Russell Crowe - La Stampa - traduzioni

traduzione a cura di grace che dedica questo lavoro "A Lucia, la mia Peter1"

 

The Far Side of Russell Crowe, Vanity Fair (UK),  dicembre 2003 

 

Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz Russell Crowe photographed by Annie Leibowitz    
Vanity Fair (UK), Dicembre 2003

AI CONFINI DI RUSSELL CROWE (1)



Per interpretare l'eroe della classica serie d'avventure di Patrick O'Brian nell'adattamento cinematografico di Peter Weir "Master and Commander", Russell Crowe ha superato prima la paura del mare, poi quella delle altezze - proprio il genere di intensa trasformazione che in tre anni gli ha fatto guadagnare un Oscar come migliore attore e altre due candidature. Nel ranch di Crowe in Australia, con il primo figlio in arrivo, l'attore trentanovenne parla con PETER BISKIND su tutto ciò da cui va prendendo forma, sulla sua reputazione di rissoso e sul motivo per cui il suo modello professionale è una donna.



Fotografie di Annie Leibovitz, grafica di Nicoletta Santoro

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Non è lo Skywalker Ranch di George Lucas, con le stanze dal gusto estetico artificioso alla "crunchy-granola" (2) con i pannelli di sequoia recuperati da vecchi ponti, con costruzioni dalle facciate ricavate da fasciame di navi, una biblioteca con una cupola di vetro colorato. "Non è neppure Neverland, sa?" osserva Russell Crowe con un sorriso. "Niente fottute giraffe in giro. Venendo in questo posto non mi pare che vi sia alcun genere di palese ostentazione di ricchezza." Ha ragione - non c'è. Quel che c'è nei 1.350 acri di campagna che lui possiede, a un'ora d'aereo a nord di Sydney, è una vecchia aula scolastica trasformata in deposito di selle e altra roba per i cavalli, una palestra della grandezza di un granaio, con annessa una piscina da 25 metri e un capanno trasformato in un piccolo studio di registrazione. Ma le strutture in legno sparse qui e là sembrano in qualche modo di poche pretese, proprio come quest'uomo. E' una fattoria in cui si lavora, ed una casa - per se stesso, per i suoi genitori, suo fratello maggiore, e per quella che è sua moglie da sette mesi, Danielle, che darà alla luce un figlio in gennaio.

Sono appena arrivato in volo da Los Angeles, e prima ero stato a New York, in tutto venti e passa ore in volo, senza contare la deviazione da Sydney a Coff's Harbour, l'avamposto della civiltà più vicino alla proprietà di Crowe. Non sono sicuro dell'orario, per non parlare poi del giorno - uno, forse anche due si perdono o si guadagnano nel passaggio aereo internazionale. Quando Crowe mi chiede se so guidare una moto, tutto ciò che mi riesce di fare è scuotere leggermente la testa in segno di diniego, seguito dalla certezza di avere appena fallito un test sulla mia mascolinità.

"Che ne diresti di un ATV (3), amico?

Pensando che si riferisca a un fuoristrada gli dico "Certo" ma quando mi fa cenno d'avvicinarmi ad una Kawasaki 400 ammaccata che deve averne chiaramente fatta di strada accidentata, mi sento assalire da una sensazione alla Woody Allen e mi rendo conto dell'errore. E' vero, ha quattro ruote anzichè due - dei grossi copertoni adatti ad un trattore, con battistrada grossi come cime d'una nave - ma per tutto il resto assomiglia alla motocicletta che pensavo di avere evitato. Inoltre salta e si impenna proprio come una moto, specialmente sul terreno accidentato e pieno di solchi mi ritrovo a correre nel vano tentativo di stare al passo di Crowe, che guida una più nuova e più potente Kawasaki 650 che presto sparisce da qualche parte davanti a me in una nuvola di polvere. Lascia la strada rovinata e si butta giù per un ampio campo scoseso intersecato da fossi e canali, con me all'inseguimento, prima di fermarsi di colpo davanti ad un maestoso ancorché malato esemplare di albero di fico Moreton Bay, infestato da qualche misterioso parassita locale. E' stato recintato con del nastro giallo da scena del delitto su disposizione di un patologo botanico. 

E' stato un inverno mite, poco piovoso. La primavera si avvicina ma i campi sono ingialliti, le chiome degli alberi cadenti e avvizzite, desiderose di pioggia, e tutto questo dà alla fattoria - o piantagione, come ogni tanto la definisce Crowe - l'aspetto di una location da Western americano, un'impressione tra l'altro non disturbata dagli uomini del ranch a cavallo, che si occupano delle recinzioni di filo spinato e delle mandrie di bestiame, fra cui le floride Black Angus dal ricco pelo che pascolano placidamente l'avena. E' difficile impedire loro di attingere anche dai ciuffi d'erba, detta Parramatta, che, mi informa Crowe, è resistente all'aridità - in realtà è un'infestante - e può in definitiva indebolire fino alla caduta i denti di una vacca. Crowe alleva bestiame da carne (attualmente 500 capi) e cavalli di razza quarter (4) . Ma è la bellezza della flora e della fauna locali a farmi fermare di colpo. Le file di eucalyptus, gli alberi della gomma sparsi qui e là, i palissandri e i cedri rossi; e gli uccelli, come i kookaburras, che ridono ovunque, mandando dei versi striduli come l'abbaiare dei cani, mentre i cani, con i loro ululati acuti, cantano come uccelli.

I capelli spettinati di Crowe, la barba di circa tre giorni, la casacca sportiva a righe rosse e verdi (che suppongo abbia a che fare con il rugby), tracce di sudore e un berretto da baseball con la scritta "Far Side of the World", il tutto concorre a dargli un aspetto da "non-me-ne-fotte-un-cazzo-di-sembrare-figo." Indica una raccolta di resti di sculture - dall'aspetto greco, con teste, braccia e gambe mancanti - raccolte in quello che lui in modo sbarazzino definisce come il suo "orrido giardino delle sculture." Altre statue poggiano follemente contro alberi o addossate agli edifici, mentre altre ancora se ne stanno precariamente in piedi su se stesse. Un'altra nota incongruente è data dal lampione 
ottocentesco, dipinto in un arancione sbiadito e proveniente in origine dagli Champs-Elysees che lui ha scovato da qualche parte. Questa magari non è Neverland, ma l'effetto è certamente creativo, un pò Larry McMurty, un pò Ken Kesey.

Crowe appare assolutamente a proprio agio in questo posto, il padrone del suo dominio, orgoglioso di ciò che ha costruito."Se rimani nella bolla del fare film, promuovere film, e poi fare film, promuovere film, poi, ad un certo punto, non ti rimane davvero più niente nell'immaginazione da portare alla macchina da presa," spiega. "Cominci a farlo meccanicamente. O, addirittura peggio, cominci a farlo per le ragioni sbagliate. Sono proprio le esperienze con coloro che parlano con te, da persona a persona, da uomo a uomo, quello che sia sia - ecco da dove attingi la roba che utilizzi. La vita reale foggia i tuoi personaggi."

Grazie ad una notevole dose di talento innato, ad una gran mole di duro lavoro e ad un occhio clinico per i materiali, Crowe è uno dei pochi attori veri in un gruppo scelto di divi di Hollywood in grado di ricevere qualcosa come 20 milioni di dollari a film. E' stato candidato per tre volte all'Oscar come migliore attore: una volta lo ha vinto, per "Gladiator", ha portato quel film e un successivo che ha vinto come miglior film, "A Beautiful Mind" (entrambi sono stati anche dei notevoli successi al botteghino) e ne ha un altro che si sta avvicinando a vele spiegate, "Master and Commander: The Far Side of the World" di Peter Weir che uscirà nelle sale il 14 novembre. Ma pur con tutto il suo richiamo Hollywoodiano, Crowe preferisce vivere qui, veramente "l'altro capo del mondo"; almeno per quanto riguarda l'industria cinematografica. Lo storico del cinema David Thompson una volta lo ha citato dicendo: "Mi trasferirei a Los Angeles se l'Australia e la Nuova Zelanda fossero inghiottite da un'immensa onda anomala, se ci fosse la peste bubbonica in Inghilterra e se il continente africano sparisse per qualche attacco marziano. In Australia, ti trattano come se fossi un pezzo d'arredamento. I tuoi amici sono tuoi amici e la gente che ti odia a morte non cambia opinione. Ecco perché l'adoro."

Crowe ha interpretato con disinvoltura una stupefacente gamma di ruoli. C'è stato il terribile e assolutamente convincente naziskin in "Romper Stomper," il film che ha fatto di lui una star in Australia; l'emotivamente vulnerabile e poco sveglio poliziotto in "L.A. Confidential," il primo film a farlo notare da un ampio pubblico statunitense; e il geniale e schizofrenico matematico in "A Beautiful Mind." Anche quando interpreta un film di genere come "Gladiator", lui porta al ruolo una rara intelligenza, dando sorprendente dignità ad un personaggio che avrebbe potuto facilmente essere niente di più che una figurina d'azione della Mattel tipo l'eroe da cartoon in "Braveheart" di Mel Gibson, William Wallace. A parer mio, il massimo complimento che sia possibile fare a Crowe, che lui sicuramente apprezzerebbe, è di metterlo alla stregua della sua collega australiana, l'incomparabile Judy Davis. In effetti, stando a come si esprime lui, "la gente presumeva automaticamente che fossero Mel Gibson, Bryan Brown oppure Jack Thompson o altri del 
genere a spingermi ad andare in America per fare l'attore. Continuavano a dire: 'Vuoi essere il nuovo Mel Gibson?' E io dicevo: 'No, voglio essere la nuova Judy Davis.'"

Non era facile per uno come Crowe, originario della Nuova Zelanda e cresciuto in Australia, trovare la sua Judy Davis interiore. "Ho fatto del mio meglio per cercare di essere un tipo, perché tu devi essere un tipo se vuoi vivere in Australia," dice. "Ma non sono veramente un tipo, sai. Non sono cresciuto come il classico atleta stupido delle superiori. Sono una persona molto interiore. I ruoli che ho interpretato e che avevano in sè una certa componente fisica, sono stati tutti dei grandi risultati, perché io non sono mai stato veramente una persona molto fisica." Il genere di parti in cui è stato bravissimo ad interpretare il maschio disturbato, lacerato dalla rabbia e dalla violenza, che tenta di riconciliare i due lati che lottano dentro se stesso -- mettono in luce questa lotta.

Ambientato al tempo delle guerre napoleoniche, "Master and Commander: The Far Side of the World" è liberamente tratto da due dei venti volumi del romanziere Patrick O'Brian che sono un inno alla marina britannica, un'istituzione di cui nientedimeno che Winston Churchill si pensa abbia detto: "Le uniche tradizioni della Royal Navy sono il rum, la sodomia e la frusta." Inutile sottolineare che, pur volgendosi talvolta in quella direzione, O'Brian getta una luce notevolmente più eroica sul suo soggetto, e nel corso degli anni la sua saga ha acquistato un pubblico cult ben meritato, oserei aggiungere. In questo che è il primo adattamento cinematografico dell'opera di O'Brian, Crowe interpreta Jack Aubrey, Capitano della H.M.S. Surprise. Aubrey è un vero e proprio uomo d'azione, un valente maestro di tattica, coraggioso e benedetto dalle divinità della guerra, la qual cosa gli ha fatto guadagnare il soprannome di Jack "Il Fortunato." Ma è anche un cacciatore di sottane, caparbio e per niente fiducioso nella saggezza dei propri superiori, tutte cose che hanno reso lenta e irregolare la sua scalata ai vari ranghi della carriera. (Il personaggio è ispirato ad una figura storicamente esistita, Thomas Cochrane.)

Nel vagliare i vari attori che potessero assumersi il carico del film da 135 milioni di dollari della Twentieth Century Fox, il presidente Tom Rothman si chiese "Chi è oggi 'Lucky' Jack Aubrey?" Domanda che si rivelò retorica. "C'era," dice, "solo un nome sulla lista." All'inizio Crowe fu scettico; gli suonava come qualcosa di più adatto ad Harrison Ford. Ricorda Peter Weir: "Le prime parole che Russell mi ha detto sono state: 'Questo personaggio, lui ha bisogno di qualcosa di più di quanto non vi sia nella sceneggiatura o nel libro.' E io gli dissi: 'E' vero, ma non è sulle pagine che Aubrey è un pò limitato. Ciò che vedi è quello che è stampato sulla pagina.' In base alle mie esperienze, quando non hai un personaggio che sia completo, il segreto sta nel casting. Mettere Russell in uniforme e fotografarlo ci darà una grossa parte di questa complessità che manca.Perché Russell ha nella sua persona questa contraddizione, vale a dire il fatto che l'australiano giovialone, cameratesco che è in lui, l'uomo da 'vieni a bere qualcosa, amico,' privo di complessità e di autoanalisi, questo, naturalmente, non è Russell. C'è un altro lato di lui estremamente complesso. Ed è quello il lato da fotografare."

Per interpretare Aubrey, Crowe ha dovuto vincere la paura del mare. "Quand'ero un bambino, uscimmo in barca e rimanemmo senza carburante," spiega mentre sediamo sotto il portico della casa che ha ristrutturato per i suoi genitori. "Siamo rimasti a galleggiare per ore, fino a quando qualcuno non ci ha visto e ci ha dato una mano. Quando ti trovi in mezzo all'oceano, non sto parlando di due miglia al largo di Nantucket sopra una barchetta, e il tempo cambia all'improvviso, allora ti rendi conto del suo potere. Io so nuotare, ma se qualcosa con la tua barca va drammaticamente male, a che caspita ti può comunque servire saper nuotare? Quando avevo 13 o 14 anni, abbiamo lasciato l'Australia per tornare in Nuova Zelanda su una nave da crociera russa. Questo è stato con il peggior ca**o di tempo possibile, onde alte 22 piedi, praticamente per tutta la traversata. E il posto puzzava di vomito e di sangue, come una nave ospedale della Prima Guerra Mondiale. Era disgustoso.

Per prepararsi al ruolo in "Master and Commander" Crowe ha percorso parecchie miglia sull'oceano, a vela e a motore in giro per i mari del Sud, intorno a Sydney e altrove, su vari tipi di imbarcazione. I primi tempi "avevo l'abitudine di prendere delle pillole per il mal di mare, ma non si può continuare a prendere pillole mentre si gira," continua. "Ho sempre ritenuto di non trovarmi bene sulle barche. Quindi era arrivato il momento di provare a vedere se non era una psicosi e pertanto qualcosa da poter guidare a livello fisico, navigando di fatto per delle miglia sull'acqua." Quando è arrivato il momento in cui Weir era pronto per cominciare a girare in Messico, nelle strutture della Fox a Baja dove fu girato "Titanic", Crowe aveva vinto il suo mal di mare.

Però aveva anche paura dell'altezza, e il copione richiedeva che si arrampicasse su per il sartiame della Surprise. "Il personaggio che interpretavo non aveva problemi di questo genere," continua. "Quindi non avrei avuto alcun problema in questo nemmeno io se solo mi fossi lasciato andare per calarmi nel personaggio. James D'Arcy" -- un giovane attore inglese che interpreta il primo ufficiale Tom Pullings -- "non era affatto dell'idea di arrampicarsi in cima all'albero di maestra. Quindi avevano intenzione di costruirne uno in studio e di girare su uno sfondo blu. Dissi a James: 'Beh, questo servirà solo a togliere qualità alle riprese. Guarda, anch'io ho il terrore dell'altezza e capisco che è pericoloso. Ma ho intenzione di farlo. Ho intenzione di farlo senza cavo di sicurezza, per cui, se cado, buonanotte ai suonatori. Ma ho preparato il mio corpo abbastanza da sapere che sono in grado di fare le cose che Jack è in grado di fare.' James guardò in alto verso l'albero maestro che ondeggiava, 157 piedi al di sopra del mare, e le onde di sei piedi, e lo fece. Quando siamo scesi, mi ha chiesto: 'Come fai a farlo se non ti piace?' Io gli ho detto: 'Non è così che devi affrontare la cosa. Non puoi indossare quei panni solo perché sei un attore importante. Offri uno spettacolo alle persone solo se ti cali del tutto nel personaggio.'"

Come osserva Weir: "Russell è una combinazione molto rara di attore e di stella del cinema. In genere o hai l'uno o hai l'altro. Non è un sognatore. Non aspetta che la musa scenda su di lui per ispirarlo. Al contrario, è estremamente matematico e rigorosamente pragmatico nel proprio approccio. Lui prenderà il copione e lo revisionerà in modo minuzioso, fino al minimo dettaglio, forse più di quanto non faccia qualsiasi altro attore con cui io abbia lavorato, anche per una parola soltanto o una battuta o un gesto." Sul set di "Master and Commander", ad esempio, Crowe ha impiegato ore al trucco, facendo in modo che sul suo corpo venisse riprodotta ogni singola cicatrice che Aubrey potesse aver presumibilmente riportato nel corso della sua carriera, persino quelle che non sarebbero state comunque visibili.

C'è anche un lato meno metodico nella sua preparazione. Come dice Weir: "Quando abbiamo parlato all'inizio ho spiegato che a me di solito piace lavorare sul set con un senso di 'joie de vivre', un'energia senza freni. Quando mi ha sentito Russell ha detto: 'D'accordo, però qualche volta a me capiterà di chiudermi. Non farti risucchiare nel mio vortice quando questo accadrà.' Mi è capitato di vederlo un paio di volte, ed è stato un qualcosa di allarmante. Molto pensieroso, difficilissimo parlare con lui in quelle giornate. Russell se ne stava all'interno di questo impenetrabile buco nero dal quale trae grande ispirazione, visto che il lavoro che viene fuori da alcuni di questi punti oscuri è assolutamente straordinario. E' alla ricerca di qualcosa e deve farlo da solo, non lo puoi aiutare."

Crowe è nato a Wellington, in Nuova Zelanda, il 7 aprile del 1964. Quando aveva quattro anni, i suoi genitori, Alex e Jocelyn, trasferirono la famiglia a Sydney, dove gestirono una ditta di catering per troupe cinematografiche. Ritornarono in Nuova Zelanda quando lui aveva quattordici anni e aprirono un pub. Ha iniziato la sua carriera di attore a sei anni come comparsa in una trasmissione televisiva australiana che si intitolava 'Spyforce', a cui i suoi genitori fornivano il catering. Da teenager ha suonato in una serie di gruppi rock messi assieme alla bell'e meglio, e quando ai suoi genitori è capitato di non potersi permettere di mandarlo al college, si è guadagnato qualche soldo facendo una serie di lavori strani e apparendo nel contempo in diversi musical, comprese le produzioni locali del "Rocky Horror Show," "Grease" e "Blood Brothers." Fu buttato fuori da "Blood Brothers" dopo essersi rifiutato di chiedere scusa al compagno di scena per avergli rotto il naso con una testata durante un alterco dietro le quinte.

Per sua fortuna, al regista George Ogilvie capitò di vedere "Blood Brothers" prima che lui ne uscisse e lo scritturò per un film: "The Crossing," nel 1990, in cui conobbe l'attrice Danielle Spencer che avrebbe finito per sposare dopo una relazione sentimentale a fasi alterne. Avendo avuto modo di vedere la sua interpretazione in "The Crossing", Jocelyn Moorehouse lo volle in "Proof" (1991), che fu seguito dal suo primo grande successo in "Romper Stomper." La sua interpretazione fu talmente emozionante da farne una specie di icona per i neo-nazi australiani, il che lo spinse a fare una specie di controparte in "The Sum of Us," un delicato dramma sul rapporto padre-figlio in cui interpreta un idraulico gay. Lui stesso ha spiegato: "Ho un senso dell'humour distorto ed ho pensato che sarebbe stato divertente per coloro che avevano amato 'Romper Stomper' fare la coda il giorno della prima e vedere 'The Sum of Us'." Abbinato a "Romper Stomper" questo film è una dimostrazione del suo trasformismo impressionante, persino agli esordi della sua carriera.

La fama di "Romper Stomper" si propagò all'altro capo del Pacifico ma la sua interpretazione fu talmente convincente da renderlo persona "non gradita" fra alcuni dirigenti cinematografici che credevano che il film fosse documentaristico. Ricorda Crowe: "Dissero: 'No, non potete usare quell'attore perché è uno skinhead, lo hanno ripreso per un giorno e ne hanno fatto un film.' " Ma Sharon Stone, a quel tempo all'apice della carriera, fu un pò più perspicace. Andando contro la riluttanza dello studio, insistette per scritturarlo per recitare al suo fianco in "The Quick and the Dead," diretto da Sam Raimi, che lei stava coproducendo per la TriStar. "Un dirigente della TriStar telefonò a Sharon proprio durante il mio provino e le chiese di prendere la chiamata in privato fuori dal soundstage (5)" ricorda Crowe. "Al che lei disse: 'Vieni con me.' Andammo in questa stanza e lei accese il vivavoce. E lui semplicemente vomitò questa fottuta bile su 'Puoi anche essere la produttrice ma non devi sgarrare, ed io ho intenzione di prendere un grande attore per il ruolo, e posso dirti una cosa, non sarà qualche fottuto australiano sconosciuto di dubbia reputazione.' Quando lui mise giù lei disse: 'Volevo soltanto che tu sapessi a cosa mi trovo di fronte.' "

La Stone ebbe la meglio e Crowe ottenne la parte. "The Quick and the Dead" lo portò in America ma sotto altri aspetti non ne favorì la carriera. Il film, che in modo poco convincente, semiserio, ricalca "Gli spietati" con un cambiamento di sesso (la Stone interpreta il ruolo di Clint Eastwood coadiuvata da Crowe) aveva anche come star Gene Hackman, che ripropone il cattivo dell'altro film con molto meno successo. Le riprese non furono un'esperienza particolarmente felice. Crowe si lamentava: "Mi sentivo come la carne in un sandwich fra Gene Hackman e Sharon Stone, più un intero gruppo d'attori che non avevano mai sentito parlare di me e non sapevano che diavolo ci facessi lì." In effetti, l'attore, con i capelli inspiegabilmente acconciati in una lunga chioma ondulata, era un pesce fuor d'acqua. La sola cosa interessante del ruolo - un fuorilegge divenuto predicatore che non vuole più imbracciare un'arma - fu che ancora una volta giocherellava con l'ossimoro "ragazzo duro/ragazzo tenero" che presto sarebbe divenuto il suo segno distintivo.

Il successo americano di Crowe non arrivò che tre anni più tardi, quando interpretò Bud White nell'adattamento di Curtis Hanson del romanzo di James Ellroy "L.A. Confidential," un film che può essere annoverato nello sparuto gruppo delle grandi pellicole dell'ultimo decennio. "Avendo visto Russell in 'Romper Stomper' sapevo che aveva l'intensità che occorreva per interpretare Bud White," dice Hanson. "Quello che non sapevo era se aveva l'anima - se Lynn Bracken (la prostituta di alto bordo interpretata da Kim Basinger) potesse amarlo e se noi, al posto del pubblico, saremmo stati contenti che lei lo amasse. L'ho ripreso su video in una delle scene. Era dinamite! E' diventato il punto di partenza per la composizione dell'intero cast." La performance di Crowe - lui interpretava un altro maschio emotivamente problematico - incarnando un poliziotto duro con assoluta convinzione e con una perfezione che andava dalla gestualità e dal linguaggio fisico fino all'accento e alla voce, risplendette in mezzo ad una galassia di brillanti interpretazioni, in particolare quelle di Kevin Spacey e James Cromwell. Stavolta il dualismo "ragazzo tenero/duro" funzionò, perché non era il clichè del cowboy ma scaturiva dalla parte più interiore del personaggio.

Dopo "L.A. Confidential" Crowe fu subissato da offerte. "Tutti mi volevano per interpretare un poliziotto con De Niro, un poliziotto con Michael Douglas, un poliziotto con chiunque," ricorda. "C'è un principio che dice: 'Non conta quanto ti arriva alla porta, contano i soldi che ci stanno attaccati.' 'Ma non è per questo che sono nel film,' ho pensato, 'quindi arretrerò di qualche passo e potrò vedere meglio cos'è che c'è fuori.' Sentivo veramente che c'erano progressi da fare e se continuavo soltanto ad esaminare quello che mi veniva offerto in quel momento non sarei riuscito a fare quei progressi. E' andata a finire che non ho lavorato per 14 mesi." Alla fine si buttò in un film chiamato "Mystery, Alaska", un delicato film d'amore travestito da film sull'hockey che lui continua a difendere tutt'oggi, sebbene sia stato un flop. Ma mentre si trovava in Alaska, il regista Michael Mann gli mandò il copione di "The Insider" basato su un servizio di Marie Brenner per Vanity Fair sulla tormentata figura di Jeffrey Wigand, l'uomo che aveva vuotato il sacco sull'industria del tabacco. Crowe accettò di farlo e acquistò quasi sedici chili con una dieta a base di bourbon e cheeseburger.

"The Insider" fu osannato dalla critica e candidato all'Oscar, così come anche Crowe. Dopodiché fece "Gladiator" per Ridley Scott, in cui interpretava lo sfortunato generale Maximus contrapposto ad un deliziosamente depravato Joachin Phoenix. "Gladiator" fu un film epico da oltre 100 milioni di dollari, ed "un sacco di gente chiese: come fate ad affidare un film del genere all'ultimo arrivato?" ricorda Waiter Parkes, primo dirigente della DreamWorks. "Quel tipo di divo del cinema - fisicamente possente, emotivamente giustificato, estremamente mascolino, virtualmente non esiste più." Aggiunge Scott: "Avevo osservato Russell nell'incredibilmente impressionante 'Romper Stomper' ed avevo pensato: 'E' un animale, un animale molto intelligente, anzi meglio, una forza della natura.

The insider non era ancora uscito ed io non l'avevo visto. Ma conosco molto bene Michael e mi fido del suo giudizio, quindi gli chiesi: 'Che mi dici di questo ragazzo?' Lui disse: 'E' fantastico.'" Scott ebbe un incontro con Crowe che doveva ancora smaltire il peso messo su per interpretare Wigand. Dice Scott: "Tentava di spiegare perchè era così in sovrappeso, e diceva: 'Di solito non sono così, sa, amico' e mi spiegò che stava interpretando un uomo sui cinquanta. Russell non si sarebbe semplicemente limitato ad una buona performance: lui doveva avere l'aspetto di Jeffrey Wigand, essere dello stesso peso, portare la stessa pettinatura in modo tale che, di fatto, era lui. Cosa che io trovai molto intensa, il fatto che lui fosse così appassionato in ciò che fa. Dissi: "Ci siamo, si parte.'" 

Ma era una strada irta di difficoltà. "Film di quella portata non sempre sono pronti quando stai per tirare il calcio d'inizio," continua Scott. "Bisognava lavorare tantissimo alla sceneggiatura." Per dirla con le parole di Parkes: "Tu sei Russell e all'improvviso ti rendi conto che stai per fare un film in costume romano e che stai per prenderti sulle spalle il carico di questo film enorme, e ti guardi attorno e capisci che il personaggio di chiunque altro è leggermente migliore del tuo. Un misto di domande legittime e di una discreta dose di ansia si va ad aggiungere ad una situazione in cui ti senti un tantino irritabile sull'intera faccenda." Lui dice che Crowe aveva "parecchie critiche" riguardo alla sceneggiatura e faceva sentire produttori e registi "mortificati." Però aggiunge anche: "Russell veniva dalla giusta direzione. Lui esige che il suo personaggio sia reale attimo per attimo e questa è una delle ragioni per cui 'Gladiator' ha un senso di intimità che di solito non si trova in un film di tali dimensioni. (In seguito Crowe alleviò le sensazioni di dispiacere con dei CD della sua band, i 30 Odd Foot of Grunts). 

Nel frattempo, Ron Howard cercava un attore che interpretasse John Nash nel suo adattamento del libro di Sylvia Nasar, "A Beautiful Mind" e andò a vedere "The Insider". "Arrivai tardi, mi persi i titoli di testa e nemmeno lo riconobbi," rammenta il regista. "Non che non conoscessi Russell Crowe. Avevo visto tre o quattro dei suoi film. Fu la sua capacità di calarsi in maniera totale in personaggi talmente diversi gli uni dagli altri a rendermi del tutto cieco. Era il tipo di interpretazione che ci voleva per realizzare un personaggio complicato come Nash." Howard avvicinò Crowe, ma ancora una volta Crowe fu cauto. Come Weir, anche Howard si rese conto di essere lui quello messo alla prova, non Crowe. "Passarono circa sei mesi prima che accettasse di fare 'A Beautiful Mind'" ricorda il produttore del film Brian Grazer. "Ci sono volte in cui puoi trattare le richieste di un attore dicendo 'Questo è ciò che intendiamo fare' e loro accettano subito. Russell è perspicace. Voleva vedere i miglioramenti con i propri occhi- non soltanto sentirne parlare. Dovevamo realizzarli, mostrargli le varie stesure differenti. Russell era ad Austin con la sua band. Ron volò laggiù e Russell lo tenne sulle spine fino alle cinque del mattino."

"Lavorare con Russell è un pò come girare su un'isoletta," dice Howard. "Il tempo cambia ogni giorno però è lì che tu vuoi essere. Ha la fama di essere tenebroso oppure teso o testardo, ma non è intrattabile. E' fermo nelle proprie opinioni e non sopporta gli stupidi però non ha un bisogno quasi patologico di prendersela con gli altri come fanno certe persone. A volte in effetti ci dà sotto perché ha la sensazione che qualcosa d'importante abbia dei paletti, ma una volta che ti sei guadagnato il suo rispetto vuole essere guidato. E questo significa non soltanto avere la torta ma potere anche mangiarla.

Il Nash di Crowe è stato un'interpretazione che gli ha procurato la terza candidatura di seguito all'Oscar. Solo che durante la stagione dei premi il film è stato nel mirino di una brutale campagna denigratoria che lo accusava di aver omesso la pretesa bisessualità e l'anti-semitismo di Nash. "Mi ha deluso che le persone attaccassero 'A Beautiful Mind' perchè non riuscivo a capire quale fosse il loro scopo," dice Crowe. "Nash se ne andava in giro convinto di essere il governatore dell'Antartide. La gente semplicemente non capiva che si trattava di uno schizofrenico. Questa è stata una delle prime cose che ho discusso con Ron. Gli ho detto: 'Guarda, nella sceneggiatura non c'è cenno alle sue esperienze di tipo sessuale. Ne abbiamo parlato in lungo e in largo. Ed era come essere fregati da ogni lato. Se il personaggio lo fai gay allora tutti diranno: 'Ma così state dicendo che i gay sono schizofrenici.' Allora ho provato a fare le cose con il suo atteggiamento fisico verso gli uomini, facendogli fissare gli uomini che camminavano nella sua direzione nei corridoi e altra roba simile. Ma a meno che tu non stia seriamente guardando il film nei minimi particolari, non ci farai neppure caso. Inoltre, in condizioni di omosessualità, se John Nash avesse avuto una sfilza di amanti, quando ha vinto il Premio Nobel qualcuno avrebbe alzato la mano e avrebbe detto: "Ehi, ero io quello nella toilette di Santa Monica con John."

Felicissimo quale era di "A Beautiful Mind" lo è stato molto meno di "Proof of Life," un thriller romantico diretto da Taylor Hackford, nei confronti del quale Crowe alla fine ha perso ogni rispetto dopo numerosi alterchi. E' anche stato per "Proof of Life" che Crowe ha avviato quella che poi è divenuta una relazione nota a tutti con la sua co-protagonista, Meg Ryan, che ha lasciato l'uomo con il quale era sposata da nove anni, Dennis Quaid. Hackford si è lamentato del fatto che la storia d'amore fra i due divi avesse gettato ombra sul film. Per tutta risposta, Crowe lo ha definito un "idiota," "debole come uomo," e "moralmente insulso." In ogni caso, la relazione non era destinata a sopravvivere, inabissandosi, fra l'altro, per l'insistenza di Crowe di vivere nel suo ranch in Australia. Gli osservatori fiutarono guai quando i due divi apparvero separatamente alla prima di "Proof of Life" ai primi di dicembre del 2000. Successivamente lo stesso mese, stando ai 'si dice', la Ryan interruppe il pranzo di Natale di famiglia di Crowe con una telefonata per troncare i loro rapporti. Ora lui dichiara solamente: "Lei sta bene, io sto bene, la cosa più importante è che siamo ancora amici. La sento come se fosse in un enorme spazio. Sta svolgendo un lavoro davvero serio. E si diverte."

Crowe non ama le interviste, e non ne ha rilasciato molte. Finora i tabloids sono stati il suo Boswell (6), impiegando le loro notevoli risorse per creargli, non senza qualche aiuto da parte sua, questo va detto, la nomea di rissoso. L'umore di Crowe ha alti e bassi e quando le cose sulla carta stampata vengono gonfiate, lui s'infiamma, come un vento Santa Ana che soffi all'improvviso. La maggior parte di queste storie le considera come delle esagerazioni o assolute menzogne, e lo stesso pensano molti di coloro con cui ha lavorato, i quali insistono che i media hanno trasformato la sua inclinazione a dire quel che pensa e la sua passione per la birra (l'Australia è una nazione di bevitori) in una lunga sfilza di brutti incidenti in cui lui appare solo come un bambinetto meno infiammabile di Mike Tyson. Stando a tali storie, l'incidente della testata durante lo svolgimento di "Blood Brothers" alla fine degli anni Ottanta è stato seguito da una serie di risse numerosissime e noiosamente ripetute, fino a culminare lo scorso anno in un alterco con il produttore della BBC Malcom Gerrie.

L'incidente ebbe origine dalla cerimonia di consegna dei premi BAFTA ( British Academy of Film and Television Arts) a Londra, dove Crowe aveva vinto il riconoscimento come migliore attore per "A Beautiful Mind." La rete televisiva trasmetteva con due ore di differita e Gerrie fece infuriare Crowe tagliando una poesia di Patrick Kavanagh che aveva incluso nel suo discorso di ringraziamento. Secondo Variety, "Crowe ha spinto Gerrie contro la parete di uno sgabuzzino del Grosvenor House Hotel di Londra, dove si teneva il party dopo lo spettacolo... Mentre le sue guardie del corpo facevano il palo, Crowe pare dicesse: "Non mi importa un ca**o di chi tu sia. Chi ha osato tagliare i versi del premiato come miglior attore? Tu fottuto pezzo di merda, farò in modo che non lavori mai ad Hollywood." Quando pochissimo tempo dopo gli fu chiesto se pensava che il baccano sollevato gli sarebbe costato un Oscar, Crowe disse che ne dubitava, perché lui veniva giudicato per la sua interpretazione, non per la "pessima lite con un dirigente della 
televisione britannica." (Comunque, a vincere l'Oscar fu Denzel Washington). Gli chiedo dell'alterco, dicendo di aver letto da qualche parte che le sue guardie del corpo avevano spinto Gerrie nella toilette degli uomini, dove l'attore lo aveva affrontato. Crowe spiega, ancora esercitato, "Ho avuto una conversazione con il tizio, e la mia domanda fu 'Sei tu il responsabile del taglio del discorso?' E lui disse 'Sì.' Gli dissi quel che pensavo di lui. Non mostrò alcuna considerazione per la mia opinione, e allora gli dissi quello che ne pensavo più esplicitamente. Non l'ho mai colpito. Non l'ho mai spintonato come certa fottuta merda da malavita, come hanno riportato.Credo che la discussione sia avvenuta proprio davanti alle cucine. Ma si tende a cacciarsi in un sacco di situazioni strane nelle toilette degli uomini." L'impeto scompare con la stessa repentinità con cui è apparso e lui si addolcisce, sfoggiando un sorriso gnomico e incredibilmente affascinante, come se fosse divertito da una freddura detta solo a metà. "Nel momento in cui vai ad urinare c'è sempre qualcuno che ti viene a parlare," continua. "E' un pò come, sai, all'improvviso siamo legati, perché stiamo pisciando contemporaneamente? E' giusto? E poi ti vogliono dare la mano, quando hanno appena finito di pisciare. E la mia sensazione è: Vaffanculo e lavati le mani. Io trovo questo genere di cose, a parte l'aspetto igienico, semplicemente ridicolo. Ebbene, si presuppone invece che sia arrogante ed egoistico. Joan Rivers mi definiva un maledetto figlio di puttana," continua Crowe. "Per quanto ne so io l'ho solo incrociata una volta in un corridoio. Forse è solo perché non ho mai partecipato ad una delle sue puerili, fottute conversazioni da red-carpet, dove parli del tuo fottuto abito, o di quello che indossa il tuo accompagnatore, o di chi sta baciando chi, o altra roba simile, del genere di merda da scuole superiori? Non me ne fotte un ca**o di come sia il mio taglio di capelli. Tutte quelle cose si dovrebbe pressupporre che colmino qualche grande gap nella mia globalità come uomo? Non me ne frega di essere lo scapolo più ambito. Non me ne frega niente di essere il più popolare. Me ne frego di essere quello vestito meglio. Non me ne potrebbe fottere di meno. E non me ne fotte niente di quello che Joan Rivers pensa di me. Ma trovo che sia proprio odioso, in sè, che qualcuno si permetta di alzarsi e fare quel genere di accusa, senza che ti venga richiesto nulla che comprovi qualsiasi cosa tu stia dichiarando. Assomiglia ad una specie di assassinio del personaggio. Le cose che diventano di pubblico dominio e poi vengono stampate e ristampate e ristampate, non sono mai, o sempre, basate su qualche fatto," continua Crowe. "Eppure, quando ancora stai rispondendo ad una domanda su di esse, c'è già una montagna di materiale stampato che sostiene che tu pensi questo, che ti senti così, che hai fatto quest'altro. Probabilmente il 95% di questi incidenti non è mai accaduto. E' solo il tipo di cose che si suppone che faccia io. Essere stato accusato di aver spinto delle persone in una toilette pubblica di Sydney nella stessa data in cui stavo girando un film sulle Ande, in Equador. A nove o diecimila miglia di distanza. Quindi di cosa stanno parlando? Sì, mi sono trovato in situazioni in cui avevo probabilmente alzato il gomito, e di reagire di fronte ad una situazione che in casi normali semplicemente ignorerei. Mi sono trovato in situazioni in cui sono stato fisicamente attaccato, e sì, mi sono trovato in situazioni in cui le persone mi hanno assalito verbalmente ed ho reagito con lo stesso fottuto livello di aggressività. Il che non è che faccia tanto una bella impressione quando viene riportato su un foglio di giornale. Lo ammetto. Ma l'intera storia che io sia il tipo che si va a cercare questo tipo di guai è semplicemente ridicola. Quando qualcuno decide di attaccarti pubblicamente, se hai poca autostima, con ogni probabilità finisci per farti una reputazione da permaloso. 

L'attore Paul Bettany ha lavorato con Crowe due volte, prima quando ha interpretato il compagno di stanza immaginario di Nash in "A Beautiful Mind," e poi in "Master and Commander" nel ruolo del grade amico di Aubrey, Stephen Maturin: "In Messico," dice, "la stampa riportava delle storie assurde su Russell che portava la gente fuori, bevendo, ubriacandosi e facendo a botte. A parer mio, non erano cose vere. Lavorava molto più di me e non avrebbe avuto il tempo di fare neanche la metà delle cose di cui è stato accusato. La logistica dei posti in cui lo si presupponeva essere a cacciarsi nei guai sarebbe stata fottutamente impossibile. Viviamo in un'epoca in cui tutti vogliono che i loro divi siano gradevoli. Lui costituisce un'anomalia, perché non si rende gradevole. Dice qualsiasi cosa stia pensando in quel determinato momento. Non la cambia per nessuno. 

Akiva Goldsman, che ha scritto la sceneggiatura di "A Beautiful Mind," è uscito a bere qualcosa con Crowe in molte occasioni. "C'è questa cosa che inizia a verificarsi, come una profezia che si auto-realizza. E' come la storia del pistolero che dice 'Ho deciso di mollare, non lo faccio più' - solo che gli ubriachi vedono Maximus dall'altra parte del bar, si danno il cinque, pensando 'ora ci sarà da divertirsi.' Però io non l'ho mai visto spingersi oltre al fatto di essere cortese e offrire loro un drink. 

Con Arnold Schwarzenegger adesso a Sacramento in veste di governatore della California e Mel Gibson che pretende di riportare indietro di due millenni l'armonia fra Giudei e Cristiani, domando a Crowe delle sue idee in fatto di politica e religione e lui mi guarda come se avessi appena superato il vento. "E' talmente difficile fare dei commenti sulla politica americana perchè lì ci rimani annientato," dice, accigliandosi. "Bill Maher ne è un perfetto esempio. E' stato come assassinato. Lo puoi ancora notare quando viene intervistato nel suo modo di parlare. E' come un cane che sia stato preso a calci.

Io sono una persona dalle opinioni radicate. E quando si arriva alla politica questo è un problema. Semplicemente non credo che sia un tuo diritto, solo perché sei famoso, di far schizzare le tue opinioni a riguardo. Non c'è alcun fottuto verso o ragione, dato che sei famoso come attore, che i tuoi commenti politici debbano significare merda. Semplicemente ritengo che sia un grosso insulto nei confronti del pubblico del mondo dello spettacolo quando un attore all'improvviso si alza in piedi e dice, sai, 'Ebbene, ho una questione politica sulla quale voglio suonare il tamburo.' Nella tua qualità di attore, io penso che dovresti essere vaniglia. O, come si usa dire qui da noi, modesto, semplice. E la frutta la metti in quel che concerne il personaggio che stai interpretando. Come può qualcuno che si dichiara pubblicamente democratico interpretare poi un famoso repubblicano davanti agli occhi del pubblico in generale? 

Sia come sia, io suggerisco che siamo messi proprio male, un tantino rovinoso permettersi il lusso del silenzio, tanto che si sia una celebrità oppure no. Cosa ne pensa dell'aggressione del Presidente Bush in Iraq? Di colpo diventa insolitamente vago e circospetto. "Penso che la Costituzione degli Stati Uniti sia il più grande veicolo di libertà umana che sia mai stato concepito," dice. "Ed ho una profonda fede in essa; e vorrei che fosse applicata ad ogni paese. Tuttavia, stare alle spalle della Costituzione significa che devi star dietro a tutto il fottuto insieme, non soltanto quando ti conviene. Chiaro? E liquidare gli aspetti negativi della società più ampia come un male necessario è un totale fottuto alibi. 

Mi sto trovando in difficoltà nel cercare di capire di cosa stia parlando. Non è che sia di facile verbosità. "Ma cosa stai dicendo?" chiedo. "Non voglio fare alcuna dichiarazione politica. Non voglio mettermi in piedi su una scatola di detersivo." Alla fine però lo sputa fuori: "Penso che se te ne stai dietro la Costituzione, allora vedrai che non era stato mai previsto che l'America dovesse essere una potenza imperiale. E che il suo imperialismo sta facendo danni."

E Mel Gibson? "Mel Gibson è un cineasta serio," continua seguendo la vena diplomatica. "Ed un uomo di grandi passioni e di grande profondità. Quindi se ha fatto un film vicino al suo cuore, qualcosa in cui crede, sono certo che sarà una cosa interessante da guardare. Ma lui è cattolico, quindi io non vedrò mai il mondo nello stesso modo in cui lo vede Mel. I miei genitori hanno deciso di non battezzarmi perché credono che quella debba essere una scelta personale. Vede, sono stati una coppia di genitori veramente progressisti, per il 1964, in Nuova Zelanda.

"Io sono decisamente credente," continua, "ma non credo necessariamente in un culto di Stato. Sta bene tutto ciò che si presume sia basato sull'amore di Dio per l'umanità e tutto questo genere di cose, ma la religione di Stato è stata anche la ragione centrale di alcune cose molto distruttive e terribili."

Crowe appare sempre più a disagio. Si tira su, mi fissa con sguardo ammonitorio e con voce molto simile a quella del Capitano Jack Aubrey dice: "Doveva parlare delle due cose che un gentiluomo non discute mai in pubblico. Quindi parlerà di sesso, ora?"

Oh! Un'apertura, della quale approfitto per chiedergli della gravidanza di sua moglie. "Quanti figli volete avere?"

"Vedremo. Vedremo se siamo bravi con il primo. Non vogliamo fare ipotesi su questo. Lasciatemi semplicemente fare un bambino alla volta." Dopo aggiunge: "Alcune persone della "terra dei tabloid" sostengono che io abbia avuto qualche fottuta esperienza rivelatrice nella mia vita e che il matrimonio mi ha ammorbidito e bla-bla-bla." Tanto per intendere che in effetti non lo ha fatto.

Il prossimo film di Crowe, "Cinderella Man", su Jim Braddock, il campione del mondo dei pesi massimi professionisti, lo rivedrà di nuovo lavorare con Ron Howard. Crowe si sta allenando per la parte - non sta bevendo - ma ha posticipato la data di inizio delle riprese a Marzo per poter essere presente in occasione della nascita di suo figlio. "Ho promesso a Dani che ci saremmo sposati e avremmo avuto un pò di tempo per noi" dice. "Non che ci saremmo sposati per separarci il giorno dopo." Questo ha significato rifiutare dei grandi film. E' semplicemente che non puoi fare ogni film," continua. "Ho dovuto dire no a molti amici quest'anno -- (Curtis Hanson, Michael Mann, Oliver Stone e molti altri). Sa, dopo un certo periodo di tempo, si acquista una reputazione negativa per la cosa in sè. Alcuni dei miei rappresentanti in America vedevano la cosa tipo "Sposarti ti costerà 40 milioni di dollari -- spero almeno che ne valga la pena. Ma il fatto è che io devo fare solo quelli che mi stimolano, capito? Non posso occupare il tempo facendo cose in cui credo a metà." Lui crede in "Cinderella Man.

"E' stato uno di quei copioni -- parlo della stesura che ho letto in origine nel 1997-- che ti fa venire veramente la pelle d'oca. In assoluto. Un uomo che lotta contro grandi avversità per raggiungere qualcosa. E Braddock non è diventato un tipo suonato come tanti altri che si potrebbero menzionare. Ha lasciato il ring nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali. Questa è veramente la storia di un successo Americano, una storia di boxe che non finisce in totale tragedia."

Poi c'è stato il piacere di riunire il team di "A Beautiful Mind". "Potrebbe apparire davvero pretenzioso, ma quando venne fuori che Ron l'avrebbe fatto, io ho chiesto: 'Non si potrebbe coinvolgere Akiva Goldsman per farne scrivere la sceneggiatura?' E loro hanno detto: 'Sì' ed io: 'Lo produrrà Brian Grazer?' E loro: 'Ma sììì.' Perchè io sto veramente bene assieme a loro. Quindi ho detto: 'Bene, i Beatles sono tornati assieme!"


(1) Ovviamente l'autore del servizio sta parafrasando il titolo del romanzo di O'Brian. "The Far Side of the World" in effetti significa "Il lato estremo, l'altro capo del mondo." A me è piaciuto parafrare il titolo della versione italiana del romanzo e del film. (torna al testo)

(2) Il termine crunchy-granola, che di fatto significa "muesli croccante" veniva usato negli anni 60 in riferimento allo stile di vita e ai nuovi atteggiamenti liberali, come, ad esempio, la moda dei ristoranti macrobiotici, dei cibi vegetariani, delle bancarelle per strada e così via. (torna al testo)

(3) Il termine "all-terrain vehicle" si riferisce al tipo di moto a tre o quattro grosse ruote da usare fuoristrada. Generalmente vengono indicati con la semplice sigla ATV o anche ATC (quest'ultima per quello a tre ruote, all-terrain motor-cycle). (torna al testo)

(4) Sono dei cavalli di taglia piccola, allevati per le corse da un quarto di miglio. (torna al testo)

(5) Il soundstage è il set insonorizzato in cui si fanno le riprese in presa diretta. (torna al testo)

(6) Certamente con "il suo Boswell" l'autore intende "il suo biografo." Lo scozzese James Boswell infatti fu, oltre che scrittore di ottimi diari di viaggio, noto soprattutto per la celebre biografia del Dottor Johnson. (torna al testo)



Vanity Fair (UK) December 2003 
The Far Side of Russell Crowe


To play the hero of Patrick O’Brian’s classic adventure series in Peter Weir’s film adaptation, Master and Commander, Russell Crowe overcame his dread of the sea, then conquered his fear of heights – just the kind of intense transformation that in three years earned him a best-actor Oscar and two more nominations. At Crowe’s ranch in Australia, with his first child on the way, the 39-year-old actor talks to PETER BISKIND about what he’s morphing from, his reputation for brawling, and why his professional role model is a woman.


Photographs by Annie Leibovitz, styled by Nicoletta Santoro

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It’s not George Lucas’s Skywalker Ranch, with its artfully contrived crunchy-granola aesthetic – rooms panelled in redwood salvaged from old bridges, buildings faced with shiplap siding, a library topped by a stained-glass dome. “It’s not Neverland, either, you know?” observes Russell Crowe with a grin. “No fucking giraffes walking around. I don’t think there’s any kind of overt expression of wealth going on here.” He’s right – there isn’t. What there is on the 1,350 acres of bush he owns, a one-hour plane ride north of Sydney, is an old, one-room school being converted into a tack room, a barn-size gym, a 25-meter enclosed pool, and a shed made over into a small recording studio. But the wooden structures scattered about somehow seem unpretentious, like the man. It’s a working farm, and a home – for himself, his parents,his older brother, and his wife of seven months, Danielle, who is due to give birth to a boy in January.

I have just flown in from Los Angeles, and before that New York, all told 20 or so hours in the air, forgetting the dogleg from Sydney up to Coffs Harbour, the nearest outpost of civilization to Crowe’s spread. I’m not sure of the time, not to mention the day – one, maybe two are lost or gained flying across the international date line. When Crowe asks me if I can ride a motorcycle, all I can manage is a weak shake of my head in the negative, followed by the certainty that I’ve just failed some test of my manliness. 

“How ‘bout an all-terrain vehicle, mate?”

I figure he means an S.U.V., and say, “Sure,” but when he beckons me over to a dented Kawasaki 400 that has obviously seen some hard travellin’, I sense that Woody Allen feeling coming over me, and I realize my mistake. True, it’s got four tires instead of two – big balloon mothers fit for a tractor, with treads like ropes – but in all other respects it’s like the motorcycle I thought I had disposed of. It leaps and bucks like one,too, especially over the rough and rutted terrain I find myself racing across in a vain attempt to keep up with Crowe, driving a newer and more powerful Kawasaki 650 that is soon lost somewhere in a cloud of dust ahead of me. He leaves the dirt road and plunges down a swiftly descending open field crisscrossed by gullies and ditches, with me in semi-hot pursuit, before abruptly coming to a stop in front of a majestic although ailing Moreton Bay fig tree, which is infested with some weird local parasite. It’s been cordoned off with a yellow crime-scene ribbon while getting house calls from a tree doctor.

It’s been a mild winter; precipitation has been scarce. Spring is approaching, but the fields are parched, the leaves of the trees sere and limp, begging for rain, all of which gives the farm – or plantation, as Crowe occasionally calls it – the look of a location for an American Western, an impression undisturbed by the ranch hands on horseback, tending the barbed-wire fences and the herds of cattle, among them sleek Black Angus with rich coats that graze placidly on oats. It’s hard to stop them from also lunching on the tufts of greenery known as Parramatta, which, Crowe informs me, is a drought-resistant grass – a weed really – that will ultimately loosen a cow’s teeth. Crowe breeds beef cattle (currently, he is running 500 head) and raises quarter horses. But it is the beauty of the native flora and fauna that brings me up short. The strands of eucalyptus, the scattering of gum trees, rosewood, and red cedar; and the birds, such as the ubiquitous laughing kookaburras, which give vent to harsh cries like the barking of dogs, while the dogs, howling shrilly, sing like birds.

Crowe’s disordered blond hair, three-day stubble, layers of red-and-green team jerseys (that I’m guessing have something to do with Rugby), sweats, shades, and Far Side of the World baseball cap all combine to lend him an appealing I-don’t-give-a-fuck-what-I-look-like cool. He points out a collection of damaged statuary –Greek-like figure, complete with missing heads, arms, and legs – gathered together inwhat he archly refers to as his “ugly sculpture garden.” Other statues lean in at crazy angles against trees and sides of buildings, while still more stand precariously on their own. Another incongruous note is struck by the occasional 19th-century streetlight, painted dull orange and originally from the Champs-Elysees, which he’s scavenged from somewhere or other. Maybe it’s not Neverland, but the effect is definitely creative, part Larry McMurty, part Ken Kesey.

Crowe seems comfortably at home here, the master of his domain, proud of what he’s built. “If you keep yourself in the bubble of making film, promoting film, making film, promoting film, then, at a certain point, you’re really not going to have anything left in your imagination to take to the camera,” he explains. “You start doing it by rote. Or, even worse, you start doing for the wrong reasons. It’s your experiences with people that just talk to you, one-to-one, man-to-man, about whatever it is – that’s where you get the stuff you use. Real life informs your characters.”

Thaks to a consideralbe amount of nattive talent, a lot of hard work, and a shrewd eye for material, Crowe is one of the few real actors among the select group of Hollywood stars pulling down something in the neighborhood of $20 million a picture. He's been nominated for a best actor Oscar three times; won once, for Gladiator; carried that film and a second best-picture winner, A Beautiful Mind (both were also solid commercial hits) and has another award contender sailing swiftly into view, Peter Weir's Master and Commander: The Far Side of the World which will be released November 14. But for all his Hollywood pull, Crowe prefers to live here, the far side of the world indeed; at least as far as the movie business is concerned. Film historian David Thomson once quoted him as saying, "I'd move to Los Angeles if Australia and New Zealand were swallowed up in a huge tidal wave, if there were a bubonic plague in England, and if the continent of Africa disappeared from some Martian attack. In Australia, they treat you like a piece of furniture. Your mates are your mates, and the folks who hate your dark and bloody guts; they don't change their minds. That's why I love it."

Crowe has played an astonishing range of roles with assurance. There was his frightening and altogether convincing neo-Nazi skinhead in Romper Stomper the film that made him a star in Australia; the emotionally wounded and none too bright cop in L.A. Confidential, the first film to bring him to a wide U.S. audience; and the schizophrenic and exceedingly bright mathematician in A Beautiful Mind. Even when he stars in a genre film such as Gladiator, he brings a rare intelligence to the role, lending a surprising dignity to a character who could easily have been no more than a Mattel action figure along the lines of Mel Gibson's Braveheart cartoon hero, William Wallace. In my book, the highest compliment it is possible to pay Crowe, which he would doubtless appreciate, is to bracket him with his fellow Australian, the incomparable Judy Davis. Indeed, as he puts it, "people automatically assumed that it was either Mel Gibson, Bryan Brown, or Jack Thompson, or whatever, that made me go to America to pursue being an actor. They would keep saying, 'Do you want to be the new Mel Gibson?' I said, 'No, I want to be the new Judy Davis.'"

It wasn't easy for the New Zealand born, Australian-raised Crowe to find his inner Judy Davis. "1 did my best to try to be a bloke, because you have to be a bloke if you want to live in Australia," he says. "But I'm not really a bloke, you know. 1 didn't grow up as a high-school jock. I'm a very interior person. These roles I've played that have a kind of physical element to them, they're al great achievements, because I never really was a very physical person." The kind of parts he's been best at the damaged male, riven by anger and violence, looking to harmonize the warring parties within himself-- are a gloss on this struggle.

Set in the time of the Napoleonic Wars, Master and Commander: The Far Side of the World is loosely based on two installments of the late novelist Patrick O'Brian's 20-volume hymn to the British fleet, an institution of which none other than Winston Churchill is supposed to have observed, "The only traditions of the Royal Navy are rum, sodomy, and the lash.'' Needless to say, while occasionally bowing in that direction, O'Brian throws a considerably more heroic light on his subject, and over the years his saga has gained a cult following well deserved, I might add. In this, the first film adaptation of O'Brian's work, Crowe plays Captain Jack Aubrey of the H.M.S. Surprise. Aubrey is a bluff man of action, a gifted tactician, courageous, and blessed by the gods of war, which has earned him the sobriquet "Lucky" Jack. But he is also a chaser of skirts, head-strong, and no great believer in the wisdom of his superiors, all of which has made his ascent through the ranks slow and fitful. (The character is based on a historical figure, Thomas Cochrane.)

Mulling actors to shoulder Twentieth Century Fox's $135 million picture, studio head Tom Rothman wondered, "Who today is 'Lucky' Jack Aubrey?" It turned out to be a rhetorical question. "There was," he says, "only one name on the list." Initially, Crowe was skeptical; it sounded to him like something Harrison Ford should do. Recalls Weir, "Russell's first words to me were 'This character, there must be more to him than what's in the script or the book.' I said to him, 'It's true, but it's not on the page Aubrey is a little limited. What you see is what you get.' In my experience, when you have a less than full character, it's the casting that is the secret. Putting Russell in the uniform and just photographing him will supply a great deal of this missing complexity. Because Russell has that contradiction in his persona, which is that the hail-fellow-well-met Aussie, the 'Come and have a drink, mate' man without complexity and self-analysis, is, of course, not Russell. There is an extremely complex other side to him. And that's photographable."

To play Aubrey, Crowe had to overcome his fear of the sea. "When T was a kid, we went out on a boat and we ran out of petrol," he explains as the two of us sit on the porch of the house he has remodeled for his parents. "We once ended up floating aimlessly for hours, until somebody spotted us and gave us a hand. When you're out in the middle of the ocean I’m not talking about being two miles off Nantucket on a dinky boat, and the weather turns, you learn the power of it. I can swim, but if something dramatically goes wrong with your vessel, what the fuck good is swimming going to get you, anyway? When I was 13 or 14, we left Australia to go back to New Zealand on a Russian cruise ship. It was in the worst fucking weather, 22-foot swells, pretty much the whole way. And the place smelled of vomit and blood, like a hospital ship from the First World War. It was disgusting."

To prepare for the part in Master and Commander Crowe logged a lot of miles on the ocean, sailing and motoring around the South Seas, Sydney, and elsewhere in a variety of boats. At first "T was using travel- sickness pills, but you can't be taking pills and doing lines on-camera," he continues. "I've always thought that I was not very good on boats. So it was time to try and see if it was not a psychosis but something that could be addressed physically, by actually doing the miles on the water." By the time Weir was ready to begin production in Mexico, at the Fox facilities in Baja where Titanic was shot, Crowe had overcome his seasickness.

But he is also afraid of heights, and the script called for him to clamber up the rigging of the Surprise. "The character I was playing had no problems with this stuff," he continues. "So I had no problems with it, if I just allowed myself to play the character. James D'Arcy"--a young English actor who plays First Lieutenant Tom Pullings "really wasn't into the idea of climbing to the top of the mast. So they were going to build it on a soundstage and shoot it against a blue screen. I said to James, 'Well, that just cheapens the shot. Look, I'm scared of heights, too, and I understand it's dangerous. But I'm gonna do this. I'm gonna do it without a safety rope, so if I do fall, it's good night, Irene. But I've been working my body enough to know that I'm capable of doing things that Jack is capable of doing.' James looked up at the swaying mast, 157 feet above the water, and 6-foot swells, and did it. When we got down, he asked me,'How can you do that if you don't like doing it?' I said, 'That's not the way you've got to approach it. You can't fucking wrap yourself in cotton because you're an important entertainer. You're only entertaining people if you're servicing the character.' "

Observes Weir, "Russell is a very rare combination of a screen actor and a movie star. You usually get one or the other. He's not a dreamer. He doesn't wait for the muse to descend. On the contrary, he's extremely mathematical and rigorously pragmatic in his approach. He'll take the script and minutely adjust it, going into extreme detail, perhaps more than any other actor I've worked with, about a word or a line or gesture." On the set of Master and Commander, for instance, Crowe spent hours in makeup, having every single scar Aubrey could conceivably have picked up over the course of his career applied to his body, even though they might never be seen.

There's also a less methodical side to Crowe's preparation. As Weir says, "When we initially talked, I explained that I usually like to work from a sense of joie de vivre on the set, a reckless energy. After Russell heard me out, he said, 'that's fine, but at times I will go into a very dark place. Don't get sucked into my vortex when that happens.' I saw that a couple of times, and it was kind of alarming. Very brooding, very hard to talk to on those days. Russell was inside this impenetrable black hole where he draws great inspiration, because the work that comes out of some of those dark spots is quite stunning. He's searching for something, and he has to do it alone you can't help him."

Crowe was born in Wellington, New Zealand, on April 7, 1964. When he was four, his parents, Alex and Jocelyn, moved the family to Sydney, where they ran a catering business for film crews. They moved back to New Zealand when he was 14, and opened a pub. He began his acting career at six as an extra on an Australian TV show called Spyforce, which his parents were catering. He played in a succession of pickup rock 'n' roll bands as a teenager, and when his parents couldn't afford to send him to college, he earned pocket money doing a series of odd jobs, while appearing in a number of musicals, including local productions of The Rocky Horror Show, Grease, and Blood Brothers. He was fired from Blood Brothers after refusing to apologize to his co-star for breaking his nose with a head-butt during an offstage altercation.

Fortunately for Crowe, director George Ogilvie caught Blood Brothers before the actor exited, and cast him in a film, The Crossing, in 1990, where he met actress Danielle Spencer, whom he would eventually marry after a lengthy on-again, off-again romance. Having caught his performance in The Crossing Jocelyn Moorehouse cast him in Proof(1991), which was followed by his breakthrough in Romper Stomper His performance was so electric that he became something of an icon to Australian neo-Nazis, leading him to do an about-face in The Sum of Us, a gentle father-son drama in which he plays a gay plumber. He explained, "I have a twisted sense of humor and thought it would be funny for the people who loved Romper Stomper to line up on the first day and see The Sum of Us." Twinned with Romper Stomper it showcases his impressive range, even at that early stage of his career.

Romper Stomper made waves on the other side of the Pacific, but his performance was so convincing that he became persona non grata among some studio executives who thought the film was a documentary. Crowe recalls, "They said, 'No, you can't use that actor because he's a skin-head, and they just filmed him one day, and that became a movie."' But Sharon Stone, then at the height of her career, was a bit more perceptive. In the face of studio resistance, she insisted on casting him to play opposite her in The Quick and the Dead, directed by Sam Raimi, which she was co-producing for TriStar. "An executive at TriStar rang Sharon in the middle of my screen test and demanded that she come off the soundstage and take the call," Crowe remembers. "So she said, 'Come with me.' We went into this room, and she put him on speakerphone. And he just spewed this fucking bile about 'You may be the producer, but you're stepping over the line, and I'm gonna get a great actor for the role, and I can tell you one thing, it won't be some fucking unknown Australian with dubious credits.' When he rang off, she said,'I just wanted you to know what I'm up against."'

Stone prevailed, and Crowe got the part. The Quick and the Dead brought him to America, but otherwise didn't do his career any great favor. The picture, a lame, tongue- half-in-cheek retread of Unforgiven with a sex change--Stone plays the Clint Eastwood role, with an assist from Crowe also starred Gene Hackman, reprising his bad guy from that film with considerably less success. The shoot was not a particularly happy experience. Crowe complained, "I felt like the meat in the sandwich between Gene Hackman and Sharon Stone, plus a whole bunch of actors who had never heard of me and didn't know what the hell I was doing there." Indeed, the actor, his hair un- accountably gotten up into a halo of long, wavy tresses, was a fish out of water. The only interesting thing about the role-an outlaw turned preacher who no longer wants to pick up a gun--was that it again toyed with the tough-guy/soft-guy oxymoron that was fast becoming his trademark.

Crowe's American breakthrough didn't come until almost three years later, when he played Bud White in Curtis Hanson's adaptation of James Ellroy's novel L.A. Confidential, a film that has to be counted among the handful of great pictures of the last decade. "Having seen Russell in Romper Stomper I knew he had the intensity needed to play Bud White," says Hanson. "What I didn't know was whether he had the soul--whether Lynn Bracken [the classy hooker played by Rim Basinger] could love him and whether we in the audience would be glad that she did. I shot him in one of the scenes on video. He was dynamite! He became the foundation on which the entire cast was built." Crowe's performance--he played another emotionally crippled male, incarnating a tough cop with dead-on conviction and getting everything right from gesture and body language to accent and voice shined amid a galaxy of sparkling performances, particularly by Kevin Spacey and James Cromwell. This time the soft/tough-guy thing worked, because it wasn't a cowboy cliche but came from deep inside the character.

After L.A. Confidential Crowe was inundated with offers. Everyone wanted me to play a cop with De Niro, a cop with Michael Douglas, a cop with whoever," he recalls. "There's a rule of thumb that says, it's really not how much is coming to the door; it's how much money is attached to it. But that's not why I'm in the gig. I thought, I'm going to pull back a little bit and just see what's out there. I just felt that there was progress to be made, and if I just kept examining only what was being offered me, I wouldn't be able to make that progress. I ended up not working for 14 months." He finally took the plunge on a picture called Mystery Alaska, a gentle "woman's" movie disguised as hockey picture that he defends to this day, although it flopped. But while he was in Alaska, director Michael Mann sent him the script for The Insider based on Marie Brenner's Vanity Fair story about tortured tobacco-industry whistle-blower Jeffrey Wigand. Crowe agreed to do it, and gained 35 pounds on a bourbon-and- cheeseburger diet.

The Insider was critically acclaimed and nominated for an Oscar, as was Crowe. Then he went off to do Gladiator for Ridley Scott, playing the disgraced General Maximus opposite the deliciously depraved Joachin Phoenix. Gladiator was a $100-million-plus epic, and "a lot of people asked, How can you put a movie like that on a relative newcomer?" recalls DreamWorks production head Waiter Parkes. "That kind of movie star-physically powerful, emotionally legitimate, extremely masculine virtually doesn't exist anymore." Adds Scott, "I'd watched Russell in the very impressive Romper Stomper and I thought, He's an animal, a very intelligent animal better, a force of nature.

The Insider wasn't out yet, and I hadn't seen it. But I know Michael very well, and I trust his judgment, so I asked him, 'What about this guy?' He said, 'He's fantastic."' Scott met with Crowe, who had yet to shed the weight he'd put on to play Wigand. Says Scott, "He was trying to explain why he was so overweight, and said, 'I'm not usually like this, ya know, mate,' and explained he was playing a man of 50. Russell wouldn't just turn in a good performance: he had to look like Jeffrey Wigand, be the same weight, have the same hair style, so that, in effect, he was him. Which I found very absorbing, that he was so passionate about what he does. I said,'That's it, we're on."'

But it was a rocky road. "Films of that scale aren't always ready when you're beginning to have to fly with the ball," Scott continues. "The script needed a huge amount of work." As Parkes explains it, "You're Russell, and suddenly you realize you're going to be in a toga, and you're going to be carrying this enormous movie, and you look around and you understand everyone else's character a little bit better than your own. The combination of legitimate questions and a good amount of real anxiety adds up to a situation where you're a little testy about the whole thing." He says Crowe had "lots of criticisms" regarding the script and left the producers and directors feeling "bruised." But, Parkes adds, "Russell was coming from the right place. He requires his character be real on a moment to moment basis, and that's one of the reasons Gladiator has an intimacy that you don't usually find in that size movie. (Crowe subsequently assuaged any hurt feelings by giving out CDs of his band, the 30 Odd Foot of Grunts.)

Meanwhile, Ron Howard was looking for an actor to play John Nash in his adaptation of Sylvia Nasar's book, A Beautiful Mind and went to see The insider "I got there late and missed the credits, and I didn't even recognize him," the director recalls. "It wasn' like I didn't know who Russell Crowe was. I'd seen three or four of his films. It was his ability to completely inhabit characters that were so different from one another that just dazzled me. That was the kind of performance that was going to be required to realize a character as complicated as Nash." Howard approached Crowe, but once again Crowe was cautious. Like Weir, Howard discovered that it was he who was on trial, not Crowe. "It seemed like six months before he finally agreed to do A Beautiful Mind, " recalls the film's producer Brian Grazer. "Sometimes you can deal with an actor's questions by saying, 'This is what we're gonna do,' and they jump on board. Russell is smart. He actually wanted to see the improvements - he didn't want to just hear about them. We had to produce them, show him several different drafts. Russell was in Austin with his band. Ron flew down there, and Russell grilled him till five in the morning."


"Working with Russell is a little like filming on a small island," says Howard. "The weather's going to change every day, but it's where you want to be. He has a reputation for being dark or tense or stubborn, but he's not intractable. He is strongly opinionated, and he doesn't suffer fools, but he doesn't have that almost pathological need to lay blame that some people do. At times he really digs his heels in because he feels that something important is at stake, but once you've gained his respect, he wants to be led. That's really having your cake and eating it, too."

Crowe's Nash was a performance that brought him his third Oscar nomination in a row. But during the awards season the picture was the target of a brutal negative campaign, which took it to task for avoiding Nash's ostensible bisexuality and anti- Semitism. "1 was disappointed that people attacked A Beautiful Mind because I couldn't figure out what their point was," says Crowe. "Nash was wandering around, thinking he's the governor of Antarctica. People just didn't understand that he was schizophrenic. That was one of the first things I discussed with Ron. I said to him, 'Look, the script doesn't mention anything about him being experimental, sexually. We talked it through. And it was like you're damned both ways. If you make the character gay, then everybody says, 'What you're saying is that gay men are schizophrenic.' So I tried to do things with his physicality towards men, in the way he would stare at men walking towards him in corridors and stuff like that. But unless you're really watching the movie, you're not going to see that. Besides, in terms of the homosexuality, if John Nash had a string of lovers, when he won the Nobel Prize somebody would have put their hand up and said, 'Hey, that was me in the toilets in Santa Monica with John.'"

Happy as he was with A Beautiful Mind he was less pleased with the follow-up Proof of Life, a romantic thriller directed by Taylor Hackford, whom Crowe eventually lost respect for after numerous arguments. It was also on Proof of Life that Crowe began what became a very public affair with his co-star, Meg Ryan, who left her husband of nine years, Dennis Quaid. Hackford complained that the romance between his two stars overshadowed the movie. In response, Crowe called him an "idiot," "weak as a man," and "morally insipid." In any event, the romance was not to be, foundering on, among other things, Crowe's insistence on living on his farm in Australia. Observers sensed trouble when the two stars appeared separately at the premiere of Proof of Life in early December, 2000. Later that month, Ryan allegedly interrupted the Crowe family's Christmas dinner with a phone call to break it off. Now he says only, "She's doing fine, I'm doing fine, and the most important thing is that we're still friends. And she sounds to me like she's in a great space. She's doing really serious work. And she's enjoying herself."

Crowe doesn't like to do interviews, and hasn't given many. So far the tabs have been his Boswell, deploying their considerable resources to create for him not without some assistance on his part, it must be said, a reputation for being a brawler. Crowe's moods ebb and flow, and when the subject of the press arises he gets hot, like a Santa Ana wind that blows up suddenly. Most of these stories he regards as exaggerations or outright lies, as do many of the people he's worked with, who insist that the media have turned his penchant for saying what he thinks and his fondness for beer (Australia is a nation of drinkers) into a lengthy string of ugly incidents in which he emerges as only a tad less combustible than Mike Tyson. According to these accounts, the head-butting incident during the run of Blood Brothers in the late 1980s has been followed by a series of scuffles too numerous and tedious to tally, culminating in an altercation last year with BBC producer Malcolm Gerrie.

This incident stemmed from the British Academy of Film and Television Arts Awards ceremony in London, where Crowe had won the best-actor award for A Beautiful Mind The TV broadcast was airing on a two-hour delay, and Gerrie incensed Crowe by editing out a poem by Patrick Kavanagh that Crowe had included in his acceptance speech. According to Variety, "Crowe pushed Gerrie up against the wall of a storage room in London's Grosvenor House Hotel, where the after-show party was held... While his security men stood guard, Crowe reportedly said, 'I don't give a fuck who you are. Who on earth had the audacity to take out the best actor's poem? You fucking piece of shit, I'll make sure you never work in Hollywood."' When asked shortly thereafter if he thought the fracas would cost him an Oscar, Crowe said he doubted it, because he was being judged for his performance, not "worst argument with a British television executive." (In any event, Denzel Washington won the Oscar.) I ask Crow about the altercation, saying that somewhere I read that his bodyguards had shoved Gerrie into the men's room, where the actor confronted him. Crowe explains, still exercised, "I had a conversation with the guy, and my question was 'Are you responsible for cutting the speech?' And he said, 'Yes.' I told him what I thought about it. He was very dismissive about my opinion, so then I told him what 1 thought about it, plus some specificity. I never hit him. There was never a dashing out and dragging him off in the back, like some sort of gangland fucking bullshit, the way it was reported. I think the conversation took place just outside the kitchen. But you do tend to get into a lot of strange situations in men's rooms." The heat is gone as suddenly as it appeared, and he softens, flashing a gnomic and utterly charming smile, as if amused by a joke he's only half told. "Going for a piss is the time that you'll always get people coming to talk to you," he continues. "It's like, you know, suddenly we're bonding, because we're both urinating at the same time? Is that right? And then they want to shake your hand, when they've just finished having a piss. And my vibe is: Fuck off and wash your hands. I find that kind of thing, apart from the hygiene aspect, just ridiculous. Now, that's supposed to be arrogant or egotistical. "Joan Rivers was calling me an evil son of a bitch," Crowe goes on. "As far as I know, I've passed her in a corridor, once. Is it maybe just because I've never done one of her puerile, fucking red-carpet conversations, where you talk about what you're fucking wearing, or what your date is wearing, or who's kissing who, or whatever, like some sort of high-school bullshit? I don't give a fuck what my hairdo is like. You know, all of these things tha supposedly add up to some great gap in my construction as a man? I don't care to be the most eligible bachelor. I don't care to be the most popular. I don't care to be the best dressed. 1 couldn't give a raging shit. I don't give a fuck what Joan Rivers thinks about me. But I just find it evil, in itself, that somebody has the freedom to stand up there and make that kind of accusation, without any requirement whatsoever to back up whatever it is that they're saying. It's like personal character assassination. "The things that go out into the public domain, and then are reprinted and reprinted and reprinted, are never, ever based on any sort of fact," Crowe continues. "Yet, by the time you're answering a question about them, there's a mountain of printed material that says that you think this way, you feel this way, you did this. Probably 95 percent of these incidents never even happened. It's just the sort of thing that I'm supposed to do. To have been accused of pushing people in a public toilet in Sydney on the same date that T was shooting a movie in the Andes, in Ecuador. It was nine or ten thousand miles away. So what are they talking about? Yes, I've been in situations where I've probably had a little too much to drink, and I've reacted to a situation which ordinarily I would simply ignore. I've been in situations where I've been physically attacked, and, yes, I've been in situations where people have verbally assaulted me, and I've given them the same fucking level of aggression back. Which doesn't look very good when it's written down on a piece of paper. I'II cop to it. But the whole thing of me being somebody who goes out looking for that sort of problem is just ridiculous. When somebody decides to attack you, publicly, if you have a little self-esteem, you're probably going to get a tetchy reputation."

The actor Paul Bettany has worked with Crowe twice, first playing Nash's imaginary roommate in A Beautiful Mind, and then Aubrey's close friend Stephen Maturin in Master and Commander: "In Mexico," he says, "there were wild stories in the press about Russell taking people out and drinking and boozing and getting in fights. In my opinion, those things aren't true. He was working harder than me, and I wouldn't have had time to do half the things that he was accused of. The logistics of getting him to the places where he was supposedly in trouble would have been fucking impossible We live in a time where everybody wants their stars to be palatable. He's an anomaly, because he doesn't make himself palatable. He says whatever he's thinking at the time. He doesn't dress it up for anybody."

Akiva Goldsman, who wrote the screenplay for A Beautiful Mind, has been out drinking with Crowe on many occasions. "There's this thing that starts to happen, which is a self-fulfilling prophecy. It's like that gunfighter thing 'I've quit, I don't do it anymore '- but the drunks see Maximus across the bar, they're high-fiving each other, thinking, This is gonna be a fun game to play. But I've never seen him rise to that in any way but to be gracious and buy them a drink."

PSjith Amold Schwarzenegger now In Sacramento as governor of California, and Me Gibson ostensibly setting back Judeo-Christian amity by two millennia with his film The Passion, I ask Crowe for his views on politics and religion, and he looks at me like I've just passed wind. "It's so hard to comment on the politics of America, because you get pulverized there," he says, frowning. "Bill Maher is a perfect example. He was, like, assassinated, man. You can still see it, when he's being interviewed, in the way he talks. It's like he's a dog that's been kicked.

"I'm a very opinionated person. And that's the problem when it comes to politics. T just don't believe it's your right, because you're famous, to splatter your opinion about. There is no fucking rhyme or reason, because you're famous as an actor, that your political comments should mean shit. I just think it's a gross insult to the entertainment audience when an actor suddenly stands up and says, you know, 'Well, I've got a political thing that I want to beat the drum about.' As an actor, I think you should be vanilla. Or, as we call it here, plain. And you put the fruit on that is about the character you're playing. How can somebody who is a publicized Democrat then play a famous Republican in the eyes of the general public?"

Be that as it may, I suggest that things have gotten to a sorry pass, a bit dire to afford the luxury of silence, celebrity or no. How does he feel about President Bush's foray into Iraq? Suddenly he becomes uncharacteristically vague and circumspect. "I think the American Constitution is the greatest vehicle for human freedom that's ever been conceived," he says. "And I have a deep belief in it, and I wish it could be applied to every country. However, standing behind the Constitution means you have to stand behind the whole fucking lot, not just when it suits you. You know? And dismissing negative aspects of the larger society as a necessary evil is a complete fucking cop-out."

I'm having a hard time making out what's he's talking about. Windiness does not sit easily upon him. "What are you saying?" I ask. "I don't want to make any political statements. I don't want to stand on a soap-box." But finally he spits it out: "I think that if you're standing behind the Constitution, then you'll see that America was never supposed to be an imperial power. And that its imperialism is damaging."

And Mel Gibson? "Mel Gibson is a serious filmmaker," he continues in the diplomatic vein. "And a man of great passions and great depth. So if he's made a movie close to his heart, something that he believes in, I'm sure it'll be a very interesting thing to watch. [But] he's Catholic, so I'm never going to see the world the same way as Mel. My parents decided not to christen me, because they believe that's the individual's choice. You know, that's a pretty forward-thinking set of parents, in 1964, in New Zealand.

"I definitely believe in God," he continues, "but I don't necessarily believe in organized religion. So much is supposedly based on God's love of mankind and all that sort of stuff, but organized religion has also been the central reason for some very destructive and awful things."

Crowe is getting increasingly uncomfortable. He draws himself up, fixes me with a monitory look, and sounding very much like Captain Jack Aubrey says, "You had to talk about the two things that a gentleman never discusses in public. So are you going to talk about sex, now?"

Ah! An opening, which I use to ask about his wife's pregnancy. "How big a family do you want to have?"

"We'll see. We'll see if we're any good at the first one. You don't want to make any assumptions about that. Let me just do one baby at a time." He adds later, "Some people in tabloid-land say I've had some revelatory fucking experience in my life, you know, and the marriage has softened me, and blahdy-blah- blah." To take this to mean it hasn't. 

Crowe's next film, Cinderella Man, about the Depression-era prizefighter and world heavyweight champion Jim Braddock, will reteam him with Howard. Crowe is in training for the role--he's not drinking--but he's put off the start date till March so he can be around for the birth. of his son. "I promised Dani that we'd get married and have some space:' he says. "That we wouldn't get married and I'd be gone the next day." That has meant turning down a great many pictures. "You just can't make every movie," he continues. "I've had to turn down a lot of friends this year--(Curtis Hanson, Michael Mann, Oliver Stone, and many others. After a certain period of time, you know, you get a negative reputation for that in itself. The way some of my representatives in America looked at it is, like, 'lt's cost you $40 million to get married--hope it's worth it.' But I've got to only do the ones that really turn me on. You know? And I can't fill up time doing things that I half believe in." He believes in Cinderella Man.

"It was one of those scripts--the draft that I read originally in 1997-that just gives you goose bumps. Bottom line. A man who struggles against great adversity to achieve something. And Braddock didn't become a restaurant greeter-lump, like so many others that you could mention. He left the fight game with all his faculties in place. This is really an American success story, a boxing story that doesn't end in absolute tragedy."

Then there was the pleasure of reassembling the Beautiful Mind team. Crowe says, "This could come across as really pretentious, but when the idea came up that Ron would do it, I asked,'Would Akiva Goldsman be involved in writing the script?' And they said,'Yes,' and I said,'Brian Grazer is gonna produce it?' And they said, 'Yeah'-because I just really enjoy their company. So I said,'Well, the Beatles are back together again!"'

 

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