Russell Crowe - La Stampa - traduzioni

 

O Captain, my Captain, Newsweek, 10 novembre 2003

traduzione a cura di grace

 

OH CAPITANO, MIO CAPITANO

Il grande, sfuggevole regista Peter Weir lancia "Master and Commander" 

di Sean Smith

NEWSWEEK
Ed. del 10 novembre 2003


I registi sono tipi molto superstiziosi. Hanno cappelli e magliette portafortuna, le loro piccole abitudini e i loro rituali. Qualsiasi cosa, in realtà, serva a scongiurare la iella che può affossare un film. Peter Weir non è uno di questi. 

"Ad un certo punto, facevo un piccolo brindisi con il sake o roba del genere all'inizio di ogni ripresa", ha ammesso un pomeriggio della scorsa settimana a Beverly Hills. Ma quella tradizione è finita sul set del suo dramma del 1986 "Mosquito Coast". La prima scena era in esterno, completa di un maiale sullo sfondo. "Ed io stavo per fare la mia quasi poetica levata di bicchiere, e ne abbiamo fracassato uno", dice. "Può essere stato troppo pericolosamente pagano. Sta di fatto che il maiale subito dopo ha attaccato l'assistente sceneggiatrice." 

Il cinquantanovenne Weir ha parecchie storie come questa: narrative colte, piacevoli che sottintendono idee più grandi ma non le esprimono mai nei dettagli. I film del regista australiano - compresi "Un anno vissuto pericolosamente", "Gallipoli", "L'attimo fuggente", "Witness, Il Testimone" e "The Truman Show" - hanno successo proprio per questa ragione e gli hanno procurato quattro nomination agli Oscar nel corso degli anni, tre alla regia e una per la miglior sceneggiatura. Il suo ultimo film, il racconto di mare ambientato nel XIX secolo "Master and Commander: The Far Side of the World", basato sulla serie in venti libri di Patrick O'Brian e che ha come interprete principale Russell Crowe, potrebbe procurargli la quinta. E anche se non dovesse farlo, il film, una produzione da 135 milioni di dollari, accrescerà la sua reputazione come uno dei più versatili ed audaci registi della sua generazione.

"Materiale del genere nelle mani di un regista minore sfocerebbe in una forzata parodia," dice Crowe, che interpreta Jack Aubrey, capitano di una fregata britannica chiamata HMS Surprise. "Peter non si adegua o si inchina a qualsiasi cosa possano volere gli spettatori d'oggi." In altre parole, lui non li colpisce sulla testa con quello che i suoi film "significano". Questo lo lascia fare a loro.

"Master" racconta di due vecchi amici (Aubrey e il dottore della nave, interpretato da Paul Bettany) e dell'equipaggio della Surprise a caccia di una nave francese al largo di Capo Horn. Quando Weir incontrò per la prima volta lo sceneggiatore John Collee, Collee suggerì che loro due stabilissero nei dettagli su cosa fosse realmente il film, "una specie di contratto," dice Weir. "Io dissi, 'è su due uomini e si trovano in questo viaggio.' E lui disse, "Sì, ma oltre a questo, che cosa dice?' Ed io dissi, "Ebbene, detesto pensarci. Non ne ho la più pallida idea'."

Il risultato è forse l'epica più sconvolgente e meno pretenziosa nella storia del suo genere cinematografico. E' il frutto di uno studio meticoloso - fino ad ogni velaccio e gomena - e sebbene sia elettrizzante, alcuni critici possono protestare che il suo livello non va al di sopra di un buon racconto d'avventure. Se questo preoccupa il presidente della Fox Tom Rothman, che ha tentato di far realizzare questo film per 12 anni - ed è tornato alla carica con Weir per due volte prima che il regista dicesse sì - non lo saprete mai. "C'è un filo ininterrotto nel lavoro di Peter Weir," dice Rothman, "che consiste in immagini epiche raccontate attraverso momenti intimi. Un canovaccio incredibile, ma senza vuote esplosioni. Questo è il mio ideale di grande cinema."

Anche di Weir, ovviamente. Cos'è che lo ispira oltre a questo? "Sorprendere te stesso," dice. "Io non credo che sia terribilmente importante sapere cosa ti spinge a fare una cosa. In un certo senso, è un'occupazione molto puerile, mantenere vivo un senso di stupore." E non è sempre facile. "Ho avuto un paio di periodi in cui mi sono inaridito, e tutto ciò che guardavo era vano," dice. "Pensavo, Qual è il punto? Che cosa insignificante, che inutile perdita di tempo è fare un film. Perché invece non andare a fare una passeggiata?"

Per fortuna sua e nostra, riesce sempre a ritrovare la via del ritorno. E sebbene non proponga più quel brindisi di buona fortuna, ha fatto un rituale del fatto di portare uno stereo portatile sul set - più che per motivi di superstizione per creare lo stato d'animo per ogni scena. Per "Master" era compreso di tutto, dai tamburi giapponesi alla colonna sonora di "Barry Lindon" di Stanley Kubrick. Ma il pezzo musicale più importante era uno che suonava solo per se stesso, mentre scendeva verso la Surprise il primo giorno delle riprese. "Sono passato davanti a tutto l'equipaggio, e avevano questi sorrisi imbarazzati perché era un pò eccentrico" dice. Quello che sentivano era il loro comandante che tuonava "Wish You Were Here" dei Pink Floyd. 
O, Captain, My Captain 

The elusive, A-list director Peter Weir launches ‘Master and Commander’ 

By Sean Smith
NEWSWEEK 

Nov. 10 issue — Directors are a superstitious lot. They have their good-luck hats and T shirts, their little routines and rituals. Anything, really, to ward off the bad juju that can sink a movie. Peter Weir is not one of them. 

“AT ONE POINT, I had a little toast with sake or something at the beginning of each shoot,” he admits, one afternoon last week in Beverly Hills. But that tradition ended on the set of his 1986 drama “The Mosquito Coast.” The first scene was outdoors, complete with a pig in the background. “And I was going about my quasi-poetic raising of the glass, and we smashed one,” he says. “It may have been too dangerously pagan. Anyway, the pig attacked the script girl shortly afterward.”

The 59-year-old Weir has a lot of stories like this: literate, entertaining narratives that hint at larger ideas but never spell them out. The Australian director’s movies—including “The Year of Living Dangerously,” “Gallipoli,” “Dead Poets Society,” “Witness” and “The Truman Show”—succeed for just that reason, and they’ve earned him four Oscar nominations over the years, three for directing and one for writing. His latest, the 19th-century high-seas tale “Master and Commander: The Far Side of the World,” based on the 20-book series by Patrick O’Brian and starring Russell Crowe, could give him a fifth shot at the gold. Even if it doesn’t, the $135 million film will enhance his reputation as one of the most versatile and daring directors of his generation.

“Material like this in the hands of a lesser director would push into parody,” says Crowe, who plays Jack Aubrey, captain of a British frigate called the HMS Surprise. “Peter doesn’t acquiesce or bow to anything that contemporary audiences may require.” He doesn’t, in other words, hit them over the head with what his movies “mean.” He leaves it up to them.

“Master” is about two longtime friends (Aubrey and the ship’s doctor, played by Paul Bettany) and the crew of the Surprise on a quest to seize a French ship off Cape Horn. When Weir first met with screenwriter John Collee, Collee suggested that he and Weir spell out what the movie was really about, “a kind of mission statement,” Weir says. “I said, ‘It’s about these two men and they’re on this journey.’ And he said, ‘Yes, but beyond that. What’s it saying?’ And I said, ‘Well, I’d hate to think of that. I haven’t the faintest idea’.”

The result is perhaps the most harrowing and least pretentious epic in the history of the genre. It’s meticulously researched—down to every square sail and hawser—and though it’s thrilling, some critics may protest that it doesn’t rise above the level of a damn good yarn. If that worries Fox studio chairman Tom Rothman, who has been trying to get this movie made for 12 years—and went after Weir twice before the director said yes—you’d never know it. “There’s a continuing thread in the work of Peter Weir,” Rothman says, “which is epic pictures told through intimate moments. Tremendous canvas, but no empty explosions. That’s my ideal of great cinema.” 

Weir’s too, obviously. What inspires him beyond that? “To surprise yourself,” he says. “I don’t think it’s terribly important to know what motivates you to do a thing. In a way, it’s a very childish occupation, keeping alive a sense of wonder.” And it’s not always easy. “I’ve had a couple of periods where I’ve dried up, and everything I look at is hopeless,” he says. “I think, ‘What’s the point? What a trivial thing it is, what a waste of time, to make a film. What a waste of time to go to one. Why not go for a walk instead?’ ”

Fortunately for us and for him, he always manages to find his way back. And although he doesn’t propose that good-luck toast anymore, he has made a ritual of bringing a boombox on set—less for superstitious reasons than to set the mood for each scene. On “Master” that included everything from Japanese drums to the score of Stanley Kubrick’s “Barry Lyndon.” But the most important piece of music was one he played only for himself, as he walked down to the Surprise on the first morning of filming. “I passed by all of the crew, and they would get these sheepish smiles because it was a little eccentric,” he says. What they heard was their master and commander blasting Pink Floyd’s “Wish You Were Here.” 

© 2003 Newsweek, Inc.

 

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