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“Master & Commander: tra classicità narrativa e nuove tecnologie” Peter Weir a Bologna, 3 luglio, Cinema Lumière

Daniela assiste alla lezione e ci manda il suo resoconto

 

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foto scattate da Daniela
Weir entra in sala col suo panama in mano, saluta e sorride timidamente al pubblico. Sale sul palco e dopo qualche frase di benvenuto reciproco tra lui e il direttore del festival, inizia a parlare di M&C, leggendo alcuni appunti.
La lezione era strutturata come un diario di lavoro, un diario del progetto Master&Commander. 
Weir dice subito che si tratta di un film “strano” rispetto allo standard hollywoodiano: nessuna scena importante girata a terra, nessuna storia d’amore che potesse danneggiare l’esperienza reale in un mondo completamente maschile e far perdere l’autenticità dell’autore.
Inizia il suo lungo discorso. “L’importante è stato non avere alcuna architettura, nessun riferimento eccetto la nave e i volti. Mentre preparavo il film, viaggiavo molto e guardavo sempre l’oceano attraverso il finestrino dell’aereo. Pensavo che era lo stesso che vedevano i marinai di quell’epoca.
Il capo degli Studios è un fan di O’Brian e questo mi ha aiutato molto ma il punto fondamentale era il casting, quello che veramente mi ossessionava era la ricerca dei volti. Il volto da’ emozioni. 
Ieri sera ho visto Anna Magnani in Vulcano e non potevo smettere di fissare il suo viso. 
Ho cercato i volti giusti sia per i protagonisti che per le comparse, che erano 200. Un solo volto sbagliato avrebbe dato una nota imperfetta al film. Abbiamo fatto il casting anche in Polonia perché i volti dell’Europa dell’Est mi hanno sempre affascinato. Le loro espressioni sono quello che definisco “i momenti Kodak”. Hanno avuto un’altra impostazione politica, un diverso regime alimentare, diverse aspettative rispetto al resto dell’Europa. Volevo che quei volti guardassero giù dal ponte della nave. Oltre al casting in Polonia, sono stati esaminati 7.000 volti negli USA.
L’idea di fare il film è nata quando, nel 2000, sono stato ad un festival nautico ad Halifax e ho visto i vascelli, allora ho chiamato gli Studios e ho detto di bloccare il progetto. Ho iniziato a leggere i libri su tutti i film ambientati sul mare, come Moby Dick di John Houston, Lo Squalo di Spielberg, ecc. ecc. e poi ho visitato le location, le vere location. Stavo cercando la “realtà” per uscire dall’artificio dello studio. Avevo alle spalle l’esperienza di “Un anno vissuto pericolosamente”. Avevamo iniziato a girare nelle Filippine ma minacce, per motivi politici, ci hanno spinto a ricostruire il set a Sydney. Quella esperienza mi è stata di insegnamento per Master&Commander. E’ distillare l’essenza che rende il tutto reale.
Ho deciso di avere 2 navi perché lavorare tutto il giorno sul mare comporta notevoli problemi. Il rollio della nave da’ una sensazione soporifera e i giornalieri sono affidati alla misericordia perché la camera non è in grado di riprendere le sensazioni percepite. Così abbiamo costruito una seconda nave in una enorme vasca presso gli studi Fox a Baja in Messico. La nave si muoveva su un cardano che le permetteva ogni tipo di movimento.
Ma 2 vascelli veri non bastavano, così i responsabili degli effetti speciali iniziarono a costruire anche un vascello virtuale, per la prima volta nel cinema. Si tratta di una cosa complicatissima. Io ero molto teso per via della mia scarsa esperienza nelle nuove tecnologie ma tutti mi rassicuravano.
Ho visto il primo de “Il Signore degli anelli” e ho telefonato a Peter Jackson per chiedergli come aveva fatto a realizzare quella integrazione: Richard Taylor aveva creato una combinazione tra le tecnologie tradizionali, come le miniature, e le nuove tecnologie. Ho dovuto discutere con gli studios per realizzare le miniature ma poi ho vinto io. Sapete, erano dubbiosi perché a Hollywood il primo film della saga de “Il Signore degli anelli” non aveva fatto una buona impressione. 
Le miniature per M&C sono state create e filmate in Nuova Zelanda e posso dire che hanno salvato il film perché le immagini create al computer non possono occupare più del 25% dello schermo, onde evitare di essere “scoperte”.
L’Acheron è stato costruito di dimensioni maggiori per migliorare il risultato.
Per far muovere il veliero nelle immagini, abbiamo usato sin dall’inizio sia l’acqua vera che quella creata al computer, che doveva essere molto accurata. Ad esempio per “La tempesta perfetta” molta parte della storia era ambientata di notte e questo ha evitato loro numerosi problemi che invece noi abbiamo dovuto affrontare.
La fortuna per noi è stata la nave Endeavour, riproduzione fedele della nave del Capitano Cook, sul quale ho fatto tre crociere col mio direttore della fotografia Russell Boyd e quando stavamo per iniziare le riprese abbiamo saputo che l’Endeavour avrebbe doppiato Capo Horn, così abbiamo mandato a bordo una troupe a filmare. Un viaggio di 20.000 piedi dalla Nuova Zelanda alle isole Falkland e a Capo Horn ha incontrato una tempesta. Abbiamo usato i filmati di quell’acqua per la scena della tempesta. 
Ho poi usato la tecnica che ogni regista, almeno una volta, ha usato nella sua carriera, cioè riprendere un treno che lascia la stazione, muovendo solo la camera e il treno resta fermo. Molte delle riprese fatte nella piscina sono state filmate così. E’ stato un approccio che ha permesso di risparmiare soldi, visto che ne avremmo poi spesi molti nella fase di post-produzione.
L’utilizzo della vasca a Baja imponeva però dei limiti. Per dare una sembianza di realtà, dovevo filmare rivolto verso il mare, per non mostrare il bordo della grande vasca. Così facevo campo e contro-campo e filmavo di notte. Con questi problemi bisogna essere inventivi: facevo incontrare i personaggi con gli altri in direzione contraria al Messico, che era alle nostre spalle. L’obiettivo era di ricorrere il meno possibile al computer.
Mentre preparavo il film, ho collezionato documenti e materiali in un documento dal titolo “Hollywood in mare aperto” che mostrava cosa puoi fare e non puoi fare. I principali film che mi hanno ispirato sono stati “H.M.S. Defiant” di Lewis Gilbert, con Alec Guiness, e “Capitani Coraggiosi” di Victor Fleming, ma il più importante è stato il documentario, muto in quanto degli anni ’20, “Attorno a Capo Horn” di Irving Johnson. Johnson ha rischiato la vita per fare delle riprese spettacolari, io ho inserito delle sue inquadrature nelle mie sequenze di Capo Horn e hanno funzionato benissimo. 
Nel mio documento ho inserito anche una raccolta di stampe, come esempi del tipo di immagine che volevo.
Ho adottato la sceneggiatura alle location: il nostro ponte era solo a 5/6 metri dal bordo della vasca che è stato poi tolto dal computer. All’inizio del film allora ho inserito la nebbia e poi ho filmato nelle zone delle calme per non far vedere la vasca.
Dovevo gestire anche il problema di dove mettere i personaggi e le telecamere, così mi hanno indicato, davanti al computer, i “segnaposti” ma non mi piaceva quel metodo allora ho preso degli oggetti e li ho posati sulla moquette del mio ufficio, li ho legati con del filo e ho messo anche dei ventilatori che accendevo e spegnevo. Così vedevo come si muovevano tirando il filo e ho, quindi, fornito le mie indicazioni al tecnico delle immagini digitali. 
Nella fase di post-produzione, ci siamo ritrovati con 700 sequenze, rispetto alle 350 pianificate e il budget era raddoppiato a causa di errate valutazioni fatte nella fase di pre-produzione I responsabili delle immagini digitali non avevano risolto i nostri problemi. Molti sono tecnici, non artisti e non hanno alcun rapporto reale con la natura. Fate creare loro un cielo pomeridiano: lo faranno troppo bello, perfetto. Occorre stare vicino al tecnico della grafica al computer per riportarlo alla realtà delle location e spiegargli di togliere un effetto o di aggiungere più movimento. Trascorrere con lui molto tempo è il segreto per inserire la realtà nelle immagini.
Le persone ricche di talento sono davvero poche. Io devo ringraziare Phil Brennan (responsabile della composizione digitale della Asylum) che da 20 riprese è stato in grado di trarne una sola immagine. Phil, se mi senti, voglio ringraziarti!
Robert Stromberg (regista artistico degli effetti visivi) ha gestito un intero gruppo di lavoro. Con lui parlavo della luce, era il mio braccio destro, l’intermediario con i tecnici. 
Ripeto che il rischio della grafica computerizzata è che può far perdere il senso del film. A volte temevo che non ce l’avremmo mai fatta ma la vera soluzione è il tempo che si trascorre con i tecnici. Molti registi danno indicazioni di massima ai tecnici del computer e poi tornano al loro lavoro. Si limitano a dare poi giudizi sulle immagini computerizzate ma non intervengono sulla relativa realizzazione. Io ho trascorso, invece, molto tempo con loro, abbiamo preso il caffè insieme, li ho aggiornati sulle riprese del film, ecc. ecc. M&C è un atto di equilibrismo tra le vecchie e le nuove tecnologie. 
Molti colleghi sono contrari all’uso del computer ma io ritengo che sia uno strumento straordinario, certamente da usare con parsimonia. M&C sarebbe stato impossibile da realizzare prima della nostra epoca.
Gli elementi fondamentali per un buon film sono:
1. volti meravigliosi
2. una storia meravigliosa
3. gli strumenti giusti.”

Terminata la presentazione e prima della proiezione del dietro le quinte del film, il pubblico ha potuto fare delle domande e Weir ha aggiunto altri dettagli sul suo lavoro, scrivo una sintesi qui.
Rispondendo a una domanda sull’uso degli effetti speciali, Weir ha detto che alcuni film non sono altro che una successione di problemi, risolti da una corrispondente serie di shock, come dei video games. Weir si è dichiarato preoccupato per la generazione cresciuta con i video games, teme una perdita di creatività.
Parlando di sceneggiatura, ha detto che negli anni ’60 e ’70 in Australia non c’erano buone sceneggiature così lui ha tagliato le parole e le ha sostituite con la telecamera. Questo atteggiamento gli ha provocato dei problemi a Hollywood perché in America sono molto verbali.
A una domanda sul rapporto tra Aubrey e Maturin, Weir attribuisce a quel fattore la metà del successo del film. Secondo Weir un buon casting è essenziale, non bisogna mai descrivere troppo il personaggio agli attori ma creare, invece, una buona atmosfera sul set e la corretta interpretazione arriva. L’attore deve essere giusto ma deve esserci anche una ottima comunicazione non verbale con Weir. Ha citato l’esempio della relazione tra il direttore d’orchestra e il primo violino: assoluta reciproca fiducia e collaborazione.
Parlando di ritmi veloci e lenti, Weir ha detto che il ritmo lento è in grado di trasmettere emozioni, ma occorre molto lavoro per bilanciare i due tipi di momento. In M&C la struttura era difficile perché il cattivo non era un vero cattivo, era solo un’altra nave militare in guerra, e poi erano citati molti aneddoti. Bisognava considerare che i personaggi inglesi non erano sempre composti, come si potrebbe pensare.
Weir e il co-sceneggiatore, John Collee, hanno deciso che per creare tensione qualcosa doveva succedere il più presto possibile nel film, ecco allora il taglio del braccio. Se questo sarebbe avvenuto all’inizio del film, gli spettatori avrebbero pensato che qualunque cosa poteva accadere nella storia.
Alla mia domanda sulle differenze tra la prima sceneggiatura che ha lasciato insoddisfatto Russell e la seconda, che ha poi spinto Russell a firmare, Weir ha spiegato che la prima era scritta in modo piatto, non convenzionale e non faceva risaltare Aubrey. Weir ha detto che aveva avvisato Russell che la sceneggiatura non gli sarebbe piaciuta ma gli aveva anche detto che il copione sarebbe stato in continua evoluzione.

Peter Weir è un uomo estremamente affascinante e non solo dal punto di vista intellettuale. Visto da vicino sembra molto più giovane della sua età e rispetto alle foto e alle immagini. Ha dei profondi occhi scuri e dei tratti che lasciano supporre che da giovane avrà sicuramente fatto stragi di cuori. 
Ha fissato negli occhi tutti coloro che gli hanno fatto domande, mostrandosi attento come se si trattasse di una conversazione privata.
Durante la mattina avevo incontrato Weir nel mio giro di Bologna e mi aveva già colpito per la sua semplicità e una grande classe, poi a lezione ha confermato la mia prima impressione. E’ stato poi così gentile da autografare il mio libro sul making del film e le 2 confezioni dei miei DVD, come ha fatto anche per altri fans che lo aspettavano al termine della sua lezione. 
Al cinema ero seduta vicino a una studentessa del DAMS che la sera prima aveva assistito alla proiezione di M&C in Piazza Maggiore. Mi ha detto che Weir era molto emozionato per i 2.000 spettatori presenti e si percepiva dalla sua voce, mentre introduceva il suo film.
la pagina del film 'Master and Commander'

 

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