, ho deciso di fargliela pagare. La parte
te la scrivo in un baleno. Eh, già, tu sei
particolarmente ferrata in questa branchia del sapere…Avrei
voluto dargli dell’ignorante, ma mi sono limitata a
ricordargli che sono dottore in lettere antiche, non
veterinario ittiologo. Per farsi perdonare, lui mi ha
scortata fino all’ufficio. Guarda, mi ha detto tutto
orgoglioso fermandosi davanti al Cavallo di Troia che
gli operai avevano appena finito di assemblare. Sembra
un armadio della Ikea, ho pensato storcendo il naso. Mi
è parso che dalla pancia del bestione sortisse una
melodia sconocchiata per pianola e voce, ma dev’essere
stato il caldo che mi ha dato alla testa. Tuttavia non
fino al punto di provocarmi le traveggole, perché
sarebbe stato impossibile per chiunque non notare,
appesa al collo del ligneo equino, una bella pompa di
calore modello split. E non penso proprio che quel
dettaglio fosse farina del sacco di Ulisse, visto che
né Omero nell’Odissea, né Virgilio nell’Eneide ne
fanno menzione.
-Abbiamo deciso che la giovane
attrice di cui tanto ti ho parlato alloggi qui, e
vogliamo che stia bella fresca e comoda. Sì, le abbiamo
preparato un appartamentino nella pancia del cavallo…sai,
per evitare che la sua presenza possa dare alito (SIC!)
a qualche problema…
Il Cantacesso è notoriamente
individuo di solenne, abissale, cosmica ignoranza.
Inanellate quattro bocciature che per poco non costarono
un ictus a suo padre, il quale al pezzo di carta ci
teneva veramente tanto, è riuscito ad acchiappare per i
capelli un diploma di ragioniere in una di quelle scuole
specializzate in recupero anni e riciclaggio somari il
cui nome è tutto un programma, istituto Zucconi. Forse
a fare i conti riusciva anche a sgrugnarsela, ma in
italiano è sempre stato una schiappa. Ai tempi infausti
della ASL numero 20, circolava sul suo conto una
leggenda metropolitana secondo cui sarebbe stato assunto
grazie ai buoni uffici d’una zia zitella che era la
perpetua del fratello vescovo del direttore. In realtà,
il posto fisso lo ha ottenuto grazie ad una sanatoria
per sistemare i lavoratori precari. Perché, se avesse
sostenuto un regolare concorso, lo avrebbero bocciato:
allo scritto.
Mi sono morsa la lingua per non
gridargli che l’unica cosa che avrebbe potuto dare
ADITO a qualche problema era proprio il suo
pestilenziale ALITO, ma avevo altro a cui pensare.
Troppi indizi avevano ingenerato in me il pesante
sospetto che nel bunker allestito dentro il Cavallo di
Troia fosse alloggiata una vecchia conoscenza della
sottoscritta e soprattutto di Russell, il quale in
quanto ad ira funesta batte notoriamente di parecchie
lunghezze il personaggio di cui è stato chiamato a
vestire i panni. C’era il rischio che il set si
trasformasse in un fronte di guerra…Come sedare gli
animi prima che la situazione degenerasse?
Raccomandandosi al Padreterno, pensai, accingendomi
finalmente a scrivere quel che mi era stato
commissionato. Dalla finestra dello studio, vidi il
Cantacesso arrampicarsi su una scala a pioli, entrare
nel Cavallo… E fu quella la conferma ultima e
definitiva dei miei sospetti.
-Dunque, sta a sentire: “O possente
Achille, figlio del grande Peleo…”
Figlio di Pelè?! Mi fa lui
ostentando la meglio riuscita espressione da scemo del
suo peraltro vasto repertorio. Sto per rispondergli
certo, e sono lieta di comunicarti che Ulisse è il
figlio segreto di Diego Armando Maradona, ma un’improvvisa
apparizione alle spalle del mio interlocutore a momenti
mi fa inghiottire la lingua.
-Hi…-mi fa la madama emettendo uno
squittio da topo e allungandomi la zampetta ossuta.
Indossa i consueti jeans a vita bassa e il consueto top
incollato alle costole e ha raccolto le sterpaglie che
ha sulla testa in due treccine stile Pippi Calzelunghe
versione premenopausa.
Ho sempre pensato che l’abito più
elegante che mai sia stato ideato per lusingare la
femminile vanità non sia un parto della fantasia
creativa di Armani, Barocco, Dior o Valentino, bensì
opera di quell’ignoto che, quattromila anni fa o giù
di lì, inventò il peplo. Due drappi di stoffa bianca,
lana o lino, fermati da fibule più o meno preziose
sulle spalle e stretti in vita da una cintura, un
abbigliamento semplicissimo ma capace di valorizzare al
meglio qualsiasi figura: da quella abbondante di Era a
quella agile di Artemide, da quella voluttuosa di
Afrodite a quella atletica e prestante di Pallade Atena.
Mettendo assieme divinità e comuni mortali, mi è
bastato guardarla un attimo per capire che l’unica su
cui il peplo farà la figura dalla tovagliaccia a
quadrettoni macchiata di vino e di sugo sul tavolo di
una bettola di quart’ordine è proprio colei che mi
sta davanti.
-Che nome hai deciso di mettere al
personaggio che Miss Spencer interpreterà?
Non ci penso su due volte e, con un’improntitudine
degna dei cinque perniciosi protagonisti di “Amici
miei”, pronuncio una sola parola: Formaldeide. Una
sostanza a forte tossicità, che entra spesso nella
composizione di anticrittogamici e insetticidi. Io lo
so, Cantacesso no di certo. Tremo al pensiero che
Wolfgang Petersen possa saperlo, del resto in Germania
hanno ottime scuole. Spero invece che lo sappiano, e si
facciano quattro sane risate alla faccia del Cantacesso
e della sua pupilla, i molti spettatori che andranno a
vedere il film.
-Carino. Suona bene.
-Formaldeide era una divinità minore
che veniva invocata dagli Achei quando le loro case
erano infestate dalle mosche e il mobilio crivellato dai
tarli…
Cantacesso e il regista annuiscono
con la testa. Se la sono bevuta. Domani si gira la scena
dell’ira di Achille, fa Petersen con il suo accento a
metà tra Franz Krantz e l’Adolf d’infausta memoria.
La mia bisnonna paterna era ebrea e, al pensiero, un
lungo brivido mi attraversa dalla radice dei capelli
alle unghie dei piedi.
***
Stringendosi al grande corpo del
Pelide, Briseide sussurra, percorsa da un tremito:
-Un urlo ha squarciato il buio della
notte, mio signore e padrone…Sarà forse un lupo
affamato? O è la voce della tenebrosa Cassandra,
profetessa di sventure, che sento echeggiare oltre le
mura di Troia, foriera di mali e calamità?
Puntellandosi sui gomiti, Achille si
solleva dal suo giaciglio coperto di pelli d’orso e di
leone e la guarda.
-Macchè, è soltanto quel finocchio
di Patroclo, là fuori, che sta berciando come un branco
di babbuini perché credeva di avere l’esclusiva…Adesso
dormi, dolce Briseide.
La bella fanciulla dalla carnagione
olivastra e dai folti riccioli neri posa la testa sulla
spalla dell’uomo che le ha fatto conoscere l’amore.
In fondo, le è andata bene, pensa: se gli Achei non l’avessero
catturata nel corso di una scaramuccia, avrebbe finito
con lo sposare l’uomo che suo padre aveva scelto per
lei, un vedovo di cinquant’anni, con la pancia grossa
e l’alito puzzolente. Ne ha sentite di tutti i colori,
a proposito del più forte tra i guerrieri ellenici, ma
di vero non c’è molto. E nessuno ha provveduto ad
informarla che Achille, oltre a un pessimo carattere, ha
anche un corpo da dio, capelli fluenti e barba color
miele, e i più straordinari occhi azzurri che mai si
siano visti. Crudele…sanguinario…sbruffone e
vanaglorioso…Macché! Quell’uomo può
tranquillamente rappresentare il sogno di ogni
fanciulla: al punto tale da renderla disponibile ad
accettare perfino che possa prendersi, di tanto in
tanto, qualche distrazione con lo starnazzante e
depilato cuginetto Patroclo.
-Quando questa maledetta guerra avrà
finalmente termine, ti porterò a Ftia e conoscerai mio
padre, il vecchio Peleo, e mia madre Teti, che tra i
Numi è seconda per bellezza solo ad Afrodite. Dopo di
che, farò di te la mia sposa, dolce Briseide…
Le è stato insegnato che gli uomini
fanno spesso promesse vane, che perfino le eroine delle
leggende, come Arianna e Medea, furono crudelmente
ingannate dai loro amanti. Ma a Briseide non costa
fatica credere verità le parole di quel bellissimo
giovanotto. Molto più miserevole è stata la sorte
riservata dal Fato alla sua amica Criseide, finita tra
le grinfie del Wanax (capo supremo, N.d.A.) degli Achei,
il viscido Agamennone.
E la dolce Briseide si addormenta,
con un sorriso sulle labbra.
-Pervetto! Brafissimo, Fussell!
Cinque minuti di pausa e poi si cira la seconda scena!
Esclama soddisfatto Wolfgang Petersen.
Non posso che approvare.
Achille, a torso nudo, siede su uno
scranno coperto di pelli di leopardo: bracciali d’argento
cesellato gli cingono i bicipiti e una collana di denti
di leone gli dondola sul possente petto leggermente
peloso. Briseide siede tra le sue ginocchia divaricate
mentre Patroclo, conciato come Cristiano Malgioglio, se
ne sta accoccolato su un prezioso tappeto d’Oriente,
strimpella la cetra e guarda la donna come volesse
fulminarla. D’un tratto, l’apertura della tenda si
scosta e, senza farsi annunciare, tre uomini irrompono
negli alloggiamenti del Pelide. I primi due sono
sicuramente personaggi di alto rango, lo si capisce
dalle corazze e dai mantelli sontuosi che indossano:
sono alti, corpulenti, con folte barbe e l’acconciatura
dei loro capelli rossastri brizzolati sulle tempie
ricorda molto da vicino quella della signorina
Tettamanzi, la mia maestra delle elementari. Il terzo,
piccolo, storto e meschino, ha tutta l’apparenza di un
servitore d’infimo rango. Sono Agamennone, il Wanax e
Menelao, il cornuto che a guardarlo si capisce subito
come mai la moglie lo abbia mollato col culo a bagno per
squagliarsela con Orlando Bloom. Il terzo è, mi pare
ovvio, il povero Tersite-Cantacesso: onde renderlo
ancora più ripugnante, il regista ha preteso che la sua
candida dentiera venisse sostituita con una protesi che
simula alla perfezione un avanzato stadio di piorrea
alveolare e che le sue orecchie, già grandi, venissero
coperte con un paio di padiglioni in latice grossi
quanto quelli di un elefante africano, da cui spuntano
peli degni di una lince canadese.
-Che gli dei siano con te, o possente
figlio del grande Peleo,!
-Vieni al dunque, o gran Re dei Re.
Achille si trattiene a stento dallo
sbadigliare mostrando il bianco degli occhi, che solleva
al cielo. Il Wanax non gli è mai piaciuto, e non vede l’ora
che lasci la sua tenda.
-Se mi allontanai dai miei
acquartieramenti e venni a te, o guerriero dal piè
veloce, è perché urge decidere la sorte di codesta
giovane figlia di Troia.
Agamennone indica Briseide e Achille
diventa pallido, quindi paonazzo. Non fosse perché
Patroclo glielo impedisce, si avventerebbe addosso a
quello screanzato. Ma niente e nessuno possono
impedirgli di ringhiare, digrignando i denti “Figli di
Troia saranno Elettra e Oreste!” (i rampolli che
Agamennone ebbe dalla moglie Clitennestra). Il che,
stando alle chiacchiere che quel pettegolo di Ulisse ha
raccolto da un mercante di passaggio, potrebbe anche
essere vero: si sussurra in Argo che la bella e
passionale regina, stufa di aspettare il ritorno del
marito, se la intenda adesso con un certo Egisto, un
bellimbusto che ha l’età dei suoi figli.
Riguadagnata una parvenza di calma,
Achille si siede nuovamente e ascolta quel che il Wanax
ha da dirgli. Ha dovuto rispedire con urgenza la bionda
Criseide da suo padre, sommo sacerdote d’Apollo
poiché il dio, furibondo per il sacrilego oltraggio,
minacciava di propagare la peste tra i soldati achei.
Evidentemente, la guerra batteriologica non è un
terrificante incubo dei nostri incerti e turbolenti
giorni.
-Ma siccome sono il Re dei Re e non
sarebbe per me dignitoso non disporre di una serva
giovane, bella e di nobile lignaggio pere mescermi il
vino e scaldarmi il giaciglio, sono venuto a requisire
Briseide.
Achille impallidisce. E gli occhi
scintillanti da azzurri diventano di un freddo grigio
metallico, mentre si stringono a fessura come quelli di
un lupo che ha appena adocchiato la pecora da accoppare.
-Sta pur certo che non avrai questa
donna, la quale fu assegnata a me in premio per il mio
valore in combattimento.
-Ma io sono il capo e ti ordino di
consegnarmela.
-Senti senti… Lui è il CAPO… Una
comoda scusa da accampare per mandare gli altri in prima
linea a farsi ammazzare standosene al sicuro nelle
retrovie! Ma quando c’è da dividere il bottino,
allora è la volta che iene e sciacalli si fanno avanti
per strappare ai leoni il premio dovuto al loro
coraggio!
-Hai osato darmi dello sciacallo?!
Non sai forse con chi parli, Achille figlio di Peleo,
mercenario e sicario prezzolato: io sono il Wanax di
Micene, il capo di questa eroica spedizione, e i miei
ordini si eseguono senza discutere!
-Senza discutere ti metterei le mani
intorno al collo per strozzarti, ladro vigliacco, ma non
lo farò: non è mia abitudine insudiciarmi le mani con
la merda di cavallo come un qualsiasi miserabile schiavo
addetto alla pulizia delle stalle. E adesso porta il tuo
grasso culo poltrone fuori dalla mia tenda, e tirati
appresso quel cornuto che non è stato neanche capace di
tenersi sua moglie!
-Guardie!
Alcuni armigeri fanno il loro
ingresso nella tenda e mentre una decina di essi tengono
a bada Achille puntandogli contro le loro lance, due
portano via Briseide, che piange e strepita. Il Pelide
è pallido di rabbia impotente, ma deve giocare ancora
la sua ultima carta.
-Bene, signori-fa infine,
accompagnando il tutto con un sorrisetto bilioso- da
questo momento in poi, Achille di Ftia non combatterà
più per la causa di un inetto ambizioso, non metterà
più a repentaglio la sua vita perché si adempia la
meschina vendetta d’ un cornuto di cui, in verità,
ben poco gli importa. Achille di Ftia toglie il
disturbo! Patroclo, avverti gli uomini affinché
preparino i bagagli: partiremo al più presto.
Ad Agamennone fumano le narici.
Vorrebbe gridare in faccia a quell’arrogante che non
può chiamarsi coraggio quello di chi si getta nella
mischia ben sapendo di non rischiare quasi niente,
essendo il suo corpo invulnerabile, salvo che in un
brandello di pochi centimetri quadrati la cui
collocazione è tenuta rigorosamente segreta. Ma la
rabbia e la forza erculea dell’energumeno, che ha
oltretutto vent’anni buoni in meno di lui, non sono da
sottovalutarsi. Arrivederci a presto, gli fa ricambiando
il sorriso. In fondo, sa che Achille non riesce a
restare a lungo lontano dalla pugna e dalla tenzone. Che
può facilmente avere tutte le donne che vuole, anche
più belle di quella Briseide e che le sue furibonde
incazzature non impiegano molto a sbollire. Se anche non
sbollissero, l’astuto Ulisse potrebbe sicuramente
metterci una pezza e poi…l e guerre le vincono gli
eserciti, non gli eroi: il contributo dell’irascibile
figlio di Peleo non sarebbe stato determinante. Quindi,
andasse pure a quel paese.
Il Wanax si gira a guardarlo un’ultima
volta, gli indirizza un sorrisetto lascivo e gli sibila
un “dev’essere brava a letto, quella tua Briseide”.
Achille sente che il sangue sta per andargli a fuoco.
-FUORI DAL COGLIONI!!!!!!!
Urla con tutta la voce che ha in
corpo. E, onde enfatizzare l’invito, lo accompagna con
un gesto inequivocabile: un potente, vigoroso, omerico
OMBRELLO.
Wolfgang Petersen gongola: magari a
lui non glielo daranno, perché i premi si assegnano ai
bravi ragazzi e non ai cattivi soggetti, ma grazie alla
superba interpretazione del cattivo soggetto in
questione capace che il suo filmaccio si beccherà l’Oscar…
Tuttavia per arrivare alla statuetta c’è un ostacolo
arduo da superare: la scena successiva. Quella che
potrebbe trasformare in realtà la finzione scenica, l’ira
di Achille in quella ben più devastante di Mr Russell
IRA Crowe.
***
Anche agli eroi viene sonno. Achille
sta per gettarsi a corpo morto sul giaciglio coperto di
pelli preziose, quando un leggero fruscio mette in
allarme i suoi sensi acuti come quelli di un lupo
selvaggio. Si volta verso l’apertura della tenda. Lo
scorge. E il fulvo ciglio gli si aggrotta.
-Salute a te, o possente figlio del
grande Maradon… pardon, Pelé…
-Riferisci al tuo signore che non ho
niente da dirgli e fai in fretta a sparire, lercio topo
di sentina!
-Non è il Wanax che mi manda, anche
se le circostanze potrebbero dare alito a questo
sospetto.
-Si dice ADITO, ignorante! L’alito
è quell’immondo fetore che esce dalla tua lurida
bocca; perciò vedi, o Tersite, di curare di più la tua
igiene orale. E di consultare il dizionario, prima di
usare le parole a sproposito. In quanto a mio padre,
sappi che egli è Peleo, il re di Ftia. P-E-L-E-O,
ficcatelo bene in testa, non un volgare adepto del culto
di Eupalla! (sarebbe costei la musa del calcio ben
giocato, una tra le più amene invenzioni del grande
giornalista sportivo Gianni Brera N.d.A.)
-Fui io stesso a decidere di venire
alla tua tenda, spinto dal timore che la tua ira
inconsulta potesse causare infiniti lutti ai nostri
compagni achei. Ma permettimi di aprire una parente…
Achille sospira: il cinico guerriero
non può tollerare lo stupro perpetrato ai danni del
parlare corretto dal suo interlocutore e sbotta, alzando
gli occhi al cielo:
-Non mi si tacci d’essere crudele e
sanguinario, quando questo qui, per chissà quale
recondito scopo, si propone di squartare una vecchia zia…
Si dice PARENTESI, ignorante! E adesso vedi di aprirla,
e possibilmente anche di chiuderla in fretta.
Sono venuto a risarcirti. Gli fa. E
gli spiega che, dopo averci a lungo pensato, ha deciso
di rinunciare alla sua ancella per fargliene dono e
annullare gli effetti catastrofici del ventilato ritiro
del più forte tra i guerrieri achei dalla spedizione. L’indovino
Calcante, che in quanto a portare sfiga non è secondo
neppure a Cassandra e, come lei, ci azzecca sempre, ha
infatti vaticinato che, se il Pelide lascerà il suolo
troiano, per l’esercito di Agamennone sarà la
disfatta.
La fanciulla è bionda, e canta con
voce da usignolo. Il primo particolare solletica la
fantasia di Achille: nel bacino del Mediterraneo, le
bionde sono rare, pertanto molto appetite. Del secondo
meno gli importa, già ne ha abbastanza dei lagnosi
peana che Patroclo gli declama a ogni piè sospinto,
accompagnandosi con la cetra. Si chiama Formaldeide.
-Bene, così terrà lontani gli
scarafaggi dalla mia tenda. - commenta il Pié Veloce
con un sorriso da squalo.
Ma il sorriso gli si spegne e il
respiro gli si strozza in gola, quando Formaldeide, a
piccoli passi esitanti varca la soglia e gli si rivolge,
con voce timida: “O possente Achille, figlio del
grande Peleo…” ostentando la professionalità d’una
bimbetta di sei anni alle prese con la poesia di Natale
e l’espressione afflitta di chi ha appena subito un
enteroclisma. Il Ciccio farfuglia qualcosa che, ad un
orecchio attento, dovrebbe significare piuttosto che con
te preferirei recitare con Rin Tin Tin, ha molto più
talento. Dopo di che, il suo occhio plumbeo cambia
bersaglio. Avete presente Hando ma con i capelli, senza
i tatuaggi e poco coperto da un costumino fetish tutto
cuoio e borchie? La visione è sublime e terrificante al
tempo stesso, specialmente quando, con lo sguardo che
brucia come il cannello della fiamma ossidrica e le
narici che fremono come quelle di Varenne in vista del
traguardo, Ciccio-Achille sibilando con voce assassina
“Sei stato tu… E questo non me lo dovevi fare…”
allunga una manaccia grande quanto il tagliere di una
macelleria, afferra per il collo il povero
Tersite-Cantacesso e comincia a stringere…
***
Mi sveglio in un bagno di sudore.
Devo aver urlato nel sonno perché, accanto al letto,
scorgo Matty che ha acceso la luce e mi guarda con aria
tra preoccupata e vagamente disgustata. Non è niente,
tesoro. E’ stato solo un brutto sogno, torna in camera
tua e non preoccuparti.
-Che fifona sei, zia! Ieri ho sognato
Freddy Kruger (l’orrendo protagonista di “Nightmare”
N.d.A.) che mi rincorreva ma mica ho fatto tutto ‘sto
casino!
FINE
Lalla, 26 luglio 2004