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Lezioni di cinema: Taormina Film Fest, 16 giugno 2004 - THE YEAR OF LIVING DANGEROUSLY di Peter Weir

grace assiste alla lezione e ci manda il suo resoconto

 

Il festival cinematografico internazionale di Taormina e Messina ha appena festeggiato la sua cinquantesima edizione ospitando ogni giorno importanti eventi che hanno visto la presenza di celebrità come Antonio Banderas, Michael Douglas, Judy Dench, Mira Sorvino ed altri, e la consegna dei Nastri D'Argento, il più antico e prestigioso riconoscimento del cinema italiano, secondo solo agli Oscar, promosso dall'Associazione Nazionale Italiana dei Giornalisti Cinematografici (ANICG).

Ma il vero e proprio evento di quest'anno è stato rappresentato dalle sette "Lezioni di cinema" tenute da personalità internazionali come Stephen Frears, Margarethe von Trotta, Peter Weir, Jane Campion, Francesco Rosi, Michael Douglas e precedute ciascuna dalla proiezione di un film diretto o interpretato dal "docente."

Devo confessare che quando ho letto che una delle lezioni sarebbe stata tenuta dal regista che ho sempre ammirato di più in assoluto, ho deciso che non potevo perdere un'opportunità che non mi si sarebbe mai più ripresentata nella vita visto che vivo a Messina, solo mezz'ora di strada in automobile da Taormina. Così ho chiesto un giorno libero dal lavoro ed alle nove del mattino del 16 giugno mi sono ritrovata all'interno del Palazzo dei Congressi, intenta a guardare "Un anno vissuto pericolosamente" insieme a circa duecento studenti della Scuola Nazionale di Cinema ed a giornalisti e reporters delle principali testate italiane ed estere.

Quando la proiezione è terminata e le luci nella grande sala si sono riaccese eravamo tutti senza fiato. Io avevo già visto il film, circa vent'anni fa, e non avrei immaginato che l'emozione sarebbe stata così forte. La bellezza e l'universalità del racconto erano assolutamente stupefacenti.

La lezione stava per avere inizio. Ho visto alcuni studenti aprire i loro quaderni ed ho realizzato che non avevo nulla su cui potere scrivere. Così ho chiesto ad una ragazza nella fila accanto un foglio di carta solo per prendere qualche appunto e lei me ne ha dato uno.

Dopo una breve presentazione di Felice Laudadio, direttore artistico del Festival, Deborah Young ha annunciato il "docente," il signor Peter Weir.
E' entrato fra gli applausi, il cappello di Panama in una mano e dei fogli di carta nell'altra. Si è seduto sulla destra di Deborah, ha posato il cappello sotto un tavolino che era fra le due poltroncine, ci ha detto sorridendo che aveva fatto i compiti ("E voi?" ha aggiunto) ed ha cominciato:

"Un artista non deve mai essere prigioniero di se stesso, del suo successo, della sua carriera."
Poi ha raccontato che una volta chiese ad un guru: "Come devo essere in quanto regista?" Il guru gli rispose: "Bisogna preoccuparsene e non preoccuparsene allo stesso tempo."
Ecco il suo punto di partenza ogni qualvolta inizia a lavorare ad un nuovo film e di cui Peter Weir illustra le fasi principali durante la lezione: 

LA SCENEGGIATURA
Ci sono due elementi principali da tenere in considerazione:
Innanzitutto l'idea. Può essere una nozione, un'emozione, un libro ecc. Ad esempio, durante una vacanza in Tunisia lui fu colpito dal mare e mentre raccoglieva alcuni frammenti di marmo ebbe l'ispirazione dalla quale nacque "The Last Wave." L'idea è come una percezione extrasensoriale. 
Il secondo elemento è parlarne con un altro sceneggiatore in modo da poter collaborare, e creare qualsiasi cosa, solo per esercitare la creatività, persino la storia di un cane disperso. Una volta si è trovato a parlarne con Stanley Kubrick il quale dichiarò: "Io odio le sceneggiature."

IL CASTING
Durante questa fase il regista è come un detective dell'ufficio persone scomparse. Deve decidere chi è la vera persona scomparsa. E' una fase molto pericolosa. L'attore che incontra lo deve guardare negli occhi mentre lui finge di essere l'altro attore. Ha fatto così anche quando ha scelto Linda Hunt per il ruolo di Billy Kwan. Lei doveva solo guardarlo negli occhi.

LE RIPRESE
Generalmente non ama le prove, preferisce trascorrere il tempo con gli attori chiacchierando sulla storia. Durante le riprese di "Green Card" cucinava per Gerard Depardieu ed Andie McDowell e intanto improvvisavano. Dice sempre alla troupe che non c'è un "loro" e un "noi." Ma la questione principale, specie con gli attori, è "come evitare l'individualità." Un'altra questione è come gestire i rapporti con lo studio. Durante le riprese di "Master and Commander" volevano dirgli come agire ma lui non era d'accordo, quindi disse: "Immaginate che io sia il medico e voi il paziente. Se faccio come volete voi potreste morire. Sono io quello che sa come deve operare." In altri termini è lui quello che ha la competenza per decidere.

IL MONTAGGIO
E' il periodo creativo finale. Ancora una volta diventa un detective, in cerca di momenti magici. Ogni volta che succede lui li contrassegna. E' la storia che assume vita, diventa reale attraverso le immagini, proiezioni, proiezioni, proiezioni. Lui guarda le immagini senza audio, suona della musica, con un po' di vino e di tabacco, rimescolando nella mente inconscia per permettere all'inconscio di diventare reale.
Ricorda sempre una frase di Gwen Howard: "Le parole non riescono mai a dire quanto sa dire la musica." Dell'attore lui pensa: "Il tuo personaggio è in questa musica." Il fim è come la vita.
A volte, quando si trova ad entrare in una multisala e vede tutte quelle persone che se ne stanno lì con i loro popcorn, pensa: "Come farò a comunicare con questa gente?" E pensa pure: "Cos'è che vuole questo tipo di pubblico, questo o quello?" In altre parole, deve cedere ai loro gusti anche se non è assolutamente d'accordo?

Peter Weir ha accompagnato la lezione con alcuni gesti divertenti tipo appallottolare uno dei suoi fogli lasciandolo simbolicamente cadere sul palco, ha canticchiato una canzone di Peggy Lee e citato favole tradizionali come "Giacomo e la pianta di fagiolo." Ha poi detto che se solo pensa all'aspetto tridimensionale nelle opere di pittori come Matisse e Cezanne, deve sedersi e pensare: "Ma come hanno fatto?" La sua ricerca nel riuscire a delineare questo deve essere più profonda. E' lo stesso senso di bellezza che possiamo trovare nelle opere della natura, simili alla verità. Per darcene un esempio ci ha chiesto di pensare ad una mela. La conclusione è che tutta in queste parole: musica, pittura, natura.
QUESTA E' L'ORIGINE DI TUTTA LA CREAZIONE.


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La lezione è stata seguita da un dibattito. Ovviamente io non potevo prendere molti appunti, solo alcuni piccoli cenni:

Uno studente gli ha chiesto: "Il cinema è arte o industria?" Lui ha risposto che dipende dal budget. Ma essenzialmente è un fatto di mestiere.

Un altro gli ha chiesto un'opinione sulla crisi del cinema italiano. Lui ha detto che le buone idee non hanno nazionalità, è la distribuzione quella che può cambiare le cose. Ma prendiamo ad esempio Fellini, Fellini è Fellini, appartiene a tutti noi, indipendentemente da dove è nato.

Uno gli ha chiesto perché nei suoi film, come "Master and Commander," ci siano in genere solo personaggi maschili. Lui ha risposto che sì, magari potrebbe apparire un po' "gay" ma dobbiamo tener conto che anche se nei romanzi della serie ci sono due storie d'amore, la maggior parte di essi è incentrata sul rapporto fra uomini e mare, per cui questo era l'aspetto prevalente. Comunque ha anticipato che il suo prossimo film avrà come protagonista una donna, una donna della stessa età e con le stesse caratteristiche di sua figlia.

Dopo gli è stato chiesto: "Qual è il rischio di Peter Weir?" Lui ha detto: "I due Peter. Il primo è d'accordo se, ad esempio, il suo agente gli chiede: "Ti va bene così?" L'altro Peter, invece, dice: "No." "Perché no?" E lui risponde: "Non lo so, non posso parlare con lui."
Qualcosa nel suo DNA creativo deve combaciare con la storia. I due Peter sono come sue facce opposte: da una parte l'anima inconscia, l'ombra, dall'altra parte la storia, la realtà. Quando l'ombra e la luce della realtà si incontrano allora quello è il momento il cui l'altro Peter dice sì.

Un'altra domanda è stata: "Perché ha scelto "Un anno vissuto pericolosamente" per la proiezione di stamattina? Ha risposto: "Perché penso che i film siano come il vino. E' invecchiando che si scopre com'è."

Poiché il ruolo principale nel film era interpretato da Mel Gibson, gli è stata poi chiesta un'opinione su di lui sia come attore che come regista. Rammenta che Mel era molto a disagio durante le riprese del film e lui era rimasto profondamente colpito dalla cosa, al punto che aveva anche cambiato l'attore scelto per il ruolo di Billy e con cui Mel non riusciva a lavorare e sostituendolo con Linda Hunt. Mel appariva insicuro, spaventato dal personaggio ed è stato proprio questo che probabilmente ha reso più realistica la sua interpretazione, proprio perché l'incertezza è uno dei tratti caratteristici del personaggio. Lui pensa anche che Mel abbia fatto un ottimo lavoro come regista in "The Passion."

"Esiste l'equilibrio fra la poesia e la realtà?" Ha risposto portando come esempio il fatto che quando fa un film capita spesso che lo vogliano trascinare più a destra o a sinistra, ecco perché è molto importante stare attenti a non fare della propaganda.

Gli è stato anche chiesto se è un pessimista o un ottimista. Ha risposto che a volte gli può capitare di andare verso la depressione ma che soprattutto è un curioso. Ad esempio la sera prima, mentre si trovava al Teatro Greco, la sua attenzione è stata attirata da uno scarafaggio ed ha cominciato a chiedersi "Dove sta andando, da dove viene" e altra roba del genere e questo è un fatto di curiosità su tutto ciò che lo circonda.

Infine, in merito all'utilizzo della C.G (Computer Graphic) o del digitale nei film, ha risposto che ritiene che la tecnologia sia positiva se usata per ottenere effetti realistici. Ma i cambiamenti in questo campo sono talmente rapidi che non si sa dove si potrà arrivare. Quindi è difficile dare linfa alla sensibilità. Non si può sapere se si sarà in grado di raggiungere il pubblico, il compito di quelli come lui è fare dei buoni film, non biasimare la gente ma saper trattare con gli studios.

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Non ci saremmo mai stancati di stare ad ascoltare questo personaggio carismatico. Il suo modo di parlare è incredibilmente autorevole e semplice allo stesso tempo, il genere di persona alla quale si ubbidisce naturalmente qualsiasi cosa ci chieda di fare. Ma a questo punto Deborah Young ha interrotto il dibattito perché si doveva subito procedere ad una conferenza stampa. Tutti i presenti si sono alzati per una standing ovation fra prolungati applausi e la maggior parte ha lasciato la sala.
Abituati come siamo a quelle di Berlino, Cannes, Hollywood etc. potreste immaginare una conferenza stampa con un Peter Weir che, accosciato sul bordo del palcoscenico, ha trascorso alcuni minuti a chiacchierare amichevolmente con i giornalisti raccolti lì sotto? Ebbene, questo è proprio quello che hanno visto i pochi di noi rimasti dentro.
E riuscireste ad immaginare me, solitamente una persona parecchio emotiva e timida, che, vedendo alcuni degli studenti chiedergli di apporre un autografo sui loro libri o quaderni, presa da un irrefrenabile, istintivo impulso, decidevo di chiedergli di firmare l'unico piccolo spazio rimasto libero da scritte sul mio foglietto di carta?
E' solo che quello era qualcuno che mi ha fatto sognare, sorridere e piangere, raccontandomi storie di ragazze scomparse ad Hanging Rock, delle piante di Bronte, di "Oh Capitano, mio capitano!", di come sia facile mandare dei giovani innocenti a morire per le assurdità della guerra, di un mondo nel mondo, come quello degli Amish, del coraggio del piccolo Billy Kwan. Ed era colui che ha fatto sì che Russell/Jack mi toccasse l'anima con il suo "Padre Nostro."
Beh, come facevo a non chiederglielo? Non più di un paio d'ore prima Billy Kwan, chiamando quello inserito nella sua macchina da scrivere "silent sheet of paper" (silenzioso foglio di carta) mi aveva fatto tornare in mente la paura del " "white sheet of paper" (foglio di carta bianco) di cui Peter Weir parla in "Sulla scia di O'Brian"* Quindi gli ho passato il mio foglietto e, alla sua domanda stupita: "Ma... e questo che cos'è?" ho risposto: "Signor Weir, questo era il foglio di carta bianco, il silenzioso foglio di carta." Il suo volto si è aperto in un sorriso e mi ha detto, ridendo: "Ah, sicuro, il silenzioso foglio di carta, adesso capisco" ed ha firmato anche per me quel piccolo spazio bianco rimasto libero.



(*vedi contenuti speciali del DVD "Master and Commander")

di grace

il sito del festival
la pagina del film 'Master and Commander'

 

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