Le Fan Fiction di croweitalia

titolo: Un Anno Vissuto Pericolosamente (parte terza) - leggi la prima parte - leggi la seconda parte
autore: Isabella Franzolini
e-mail:
data di edizione: 05/01/2003
argomento della storia: Russell Crowe, attore australiano sposato infelicemente
riassunto breve: Izzy, alla ricerca di una vita piu' felice, conosce fortuitamente un attore famoso...
lettura vietata ai minori di anni: 18

 

Capitolo III

 

L’australiano inverno pungente scorreva senza grosse novità, a parte quella che aveva completamente rivoluzionato la mia vita. Il disagio che Russell stava vivendo con sua moglie aveva conosciuto picchi acuti, più di una volta, in preda ad una folle disperazione era salito in macchina, dopo un’accesa discussione e mi aveva raggiunto a Sidney, cosa che io potevo apprezzare fino ad un certo punto, visto che mi trovavo in un periodo di scarsa salute e di sovraccarico di lavoro. A volte mi teneva sveglia fino alle ore piccole a parlarmi del motivo per cui aveva litigato con Danielle, degli errori che lui aveva fatto e che lei non era intenzionata a perdonargli e di quelli, forse meno vistosi che aveva commesso lei e sui quali lui sarebbe forse passato sopra con maggior facilità. Non era difficile capire che lui l’amava molto di più di quanto lei amasse lui.

 

Anche quella mattina mi sentivo poco bene. Avevo un forte mal di stomaco ed un nausea persistente ma cercai di vincere tutto e mi trascinai in ufficio. La giornata giunse faticosamente alla fine, con quel dolore acuto che non mi mai aveva lasciato e che effettivamente mi perseguitava da almeno un mese e mezzo. Prima di uscire dall’ufficio tirai sul il telefono e composi il suo numero.

 

- Ehi! Finalmente ti fai viva… ho aspettato la tua chiamata tutto il giorno, ho bisogno di parlarti.

- Dove sei?

- Sono qui sotto.

 

Rimasi sorpresa senza capire bene.

 

- Qui sotto dove?

- Al tuo ufficio.

- Scendo immediatamente.

 

Mentre raccattavo rapidamente le mie cose cercavo di immaginare il motivo per cui questa volta avevano litigato perché soltanto quello poteva essere il motivo della sua presenza a Sidney.

Lo trovai di fronte alla porta a vetri del palazzo. Dovevo avere una specie di smorfia che mi deformava il viso, perché mi guardò preoccupato.

 

- Ti senti bene?

- A dire il vero no.

 

E gli spiegai del mal di stomaco che mi aveva tormentato tutto il giorno e che non manca di farlo con regolarità da più di novanta giorni.

 

- Che è successo? - gli chiesi poi.

- Guarda il sedile posteriore.

 

Mi voltai e vidi due borsoni pieni fino a scoppiare. Mi voltai e lo guardai con aria interrogativa.

 

- Ce ne sono altrettante nel baule.

 

Mi guardò ancora.

 

- Me ne sono andato. Le ho lasciato un mese di tempo per andarsene via da casa mia.

 

Trattenni a stento la sorpresa.

 

- Avete litigato?

 

Strinse le mani sul volante.

 

- Sì. Ancora una volta. E ci siamo detti delle cose orribili, ancora una volta. Vorrei poter restare a casa tua in questi giorni, pensi sia possibile?

- Sì… credo che… che non ci siano problemi. Ma scusa, non è casa tua? Il ranch non è tuo?

- Sì. Ma voglio lasciarle tutto il tempo che desidera per prendere le sue cose e andarsene.

- Sei sicuro di star facendo la cosa giusta?

- Ti frequento da cinque mesi, Izzy, ho avuto tutto il tempo di pensarci. E ho pensato che tutto quello che voglio dalla vita è trascorrere altre diecimila notti come quella che abbiamo passato insieme la prima volta che ti ho incontrato.

- E’ una decisione grave, te ne rendi conto vero?

- Ho già parlato col mio avvocato. Sta già preparando le carte per il divorzio.

- Si scatenerà un inferno, Russell, ti attirerai le ire di tre quarti di mondo addosso.

- Non mi riguarda. Io voglio essere felice e per questo devo stare con te.

 

D’un tratto una fitta lancinante mi colpì in pieno addome, come una lama. Sbandai leggermente e per un pelo non andai a sbattere contro un idrante sul marciapiede. Russell si allarmò immediatamente.

 

- Che succede, che hai?!

- Lo stomaco… - portai una mano sul diaframma - mi sta torturando!

- Fermati! Ferma la macchina! Fermala!!

 

Seguii il suo consiglio e accostai, misi le quattro frecce e mi catapultai fuori dall’auto, piegandomi in due a cercare disperatamente di attutire il dolore che si stava facendo insopportabile.

Lui si avvicinò e mi circondò le spalle con il braccio, cercando in qualche modo di assistermi.

 

- Andiamo al pronto soccorso, dai.

- No… vedrai che mi passerà…

- Se mi hai detto che è un mese e passa che hai questo disturbo… dai, niente storie, il Saint Patrick è a due isolati da qui.

 

Entrammo al pronto soccorso e almeno qui la sua presenza non destò sorpresa: i malati erano più importanti. Mi adagiarono su di una barella e scomparii subito dietro la porta delle emergenze, e venni portata immediatamente in una sala per delle analisi. Sentii i medici affannarsi intorno al lettino e dopo poco il dolore acuto ed intenso mi fece perdere i sensi.

 

Quando aprii gli occhi, ero in un'altra saletta illuminata anche dai pannelli per le letture delle radiografie. Dopo poco entrò un medico.

 

- Miss…

- … Franzolini.

- Sì. Come si sente?

- Sono stata meglio.

- Il dolore è passato?

- A dire il vero non del tutto.

- Mm.

 

Esaminò la mia cartella.

 

- So che è stata accompagnata qui al pronto soccorso. La persona che l’ha portata è un componente della famiglia?

- Beh, non proprio. E’… - ebbi un lungo momento di incertezza. Non sapevo come definirlo… - …è il mio compagno.

- Credo sia opportuno farlo entrare.

 

Uscì e di lì a poco rientrò con Russell dietro, che si precipitò vicino al mio letto e non chiese nulla, mi guardò soltanto con un’aria un po’ spaventata. Poi si rivolse al medico.

 

- Che problema c’è?

- I dolori che ha accusato sono stati costanti nell’arco dell’ultimo mese e mezzo?

- Sì, più o meno - risposi.

- Ha anche accusato nausee, perdite ematiche dalla bocca?

- Nausee. Perdite ematiche mai.

- Miss… - e lo sguardo del medico si posò anche su Russell - dalle lastre e dalle analisi che abbiamo effettuato, ci risulta una piccola presenza tumorale intorno al cardias.

 

Mi sentii svuotare dentro. Un cancro. Avevo il cancro. Russell divenne pallidissimo, mentre sbarrava gli occhi e le sue mani si annodavano sempre di più.

 

- E’ maligno? - chiesi.

- Dobbiamo aspettare i risultati della biopsia che le abbiamo già effettuato, ma ne ha tutta l’aria.

 

Una lacrima mi scese lungo il viso. Russell si staccò improvvisamente da me e si avvicinò alle lastre.

 

- So che non è certo una bella notizia ma, la invito a non abbattersi. Siamo convinti che sia operabile.

- Dio sia lodato… - tirai un sospiro di sollievo, sebbene quella scomoda sensazione di ansia non mi lasciasse.

 

Russell tornò accanto al letto e si rivolse al medico.

 

- Quando la operate?

- Prima è, meglio è. Possiamo sicuramente farla ricoverare stasera e confido che possano intervenire la settimana prossima. Ma ora Mr. Crowe venga con me. Lasciamola riposare, potrà rivederla quando l’avranno ricoverata a chirurgia.

- Mi dia ancora cinque minuti.

- Sicuro.

 

Il medico uscì. Russell si avvicinò ancora di più al letto e si chinò a baciarmi la fronte.

 

- Tesoro… - la voce gli tremava, il viso era deformato da una strana smorfia, non l’avevo mai visto così.

- Russ, sta’ tranquillo. Vedrai che si sistemerà tutto…

 

Vidi una lacrima che gli scese sulle guance e che lui asciugò col dorso della mano.

 

- Tesoro, ti prego… ti prego, non lasciarmi…

- Non preoccuparti, - lo rassicurai di nuovo - vedrai che me la caverò benone.

- Io sono con te, al 100%, sono con te. Sii forte, Izzy, perché io ti starò vicino ogni secondo.

- Allora sono tranquilla.

 

Gli rivolsi un debole sorriso, il male allo stomaco stava tornando a tormentarmi. Lui fece per uscire poi si volse nuovamente verso di me.

 

- Izzy…

- Che c’è?

- Sei una donna incredibilmente coraggiosa.

- Hai sentito il medico? Ha detto che si può operare. Se l’operazione non dovesse andar bene… ecco, allora lì comincerei a preoccuparmi.

- Non è così semplice. Se avesse fatto lo stesso discorso a me sarei morto di paura.

- Si è autorizzati a perdersi d’animo solamente quando la situazione diventa critica. Ed anche allora, quando non c’è più soluzione, perché preoccuparsi?

 

Russell mi rivolse ancora un ultimo lungo, avvolgente sguardo poi uscì.

 

La settimana successiva mi venne a trovare. Era incredibile, ma in una settimana era riuscito a dimagrire. Potevo scommettere che, indipendentemente dalla situazione da carestia del mio frigo, si fosse dimenticato di mangiare. Stava seduto accanto al mio letto e mi accarezzava la fronte con il pollice, la mano sulla testa.

 

- Come va a casa, tutto a posto?

- Sì, sì… c’è… beh, c’è un po’ di casotto, ma prometto di rimetterti tutto a posto quando torni.

 

Sorrisi.

 

- Non mi riguarda… l’importante è che tu ci stia bene. Hai fatto qualcosa di nuovo con quei documenti del divorzio?

- Danielle ed io li abbiamo firmati due giorni fa.

- Mi dispiace, Russell.

- Si vede che non doveva essere…

- Ehi… niente moglie, niente amante… vedi di non affogare tutta la tua disperazione nei liquori del mio bar. Cerca almeno di ricomprarmi le bottiglie che ti prosciughi.

 

Lui tentò un lieve sorriso.

 

- Mi sono sempre comprato la birra.

- Vuoi darmi a bere che hai lasciato il mio Laphroigh intatto? Bugiardo…

- Tesoro, mi manchi.

 

Un’infermiera fece capolino nella stanza.

 

- Mr. Crowe, deve uscire, la dobbiamo preparare per l’intervento.

- Ora me ne vado.

 

Lo fermai subito.

 

- Russell…

- Dimmi.

- Ricordi tutto quello che ti ho detto al pronto soccorso una settimana fa?

- Sì.

 

Non riuscii a trattenere una lacrima che prepotentemente traboccò dall’occhio.

 

- Erano cazzate. Ho paura. Una paura fottuta.

- Sei una roccia, Izzy, andrà tutto bene. Non devi, non puoi lasciarmi, capito?

 

Mi teneva ancora la mano quando mi vennero a prendere. Lo vidi commosso e smarrito, poi la pre-anestesia cominciò a fare effetto.

 

Mi svegliai. La luce mi ferì violentemente gli occhi, riflettendosi sul cervello che reagì ad un impulso doloroso. Avevo la bocca incollata, le labbra aride e un sapore schifoso in bocca. Dopo tutto questo mi resi anche conto che avevo un terribile mal di stomaco, stavolta per una ferita. Tentai di chiamare l’infermiera, ma non riuscii a scollare le labbra e dopo poco entrò il medico che mi aveva operato.

 

- Miss Franzolini! Come si sente?

- Come se fossi passata dentro una betoniera…

- Capisco. Naturalmente è normale, ma sono passato per dirle che i suoi valori sono normali e che l’intervento è riuscito splendidamente, abbiamo asportato completamente il tumore e siamo riusciti a pulire bene la zona circostante senza essere troppo invasivi. Non vorrei correre troppo, ma direi che lei è stata molto fortunata.

- Fantastico… - replicai con un filo di voce. - Dottore, - lo fermai mentre stava per uscire - posso avere dell’acqua?

- Sicuro, le chiamo l’infermiera.

 

Russell fece capolino nella stanza subito dopo l’acqua.

 

- Ho parlato adesso col chirurgo… Ha dato buone notizie…

- Speriamo che non si scateni qualche cellula impazzita… - risposi, sempre con un filo di voce, visto che mi sentivo tremendamente debole.

- Non ci sarà nessuna cellula impazzita. Ora devi soltanto tornare a casa e io ti accudirò.

 

Trascorsi ancora qualche giorno in ospedale dal quale fui dimessi dieci giorni dopo l’intervento. Russell mi venne a prendere, sorreggendo me e portando la valigia che mi aveva fatto avere quando ero dovuta entrare a chirurgia. Le sorprese non dovevano però finire così, perché quando uscimmo dall’ospedale un piccolo crocchio di giornalisti ci si fece incontro. Uno mi ficcò un microfono direttamente sotto il naso.

 

- Come si sente?

- Com’è andato l’intervento?

- Continuerà a lavorare in ufficio?

- Mr. Crowe, Miss Franzolini è una sua amica o è qualcosa di più?

- Miss da questa parte, da questa parte!

- Mr. Crowe è questa misteriosa amica la causa del suo divorzio da Danielle Spencer?

 

Russell trattenne a stento il nervosismo, poi si volse verso di me. Lo abbraccia con uno sguardo dolce e stanco poi gli dissi:

- Diglielo. E poi liberatene.

 

Russ rimase perplesso a guardarmi, poi posò la valigia senza mai perdere la presa sotto la mia vita e fece cenno ai giornalisti di zittirsi. Immediatamente il silenzio calò sul piccolo drappello di persone che cominciarono a pendere dalle sue labbra.

 

- Anche se continuo a pensare che questi non siano affari vostri, c’è qualcosa che voglio dirvi. Perché me l’ha consigliato una persona alla quale tengo molto. - Il suo sguardo si posò ancora su di me. - Danielle Spencer ed io ci siamo separati, i documenti per l’avvio della pratica di divorzio sono stati firmati tre settimane fa. Miss Franzolini ha subito un delicato intervento che ha avuto un ottimo risultato. Sono stato molto in pensiero per la mia fidanzata e ora che la vedo ristabilita e fuori dall’ospedale mi sento meglio. Miss Franzolini non è stata la causa del mio divorzio, le cose tra me e Danielle Spencer non andavano bene già da qualche tempo. E ora che avete qualcosa di cui sparlare fino al prossimo millennio vi prego di lasciarci in pace. Grazie.

- Bravo.

- Ho studiato…

- Portami a casa, non ne posso più…

 

Quando la jeep si fermò di fronte casa, tirai un sospiro di sollievo. Anche perché cominciavo a non poterne più di un discorso assurdo che stava continuando a portare avanti il mio celebre accompagnatore.

 

- Russell, cosa intendi che non se ne vuole andare di casa??

- E’ così, Izzy, è un amico, è passato da Sidney e voleva venire a trovarmi a Nana Glen, ma sai che con questo casino del divorzio in quella casa preferisco non entrarci e sembrava che lui dovesse andarsene dopo un paio di giorni…

- Cosa significa esattamente “sembrava che dovesse andarsene in un paio di giorni”?? Russell, maledizione! Io… io ti voglio bene, ma mi sento ancora uno straccio! E’ mai possibile che questa persona non abbia un minimo di senso comune?!

 

Russell, posata la valigia sull’uscio, aprì la porta con un sorriso sornione e disse:

 

- Forse perché non è una persona…

 

Dall’ingresso vidi arrivare al galoppo un batuffolo nero che spalancava la bocca in un miagolio disperato. “Ho fame!” sembrava urlare. Urlai anch’io.

 

- Oh Russell!! - mi chinai a raccogliere il batuffolo, prima che si fiondasse in mezzo alla strada. - E’ bellissimo!!! - Strofinai la faccia contro il muso minuscolo, punteggiato dal naso umido, della bestiola. Che non smetteva di miagolare disperato! - Ma come ti è venuto in mente di prendere un gatto??

- E come si poteva farne a meno? Ogni volta che passi davanti ad una vetrina di un negozio di animali o a un giardino dove ce n’è uno, ci si trascorrono le ore… Ho pensato che averne uno tutto per te ti avrebbe fatto piacere.

- Sei un tesoro, grazie! La mia gatta era morta poco prima che partissi e in effetti cominciavo a sentire la mancanza di un felino in casa. Stavo per prenderne uno quando ti ho conosciuto e… beh, ho avuto altro a cui pensare.

- Mi hanno consigliato la femmina.

- Hanno fatto benissimo.

- Mi spiegherai perché più tardi. Adesso ragazze, muoversi: prepariamo una cosa da mangiare!

 

Entrammo in casa come una famiglia felice. La micetta saltellava per tutta la cucina, Russell infatti la faceva impazzire giocando con lei e manipolandola come una pallina di gomma. Tutto sommato sembrava che l’avesse presa più per sé… Nonostante fossi appena tornata, fui sottoposta al supplizio della “pastasciutta veloce” e una volta preparata una salsa di pomodoro veloce, buttai la pasta nell’acqua. Russell se ne stava appollaiato sullo sgabello al bancone della cucina, con la gattina sul tavolo.

 

- Vuoi una birra? - chiese, aprendo il frigo

- No, grazie… Russ… - guardai con lieve disappunto il gatto che si rotolava sopra il suo piatto - è proprio il caso? Salire sul tavolo della cucina è una delle prime cose che imparano… forse sarebbe il caso di non insegnarglielo.

- Dai… in fondo non è il tuo piatto.

 

Lo guardai con profonda disapprovazione. Poi scoppiammo a ridere insieme e gli dovetti chiedere di non fare più battute idiote, infatti ridere mi provocava ancora qualche fitta dolorosa alla ferita. Si accese una sigaretta, mi abbracciò da dietro mentre governavo ai fornelli e me la mise tra le labbra. Tirai una lunga, profonda boccata che dapprima mi dolse il petto ma poi mi lasciò il sapore familiare del tabacco in bocca.

 

- Mmmmm…. finalmente… non sai quanto me la son sognata….

- Sai cosa? Credevo che avresti smesso stando in ospedale.

- Troppa fatica.

 

Si allontanò e tirò fuori un salamino che mi ero fatta mandare dall’Italia poco prima di essere ricoverata, cominciò ad affettarlo sul bancone di fianco al piano cottura.

 

- Izzy, devo dirti una cosa.

- Che c’è?

- Mi hanno chiamato da Los Angeles. C’è una sceneggiatura buona e vogliono firmare un contratto. Devo partire tra tre giorni e presumibilmente cominciare a girare tra un mese.

 

Lo guardai.

 

- Mi spiace.

- E di cosa? E’ il tuo lavoro.

- Non volevo lasciarti proprio ora.

- Non fa niente. E poi tra un mese starò bene.

- Non ricominciare a fare la dura con me.

- Non faccio la dura.

- Almeno per la firma del contratto potresti venire con me.

- Vorrei tanto ma non credo di farcela.

- Sicura?

- Quanto dureranno le riprese?

- Quattro mesi più o meno. Gireremo a Washington.

- Hai già letto la sceneggiatura? Di che si tratta?

- Un agente dell’FBI alle prese con un fenomeno paranormale. Una specie di X-file.

- Wow. Ti verrò a vedere al cinema sicuramente, sono i film che preferisco.

- Credevo ti piacessero le storie di gladiatori…

 

Sorrisi. Gli piaceva fare dell’umorismo di quel tipo.

 

- E io non pensavo che ti piacessero le storie di agenti dell’FBI alle prese con fenomeno paranormali… Come dovrò chiamarti d’ora in poi, Fox??

- Molto spiritosa…

- C’è anche un intreccio amoroso?

- Sì… con una bella criminale.

- Interessante. Chi farà la parte?

- Sandra Bullock.

- Ma no! La prima volta che fa la cattiva…

- Manca ancora tanto alla pasta per esser cotta?

- Ci siamo.

 

Scolai i maccheroni e li condii, come gli avevo insegnato, Russell prese il formaggio dal frigo e lo mise su entrambi i piatti.

 

Mangiammo e bevemmo, ridemmo e discutemmo del suo nuovo lavoro. Era bello trascorrere del tempo insieme a lui, era la prima volta che lo facevamo come una coppia “normale”. Qualche ora dopo, stanca della giornata particolare decisi di ritirarmi.

 

- Tesoro, io vado a dormire.

- Ti seguo… sono stanco anch’io.

 

Dopo essermi lavata il viso feci per infilarmi il pigiama. Russell gironzolava tra la camera e il bagno e quando vide che stavo per coprirmi si fermò di fronte a me, bloccando le mani con cui maneggiavo la casacca del pigiama. Mi guardò la ferita, passandoci sopra con un tocco leggero le dita.

 

- Ti fa male?

- Leggermente, sì.

 

Mi guardò ancora con quello sguardo impaurito che gli avevo visto quando ci avevano dato la brutta notizia, e le sue mani mi circondarono la vita per poi scorrere dietro la mia schiena e stringermi più saldamente a lui. Mi baciò dolcemente.

 

- Mi sono spaventato da morire…

- Ora è finita…

 

La sua bocca si fece più golosa e io mi appesi alle sue spalle mentre si spostava a piccoli passi verso il letto. Ci sdraiammo e le sue mani si fecero impazienti dentro i pantaloni del mio pigiama. Ad un tratto si fermò.

 

- Te la senti?

- Non me la perderei anche se mi avessero tagliato una gamba…

 

Rassicurato dalle mie parole continuò quel che aveva interrotto. Era incredibile come le nostre pelli fossero calde, come le sue dita cercassero di stimolare il mio piacere soffermandosi sul mio sesso, giocherellandoci e affondando nella mia carne umida. Continuava a baciarmi, mentre si toglieva i pantaloni del pigiama che inutilmente aveva indossato, sussurrava al mio orecchio, solleticato dalla barba, mentre mi guidava la mano verso il suo sesso, che trovai già turgido che mi pregava di accarezzargli. Scese con le labbra e la lingua lungo il mio collo e le spalle, mi baciò il seno che teneva delicatamente con la mano, succhiandomi il capezzolo delicatamente, scese ancora, strofinando delicatamente la lingua intorno alla ferita e ancora, lungo l’addome e più giù fino ai confini più intimi del mio piacere. Si soffermò per qualche tempo laggiù e nonostante lo trovassi più che piacevole lo implorai di tornare con la sua bocca sulla mia: volevo trovare il mio piacere quando lui fosse stato dentro di me. Lui accettò e tornò a baciarmi sulla bocca mentre col ginocchio mi divaricava dolcemente le gambe, mi toccò per imparare le mie forme, per non perdere la strada, quindi condusse il suo membro con un colpo deciso nella mia carne. Affondò con decisione, facendomi gemere per quell’iniziale sottilmente doloroso piacere che mi procurava il suo vigore, poi rallentò il ritmo, diventando dolce ed elegante come l’incedere di un’indossatrice, flessuoso e sensuale. Non gli nascondevo il mio piacere, mugolando e sospirando, chiedendogli di tenermi stretta fra le sue braccia. Ad un tratto, continuando ad amoreggiare con me, si fermò a guardarmi negli occhi. Io sbarrai i miei, sorpresa di trovarlo così “attento” in quella situazione… concitata.

 

- Amore mio… - sospirai - che succede?

 

La sua stupenda voce profonda, leggermente velata dalle sigarette, mi giunse portata dal respiro.

 

- Io ti amo, Izzy… ti amo tanto, tesoro…

 

E mentre pronunciava quelle parole continuava a guardarmi dritto negli occhi, come se volesse in quel modo, imprimerle a fuoco dentro di me, nello stesso modo in cui continuava ad esplorare i più reconditi angoli della mia femminilità. Continuò a guardarmi anche quando venne, continuò a ripetermi che mi amava, chiuse leggermente gli occhi soltanto verso la fine, per poi riaprili lascivi e blu grigi e ripiantarli dentro i miei.

Era tutto così straordinario. Mi commosse. Da quando ci eravamo conosciuti, quell’uomo così rude e scontroso verso un mondo che voleva penetrare ogni aspetto della sua vita, mi aveva consegnato il suo cuore in mano ed ora, l’anima nuda, si esponeva a me senza difese, desideroso soltanto di amare, avere una vita normale per quanto si potesse concedere ad un uomo famoso come lui e di essere riamato. Una lacrima mi scese lungo la tempia. Lui si avvicinò e l’asciugò con la lingua.

 

- Che ti succede tesoro?

- Ti amo anch’io… tanto, tesoro… e mai nessuno mi aveva reso così felice.

- Perché una lacrima allora?

- Non hai mai pianto di gioia?

- Non che lo ricordi.

- Io sì. E’ il modo più intenso che conosco di vivere un momento di gioia.

 

Mi baciò ancora dolcemente, poi uscì da me e posò la testa sul mio seno.

 

- Non vedo l’ora di tornare a Nana Glen con te.

- Ho un solo ricordo bellissimo di quel posto, devo crearmene altri.

 

Gli accarezzavo i capelli e le orecchie, mentre lui restava lì, abbarbicato a me come un rampicante. D’un tratto sentimmo sui piedi un peso improvviso. Tirammo su appena la testa e vedemmo la gattina che era balzata sul letto. Le rivolgemmo un sorriso tenero e lei non si fece scappare l’occasione: percorse il letto matrimoniale dal fondo fino alle nostre teste sollevando esageratamente le zampette come se stesse camminando nell’erba alta e poi rimase vittima delle nostre coccole e dei nostri scherzi, senza stancarsi mai, inseguendo prima il mio dito sotto il lenzuolo e poi il piede di Russell in fondo alla coperta. Ci addormentammo dopo poco, tutti e tre, come una famiglia felice.

 

 

Capitolo IV

 

- Pronto.

- Izzy!

- Russ! Tesoro, come va??

- Bene, un po’ faticoso ma bene!

- Credo che 30 milioni valgano un po’ di fatica, ti pare, pelandrone?

- Lo sapevo… in fondo sapevo che ti eri messa insieme a me solo per i miei soldi…

- Non dirlo nemmeno per scherzo… il lavoro va bene?

- Sì, sì, siamo leggermente in ritardo per certi casini in produzione ma il resto funziona a meraviglia.

- Com’è Sandra?

- Pronta a darmi un figlio!

- Bastardo…

- E’ in gambissima e molto simpatica. Vorrei che fossi qui per conoscerla. E anche per stare con me… mi manchi un sacco Izzy.

- Anche tu… ma che tempo fa sull’altra metà del mondo?

- Non male, fresco ma non male. Ah… sono rotolato in terra e mi sono un po’ sbranato un ginocchio…

- Incidente sul lavoro?

- Sì, ma assolutamente nulla di grave.

- Russ… tesoro, … pronto?!

- Sì, sono qui…

- Senti… sei sicuro che ti piacerebbe avermi lì?

- Come è vero che mi chiamo Russell Ira Crowe…

- Russ, se prendessi un aereo e venissi a trovarti?

- Oh! Izzy, amore, è fantastico! Quando arrivi? E quanto ti fermi?

- Volevo prendere l’aereo mercoledì, e fermarmi un po’ meno di una settimana. Ripartire tipo lunedì o martedì… avrai tempo anche per me o sarò costretta a farmi un day-trip della capitale..?

- Per te lo trovo il tempo, dolcezza! Richiamami quando parti per farmi sapere i dati del volo. Magari ti mando una macchina all’aeroporto.

- Lascia perdere, prendo un taxi. Stai al Marriott?

- Sì, al Courtyard, 900 F Street.

- Splendido, ti chiamo quando parto.

- Ti bacio… Izzy!!

- Ehi!

- Ti amo.

- Anch’io…

 

Mercoledì, come convenuto, telefonai a Russell. Trovai il cellulare spento e mi sorpresi a fantasticare su dove poteva averlo buttato e sul fatto che in quel preciso momento stava lavorando nel vero senso della parola… “Attenti… ciak… azione!” … buffo. Gli lasciai un messaggio in segreteria e dopo aver chiuso il mio telefono, entrai nell’aeroporto.

 

Fu un viaggio lungo, ma piuttosto comodo, mi guardai il film, pisolai un poco, lessi un po’ del libro che mi ero portata. Finalmente arrivammo a destinazione.

Il bagaglio arrivò quasi subito (non ero capace di portarmi il bagaglio a mano quasi nemmeno per un giorno) e immediatamente uscii dall’aeroporto per prendere il taxi. Dall’auto gli telefonai.

 

- Ehi, Mr. Crowe, sei ancora impegnato con quella tua recita scolastica o trovi un po’ di tempo per la tua reginetta??

- Ma sei già fuori?? Ciao!!

- Sì, sono in taxi, sto arrivando.

- Guarda, mi manca poco poi vengo. Guarda che avevo avvisato l’albergo del tuo arrivo, sei nella mia stanza, 1608, ok?

- Ci vediamo a cena.

 

Il Marriott Courtyard, a un tiro di schioppo dal centro, era bello come me lo ricordavo, esattamente come tutta Washington. La receptionist mi accolse con un largo sorriso.

 

- Mrs. Crowe! L’aspettavamo. Prego.

 

Mi allungò la chiave magnetica e io la guardai un po’ perplessa per il “mrs. Crowe”. “Possibile che si sia già venduto per sposato? Bah.”. Entrata in camera, mi buttai sul letto, sfinita. Ecco che mi tornava la nausea. Erano un paio di mesi che ne soffrivo e all’inizio, terrorizzata da un eventuale recidiva del tumore, mi ero precipitata in ospedale per farmi controllare.

Mentre stavo per appisolarmi sentii un click e capii che la porta si stava aprendo.

 

- Izzy!

- oddio, Russ…

 

Gli buttai le braccia al collo e lui mi circondò la vita con le sue e mi sollevò e mi strinse e strofinò la barba nel collo, poi mi coprì di piccoli fitti baci la bocca. Mi diede un bacio più sensuale, finché, socchiudendo gli occhi mi accorsi che non eravamo soli. Mi scossi nella sua morsa per farmi mettere giù, lui capì e mentre mi depositava a terra bisbigliò:

 

- Mi sei mancata…

- Credo che anche la signorina se ne sia accorta…

- Ma certo! - Si voltò verso la signorina in questione, che rideva senza vergogna dietro le sue spalle - Izzy, questa è Sandra, Sandra la mia fidanzata, Izzy.

 

Ci stringemmo la mano e lei mi rivolse quel suo sorriso che comunicava subito una simpatia irresistibile.

 

- Russell mi ha parlato tantissimo di te…

- Oddio, chissà che tormento!

- Ehi pollastre, ci mangiamo un hamburger e ci facciamo una birra?

- Preferirei un trancio di pizza… - feci io.

- A quella non rinunci mai, piccola…

 

Durante il tempo trascorso a cena in tre, ridemmo parecchio di tutto e parlammo di tutto, poi ci ritirammo perché la giornata era stata stancante per tutti. Dopo esserci augurati buonanotte, Russell e io entrammo nella nostra camera. Seguì il solito rituale pre sonno, faccia lavata, crema sul viso, pigiama.

Nel letto, Russell sembrava un adolescente. Mi strapazzò come un uovo, mi strizzò e mi baciò ancora un milione di volte.

 

- Allora… che ci fai qui con me, bella sconosciuta…

- Avevo del tempo libero e ho pensato di venire a darti una controllata…

- Pensavo che avessi perso il tuo spirito italiano… invece eccolo lì, che ogni tanto fa capolino! Sei gelosa?

- Beh sì, Sandra è molto carina e simpatica…

- Siamo diventati molto amici, ma nulla di più, tu mi mancavi come l’aria…

- Proprio per questo…

- Smettila adesso, bella sconosciuta e vieni subito qui tra le mie braccia…

 

Mi shakerò un altro po’, finché nonostante l’ora tarda decisi di dirglielo.

 

- Russ… tesoro, io ho bisogno di parlarti di una cosa.

- Davvero? Pensa, anch’io ho bisogno di dirtene una.

- Allora comincia tu - lo anticipai.

- Vedi, - preambolò, mentre usciva fuori dal letto e andava a frugare dentro un borsone che aveva lasciato sulla sedia - questi tre mesi lontano da te sono stati un vero inferno, nessuno che mi accusasse di svuotargli il bar o che mi facesse dimostrazioni di forza di carattere per poi rivelarmi che era un essere umano… o che passeggiasse con me al chiaro di luna a Nana Glen, quindi ho pensato che sarebbe stato opportuno porre un freno a tutto questo. - Tirò fuori da dietro la schiena la scatoletta che teneva nascosta e la aprì - Izzy… anzi, non ho mai usato il tuo nome, che per assurdo ho imparato quando ti hanno ricoverata in ospedale e credo che in quest’occasione sia invece d’obbligo - si avvicinò con la scatoletta aperta - Isabella… mi vuoi sposare?

 

La pietra che baluginava dall’anello esposto nella scatoletta mi distrasse un po’, ma poi lo guardai negli occhi, che in quel momento da ridenti e giocosi che erano, si fecero teneri e appassionati. Tirò fuori l’anello dall’astuccio e me lo mise al dito.

 

- Sposami Izzy…

 

Lo baciai con tutta la foga che potevo mettere in un bacio, lo guardai e sorrisi.

 

- Sì, tesoro, ti sposo, Russell, ti sposo!!

 

Ci baciammo per un’altra buona decina di minuti, poi tornai a chiedergli:

 

- Io ho sempre una cosa di cui parlarti…

- Giusto! Dimmi, di che si tratta?

- Appena in tempo… - sussurrai, mostrandogli l’anello che mi aveva appena donato.

- Cosa?

- A far di me una… “donna onesta”… sei arrivato appena in tempo… - mi accarezzai il ventre e gli sorrisi. Rimase ancora un po’ interdetto, poi afferrò il punto.

- Oddio Izzy… sei… sei…!?!?

- Aspetto un bambino… - sussurrai ancora.

- Ma come… quando…

- La sera che sono tornata dall’ospedale, ricordi? C’era Lucilla così piccina… che saltava sul letto per giocare…

- … e si rotolava nel mio piatto mentre tu preparavi cena, certo che ricordo! Amore, stasera con queste due notizie, tu hai fatto di me l’uomo più felice del mondo!

- Ti amo Russ…

- Anch’io tesoro, anch’io! Ma allora di quanto tempo è, fammi pensare…

- Sono entrata nel terzo mese da una settimana.

- Tre mesi… appena finite le riprese mi libero e non prendo impegni per almeno un anno!

 

L’eccitazione (e anche una delicata performance amorosa) ci tenne svegli ancora per un po’, finché, Russell prima di me, crollammo sopraffatti dal sonno.

 

L’indomani ci alzammo di buon ora, Russell insistette perché lo andassi a vedere sul set. Tutto sommato l’idea non mi dispiaceva, non avevo mai visto fare un film e le scene d’esterno che dovevano girare erano interessanti. Ogni tanto buttavo un occhio alla pietra preziosa che scintillava al mio dito e pensavo soprattutto a quello che rappresentava. Mi sentivo pervadere da un calore dolce e lui era straordinario e… Dio, non potevo davvero chiedere altro dalla vita.

 

- Allora tu siediti qui e guardami, ok, baby?

- Va bene…

 

Lo guardai allontanarsi. I suoi occhi brillavano di una luce diversa, più viva e penetrante. Quando si trovò al centro della scena, prima del ciak, mi guardò. Era sorridente, tenero, e quei suoi occhi dardeggianti mi mandavano messaggi inequivocabili, i messaggi di un uomo felice. Rimasi seduta su quella sedia a godermi l’autunno di Washington, osservando la gioia dell’uomo a cui, per come mi aveva amata, avrei dato un figlio. Russell richiamò la mia attenzione un secondo prima del ciak e mi chiese di leggere le sue labbra. Io rimasi in attesa poi lessi:

 

- Ti amo. Ti amerò per sempre!

leggi la prima parte
leggi la seconda parte

 

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