Russell Crowe notizie in lingua italiana

Russell Crowe

Russell Crowe notizie in lingua italiana

 

Russell Crowe sulle riviste italiane... e non

(pagina 69)

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'Best Movie' dicembre 2005. Grazie Cora per le scansioni!

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'Novella 2000' n. 47 dell'8 novembre 2005. Grazie Mirella per le immagini!

Russell Crowe su Novella2000 n. 41, 5 ottobre 2005 Russell Crowe su Novella2000 n. 41, 5 ottobre 2005 Novella2000_41_05-10-05_04.jpg (48959 byte) Russell Crowe su Novella 2000 n. 41, 5 ottobre 2005 Novella2000_41_05-10-05_07.jpg (42806 byte)  Novella2000_41_05-10-05_03.jpg (38073 byte) Novella2000_41_05-10-05_05.jpg (42672 byte)
'Novella 2000' n. 41 del 5 ottobre 2005. Grazie Mirella per le immagini!

Russell Crowe su Donna Moderna del 19 ottobre 2005Russell Crowe su Donna Moderna del 19 ottobre 2005 DonnaModerna05-10-19_02.jpg (317305 byte) DonnaModerna05-10-19_01.jpg (285292 byte)
'Donna Moderna' del 19 ottobre 2005. Grazie Shaula per le scansioni! 

Russell Crowe on English2Go Magazine, october 2005 Russell Crowe on English 2 Go Magazine, october 2005 Russell Crowe sulla rivista brasiliana English2Go, ottobre 2005 Russell Crowe sulla rivista brasiliana English 2 Go, ottobre 2005 English2Go_05-10_05.jpg (485887 byte)
'English2Go', ottobre 2005. Grazie Ivani per le scansioni!

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'Movie' ottobre 2005. Grazie Cora per la scansione! 

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'Il Venerdi' n. 915 del 30 settembre 2005. Grazie Cora per la scansione! 

Russell Crowe su 'Il Venerdi' n. 913 del 16 settembre 2005Venerdi913_05-09-16_02.jpg (213531 byte)
'Il Venerdi' n. 913 del 16 settembre 2005
Due o tre cose che volevo ancora dirvi sul Gladiatore

di Martyn Palmer

E' il film che ha lanciato Russell Crowe e che ha fatto di lui l'australiano più amato a Hollywood. Eppure, dopo cinque Oscar e cinque anni di successo, e nonostante migliaia di passaggi televisivi, Il Gladiatore ha ancora qualcosa da svelare. Esattamente diciassette minuti. Quelli che Ridley Scott ha inserito nella nuova versione montata per l'edizione speciale del Dvd in uscita il 2l settembre.

Sono diciassette minuti completamente inediti?

«Si, è così. Ma se mi chiede se questo Dvd è un director's cut la mia risposta è no, perché tutti i miei film, quando escono, sono già un director's cut. Non subisco più pressioni da parte degli studi cinematografici per quanto riguarda i tagli. Con l'esperienza si impara a non fare film troppo lunghi. Non si può essere indulgenti con se stessi. Bisogna tenere presente quello che scherzosamente ho definito il Bum Ache Pactor (fattore mal del di fondo schiena, ndr) e domandarsi: "Quando si stancherà il pubblico?"». 

E il Bum Ache Factor è diverso nel caso del Dvd?

«Certo. Si può interrompere la visione, alzarsi, uscire per farsi una birra, tornare e continuare a vedere il film. È quasi come prendere un libro da uno scaffale e leggerlo. Per questo ho deciso di inserire in questa edizione del Dvd scene i di! che amavo ma che, per la versione cinematografica, rischiavano di allontanarmi dal ritmo narrativo giusto. Voglio fare un esempio: 1'anno prossimo lancerò una nuova versione di Kingdom of Heaven (Le crociate): durerà tre ore e mezzo e sarà di un'ora più lunga di quella finita nelle sale».

Ma questi 17 minuti inediti del Gladiatore che cosa aggiungono alla storia?

«Fanno più chiarezza sul carattere di Commodo, Joaquin Phoenix, sul suo rapporto con il padre e sulla crudeltà della sua natura. Nel primo atto, c'è la scena nella quale Massimo, Russell Crowe, riesce a sfuggire all' esecuzione: le due guardie che avrebbero dovuto ucciderlo non hanno il coraggio di rivelare la sua fuga all'Imperatore. Dopo aver scoperto che Massimo è ancora vivo, Commodo mostra tutta la sua pazzia nella scena dell' esecuzione delle due guardie».

Secondo lei, perché questo film ha avuto un successo tanto straordinario?

«Penso che il Gladiatore dia una visione molto moderna dell' antica Roma e perciò non risulta una lezione di storia. Credo che il pubblico abbia apprezzato
non solo la trama, ma tutto quello che ha visto: il cibo, l'abbigliamento, il paesaggio. Una specie di immersione in quei tempi lontani. Cerco sempre di riprodurre mondi che la gente vorrebbe visitare. A me sarebbe piaciuto, - non come schiavo, certo - visitare quella Roma. È stato grandioso ricrearla in un modo così preciso da poterne quasi sentire l'odore».

Cosa ricorda delle riprese?

«Devo dire che ho amato ogni fase. Per la battaglia iniziale, ricordo che non riuscivamo a trovare la foresta per realizzare il fronte tedesco. Andammo fino a Bratislava. Ma quando mi resi conto che, nonostante la bellezza delle foreste, la troupe si sarebbe sentita straniera in una terra straniera, la decisione fu quella di restare in Inghilterra. Contattammo la Commissione forestale e chiedemmo quale foresta avesse in programma di abbattere. Scoprimmo che ce n'era una proprio fuori Gatwick Airport. Visitai il posto e girammo lì».

E come fu il rapporto con Russell Crowe?

Penso che inizialmente Russell non avesse bene in mente che cosa avrebbe significato per lui la realizzazione di una storia sull' antica Roma. Intendo dire, indossare un gonnellino, la toga, avere a che fare con le lance. Aveva una velata ironia nei confronti di questo film. Ma io ero assolutamente sicuro del mio progetto ed entusiasta di quel particolare mondo che stavo per realizzare, proprio come successe con Alien. Devo dire che la produzione non ha interferito nel nostro rapporto, rendendo facile la sintonia tra me e Russell. Una sintonia che è stata determinate per realizzare scene difficili come quella nell'arena. Non ci rilassavamo mai e discutevamo continuamente di quello che dovevamo fare e su come dovevamo fario. Siamo diventati molto amici».

Lavorerebbe di nuovo con lui?

«Si, certo. Stiamo cercando di trovare un progetto che soddisfi entrambi. Considero Russell il più raffinato attore della sua generazione».

Il suo film ha portato molta fortuna anche a Joaquin Phoenix.

«Penso che Joaquin fosse perfettamente tagliato per impersonare il Principe dell'oscurità di Roma. E la reazione del pubblico fu quanto meno sorprendente. Ma non credo che Joaquin si sia divertito. Per lui e' stata un'esperienza dura, un nuovo mondo, una nuova avventura».

Ha sempre avuto Connie Nielsen in mente per la parte di Lucilla?

«No. All'inizio non riuscivo a trovare Lucilla. Stavo cercando una donna che trasmettesse la potenza e l'intelligenza dell'imperatrice. Ho trovato Connie per caso. Lei mi mando' una registrazione di un film che aveva girato. Si trattava di una sorta di soliloquio. Ne fui cosi affascinato che appena la incontrai le affidai la parte. Connie è un vero talento».

Quando fu annunciato che lei avrebbe girato li Gladiatore, molti reagirono con scetticismo. Invece il suo film ha dato il via a un fortunato filone. Le fa piacere sapere che tanta gente sbagliava?

«Assolutamente sì. Lo stesso avvenne con Biade Runner. Fui criticatissimo all' epoca. Ma ogni anno rivedo Biade Runner in almeno tre film di fantascienza. Ho spianato la via alla fantascienza "metropolitana". È un film straordinario, ecco perché è un genere che non ho mai voluto rivisitare. Ma un giorno girerò un altro film così».

Si parla di un eventuale sequel o prequel del Gladiatore. È vero?

«Forse. Ma solo se trovo l'ispirazione giusta». 

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UN TRIONFO DI CONTENUTI SPECIALI

Esce il 21 settembre l'extended special edition di Il Gladiatore (Universal, euro 22,90). Il primo disco contiene un'introduzione del regista e una conversazione di Scott con Russell Crowe che svela i retro scena del set.
Nel secondo disco, duecento minuti di documentario sulla nascita del mondo del Gladiatore. storia, armi, diari di produzione, difficoltà della distribuzione, interviste agli interpreti.
E le scene più violente, eliminate


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'La Stampa', del 6 settembre 2005. Grazie Cora per la scansione e la trascrizione!
Da LA STAMPA di martedì 6 settembre 2005- CULTURA E SPETTACOLI – pag. 27

di Maria Giulia Minetti

Alla Mostra ieri era il giorno di “Cinderella man” (…)


Titolo <<CROWE-ZELLWEGER “Siamo tutti Cenerentole”>>


Lui: Non penso che l’abbondanza sia un diritto assoluto.
Lei: forse sono io il più grande ostacolo della mia vita.

“Il corteo di limousine nere è sovietico nell’aspetto e nell’andatura, ma questi sono i tempi e i modi imposti dal terrorismo, auto blindate, cordoni di polizia, folla respinta dalle transenne. Peccato, perché la passerella tra l’Excelsior e il palazzo del cinema di ieri sera alle sette sarebbe stata il trionfo personale e assoluto di Russell Crowe, l’unico vero divo arrivato finora alla mostra del cinema (…). Il sorriso è malandrino, i ricci appiccicati alla fronte, gli occhi blu mare, il finestrino aperto, la maggior parte delle femmine pencolanti dalle transenne in estasi. <<Come sei bello>>, sussurra una sporgendosi, ed è il mormorio della venerazione. Dura poco, e comunque quelli dietro non vedono niente, non c’è scalinata al palazzo del cinema, nessuno potrà contemplare l’ascensione della star (…). 
Qui insieme al regista Ron Howard (che già l’ha diretto nel molto elogiato e premiato <<A Beautiful Mind>>, Oscar alla miglior interpretazione (sic!) e alla co-star Renée Zellweger(…), Crowe si sottomette con dolce pazienza alla cerimonia mesta della conferenza stampa per <<Cinderella Man>>, il film fuori concorso che da Venezia tenta un rilancio europeo dopo il brutto fiasco Usa (speranza tutt’altro che malriposta, anche il film di Ridley Scott sulle Crociate, buco al botteghino americano, da questa parte dell’Atlantico s’è strarifatto delle perdite). La storia di <<Cinderella Man>>, d’altronde, è bella (se volete leggerla) scritta da Michael C. DeLisa, per due anni consulente di Ron Howard. 
Troppo innervosito dalla cattiva accoglienza del film: per questo, dicono, due mesi fa a New York Crowe ha picchiato (coi pugni ancora allenati dal ring) un disgraziato intruso che s’è trovato tra i piedi al momento sbagliato. Vero o falso, meglio non chiederlo (c’è una causa in corso), anzi, chiederglielo è esplicitamente proibito, come annuncia il presentatore della conferenza stampa Claudio Masenza.
Qualcuno invece osa chiedere a Ron Howard se il mettere in scena gli americani poveri e disperati di ieri echeggi in qualche modo disperazioni attuali e possibili dell’America d’oggi. Howard svicola elogiando <<lo spirito di riscatto del suo eroe, l’esser simbolo d’una gente che sa e vuole reagire>>. E Crowe, domanda un altro, è rimasto influenzato dal suo personaggio fuori dal set? 
<<Il personaggio, per me, esiste solo tra il momento in cui il regista dice “Azione!” e quello in cui dice “Stop”. Dopo sono io >>. Un <<io>> inopinatamente confidenziale verso la platea. 
<<Dacché sono diventato padre – comunica gioioso – non sto più nella pelle dalla felicità. Guardo mio figlio ogni minuto. Avere un bambino è un’esperienza che raccomando a tutti>>. 
Il suo personaggio? <<Ogni volta che leggevo la sceneggiatura mi veniva la pelle d’oca. Mi sembrava importante che gli americani si ricordassero di persone come Jim Braddock e sua moglie, si ricordassero che l’abbondanza non è un diritto assoluto, che la loro prosperità si basa su gente come loro, che lavorano sodo, con davanti agli occhi il destino dei loro figli>>. 
Si capisce che con un simile slancio nel cuore, l’esito modesto del film l’abbia sconvolto fino alla rissa. Ma qui, sul podio del rilancio, è giunto in veste d’agnello. (...)”

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Titolo “MISERIA E NOBILTA’ DELL’ATTOR-PUGILE”

Di Lietta Tornabuoni

Il lavoro di Ron Howard è efficace e nello stesso tempo una gran furbata.
“Ci sono 15 milioni di disoccupati negli Stati Uniti nel 1933, quarto anno della Grande Depressione economica:<<Siamo tutti al verde, non c’è da mangiare>>, suona una canzone popolare. 
I facchini si affollano ai cancelli del porto di New York, ma sono meno di dieci quelli che arrivano a guadagnarsi la giornata. Le file si allungano davanti ai posti dove si distribuiscono sussidi statali o minestre quasi calde. Le case senza elettricità né riscaldamento né gas sono centinaia di migliaia: la gente non ha soldi per pagare le bollette, e manda i bambini dai parenti in campagna perché non riesce a sfamarli. Anche i più orgogliosi chiedono l’elemosina.
<<Cinderella Man>> di Ron Howard, con Russell Crowe , Paul Giamatti e Renée Zellweger. E’ un film fuori concorso efficace e una gran furbata: una storia di boxe terribile ispirata a personaggi e incontri veri, fortemente collocata nel periodo americano più misero e giustificata dalla povertà, dalla necessità di mantenere moglie e figli. Così nessuno può obiettare né criticare la nobile arte di uccidere gli altri sul ring, e l’eroe per bisogno diventa un difensore della famiglia: ma che <<Cinderella Man>> sia riuscito è innegabile.
James J. Braddock nel New Jersey, come tanti ragazzi popolani, cercava nel pugilato il mezzo per avere una vita decente. Gli andò bene, agli inizi. Poi, dopo un infortunio alla mano destra, cominciò il declino: sfortuna, sconfitte, la vita devastata come la crisi economica devastava l’America. Nel 1934 ebbe la possibilità di tornare a battersi e, inaspettatamente, di vincere gli avversari: fino al match con il campione del mondo Max Bear, da lui sconfitto. Fu lo scrittore Damon Runyon a soprannominarlo <<Cenerentola del ring>>; fu anche il gesto di restituire allo Stato appena possibile i soldi ricevuti come sussidio a renderlo popolarissimo; fu Joe Louis a fargli perdere il titolo e a indurlo a ritirarsi nel 1938.
Campione coraggioso, irriducibile, divenuto un simbolo della lotta americana per uscire dalla crisi, Braddock è interpretato davvero bene da un Russell Crowe dimagrito e affinato, con la faccia rotonda divenuta triangolare. <<Cinderella Man>> è una prova molto interessante di epopea della miseria: l’unico personaggio insopportabile è il solito, la moglie del pugile sempre lagnosa e jettatrice, stavolta Renée Zellweger.”

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'Primissima' n. 9, settembre 2005. Grazie Silvia per le scansioni!

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'Il Venerdì' n. 910 del 26 agosto 2005. (Grazie Angie&Lucy per la scansione e a me per l'OCR!)
Iniziò bene. Ma gli infortuni e la crisi del '29 lo ridussero sul lastrico. Così quando nel '35 vinse di nuovo, il Paese ne fece un simbolo


Jim, il pugile «cenerentola» che risollevò l'America dalla Grande Depressione

di Emanuela Audisio

Sul ring si va da soli, ma c'è chi è capace di combattere per tutti. Quando capita, la boxe diventa bella e miserabile. La Grande Depressione tolse lavoro a tredici milioni di americani. E salì pure lì, sul quadrato. Portandosi via tanta America. Cinderella Man è un film su un uomo che perse tutto, tranne la voglia di farcela. E Hollywood sa sempre come far vincere quelli che abbassano le braccia. Russell Crowe è il gladiatore alla rovescia. «Ci siamo picchiati così sul serio durante le riprese che ero sempre indolenzito. Mi è piaciuto interpretare Braddock, perché è riuscito ad essere un eroe normale, un uomo attaccato alla famiglia, capace di cadere e di rialzarsi». Già, la gloria di una bistecca. Anche il regista, Ron Howard, ha confessato la sua ossessione per la Grande Depressione che affamò le città americane: «Vorrei ricordare che i poveri non sono scomparsi, esistevano una volta e ci sono anche oggi. La nostra società è fragile, basta una crisi, e tutto può andare all'aria». La Fandango ora pubblica il libro Cinderella Man, di Michael C. DeLisa, sul pugile che mischiò il destino con quello dell' America.

James J. Braddock, a fine anni Venti, aveva tutto per scalare il mondo, forse solo il mitico Babe Ruth dei New York Yankees era in un momento più fortunato. Alto più di un metro e ottanta, 72 chili e mezzo di peso, Braddock aveva cominciato a battersi tardi, a 18 anni, ma con 15 mila dollari a incontro mise in banca un bel gruzzolo. Contro Joe Monte «testa di ferro», Braddock si fratturò la mano e prese tre mesi di riposo. Ma la frattura non si ricompose. Era necessario rompere di nuovo e risistemare. Il dottore voleva mille dollari. Troppi. Così Gould, il manager di Braddock, lo fece ricombattere. Quando il suo pugile vinse e fu attraversato da una fitta di dolore al braccio, il manager esultò: la mano ere rotta e lui aveva risparmiato sul dottore. Braddock lottò per il titolo contro Loughran, finì a pezzi, con un occhio sanguinante, ma con 17 mila dollari. Un piccolo capitale visto che un reddito annuale medio era di 750 dollati e solo di 253 per un contadino. Investì i soldi in una società di taxi e in un bar clandestino. Nel '29 la borsa di New York crollò e ammazzò il Paese, Braddock vide svanire il suo denaro. Cominciò daccapo, si trasferì in un sottoscala, nell'estate del '29 fu sconfitto per il titolo dei massimi leggeri, continuò, ma male, perse 16 combattimenti su 26.

L'America toccava il fondo, Braddock pure. Con la mano spesso ferita non poteva dare il meglio e fu squalificato per mancanza di impegno. Si fece ancora male al metacarpo destro. Ormai aveva bisogno di iniezioni di cocaina nelle mani. Il 25 settembre 1933 si frantumò la destra sulla mascella di un ventenne Abe Feldman, polverizzando l'osso. «Sono andato, Joe», confessò all' allenatore. Annunciò il suo ritiro, nessuno se ne accorse. Era un limone strizzato. Scese dal ring e camminò verso il fronte del porto. Cercò lavoro a Hoboken e Weehawken, in New Jersey. Come scaricatore di giorno e stivatore di sera, a 4 dollari al giorno. Nella primavera del '34 nessuno si ricordava più il suo nome. Dormiva con moglie e tre figli in uno scantinato, gli avevano staccato gas e luce, il latte non arrivava più. La famiglia Braddock si piegò a chiedere la tessera assistenziale, 24 dollari al mese. Nel '34 John Corn Griffin, 22 anni, era considerato l'erede di J ack Dempesy. Gould ottenne l'incontro e corse al porto a cercare Braddock: «Lo trovai che spingeva botti di legno». Alla notizia che avrebbe guadagnato 250 dollari il pugile rispose: «Combatterei anche contro un gorilla». Vinse, ma la rinascita tardò. Tornò al porto. Un anno dopo Braddock rientrò al Madison Square Garden per combattere Max Baer che aveva tolto il titolo dei massimi a Camera. Baer era un playboy scatenato, era stato anche fidanzato con Jean Harlow. Si presentò alla stampa parlando del futuro, della pubblicità girata con Myrna Loy, anche lui avrebbe fatto l'attore. Ai suoi allenamenti invitò Clark Gable, Errol Flynn e John Barrymore. Scherzava, era rilassato, gli chiesero: «E Braddock?». «Trovo divertente che lo considerino un mio avversario». Baer avrebbe vinto, ko nel primo round, nei pronostici era dato dieci a uno. Braddock invece andò a parlare alla radio, raccontò la sua vita al programma di Al Jolson, promise: «Dovranno trascinarmi via per i piedi».

Il giornalista Damon Runyon coniò la frase Cinderella Man, L'Uomo Cenerentola. La notizia che il pugile era sotto sussidio divenne pubblica. «Non m'importa di me, ma non potevo lasciare che i miei figli morissero di fame». Gli americani pensarono: se torna a galla lui, perché noi no? Il 13 giugno 1935 «Con ed», che forniva l'elettricità a New York registrò un aumento della domanda: 274.000 kilowatt in più rispetto al consumo normale. La radio era accesa in ogni casa. Mae Braddock mise a letto i tre bambini e si recò di nascosto nella chiesa di St. Joseph per accendere una candela. «Pregai perché mio marito non fosse ucciso». 

In palio c'era il titolo dei massimi. Il campione era Max Baer, che nei primi quattro round non fece molto, Braddock continuò a girargli attorno, a essere sfuggente, evitando i pugni. All'ottavo round Braddock lo colpì al volto con un destro energico. Baer inciampò all'indietro, quasi stordito, ma era una sua pagliacciata, si mise a ridere. Però stava perdendo. Cercò il ko, mollò sette destri consecutivi, ma lo sfidante incassò tutto e reagì con un uppercut. Baer aveva fatto troppo poco e troppo tardi.

L'America dei disperati ce l'aveva fatta. Braddock saliva In cima al mondo. Cosa farai domani? gli chiesero. "Riscuoterò la grana e andrò dai miei bambini». Come prima cosa si fermò in un ristorante, divorò un vassoio di panini e una caraffa di birra. Poi portò 367,24 dollari al direttore della New Jersey Energency Relief Administration, che rilasciò un comunicato: «Il signor Braddock ha restituito per intero l'importo erogato dal fondo per il suo caso». L'America tornava a camminare da sola. 

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'TV Sorrisi e Canzoni' n. 37 dell'11 settembre 2005. (Grazie Maria e Carlotta per le scansioni!)

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'Metro'  del 6 settembre 2005, edizione di Milano (Grazie Maddalena per il file e Paola per la scansione!)

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'Metro' del 2 settembre 2005. (Grazie Shaula per le scansioni!)

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'GQ' settembre 2005. (Grazie Shaula per le scansioni!)

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'Best Movie' n. 9, settembre 2005. (Grazie Cora per le scansioni e la trascrizione! ^__^)
Da Best Movie - Settembre 2005 - anno IV n.9

Cinderella Man dal 9 settembre

Festival di Venezia - Fuori concorso

Titolo:”VI METTO K.O.” di Francesca Scorcucchi

 

Avrà anche il pessimo carattere che gli attribuiscono, ma se gli permette di affrontare ogni ruolo con la giusta grinta, ben venga. Ne sa qualcosa Ron Howard, che gli ha chiesto di incarnare una leggenda americana della boxe, l’”Uomo Cenerentola” che con i suoi pugni evitò alla famiglia la povertà durante la grande depressione. Un uomo tranquillo, ma straordinario, di cui Russell Crowe si è innamorato. Parole sue.

 

<<Passare dai 103 kg di Master & Commander ai 78 di Cinderella Man non è il solito vezzo d’artista, la curiosità da dietro le quinte, quando si parla di Russell Crowe.

“Ognuno dei chilometri corsi per acquistare il fisico del campione Jimmy Braddock mi è costato tantissimo, ma nel film è riflesso in ogni mio sguardo” afferma orgoglioso. Una ricerca di veridicità e naturalismo autentica, che non stupisce se riguarda i premi Oscar Ron Howard (per A Beautiful Mind) e Russell Crowe (per Il Gladiatore). Poche pellicole sul genere sono state così focalizzate sulle tecniche di combattimento come questa di Howard, che compete con i migliori classici da Toro scatenato al recente pluripremiato Million Dollar Baby. Ma è soprattutto un film sugli ideali che il regista ha sempre raccontato: la famiglia, i valori della democrazia americana. Howard crede nel suo Paese e ne racconta la storia recente in maniera esemplare, toccandone le corde profonde senza cadere nella retorica.

La storia narrata in Cinderella Man è quella, vera, di James Braddock, un pugile buttato a terra dalla crisi del ’29, che riesce a rialzarsi e vincere. Nel 1935 Braddock inflisse una clamorosa sconfitta, in un combattimento di quindici riprese, al campione del mondo dei pesi massimi Max Baer. Quello contro Baer viene considerato ancora oggi come uno dei migliori combattimenti della storia del pugilato. Il suo soprannome, “Cinderella Man”, gli venne affibbiato dalla stampa quando il successo sul ring iniziò ad affrancare lui e la sua famiglia dallo stato di assoluta povertà in cui la Grande Depressione, dopo il crollo di Wall Street del 1929, li aveva gettati.

La storia di Braddock, ambientata nella New York degli anni trenta, “è la storia vera di un pugile leale e di uomo onesto e devoto alla famiglia, la moglie Mae (interpretata da Renée Zellweger, ndr) e i loro tre bambini. E’ la storia di un uomo che combatte con avversari potenti, come la fame e l’umiliazione. Li vince e arriva al successo”.

Il successo. Per Crowe è una bestia difficile da domare. Lo scorso giugno è stato arrestato dalla polizia di New York per aver tirato il telefono in faccia al concièrge di un grande albergo. Uno scatto d’ira che potrebbe costargli anche sette anni di carcere. L’attore ha ammesso di avere problemi caratteriali e ha chiesto scusa al malcapitato impiegato, colpevole solo d’essere nel posto sbagliato al momento sbagliato, cioè quando non riusciva a prendere la linea per fare una telefonata intercontinentale. “Quando sei lontano dalla tua famiglia, e stanco e stressato per il lavoro, ti può capitare di cedere ai nervi. Ho tirato il telefono ma non volevo colpire nessuno.” La sua fama è quella di un personaggio lontanissimo dagli stereotipi di Hollywood: niente sorrisi alle macchine fotografiche, tappeti rossi calpestati a denti stretti, per dovere contrattuale. Risiede in Australia, con la famiglia, la moglie Danielle e il figlio di pochi mesi, era a loro che tentava di telefonare dall’albergo di New York. Da Hollywood, infatti, vive lontano: la rifugge e detesta.

“Tutta la parte creativa della mia vita è stata rovinata dal mio essere famoso. La mia vita professionale si divide in due parti: prima e dopo aver vinto l’Oscar. Prima dell’Oscar mi sembrava quasi di lavorare in segreto. Dopo la statuetta, sono stato sbalzato in un’altra situazione, in un differente spazio. Ora quel vecchio spazio segreto non mi appartiene più e non c’è modo di tornare indietro ma c’è comunque un vantaggio: avere accesso a menti migliori e a progetti più interessanti.

Come Cinderella Man, per esempio?

Cinderella Man è stato uno dei lavori più difficili che abbia mai fatto. Anche fisicamente. Almeno tre o quattro volte più difficile del Gladiatore. Alla fine della giornata mi faceva male tutto, la schiena, le spalle, mi sono anche fatto male. Passavo anche dodici ore al giorno con indosso solo i guantoni e il mio sudore. A un certo punto ho parlato al mio fisioterapista, che mi ha detto:”Devi smettere il più presto possibile, sei clinicamente disidratato e il tuo corpo si sta nutrendo dei tuoi stessi muscoli”. Ho trascorso 36 giorni così, eppure ho amato questo film e ho apprezzato particolarmente il fatto di essere tornato a lavorare con la squadra di Ron. Quando me l’ha proposto ho chiesto se Akiva Goldsman avrebbe scritto la sceneggiatura e se Brian Grazer lo avrebbe prodotto. Quando Howard me lo ha confermato, ho commentato:”Bene, i Beatles sono tornati a suonare insieme!”. Siamo una bella squadra.

E di James Braddock cosa ci dice?

“Ho adorato James Braddock. Era il tipo d’uomo che noi tutti vorremmo essere: onesto e leale. Quando, gettato a terra dalla crisi del ventinove, andò a chiedere aiuto all’ufficio del “welfare” gli venne data una cifra a fondo perduto, un’ottantina di dollari. Appena Braddock, con la boxe, fu in grado di restituire quei soldi lo fece, anche se non era tenuto. Ho la ricevuta. L’ho trovata attraverso un sito di aste ondine, e l’ho comprata: rappresenta il valore morale di quell’uomo. Non mi capita così spesso di amare tanto un mio personaggio.”

Amare il proprio ruolo non dovrebbe essere condizione essenziale per recitare al meglio una parte?

“Dal teatro inglese ho imparato che un attore deve amare il suo ruolo ma soprattutto deve amare il mestiere dell’attore.

Se ti innamori troppo del tuo personaggio poi rischi di perdere il giusto equilibrio. Se devi interpretare Adolf Hitler e ti innamori di lui poi rischi di farlo diventare meno malvagio, no? Bisogna mantenere un certo livello di obiettività in quello che stai facendo. In questo caso però non ci sono riuscito. Ho letto molto della sua storia e ogni cosa che imparavo su di lui mi appassionava. Era un ragazzo che faceva boxe perché allora, in quel determinato periodo storico, era la cosa migliore che un uomo potesse fare. Era uno che ha lavorato duro e che è morto nella casa comprata con i soldi vinti sul ring, con il suo matrimonio intatto, con una famiglia sana e unita. Per me è una grande storia americana.”

Anche lei ha messo su una bella famiglia.

“Essere padre è fantastico e ha cambiato la mia vita, l’ha cambiata in meglio, in una maniera non quantificabile, enorme. Ogni giorno, da quando è nato mio figlio ho una cinquantina di occasioni in più per sorridere. Qualche volta mi chiedo come ho fatto prima a sopravvivere senza mia moglie e mio figlio. Quando mi sono sposato ho rinunciato ad alcune parti. Il mio agente in America mi disse:” Il tuo matrimonio ti sta costando 40 milioni di dollari. Spero che ne valga la pena”. Ora ne sono sicuro, ne valeva la pena”.

Quindi quelli di James Braddock, così devoto a sua moglie e ai suoi tre figli sono valori che condivide?

“Sì, perché sono maturato, ma questo non ha nulla a che fare con il matrimonio. Sposato o non sposato sono sempre me stesso”.

Mai pensato di boxare seriamente?

“No e non lo farò mai. Non solo, non credo che farò più un altro film sulla boxe. Essere preso a pugni per tre mesi mi è bastato. So che può suonare ironico detto da me, ma sono contro la violenza, ogni tipo di violenza”.>>

***

Da Best Movie - settembre 2005

Titolo: UNA LEGGENDA AMERICANA

Tutta la verità sul pugile Jim Braddock raccontata dalle parole del regista di Cinderella Man, Ron Howard

<<Chi è il “Cenerentolo” dello sport? Colui che è riemerso dalla povertà più nera, quella in cui erano piombati milioni di americani durante la Grande Depressione, fino a toccare le “stelle” del campionato mondiale di boxe, titolo che vinse battendo clamorosamente il favorito in carica Max Baer? Lo spiega a Best Movie Ron Howard, diventato uno dei registi più apprezzati ( e premiati) di Hollywood.

“Ricordo ancora oggi quando venne combattuto il fatidico incontro. Ero un bambino e veniva trasmesso per radio. Il risultato fu una vera sorpresa per tutti e un avvenimento eccezionale. Dopo aver fatto numerose ricerche su di lui per il film, però sono arrivato a una conclusione. Non credo che si sia mai considerato uno sportivo. Non andava particolarmente fiero di guadagnarsi il pane picchiando qualcuno sul ring. Ma era una cosa che gli riusciva particolarmente bene e in questo modo riusciva a dare da mangiare alla sua famiglia. Si potrebbe quasi dire che non aveva altra scelta. C’è una battuta emblematica nel film. Quando gli viene chiesto per quale ragione sarebbe tornato a combattere e se pensava di vincere, Braddock risponde:”Ora so per cosa devo lottare: il latte”. La potenza di quest’uomo è tutta qui, nell’amore riposto nei figli e nella moglie. Quello che lo stava distruggendo nel periodo di inattività, in cui cercava di trovare lavoro arrangiandosi con lavori occasionali, non era la fame forzata, ma il sentirsi inadeguato. Sapere di non riuscire a prendersi cura della sua famiglia. Di quel periodo di Jim non esistono foto, però siamo riusciti a rintracciare delle lettere scritte a una nipote, che testimoniano proprio questo stato d’animo. Il fatto che si sentisse umiliato da questa sua condizione, e che abbia lottato contro tutti e contro tutto pur di risalire la china, fanno di lui un grande uomo. Nessuno avrebbe potuto interpretarlo meglio di Russell Crowe. Ha fatto molti sacrifici personali e fisici per renderlo al meglio. E ha dimostrato ancora una volta di essere un grande attore.”

F.S.


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'Film TV' n. 34, 28 agosto 2005. (Grazie Cora per le scansioni e la trascrizione! ^__^)

Da Film TV - 28 Ago / 3 Settembre 2005 (Anno 13 -n. 34)

CINDERELLA MAN - “Un pugno alla miseria”

 

“Da gladiatore a pugile, l’inarrestabile carriera muscolare di Russell Crowe

di Raffaella Giancristofaro

 

Tra gli eventi del Fuori concorso veneziano, anche l’ultima fatica di Ron Howard. E’ Cinderella Man, storia del pugile che ridiede speranza ai diseredati della Grande Depressione. Sul ring un granitico Russell Crowe

<<Strano soprannome, Cinderella Man per un pugile professionista. Quella di James J. Braddock, protagonista dell’ultimo film di Ron Howard, è stata in effetti, proprio come quella di Cenerentola, una parabola più che mai “dalle stalle alle stelle”. Un regista classico come Ron Howard ha accettato volentieri lo script dal nome così favoloso e dall’intenso sapore di sogno americano. A sottoporglielo, proprio Crowe, per il quale, in effetti, dopo le splendide prove di Insider, Master and Commander, e A Beautiful Mind (quattro Oscar su otto nomination) non è stato facile trovare una sceneggiatura all’altezza.

Entrato nel circuito della boxe nel ’26, Braddock nel’29 perse in poche settimane sia il campionato di pesi massimi che tutti i risparmi nel catastrofico crollo della Borsa a Wall Street. A onor del vero, era chiamato anche “ il bulldog di Bergen”, dal nome della contea del New Jersey da cui proveniva. E’ a questo aspetto cagnesco, volitivo, che Crowe si ispira per la sua interpretazione, dando al quieto cittadino di origini irlandesi, ruvido ma onesto e tenace, una voce bassa, un sussurro virile. Un uomo capace, come Cenerentola, di sopportare le più tremende umiliazioni., come passare da ricco e famoso a nullatenente. Di soffrire la fame, quella vera: in una scena, la moglie Mae (Renée Zellweger) allunga il latte con l’acqua per i tre figli; lo stesso Braddock, per cedere alla figlia anche il proprio pasto, la convince dicendole di aver sognato di aver mangiato troppa carne. Ma gli anni ’30 - quelli delle hoovervilles, le periferie di baracche volute da Hoover per ospitare i derelitti di ogni dove - sono un pallino anche per Ron Howard. Una delle prime cose che ha filmato è stato un super 8 di interviste ai sopravvissuti della Grande Depressione, testimoni della disperazione, la fame e lo sbandamento del paese. “Ho sempre visto il pugilato nel film come un prolungamento della spinta di Jim Braddock a superare uno dei periodi più difficili della storia del nostro paese” ha detto il regista. “Volevo riportare alla luce quel periodo con un approccio nuovo e drammatico, ma anche sottolineae che la storia di Braddock ha una caratteristica sempre attuale. Ha a che fare con la redenzione e la responsabilità, l’emancipazione, forze ancora fondamentali nella cultura americana di oggi, specialmente quando i tempi sono difficili. Ha anche a che fare con i sacrifici che le persone comuni continuano a fare per le proprie famiglie”. Anche la Zellweger, che si è preparata al film dopo aver letto il romantico epistolario tra Jim e la moglie Mae, parla del film come la prima storia alla Frank Capra che le sia capitato di interpretare. Mentre il critico americano Roger Ebert, lodando Crowe per la bontà e gentilezza che conferisce al personaggio, lo ha paragonato a Spencer Tracy e James Stewart. Intanto, per Paul Giamatti il premio dell’Academy pare già assicurato. Qui è Joe Gould, il manager che convince Jim a tornare sul ring col suo gancio sinistro micidiale, in un match che lo vedeva perdente per dieci a uno (ma in cui tutti tifavano per lui). Il film infatti culmina nell’incontro del ’35 contro il campione dei pesi massimi Max Baer (il Craig Bierko di Spy). Le analogie con Seabiscuit riscontrate dalla critica sono effettive: a Braddock, cui era stata ritirata la licenza, si era rotta una mano, e ciononostante faceva lo scaricatore di porto, cercando di non forzarla. Era un eroe della strada, come quello splendido hobo, il lottatore a pugni nudi interpretato da Charles Bronson nel film di Walter Hill del ’75. Uno che campando di lavoretti e tornando a vincere, ha poi restituito i soldi del sussidio ricevuto negli hard times: un dettaglio essenziale, che Crowe ha insistito fosse sottolineato nel film. Una storia di dignità che, a confronto coi nostrani dibattiti sulle “questioni morali”, suona quasi fuori moda.>>


Russell Crowe e' 'Cinderella Man' su Ciak  n.8 - agosto 2005Russell Crowe e' 'Cinderella Man' su Ciak  n.8 - agosto 2005 Russell Crowe e' 'Cinderella Man' su Ciak  n.8 - agosto 2005Russell Crowe e' 'Cinderella Man' su Ciak  n.8 - agosto 2005
'Ciak' n. 8, agosto 2005. (Grazie Daniela per le scansioni! ^__^)

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'Donna Moderna' n. 33 del 17 agosto 2005. (Grazie Maria e Shaula per le scansioni e grazie Maddalena per la segnalazione della trascrizione!)

Russell fa a pugni con il mondo 

Che caratterino ha il bel Crowe! Lo scorso giugno ha lanciato un telefono in faccia all’usciere di un hotel. E nell’ultimo film, Cinderella Man, mette k.o. gli avversari sul ring. Ma la nostra giornalista è riuscita a tenergli testa, tirandogli... qualche colpo basso 

di Elisa Leonelli 9/8/2005 

Non c’è niente da fare. Se si nasce con un carattere difficile è dura cambiare. Parola di Russell Crowe, muscolosissimo divo di 41 anni, che ha scalato le vette di Hollywood tirando pugni a destra e a manca. Crowe ha un caratteraccio sulle scene: l’ultima sua grande interpretazione è quella del pugile Jim Braddock in Cinderella Man, il film di Ron Howard che sarà al Festival di Venezia e uscirà nelle sale il 9 settembre. E ce lo ha anche fuori dal set: l’ultima sua “esibizione” è stata in un albergo di New York dove, il 6 giugno scorso, ha lanciato un telefono in faccia all’usciere. Incidente per il quale dovrà presentarsi davanti a un giudice il 14 settembre. Incontrarlo è davvero un match: l’attore neozelandese è famoso per le sue bizze con i giornalisti e schiva le domande come in un incontro di pugilato. Per batterlo bisogna scoprire i suoi lati deboli. Cominciamo dal film.

In Cinderella Man lei interpreta il boxeur Jim Braddock che, nell’America degli anni Trenta, si riscatta sul ring e diventa campione del mondo. Un tipo tosto, che un po’ le assomiglia.
«Per questo mi è piaciuto subito. Mi hanno colpito la sua forza di volontà e la sua determinazione. Dalla prima all’ultima gara Jim combatte con in mente una cosa sola: migliorare la sua vita e quella della sua famiglia. Ed evitare la bestia nera della povertà».

Lei è mai stato povero?
(tento il primo colpo)

«Da giovane c’è stato un periodo in cui, per mantenermi, suonavo la chitarra per strada. Riuscivo a racimolare 50 dollari a settimana e vivevo con 3 dollari e mezzo al giorno, la metà se ne andava in sigarette. Questa situazione è durata per circa sette mesi, finché non sono riuscito a trovare un lavoro. Perciò so benissimo cosa vuol dire tirare la cinghia».

È grazie a questa gavetta che è diventato un duro?
«Penso che sia una questione di carattere (mi restituisce il “pugno”). A dieci anni fumavo e giocavo a rugby. Mi sono anche rotto un incisivo. L’ho tenuto così fino a 26 anni, finché un regista ha insistito perché lo aggiustassi. Mi ha perfino pagato il dentista».

È stato difficile entrare nei panni del pugile Jim?
«La preparazione “mentale” è iniziata nel 2002. Avevo appena finito di girare Master & Commander dove ero Jack Aubrey, un comandante di vascello, un personaggio completamente diverso e c’è voluto un po’ di tempo perché entrassi nella parte di Jim Braddock. La preparazione fisica è cominciata nel novembre 2003. Le riprese sono iniziate nell’aprile 2004. E anche mentre giravamo ho continuato ad allenarmi».

Ci racconta un allenamento tipo?
«Alla mattina facevo circa quattro chilometri di corsa, poi colazione, una lunga camminata e 40 vasche in piscina. Dopo due ore di pausa ricominciavo. Nel pomeriggio facevo due o tre ore di ginnastica e tiravo di boxe, facevo una pausa per mangiare, poi un’altra sessione di boxe di almeno due ore. Infine cenavo e, prima di dormire, mi concedevo una bella passeggiata» 

(mi ha messo al tappeto, tento il recupero).
Le piace fare a botte?
(schiva la domanda)
«Ammiro chi ha il coraggio di mettersi in pantaloncini corti, salire su un ring e prendere a pugni un altro uomo. Ma, personalmente, non è una cosa che mi elettrizza. La sensazione che mi è rimasta dall’essere preso a colpi in testa è che sia una cosa stupida».

Così sta distruggendo il mito del bel tenebroso rissoso.
«Sì, è vero. Ma ho deciso. Per me l’esperienza della boxe è finita col film. Non voglio più mettermi in mezzo a situazioni violente. Ne ho visto gli effetti, li ho provati sulla mia pelle».

Lei però è ancora considerato una persona che ha problemi a controllare l’aggressività.
(schiva di nuovo) «Con la boxe ho imparato che se ti lasci travolgere dalla rabbia finisci al tappeto. I pugili si allenano tanto per riuscire a controllarla. L’aggressività, infatti, non porta da nessuna parte. L’ideale è tenere la mente sgombra. Se comincia ad annebbiarsi, perdi».

Eppure a giugno, a New York, lei non è riuscito a mantenere il controllo. 
(Crowe vacilla, il mio colpo è andato a segno)
«In effetti sì. È stato davvero imbarazzante. Sono dispiaciuto, non volevo prendere di mira il ragazzo dell’hotel. Ma, sa... ero un po’ su di giri, nervoso per il jet lag».

Come mai?
«In una sola giornata ho fatto Stati Uniti-Inghilterra e ritorno. E poi non riuscivo a fare una telefonata a mia moglie Danielle per rassicurarla che stavo bene. Allora ho perso le staffe».

Danielle Spencer la controlla? 
«Be’, sa come sono le mogli. Lei vuole sapere se vado a letto presto e se ho bevuto».

Va tutto bene fra voi due?
«Sì, alla grande» (anche se da tempo si parla di una crisi...).

Ma perché ha aspettato tanto a sposarla? Vi frequentate da 14 anni!
«Prima di fare il grande passo con Danielle volevo essere assolutamente sicuro che fosse lei la donna giusta per me» (arranca).

È cambiato qualcosa nel vostro rapporto con la nascita di Charlie?
«Abbiamo imparato che la famiglia viene prima di tutto... e che bisogna darsi una calmata» (incasso e concludo, prima di finire k.o.).

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Il personaggio
Russell Crowe nasce il 7 aprile 1964 a Wellington, in Nuova Zelanda. Comincia giovanissimo a recitare per una piccola tv australiana. Esordisce sul grande schermo nel 1990 con il film Giuramento di sangue. Nel 1995 sbarca a Hollywood dove la sua carriera decolla. Nel 2001 vince un Oscar come migliore attore per Il gladiatore, nel 2002 un Golden Globe per il suo ruolo drammatico in A beautiful mind. Quando non è sul set, Russell suona la chitarra e canta. Da due anni è sposato con l’attrice Danielle Spencer, 34. La coppia ha un figlio, Charles, di venti mesi.

I suoi successi
Russell Crowe raggiunge la fama nel 1997 con il film L.A. Confidential. Due anni dopo gira Insider - Dietro la verità, dove gareggia in bravura con Al Pacino. Nel 2000 Ridley Scott lo vuole come interprete de Il gladiatore, con il quale vince un Oscar. Lo stesso anno recita al fianco di Meg Ryan con la quale ha un flirt, in Rapimento e riscatto. Nel 2001 Russell è lo schizofrenico genio di A beautiful mind, e ottiene un Golden Globe nel 2002. Nel 2003 l’attore ci regala ancora un’altra grande interpretazione in Master & Commander.


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“Best Movie” agosto 2005 (Grazie Cora per le scansioni!)

TVSC05_30_01.jpg (1012704 byte)Russell Crowe interpreta un pugile <<romantico>> nel film 'Cinderella Man' di Ron Howard

Sul ring ho imparato a piangere

Testo e foto di Armando Gallo

Accadde una cosa straordinaria il 13 giugno del 1935 al Madison Square Garden di New York: In palio c'era il titolo mondiale dei pesi massimi tra il feroce Max Baer, che l'aveva tolto a Carnera, e Jim Braddock, simbolo di milioni di americani sconfitti dall'estrema poverta' della Depressione, ma con una disperata volonta' di riscatto. Quella sera Braddock, soprannominato 'Cinceralla Man', l'uomo Cenerantola, perche' viveva con il sussidio dell'assistenza sociale in una stanza e cucina con moglie e tre figli, vinse il titolo in 15 duri e leggendari rounds. 'Cinderella Man' e' oggi un film diretto da Ron Howard e interpretato dal solito straordinario trasformista Russell Crowe che 'Sorrisi' ha intervistato durante una tappa della sua promozione americana. Il film sara' presentato in anteprima al Festival di Venezia ai primi di settembre. 

TVSC05_30_02.jpg (525077 byte)Che cosa l'ha attratta nella storia di Braddock?

<<Amo questo personaggio piu' di tutti quelli che ho interpretato. Ho letto il copione nel '97 e da allora tutte le cose che leggevo su di lui mi toccavano il cuore. Mi piaceva l'uomo, l'amore per la sua famiglia, per sua moglie Mae. Mi piaceva il fatto che ha fatto il pugile non per fama, ma per sopravvivenza. Che ha tirato su la sua famiglia abitando nella stessa casa nel New Jersey comprata con i soldi guadagnati con il titolo mondiale.>>

E' affascinante vederla. Lei diventa veramente Braddock, come fa?

<<Sgombro la mente da tutto e inizio a comporre il carattere del personaggio con tutte le informazioni. Recitare mi affascina, mi viene la pelle d'oca ogni volta che arrivo sul set per un nuovo film.>>

Oltre alla preparazione fisica deve essersi preparato anche dal punto di vista mentale...

<<Si, volevo vivere il personaggio nei minimi risvolti. Questo e' un tizio che e' tornato sul ring a pancia vuota per sfamare la famiglia, per pagare la bolletta della luce, per conprare il latte ai bambini. E ha vinto per ko battendo un grande pugile. La forza e il coraggio di quest'uomo erano da scoprire. La preparazione fisica e' stata meticolosa.>>

Ovvero?

<<Per sei mesi ho fatto palestra, boxe, corse, pesi. Poi ho continuato per gli altri cinque mesi di riprese. E' stata dura. Ero sempre pieno di dolori e prendere pugni in testa non e' una cosa che voglio ripetere.>>

Questo film ci mostra un grande matrimonio. Ha imparato qualcosa?

<<Amo la grande storia d'amore tra Jim e sua moglie Mae che ha adorato fino alla sua morte nel '74, ma per il mio matrimonio ho gia' come esempio quello dei miei genitori, sposati da 45 anni. Probabilmente ho aspettato a lungo a sposarmi con Danielle perche' volevo essere sicuro di farlo una sola volta.>>

Un anno e mezzo fa lei e' diventato padre...

<<Adoro fare il papa'. Non so come sia riuscito a sopravvivere senza le coccole che do e ricevo tutti i giorni. E' incredibile lo stato euforico che mi prende quando guardo negli occhi di Charles.>

Doveva girare 'Eucalyptus' con Nicole Kidman... ma cosa e' successo?

<<Qualcosa non andava e non c'e' bisogno di brutti film. Sono 15 anni che io e Nicole vorremmolavorare insieme. Almeno finche' siamo giovani. Baz Luhrman sarebbe un ottimo capitano... se ci proponessero il progetto giusto... e presto, per favore!>>

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"Andate su Internet per ascoltare le mie canzoni"

"Crowe e' anche musicista: <<Mi piace scrivere canzoni, unire la poesia al rock. E' appena uscito il mio nuovo album 'My Hand, My Heart", dieci canzoni che riflettono la mia vita di uomo e di padre. C'e' un sito, myhandmyheart.com, dove e' possibile scaricare le mie canzoni e leggere tutti i miei testi>>."

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TVSC05_30_03.jpg (741721 byte) TVSC05_30_04.jpg (100946 byte) "70 anni di un mito" 20th Century Fox"

'TV Sorrisi e Canzoni' n. 30/2005. Grazie a Daniela e Shaula per le scansioni!

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“Movie” luglio 2005 (Grazie Cora per le scansioni e la trascrizione!)

Titolo : Anteprima “Una pioggia di film” di Karin Ebnet 

<< Affronta ogni ruolo con la massima adattabilità Russell Crowe, capace di passare dal timido e compassato impiegato di Insider al muscoloso Gladiatore, dal poliziotto corrotto di L.A. Confidential al comandante di Master and Commander. Nel film di Ron Howard (seconda volta insieme dopo A Beautiful Mind) interpreta Jim Braddock, scaricatore di porto che, durante il periodo della Grande Depressione, divenne campione del mondo di pugilato battendo il vincitore in carica Max Bauer. Da qui il soprannome Cinderella Man (Cenerentolo) cha dà il titolo al film. “E’ stato un ruolo impegnativo da affrontare” racconta Crowe” Ho cominciato a prepararmi mentalmente al ruolo già dodici mesi prima dell’inizio delle riprese. Poi con il mio personal trainer Angelo facevo quattro chilometri di corsa ogni mattina, correvo in bicicletta, 40 vasche di piscina e due ore di boxe in palestra. Ho mantenuto questi ritmi per tutto il periodo delle riprese. Alla fine ero sfinito” >>

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“Movie” giugno 2005 (Grazie Cora per le scansioni e la trascrizione!)

Titolo: Anteprima “Tutti in campo” di Beppe Musicco (all. foto: giugno 1) 

<< Anche i pugili sul ring a volte sembrano danzare, ma il risultato è molto meno grazioso che nel balletto (rif. Film precedente: Ice Princess) e soprattutto chi perde ne paga le conseguenze. Comincia così anche la storia di Cinderella Man (diretto da Ron Howard), che riprende l’autentica vicenda di Jim Braddock, una vera promessa del pugilato, costretto al ritiro dopo una lunga serie di incontri persi. Braddock (interpretato da Russell Crowe), si industriò in tutti i modi, accettando anche i lavori più umili per mantenere la famiglia (siamo nel pieno della Grande Depressione degli anni ’30), senza smettere di desiderare una rivincita personale, sostenuto anche dalla moglie (Renée Zellweger). Sarà proprio una sostituzione in un incontro con uno sfidante al titolo a riaprirgli la carriera pugilistica e trasformare questa sorta di Cenerentola (come suggerito dal titolo) in un specie di eroe degli sconfitti e umiliati del tempo>>

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'Io Donna' del 25 giugno 2005. Grazie a Shaula per la scansione!

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'Vanity Fair' n. 22 del 9 giugno 2005. Grazie Angie&Lucy per le scansioni!

31/05/2005 - da espressoonline.it: "Crowe pugno di ferro " 

di Silvia Bizio da Los Angeles

Storia di Cinderella Man, un pugile degli anni Trenta, simbolo di un'America povera che riesce a riscattarsi. Un film di Ron Howard con l'interprete del 'Gladiatore'

Il gladiatore attacca un pugile con la stessa tenacia e una grinta che ha quasi del fanatico. Russell Crowe, l'australiano 'terrible' di Hollywood, torna dopo due anni di assenza dagli schermi (da Master and Commander) con il ruolo del leggendario boxer Jim Braddock nel film Cinderella Man di Ron Howard (regista di A Beautiful Mind) e con Renée Zellweger, coprotagonista. 

Il film racconta la vicenda del pugile che negli anni della Grande Depressione divenne un eroe del popolo, vincendo contro ogni pronostico il titolo dei pesi massimi contro il favoritissimo Max Baer (poi, nel 1935 perse contro Joe Luis). 

Braddock di umili origini irlandesi era diventato il simbolo della tenacia e perseveranza: nonostante numerosi difetti fisici e le sconfitte, non si arrese mai. Per interpretare il personaggio Crowe si è sottoposto a un addestramento durissimo: non con pesi e diete, ma come facevano negli anni '30 (e come fanno ancora i pugili veri) con corse, corda e pugni. E si è talmente immedesimato nella parte che durante le riprese si è azzuffato a suon di cazzotti con la propria guardia del corpo per un malinteso dopo una bevuta in un night. "Abbiamo portato indosso i segni del disonore per qualche giorno", ha commentato l'irascibile Crowe. "Ma subito dopo la rissa ci siamo abbracciati e siamo tornati al lavoro come niente fosse". 

Tipico di Crowe, sturm un drang versione divistica, l'Oscar in una mano (per Il Gladiatore, candidato anche per A Beautiful Mind) e Jack Daniels nell'altra. Un Crowe che attraverso l'odissea proletaria del diseredato, sfortunato e infine trionfante Braddock, vuole narrare anche la sua storia: dalle stalle alle stelle, una voglia di fare e un orgoglio infinito, ultimo ma non meno la devozione alla famiglia. "La storia di Braddock è indimenticabile", dice Crowe, incontrato sul set a Toronto qualche mese fa (Cinderella Man sta per uscire adesso in Usa): "Sembra una favola, invece emerge dall'aspra realtà del momento più cupo della storia americana, la povertà al tempo della grande depressione. Un tempo in cui c'era bisogno di sentirsi vicini e in cui si credeva ancora che l'uomo qualunque, con tutti i suoi difetti, potesse diventare eroe. Ma la storia di Braddock mi commuove soprattutto perché parla di attaccamento alla famiglia, di impegno e di granitico senso dell'onore".

Crowe è diventato padre un anno e mezzo fa (la moglie è la musicista Danielle Spencer, una sua vecchia fiamma ritrovata anni e svariati successi dopo): vive in una fattoria nella campagna australiana e se non fa a botte con qualcuno non fa titolo. Il torrido affaire con Meg Ryan è antica memoria anche per i fan storicamente più avveduti. Ci si chiede se non abbia deciso di tenere un profilo basso, come un pugile chiuso in difesa, anche per via di una minaccia di rapimento che, l'attore rivela adesso, era trapelata da una cellula di Al Qaeda a Londra, dopo il suo Oscar per Il Gladiatore, all'apice della sua popolarità ("Un attacco al cuore di Hollywood", venne definito dall'Fbi). "Non era uno scherzo e mi ha fatto riflettere seriamente sullo stato mentale del mondo", dice l'attore, tuttora sorvegliato speciale dei servizi di sicurezza quando è sul suolo americano (sempre più di rado).

Di persona Crowe, 41 anni, ha l'aria del duro che uno immagina dando ascolto ai numerosi aneddoti sul suo conto. Lui invece non si considera difficile né arrogante, solo molto concentrato. I registi che hanno lavorato con l'attore pensano sia l'unico a poter affrontare certi ruoli. "Russell sa come usare i cambiamenti fisici per dimostrare la trasformazione di un uomo", dice Howard (è stato Crowe a proporgli la storia del pugile Braddock): "È un attore intelligentissimo e di grande abnegazione. Il suo perfezionismo e l'attenzione al dettaglio sono alla radice del suo immenso talento".

Nel monologo di apertura all'ultimo Oscar il comico Chris Rock aveva addirittura sfidato Hollywood a scritturare un altro attore che non fosse Russell Crowe in un film storico. Senza di lui il fallimento è assicurato ha detto. I suoi colleghi citano l'enorme generosità con cui si dà completamente a un film e ai suoi ruoli, al punto non solo di smettere di bere (cosa non facile) ma di slogarsi una spalla, oltre a procurarsi innumerevoli lividi, per gli allenamenti di boxe per Cinderella Man. Ma allo stesso tempo infuria intere produzioni con le sue esigenze: non ci ha pensato due volte ad abbandonare Eucalyptus, un film che lo avrebbe visto insieme a Nicole Kidman, perché la sua parte non era alla pari con quella dell'altrettanto famosa collega (i due sono comunque in trattative, con Buz Luhrmann per fare un film definito come un 'Via col vento' australiano). E non importa che centinaia di persone a Bellingen, la cittadina nel South Wales, in Australia, dove Eucalyptus sarebbe stato girato, si siano ritrovate senza un lavoro, proprio come era successo a Braddock e a milioni di americani, nel '29. Non gli importa aver inflitto un duro colpo a una nazione che puntava su quel film per risollevare le sorti di un'industria in crisi. Né si preoccupa di aver abbandonato la band con cui cantava da anni, 30 Odd Foot of Grunts, per mettersi in proprio e incidere e produrre il suo primo album da solo. Di questo passo Russell Crowe non sarà più il figliol prodigo 'down under', bensì un capriccioso tycoon.

Ma lui va avanti per la sua strada. In questo momento ha il lancio di Cinderella Man, sua moglie, suo figlio e il suo album, con una canzone a cui tiene molto, 'Raewyn'. "È l'unica canzone che ho composto finora che ha fatto piangere sia uomini che donne, che li ha fatti pensare e chiamare i loro genitori", dice Crowe. "Ho ricevuto e-mail da Sting e Billy Bragg, due dei miei idoli musicali, che testimoniano il quieto potere della canzone. Tutte le altre canzoni sull'album sono fresche, rivelatrici e piene di grazia, ed esprimono il mio cuore, il cuore di un quarantunenne padre, marito, amante, uomo". Un cuore tenero sotto la scorza del duro?

Nel suo ranch in Australia alleva le mucche, ma si rifiuta di ammazzarle per la carne: ci ricava solo latte. Il lavoro di attore lo porta spesso all'estero. "È imperativo che Danielle e il bambino mi seguano dovunque io debba andare", dice: "Mia moglie ha una sua carriera musicale, ma per mia fortuna può scrivere le sue canzoni dovunque purché io le offra il livello di tecnologia di cui ha bisogno per creare. Mio figlio per ora è un vagabondo, ma quando comincerà ad andare a scuola sarà un'altra storia, dovremo riesaminare la nostra vita, perché voglio dargli stabilità, voglio andare a prenderlo a scuola ogni giorno".

A Crowe piace il proletario Braddock di Cinderella Man (il Cenerentolo, nomignolo, divenuto poi famoso, datogli da un giornalista). Un personaggio che contiene gli elementi primari del temperamento americano: l'individualismo, la forza di spirito e l'ostinato perseguimento del 'sogno'. 

"Secondo me la sua storia incarna qualcosa di veramente americano", dice Crowe, "l'incapacità di accettare la sconfitta, il rifiuto di considerare il fallimento. Jim Braddock non si arrese mai alla povertà. Quando guadagnò i primi soldi con la boxe, la prima cose che fece fu restituire al governo i sussidi ricevuti quando non era riuscito a trovare lavoro. Questo, ancora più delle sue vittorie sul ring, lo resero eroico. È questo l'esempio di vita a cui mi attengo". (Grazie Amanda Smith!)

City_05-05-26.jpg (224172 byte) 'City' – 26 maggio 2005 - Crowe pugile disperato si confessa “Io, creativo ucciso dal successo”

trafiletto: 
“La boxe non è più di moda e nessuno verrebbe a vedere questo film”. Così si era sentito dire Clint Eastwood quando aveva proposto ad un grande studio di Hollywood il suo “Million Dollar Baby” e allora aveva deciso di produrlo da solo. Una scelta che lo ha premiato.

testo:
<<“Million Dollar Baby” ha infatti fatto incetta di oscar e ha fatto tornare di moda il mondo della boxe, tanto che Ron Howard e Russell Crowe, dopo l’esperienza comune di “A beautiful Mind”, sono tornati a lavorare insieme per raccontarne una storia di ring:”Cinderella Man”. Il film narra la vicenda di James Braddock, un uomo che ai tempi della Grande Depressione per riuscire a tirare avanti decise di tentare la fortuna con la boxe: era il 1935 quando “Cenerentola” Braddock (Crowe) inflisse una clamorosa sconfitta al campione del mondo dei pesi massimi Max Baer. La pellicola, presentata martedì a Los Angeles, è ambientata in una New York devastata dal crollo dell’economia e vede protagonisti anche Renée Zelleweder (che per l’occasione si è fatta bruna) nei panni della moglie di Braddock, e Paul Giamatti (il depresso Miles di “Sideways”), nel ruolo del manager che riesce a portare Braddock al successo. Lo stesso successo che, a suo dire, ha rovinato la vita a Russell Crowe, famoso per il carattere impulsivo e la facilità alla rissa. “Tutta la parte creativa della mia vita è stata rovinata dalla celebrità”, racconta l’attore australiano, “prima ero un osservatore, un contemplatore, una di quelle persone che scivolano via nelle situazioni. Ma questo modo di vivere mi è stato portato via dal successo”. Riguardo al film Crowe racconta che quella di Cinderella è stata “una delle parti più difficili che abbia mai fatto. Anche fisicamente. Almeno tre o quattro volte più difficile di Gladiatore. Alla fine della giornata mi faceva male tutto, la schiena, le spalle, persino i piedi”>>
grazie Cora per la scansione e la trascrizione!

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'Repubblica' del 18 maggio 2005. Grazie a LoryCrowe per la scansione!
A giugno uscirà negli USA il film "Cinderella Man", in cui Russell Crowe è James Braddock, eroe della boxe degli anni ruggenti. Fra sogni e povertà, come una Cenerentola

Il pugile che salvò l'America dalla Grande Depressione

DAL NOSTRO INVIATO EMANUELA AUDISIO 

LOS ANGELES - Nelle strade no, stanno male. Sul ring sì, stanno bene. E l 'America li cerca sempre lassù i suoi miserabili, sul ring. Anzi, ce li butta di peso. Perchè vuole sentirsi dire che almeno lassù ognuno ha quello che si merita. Hollywood ha un modo tutto suo per far vincere chi perde: da Rocky a Million Dollar Baby, da Clint Eastwood a Ron Howard, premio Oscar nel 2001 per A beautiful mind. Quando si spengono le luci, il ring diventa una falce e martello, una reliquia marxista, ti spiega la fatica fatta per appartenere. 
Cinderella man, si chiama, l'ultimo sguardo sul ring. Cenerentola è Russell Crowe, gladiatore alla rovescia. «Ci siamo picchiati così sul serio durante le riprese che ero sempre indolenzito, soprattutto alla schiena e alle braccia. Mi è piaciuto interpretare Braddock, un eroe normale, attaccato alla famiglia, capace di cadere e di rialzarsi, senza vendersi alla droga, all' alcol, alla rabbia». Cinderella man non è straordinario, non è Toro Scatenato, e forse come Rocco e i suoi fratelli non è nemmeno una film sulla boxe, ma sull'America che ha camminato nel buio, come già raccontato da un altro film Seabiscuit. Il regista, Ron Howard, dice di essere stato sempre ossessionato dalla Grande Depressione che devastò e affamò le metropoli americane: «Vorrei ricordare che i poveri esistevano una volta e ci sono oggi, viviamo in una società sempre i più angosciata e fragile: basta una crisi, e tante vite sicure possono andare all'aria». 

James J. Braddock, a fine anni '20, stava scalando il mondo, forse solo Babe Ruth dei New York Yankees era in un momento migliore. James era uno dei giovani pugili più promettenti, irlandese di origini, portava il trifoglio cucito sui pantaloncini. Combatteva, vinceva, incassava, 15 mila dollari a incontro, i risparmi li metteva in banca. Le carriere falliscono, Wall Street no, pensava.Ma la Borsa è un altro tipo di ring, perde sempre male, nel '29 quella di New York crollò e ammazzò il paese. Braddock vide svanire tutto il suo denaro, più 300 mila dollari. In un soffio si ritrovò nel sottoscala, se cadi dall'alto ti fai più male: non era più un campione, ma un miserabile. Continuò a lottare, perchè quello i pugili fanno, ma con le scarpe bucate a e con i debiti, dal lattaio alla compagnia del gas, certi movimenti non riescono bene. L'America era a terra, depressa. Braddock pure. Nell'estate del '29 fu sconfitto da Tommy Loughran per il titolo dei massimi leggeri, continuò, ma perse 16 combattimenti su 26, una statistica orribile. Il 25 settembre è 1933 si ruppe la mano destra sulla mascella di un ventenne Abe Feldman, mano che si era frantumato altre due volte. Annunciò il suo ritiro, nessuno se ne accorse. Scese dal ring e camminò verso il fronte del porto. Cercò lavoro a Hoboken e Weehawken, in New Jersey. Come scaricatore, a 4 dollari al giorno. Non sempre avevano bisogno di lui; la fila era lunga. Nella primavera del '34 nessuno si ricordava più il suo nome. Dormiva con moglie e tre figli in uno scantinato, gli avevano staccato gas e luce. Campava con la tessera assistenziale, 24 dollari al mese. La commissione pugilistica gli rifiutò due volte la licenza, non era in grado di combattere. A credere che avesse ancora una carriera sul ring c'era solo il suo manager, Joe Gould, che cercava inutilmente di piazzarlo ovunque: «Ha solo 28 anni, ha spaccato un sacco di avversari». Gould stazionava sempre davanti all'ufficio di Jimmy Johnston, organizzatore di boxe. Johnston cercava un sottoclou per il mondiale Carnera-Baer e un avversario per John Corn Griffin, pugile in ascesa e sparring del campione italiano. Gould insisteva per Braddock, il promoter inveì: «Non mi parlare più di lui, Corn lo ammazzerà, non voglio sangue sulle mie mani». Ma alla fine acconsentì: «Non te la prendere con me se il tuo vecchio irlandese viene ucciso, non vi do più di 250 dollari». Gould prese il ferry e andò al porto, nei cantieri. Braddock era lì, cotto dalla fatica e dal sole, si tolse i guanti da lavoro. «Devi combattere dopodomani, sei in forma?», gli chiese. «Ho fame», fu la risposta. Si divisero i cento dollari dell' anticipo, lui gli diede alla moglie che saldò il lattaio. Andò in palestra solo il giorno prima del match, dopo nove mesi aveva bisogno di togliersi la ruggine. Era quella di Stillman, sull'Ottava Avenue, frequentata da tutti, anche da Dempsey e da ]oe Louis. 

Gould conosceva Braddock ma quello che vide lì fu un'altra persona. Il pugile era cambiato: colpiva con tutte e due le mani, si muoveva diversamente, era più ostico. E anche l'uomo:aveva imparato a sopravvivere. La sera del match Braddock salì sul ring con vecchi calzoncini e scarpe prese in prestito. Nessuno lo notò. Griffin andò subito a cercarlo con un diretto destro, dominò il primo round e nel secondo 10 spedì al tappeto. Braddock aspettò il conteggio fino a nove, si alzò, andò verso Griffin, 10 colpì al mento con un destro corto che l'altro nemmeno vide, ma sentì. Continuò a picchiare anche nel terzo round che l' arbitro interruppe dopo 23 secondi. Griffin era finito, Braddock rinasceva. Era il suo primo ko in 18 mesi, il secondo in quattro anni. Aspettò che il manager gli passasse la spugna sul viso, ma Gould la passò sulla faccia di Griffin: «Ne ha più bisogno di te». Nello spogliatoio James aprì una birra e cercò invano una doccia. 

Cinderella man, lo chiamarono così. Cenerentola a volte non perde scarpe, ma guantoni. Un anno dopo, i1 13 giugno 1935, Braddock ritornò al Madison Square Garden per combattere Max Baer che aveva tolto il titolo dei massimi a Carnera. Non lavorava più come scaricatore, ma ormai tutti sapevano che era un poveraccio, sotto sussidio, uno di quelli con il cappello in mano; «Hai un centesimo?». Braddock si allenò in palestra dieci ore al giorno e ringraziò l' America che gli davala possibilità di ricominciare. Era il grande sfavorito, condannato a provarci, non a farcela. L'altro era più giovane, più forte, più esperto. Baer si presentb alla stampa parlando del futuro, di Joe Louis, della pubblicità che aveva girato con Myrna Loy, anche lui avrebbe fatto l'attore, aveva già alcune parti in tre film: "Ai suoi allenamenti invitò Clark Gable, Errol Flynn e John Barrymore. Gli chiesero; «E Braddock?». Lui alzò le spalle: Braddock non era un problema, dai. Cenerentola sta in cucina, non a sbafarsi il mondo. Baer avrebbe vinto, i pronostici non avevano dubbi. Ma l'America quando sale lassù, ci sale tutta: vuole riconoscersi, amarsi, essere pura e disperata. Il tifo fu per Braddock, per l'America dei vagabondi, dei disgraziati, hai un centesimo? Baer restò confuso, si trovò davanti un rivale intelligente, che lo evitò, ma aggressivo nel momento giusto, soprattutto con il sinistro. Riuscì a mollare un destro potente, di cui Braddock sentì la scossa «fino alla punta dell'alluce». AI settimo Braddock lo colpì alla testa con un destro, che non aveva più la potenza di una volta. Baer incassò e si mise a ridere, l'altro gli sussurrò; «Max, stai indietro nei punti, fossi in te inizierei a combattere». Era vero, Baer stava perdendo. A cinque minuti dalle fine Braddock lasciò partire due destri alla testa, al suono della campana disse al manager: «We did it», ce l'abbiamo fatta. Lo pensò anche l'America, forse era tornato il momento di sedersi a tavola. Non erano stati 5 round di grande boxe, ma di sorpresa e di schiena dritta. Il presidente F. D. Roosevelt gli mandò un telegramma: «Lei ha fatto uscire il paese dalla Grande Depressione». Un contadino che aveva pensato al suicidio gli scrisse dal Kansas: «C'è ancora speranza». Il nuovo campione del mondo fece un sacco di foto nei giorni seguenti, la posa era sempre la stessa: lui che mangiava una bistecca. 

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'Magazine'  del 12 maggio 2005. Grazie Shaula per la scansione!

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'Donna Moderna' n. 13 del 30 marzo 2005. Grazie Angie&Lucy per la scansione!

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