Russell Crowe

 

Cinderella Man (2005)

 

Qui di seguito alcune recensioni italiane del film "Cinderella Man"

 

Recensione 'Cinderella Man'

di NATALIA ASPESI da Repubblica.it, 06/09/2005

VENEZIA - Nella New York della Depressione, in un miserabile sottoscala privo di riscaldamento, una coppia in totale indigenza carica di lieti piccini, non smette di amarsi e sostenersi. Cinderella Man, film americano del genere, come dicono laggiù, "weepie", strappalacrime, diretto da Ron Howard, 51 anni, premio Oscar per "A beautiful mind", fuori concorso al Festival di Venezia, ambientato negli anni tra il 1928 e il 1935, destinato a un pubblico di uomini sedentari avidi di sport granguignol, nostalgici di eroi del genere "solo chi cade può risorgere", per di più a suon di pugni quello americano. 

Malgrado le apparenze, il film in patria è già stato un fiasco. Cinderella man aveva tutto per piacere al pubblico americano: costato un bel po', 88 milioni di dollari, con due massime star del momento, Russell Crowe e Renée Zellweger, doveva trascinare le folle con la storia, vera, di un vero Cenerentolo, come l'aveva soprannominato lo scrittore Damon Runyon: quel peso massimo d'origine irlandese, James J. Braddock, che con la crisi del '29 perse tutti i soldi guadagnati in una fortunata carriera ormai finita, e divenne uno dei 15 milioni di disoccupati americani, a caccia di umili lavori nel porto, incapace di sfamare la famiglia. Poi, cinque anni dopo, nell'abisso più tragico della sua vita, il caso lo riportò sul ring, regalando alla sua volontà di sopravvivere e di ridare dignità a sé e alla sua famiglia, una serie di spettacolari vittorie culminate con quella del 13 luglio 1935 contro il campione del mondo dei pesi massimi Max Baer. 

Il caratteriale Russell Crowe, arrivato a Venezia già nervosissimo e con la barba malfatta, è un grande protagonista, minuto e feroce sul ring, dolcissimo nella vita, con il viso affilato dalla fame e gli occhi desolati della miseria, e pazienza se il vero Braddock era un enorme armadio di quasi cento chili, alto poco meno di 2 metri, con un antipatico ghigno stampato sulla faccia, che il furbo Crowe trasforma in angelico sorriso. 

Cosa ha deluso il pubblico americano? Forse l'eccesso di finzione spettacolare della Depressione, con l'ovvio prevalere del grigio nelle misere case, nei miseri vestiti e nei miseri volti dei bambini: non mancano tocchi da Piccola Fiammiferaia, lo scorcio di ricchi bimbi che salgono in limousine, l'amata bambolina di stracci, il babbo che cede il suo tozzo di pane alla figliolina insaziabile, eppure quanta allegria causa amore domestico! Forse ha infastidito il pigolare eccessivo della Zellweger, sposa e madre esemplare, mai un lamento, mai un'incazzatura, mentre rammenda, striglia, sgrassa, sfanga, ruba la legna, salta il pasto, al massimo una lacrima, ma di nascosto! 

Pare poi che molti appassionati di boxe non abbiano apprezzato il modo in cui il film descrive come volgare sbruffone e compiaciuto assassino il rivale pesomassimo Max Baer: facendogli anche dire alla signora Braddock: "Dopo che ti avrò fatto vedova, potrai sempre rivolgerti a me per il sesso". In realtà il vero Baer era un poveraccio come Braddock, non si perdonò mai di aver ucciso sul ring con un pugno il suo avversario Campbell e per anni aiutò finanziariamente la famiglia del defunto. [...]

Recensione 'Cinderella Man'

da MTVit: I PUGNI DI RUSSELL CROWE, 05/09/2005

Pugilato a Venezia: "Cinderella Man" convince a metà Reazione a distanza: il debutto veneziano di "Cinderella Man – Una Ragione Per Lottare" si chiude con applausi convinti da parte del pubblico. Qualche minuto dopo, però, ecco sorgere i primi dubbi.
Come mai questo cambio di opinione? Semplice: il punto debole del film di Ron Howard non sta nel finale, che anzi è uno dei momenti migliori della pellicola.
Presentato Fuori Concorso, "Cinderella Man – Una Ragione Per Lottare" racconta la storia vera del pugile Jim Braddock, che divenne un simbolo di speranza negli Usa della Grande Depressione dopo aver:

- provato sulla sua pelle la povertà 
- lavorato come scaricatore di porto per quattro soldi 
- ricominciato a boxare più per mantenere la famiglia che per ambizioni di vittoria 
- diventato lo sfidante per il titolo mondiale dei pesi massimi, inaspettatamente e nonostante l'età (in questo sta gran parte del suo essere diventato un simbolo di speranza nella capacità di riscossa)

L'atto finale di questa storia avviene nel 1935, quando Jim Braddock affronta lo schiacciasassi Max Baer, lo sconfigge e diventa il nuovo campione dei pesi massimi.
Quella di Braddock è una gran storia, che rischia di scadere nella retorica ma che ha indubbiamente un solidissimo andamento drammaturgico. Nonostante ciò il vero punto debole del film è proprio la sceneggiatura (e dire che c'è anche lo zampino del premio Oscar Akiva Goldsman). Non è una questione di retorica, che in fondo è contenuta: è più un problema di volere verbalizzare anche l'ovvio, di sentire la necessità di scrivere una battuta per ogni singolo elemento del film, come se le immagini da sole non fossero in grado di raccontare cose (oppure come se non ci si fidasse del pubblico e si preferisse spiegargli tutto quanto).

È un peccato, perché li regista Ron Howard è un solidissimo professionista e perché gli attori protagonisti danno un'ottima interpretazione (sono Russell Crowe e Renée Zellweger). Non è un caso se i momenti migliori della pellicola sono quelli in cui si sale sul ring. Ed è forse per questo che la lunga sequenza del match per il titolo mondiale fa scordare i difetti e regala un finale da applausi.
Recensione 'Cinderella Man'

dalla newsletter 'Cinema e Spettacolo': recensione - CINDERELLA MAN, 15/09/2005 

Basta una carrellata a Ron Howard per raccontarci una discesa all'inferno, dal tranquillo quartiere residenziale al misero tugurio senza luce e riscaldamento nella zona povera della città. E' la grande Depressione, fortune bruciate nel giro di un istante: miseria, fame e latte corretto ad acqua. E' la storia di James J. Braddock, promessa del pugilato presto finita nel dimenticatoio, dalla chance per il titolo agli incontri di quart'ordine, una mano che si rompe troppo spesso e massacranti turni al porto per sfamare moglie e figli. Poi la seconda occasione, quella che in America (almeno nei film) non si nega a nessuno, ed ecco la rinascita: l'"uomo cenerentola" (la definizione è del cronista sportivo del tempo Damon Runyon) diventa campione del mondo dei pesi massimi. Con una classicità quasi inattuale (ma splendida), che deve qualcosa sia all'epica di Ford che alla commedia sociale di Capra, Howard trasforma una delle più incredibili vicende della storia della boxe in una fiaba urbana di riscatto e dignità, in un "e vissero felici e contenti" sportivo e familiare di straordinaria presa emotiva. Bellissima la ricostruzione d'ambiente, il Long Island Bowl sormontato dallo skyline di New York sembra uscito da Il colosso d'argilla mentre sul ring sfilano i cloni di Primo Carnera e Max Baer. Grandi gli interpreti maschili, a cominciare da Crowe, perfettamente credibile nei panni del boxeur, ma anche Paul Giamatti in quelli del manager ebreo Joe Gould non scherza, più petulante invece Renée Zellweger. Max Baer che sia personaggio o attore (lo fu da vivo) è sempre perfido o sbruffone. (Grazie anche a Maddalena!)
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